PENSIERI E PAROLE
a cura di Antonio Maglietta
martedì 13 marzo 2012
Le ipotesi di riforma del mercato del lavoro
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 13 marzo 2012
In questi giorni prosegue il dialogo tra il Governo e le parti sociali per arrivare in tempi piuttosto brevi a una riforma complessiva del mercato del lavoro. Il dibattito ruota intorno a quattro questioni fondamentali: le tipologie contrattuali, modifica al sistema degli ammortizzatori sociali, un’assicurazione sociale per l’impiego al posto delle varie indennità e riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori in tema di licenziamenti individuali.
Riordino delle tipologie contrattuali. La via scelta, peraltro condivisibile perché sarebbe un’ipotesi concreta di contrasto alla precarietà, è quella di far costare di più il lavoro a termine (ci sarà un'aliquota dell'1,4%) e di puntare sulla piena applicazione del nuovo contratto di apprendistato, introdotto nel nostro ordinamento su proposta del ministro Sacconi durante l’ultimo governo Berlusconi, attraverso una serie di incentivi (per i primi tre anni non si pagheranno contributi o se ne pagheranno pochi a seconda delle dimensioni dell'azienda). Un contratto, quest’ultimo, che prevede un primo passaggio temporale dedicato alla formazione certificata del lavoratore e un secondo dove l'azienda deciderà se stipulare un contratto a tempo indeterminato oppure se terminare il rapporto di lavoro (in caso di silenzio delle parti, il contratto diventa automaticamente a tempo indeterminato).
Modifica degli ammortizzatori sociali. Dovrebbe rimanere la cassa integrazione ordinaria così come la conosciamo. Per quanto riguarda la cassa integrazione straordinaria dovrebbe essere limitata alle aziende che si devono ristrutturare, mentre in caso di chiusura non dovrebbe essere previsto alcuno scivolo o mobilità, ma un assegno di disoccupazione (nel caso in cui il lavoratore non accettasse l'impiego offerto dalle agenzie di collocamento rischierebbe di perderlo). Anche in questo caso l’ipotesi di modifica dell’attuale assetto è abbastanza condivisibile, anche se andrebbe rivista l’idea di mantenere in piedi la cassa integrazione per evitare che sia usata impropriamente per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Sarebbe bene mettere alcuni paletti ben precisi per fare in modo che l’unico soggetto tutelato sia il lavoratore e non gli interessi speculativi di alcuni (pochi per fortuna) datori di lavoro che sembrano essere poco propensi a fare i veri industriali.
Un’assicurazione sociale per l’impiego che sostituisca le varie indennità per tutti i lavoratori, sia pubblici che privati, con contratto a termine. Si tratta certamente di un’ipotesi di riforma apprezzabile perché allungherebbe la coperta della protezione sociale a chi oggi non ne usufruisce anche perché è inutile girare intorno al problema senza centrarlo: il punto fondamentale è rendere universali i sistemi di protezione sociale evitando il rischio di creare fratture tra chi ha tutte le garanzie e chi non ne ha.
Modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Il tema dei licenziamenti individuali è sempre una questione particolare da affrontare. Forse si tratta del punto più difficile sul quale trovare un accordo. Indipendentemente dalle varie posizioni in campo, una base di discussione potrebbe essere quella di capire se oggi l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è utile per tutti o solo per qualcuno e se davvero questa norma tutela gli interessi dei lavoratori. La risposta è assolutamente «no» in entrambi i casi, anche al netto della considerazione sull’anti-economicità perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Un’ipotesi di modifica percorribile potrebbe essere quella di ricorrere a un indennizzo economico proporzionale all'anzianità di servizio nei casi di licenziamenti per motivi economici e disciplinari in sostituzione del reintegro.
Il dialogo tra Governo e parti sociali su questi quattro punti fondamentali sembra essere a un buon punto. Restano tuttavia aperti alcuni fronti non certamente secondari come, ad esempio, la posizione della Cgil sui licenziamenti individuali, la copertura economica della riforma, le iniziative di carattere strutturale per rilanciare l’occupazione femminile.
martedì 28 febbraio 2012
Produrre di più per guadagnare meglio
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 27 febbraio 2012
In Italia gli stipendi sono molto bassi. Secondo il ministro del lavoro, Elsa Fornero, «l'Italia ha il paradosso di stipendi bassi e costo del lavoro alto, per due ragioni. Una è la pressione fiscale, quindi la differenza tra salario netto e lordo che è maggiore rispetto ad altri Paesi. Un'altra è la produttività, che incide sul costo del lavoro per unità di prodotto. Certo, se l'impresa lesina gli investimenti, la produttività perde terreno rispetto ad altri Paesi». L’analisi è giusta.
Il costo del lavoro in Italia è molto alto. Partiamo dal presupposto che la busta paga esprime in termini monetari l'insieme dei rapporti del lavoratore con il datore di lavoro (la paga), con lo Stato (le imposte) e con gli enti previdenziali (i contributi). Il salario lordo è oneroso per le imprese perché le aliquote contributive sono elevate, mentre quello netto non soddisfa le esigenze dei lavoratori perché, nel passaggio dal lordo al netto, la concomitante presenza di alte imposte sul reddito e scarse detrazioni e prestazioni familiari alleggerisce notevolmente il peso della busta paga.
Il costo della protezione sociale è alto, grava molto sia sulle imprese sia sui lavoratori, e i benefici sono troppo sbilanciati sul lato previdenziale (pensioni) e meno su quello assistenziale. Questa situazione non favorisce un’evoluzione virtuosa del mercato perché penalizza tutti coloro che vi operano, in particolare i giovani e le donne che sono storicamente i soggetti più deboli del mercato del lavoro.
L’unico che ci guadagna è lo Stato, anche se si tratta più di una sensazione che di una realtà. L’alta pressione fiscale sul lavoro dipendente, infatti, serve a sopperire in parte ai mancati introiti derivanti dall’elusione e dall’evasione fiscale di una parte degli autonomi che spesso affermano di aggirare la questione tasse proprio perché sono alte. Siamo dinanzi al classico circuito in cui il cane si morde la coda. Le tasse sono alte e penalizzano tutti. Tuttavia non si tratta solo di una questione legata al fisco ma anche alla struttura del nostro sistema di protezione sociale. La nostra Costituzione, all’articolo 38, dispone che «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».
Secondo la nostra Carta Costituzionale, quindi, una piena applicazione del sistema di protezione sociale passa non solo dal lato della previdenza ma anche da quello dell’assistenza. Sarebbe necessario, quindi, far rientrare nell’ambito della discussione sull’aumento dei salari, inteso come abbassamento del cosiddetto lordo e innalzamento del netto, elementi fondamentali come la riduzione delle tasse, la lotta all’evasione e alla elusione fiscale, un aumento delle tutele a favore delle famiglie, dei giovani e delle donne. Il tema è molto complesso e una riforma organica del sistema, attraverso un riequilibrio della bilancia dei costi e dei benefici, non potrà che creare un circuito virtuoso determinando effetti positivi anche per l’occupazione giovanile e femminile.
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 27 febbraio 2012
In Italia gli stipendi sono molto bassi. Secondo il ministro del lavoro, Elsa Fornero, «l'Italia ha il paradosso di stipendi bassi e costo del lavoro alto, per due ragioni. Una è la pressione fiscale, quindi la differenza tra salario netto e lordo che è maggiore rispetto ad altri Paesi. Un'altra è la produttività, che incide sul costo del lavoro per unità di prodotto. Certo, se l'impresa lesina gli investimenti, la produttività perde terreno rispetto ad altri Paesi». L’analisi è giusta.
Il costo del lavoro in Italia è molto alto. Partiamo dal presupposto che la busta paga esprime in termini monetari l'insieme dei rapporti del lavoratore con il datore di lavoro (la paga), con lo Stato (le imposte) e con gli enti previdenziali (i contributi). Il salario lordo è oneroso per le imprese perché le aliquote contributive sono elevate, mentre quello netto non soddisfa le esigenze dei lavoratori perché, nel passaggio dal lordo al netto, la concomitante presenza di alte imposte sul reddito e scarse detrazioni e prestazioni familiari alleggerisce notevolmente il peso della busta paga.
Il costo della protezione sociale è alto, grava molto sia sulle imprese sia sui lavoratori, e i benefici sono troppo sbilanciati sul lato previdenziale (pensioni) e meno su quello assistenziale. Questa situazione non favorisce un’evoluzione virtuosa del mercato perché penalizza tutti coloro che vi operano, in particolare i giovani e le donne che sono storicamente i soggetti più deboli del mercato del lavoro.
L’unico che ci guadagna è lo Stato, anche se si tratta più di una sensazione che di una realtà. L’alta pressione fiscale sul lavoro dipendente, infatti, serve a sopperire in parte ai mancati introiti derivanti dall’elusione e dall’evasione fiscale di una parte degli autonomi che spesso affermano di aggirare la questione tasse proprio perché sono alte. Siamo dinanzi al classico circuito in cui il cane si morde la coda. Le tasse sono alte e penalizzano tutti. Tuttavia non si tratta solo di una questione legata al fisco ma anche alla struttura del nostro sistema di protezione sociale. La nostra Costituzione, all’articolo 38, dispone che «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».
Secondo la nostra Carta Costituzionale, quindi, una piena applicazione del sistema di protezione sociale passa non solo dal lato della previdenza ma anche da quello dell’assistenza. Sarebbe necessario, quindi, far rientrare nell’ambito della discussione sull’aumento dei salari, inteso come abbassamento del cosiddetto lordo e innalzamento del netto, elementi fondamentali come la riduzione delle tasse, la lotta all’evasione e alla elusione fiscale, un aumento delle tutele a favore delle famiglie, dei giovani e delle donne. Il tema è molto complesso e una riforma organica del sistema, attraverso un riequilibrio della bilancia dei costi e dei benefici, non potrà che creare un circuito virtuoso determinando effetti positivi anche per l’occupazione giovanile e femminile.
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martedì 21 febbraio 2012
Quanto è difficile riformare il mercato del lavoro
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 21 febbraio 2012
Il tema del lavoro è «molto importante» e anche per questo «il governo molto impegnato». Lo ha detto il ministro Corrado Passera in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha spiegato che l'esecutivo «conta di far fare una serie di passi molto importanti al Paese».
Nei giorni scorsi il premier Mario Monti aveva affermato, inoltre, che entro la fine di marzo il Governo presenterà in Parlamento un provvedimento con o senza l'accordo delle parti sociali. E’ certo che riformare il mercato del lavoro e il sistema degli ammortizzatori in Italia è un’impresa ciclopica per qualsiasi governo. I motivi sono tanti: una parte del mondo sindacale e politico si trova su posizioni retrograde e ci sono sacche di privilegio e chi trae profitto da questa situazione, oltre ad essere ben organizzato e rappresentato, non ne vuole sapere di mollare l’osso. E' facile scaricare i costi sociali sui giovani e le donne e le lobby piccole e grandi si oppongono a qualsiasi modifica strutturale che apra il mercato alla concorrenza e altro ancora.
Insomma mettere mano all’impianto delle norme in materia non è certamente un esercizio da poco anche perché le modifiche dovranno riguardare sia le politiche attive per il lavoro sia l’attuale assetto degli ammortizzatori sociali. E’ evidente che queste due riforme dovranno per forza di cose andare di pari passo se vogliamo avere un sistema moderno in grado di offrire più opportunità di lavoro a chi oggi ne ha poche, giovani e donne in primis, e al contempo garantire un efficiente sistema di protezione sociale capace di tutelare tutti senza spreco di denaro pubblico.
Partiamo dal presupposto che oggi praticamente tutti nel mondo delle istituzioni, del sindacato, delle imprese, delle professioni sono concordi a parole e pubblicamente nel voler raggiungere questi obiettivi: più opportunità di lavoro e più tutele. E’ un buon inizio. Il problema è declinare queste lodevoli intenzioni in proposte articolate e, in seguito, in norme.
Guardiamo al dibattito sul mercato del lavoro.
Tanto per essere chiari: l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, così come è, è un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo? Secondo molti si perché la cosiddetta tutela reale, che tra l’altro si applica solo ad una cerchia di lavoratori, è anti-economica perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Per non parlare del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, dove oggi il mezzo migliore resta il passaparola, e i fenomeni di precariato.
Ben venga la valorizzazione dell’apprendistato, che con la riforma voluta dall’ex ministro Sacconi è diventato un contratto a tempo indeterminato (dopo la scadenza del termine previsto dalla legge, infatti, il rapporto continua se le parti non decidono espressamente in modo diverso), i controlli sulle partite iva con monocommitente e la volontà di rendere più onerose alcune tipologie contrattuali a termine.
Altra questione delicata sono gli ammortizzatori sociali. Sappiamo tutti che oggi ci sono iper-tutelati e persone che, invece, di tutele ne hanno poche o nulla. Sappiamo anche che certe volte alcuni strumenti di protezione sociale, come la cassa integrazione, sono usati in modo improprio per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Si tratta, infatti, di un vero e proprio spreco di denaro pubblico al pari dei sussidi elargiti anche in mancanza di un serio processo di formazione e riqualificazione e alla ricerca attiva di un posto di lavoro.
In questi giorni si parla dell'ipotesi di revisione dell'attuale sistema della cassa integrazione straordinaria e il superamento della cassa in deroga e l’introduzione di una indennità di disoccupazione involontaria, un sussidio unico che sostituirebbe la disoccupazione ordinaria, speciale, con requisiti ridotti ed anche la mobilità. Il punto è che qualsiasi riforma dovrà mettere al centro del sistema la persona e non il posto di lavoro che occupava. Bisogna aiutare chi perde il lavoro a ricollocarsi nel mercato senza lasciare nessuno in mezzo ad una strada e farlo cercando di non sprecare i soldi per la collettività perseguendo duramente gli abusi.
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 21 febbraio 2012
Il tema del lavoro è «molto importante» e anche per questo «il governo molto impegnato». Lo ha detto il ministro Corrado Passera in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha spiegato che l'esecutivo «conta di far fare una serie di passi molto importanti al Paese».
Nei giorni scorsi il premier Mario Monti aveva affermato, inoltre, che entro la fine di marzo il Governo presenterà in Parlamento un provvedimento con o senza l'accordo delle parti sociali. E’ certo che riformare il mercato del lavoro e il sistema degli ammortizzatori in Italia è un’impresa ciclopica per qualsiasi governo. I motivi sono tanti: una parte del mondo sindacale e politico si trova su posizioni retrograde e ci sono sacche di privilegio e chi trae profitto da questa situazione, oltre ad essere ben organizzato e rappresentato, non ne vuole sapere di mollare l’osso. E' facile scaricare i costi sociali sui giovani e le donne e le lobby piccole e grandi si oppongono a qualsiasi modifica strutturale che apra il mercato alla concorrenza e altro ancora.
Insomma mettere mano all’impianto delle norme in materia non è certamente un esercizio da poco anche perché le modifiche dovranno riguardare sia le politiche attive per il lavoro sia l’attuale assetto degli ammortizzatori sociali. E’ evidente che queste due riforme dovranno per forza di cose andare di pari passo se vogliamo avere un sistema moderno in grado di offrire più opportunità di lavoro a chi oggi ne ha poche, giovani e donne in primis, e al contempo garantire un efficiente sistema di protezione sociale capace di tutelare tutti senza spreco di denaro pubblico.
Partiamo dal presupposto che oggi praticamente tutti nel mondo delle istituzioni, del sindacato, delle imprese, delle professioni sono concordi a parole e pubblicamente nel voler raggiungere questi obiettivi: più opportunità di lavoro e più tutele. E’ un buon inizio. Il problema è declinare queste lodevoli intenzioni in proposte articolate e, in seguito, in norme.
Guardiamo al dibattito sul mercato del lavoro.
Tanto per essere chiari: l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, così come è, è un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo? Secondo molti si perché la cosiddetta tutela reale, che tra l’altro si applica solo ad una cerchia di lavoratori, è anti-economica perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Per non parlare del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, dove oggi il mezzo migliore resta il passaparola, e i fenomeni di precariato.
Ben venga la valorizzazione dell’apprendistato, che con la riforma voluta dall’ex ministro Sacconi è diventato un contratto a tempo indeterminato (dopo la scadenza del termine previsto dalla legge, infatti, il rapporto continua se le parti non decidono espressamente in modo diverso), i controlli sulle partite iva con monocommitente e la volontà di rendere più onerose alcune tipologie contrattuali a termine.
Altra questione delicata sono gli ammortizzatori sociali. Sappiamo tutti che oggi ci sono iper-tutelati e persone che, invece, di tutele ne hanno poche o nulla. Sappiamo anche che certe volte alcuni strumenti di protezione sociale, come la cassa integrazione, sono usati in modo improprio per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Si tratta, infatti, di un vero e proprio spreco di denaro pubblico al pari dei sussidi elargiti anche in mancanza di un serio processo di formazione e riqualificazione e alla ricerca attiva di un posto di lavoro.
In questi giorni si parla dell'ipotesi di revisione dell'attuale sistema della cassa integrazione straordinaria e il superamento della cassa in deroga e l’introduzione di una indennità di disoccupazione involontaria, un sussidio unico che sostituirebbe la disoccupazione ordinaria, speciale, con requisiti ridotti ed anche la mobilità. Il punto è che qualsiasi riforma dovrà mettere al centro del sistema la persona e non il posto di lavoro che occupava. Bisogna aiutare chi perde il lavoro a ricollocarsi nel mercato senza lasciare nessuno in mezzo ad una strada e farlo cercando di non sprecare i soldi per la collettività perseguendo duramente gli abusi.
martedì 14 febbraio 2012
Tutelare il made in Italy nel settore agroalimentare
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 febbraio 2012
L'agroalimentare italiano è sempre più apprezzato nel mondo. L’Italia è il primo Paese per numero di prodotti riconosciuti Dop e Igp a livello europeo (23,3 % del totale), seguito dalla Francia, dalla Spagna e dal Portogallo (rispettivamente con il 19 %, il 14,7 % ed il 12,5 %).
Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, ha affermato che i nostri prodotti tipici e di qualità (240 Dop. Igp e Stg) conquistano ogni anno importanti fette di mercato all'estero, riuscendo a contrastare una concorrenza molto agguerrita. Un esempio su tutti: l'export del vino ha toccato livelli altissimi, con oltre 4 miliardi di euro nel 2011 (l’Italia è il secondo produttore mondiale di vino dopo la Francia). E questo grazie soprattutto all'azione condotta dai nostri produttori che si trovano spesso a operare senza alcun sostegno da parte delle istituzioni preposte.
Politi ha rilevato, inoltre, che nel 2011 l'export agroalimentare è cresciuto soprattutto nei comparti ad alto valore aggiunto e si sono colte così le opportunità che si sono presentate nel complesso panorama del commercio internazionale. Ma non sono tutte rose e fiori.
Tra i problemi più grandi c’è sicuramente quello delle frodi in campo alimentare, una pratica vecchia come il mondo se è vero che già nell’antico Egitto si impiegavano speciali attrezzi per effettuare la bollatura delle carni macellate ed impedire che con esse venissero vendute parti di bestie morte per malattia e che Plinio il Vecchio nel I° secolo d.C. descriveva la falsificazione di prodotti di largo consumo.
Nell’intero comparto la contraffazione è un fenomeno fortemente diffuso che danneggia tutti, produttori e consumatori. Nella relazione sulla contraffazione nel settore agroalimentare (pag. 92-97), approvata il 6 dicembre dello scorso anno dalla commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, sono state elencate le numerose operazioni effettuate dalle nostre forze dell’ordine per contrastare questo fenomeno. E’ ovvio che non siamo certamente all’anno zero nella lotta alle frodi nell’agroalimentare ma si può e si deve fare di più.
In un settore che produce circa 150 miliardi di euro come valore assoluto non potevano di certo mancare i tentacoli della piova criminale. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale): 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale).
E questo, purtroppo, non è il solo problema.
Sempre più spesso, inoltre, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che nulla hanno a che fare con il nostro Paese. Il cosiddetto Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Secondo alcune stime il giro d’affari dell’Italian sounding nel mondo supera i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nell’anno 2009).
Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si riversano indirettamente sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio (3,9 miliardi di euro nel 2009). Sempre secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti, per giungere a un pareggio della bilancia commerciale del settore agroalimentare italiano, ad importazioni invariate, sarebbe sufficiente recuperare quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari dell’Italian sounding.
Il recupero di quote di mercato per un controvalore economico superiore al 6,5%, avrebbe, viceversa, assicurato un surplus della bilancia commerciale, con effetti positivi sul Pil del comparto agroalimentare e dell’intero Sistema paese. Il governo in carica è recentemente intervenuto a sostegno del comparto con una serie di lodevoli interventi inseriti nel cosiddetto decreto liberalizzazioni. Va bene ma non basta. La tutela del nostro settore agroalimentare dai crimini e dall’italian sounding, unità al rafforzamento delle relazioni di filiera, a una maggiore professionalizzazione ed internazionalizzazione delle imprese operanti nel comparto, avrebbe effetti positivi sulla nostra bilancia commerciale e su tutto il nostro sistema Paese.
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 febbraio 2012
L'agroalimentare italiano è sempre più apprezzato nel mondo. L’Italia è il primo Paese per numero di prodotti riconosciuti Dop e Igp a livello europeo (23,3 % del totale), seguito dalla Francia, dalla Spagna e dal Portogallo (rispettivamente con il 19 %, il 14,7 % ed il 12,5 %).
Il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, ha affermato che i nostri prodotti tipici e di qualità (240 Dop. Igp e Stg) conquistano ogni anno importanti fette di mercato all'estero, riuscendo a contrastare una concorrenza molto agguerrita. Un esempio su tutti: l'export del vino ha toccato livelli altissimi, con oltre 4 miliardi di euro nel 2011 (l’Italia è il secondo produttore mondiale di vino dopo la Francia). E questo grazie soprattutto all'azione condotta dai nostri produttori che si trovano spesso a operare senza alcun sostegno da parte delle istituzioni preposte.
Politi ha rilevato, inoltre, che nel 2011 l'export agroalimentare è cresciuto soprattutto nei comparti ad alto valore aggiunto e si sono colte così le opportunità che si sono presentate nel complesso panorama del commercio internazionale. Ma non sono tutte rose e fiori.
Tra i problemi più grandi c’è sicuramente quello delle frodi in campo alimentare, una pratica vecchia come il mondo se è vero che già nell’antico Egitto si impiegavano speciali attrezzi per effettuare la bollatura delle carni macellate ed impedire che con esse venissero vendute parti di bestie morte per malattia e che Plinio il Vecchio nel I° secolo d.C. descriveva la falsificazione di prodotti di largo consumo.
Nell’intero comparto la contraffazione è un fenomeno fortemente diffuso che danneggia tutti, produttori e consumatori. Nella relazione sulla contraffazione nel settore agroalimentare (pag. 92-97), approvata il 6 dicembre dello scorso anno dalla commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, sono state elencate le numerose operazioni effettuate dalle nostre forze dell’ordine per contrastare questo fenomeno. E’ ovvio che non siamo certamente all’anno zero nella lotta alle frodi nell’agroalimentare ma si può e si deve fare di più.
In un settore che produce circa 150 miliardi di euro come valore assoluto non potevano di certo mancare i tentacoli della piova criminale. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti sui crimini agroalimentari in Italia stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale): 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale).
E questo, purtroppo, non è il solo problema.
Sempre più spesso, inoltre, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che nulla hanno a che fare con il nostro Paese. Il cosiddetto Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Secondo alcune stime il giro d’affari dell’Italian sounding nel mondo supera i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nell’anno 2009).
Gli effetti economici diretti dell’Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si riversano indirettamente sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell’ultimo decennio (3,9 miliardi di euro nel 2009). Sempre secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti, per giungere a un pareggio della bilancia commerciale del settore agroalimentare italiano, ad importazioni invariate, sarebbe sufficiente recuperare quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari dell’Italian sounding.
Il recupero di quote di mercato per un controvalore economico superiore al 6,5%, avrebbe, viceversa, assicurato un surplus della bilancia commerciale, con effetti positivi sul Pil del comparto agroalimentare e dell’intero Sistema paese. Il governo in carica è recentemente intervenuto a sostegno del comparto con una serie di lodevoli interventi inseriti nel cosiddetto decreto liberalizzazioni. Va bene ma non basta. La tutela del nostro settore agroalimentare dai crimini e dall’italian sounding, unità al rafforzamento delle relazioni di filiera, a una maggiore professionalizzazione ed internazionalizzazione delle imprese operanti nel comparto, avrebbe effetti positivi sulla nostra bilancia commerciale e su tutto il nostro sistema Paese.
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