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martedì 23 ottobre 2012

I giovani italiani cercano qualsiasi lavoro

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 23 ottobre 2012

In principio fu il defunto ex ministro Tommaso Padoa Schioppa che, nel corso di un’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, esclamò: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Ora è il turno dell’attuale ministro del lavoro, Elsa Fornero, che intervenendo in un dibattito pubblico ha invitato i giovani a «non essere troppo choosey (schizzinosi, ndr)», salvo poi cercare di correggere il tiro aggiungendo che «I giovani italiani oggi sono disposti a prendere qualunque lavoro, tant’è che sono in condizioni di precarietà». «Nel passato - ha aggiunto - quando il mercato del lavoro consentiva cose diverse, qualche volta poteva capitare, ma oggi i giovani italiani non sono nelle condizioni di essere schizzinosi».

Secondo la ricerca sulle giovani generazioni, promossa dallo Ial Nazionale – Innovazione Apprendimento Lavoro, in sinergia con la Cisl, e realizzata dall'Istituto Demopolis, al primo posto, fra le cose importanti della vita, i giovani pongono oggi il lavoro che – per la prima volta – supera con il 91% il primato duraturo della variabile “famiglia” fra le priorità delle nuove generazioni: l’occupazione è ritenuta condizione ineludibile per la progettazione del futuro. Pesa, sempre di più, l’incertezza sull’avvenire: meno di un quarto dei giovani italiani si immagina tra 5 anni con un lavoro stabile e ben retribuito.
Il 78% dei giovani è convinto che nel nostro Paese per entrare nel mondo del lavoro, più che la preparazione, serva soprattutto la rete di relazioni, “conoscere persone che contano”. Non è un caso, quindi, che sempre secondo questa ricerca, quattro giovani su dieci hanno trovato lavoro tramite amici, parenti, conoscenti. Per circa un quinto l'occupazione è frutto di personale dinamismo: assunzione a seguito di autocandidatura. Sotto il 10% si assestano tutti gli strumenti ufficiali di job placement: da selezioni e concorsi, all'evoluzione di stage o tirocinio, alle attività di Agenzie di lavoro e Centri per l'impiego.

Questi dati devono far riflettere soprattutto chi ricopre incarichi di governo come il ministro Fornero. Chi è investito di un ruolo tale da essere in grado di fare qualcosa di concreto in termini di modifica della legislazione corrente, invece di discettare del sesso degli angeli e lasciarsi andare in analisi sociologiche o pronunciare frasi che possono essere facilmente fraintese, dovrebbe:

1- ideare proposte concrete per cambiare lo status quo;

2- aprire un dibattito;

3- prendere una decisione e trasformarla in atto.

In generale, un ministro che, rivolgendosi ai giovani, parla di bamboccioni o schizzinosi, non ha forse capito fino in fondo quale dovrebbe essere il proprio ruolo. Questi termini e questi concetti espressi nel corso di dibattiti pubblici sono più confacenti ai discorsi da bar tra amici che ad altro. In una situazione come quella attuale, dove la crisi ha fatto balzare il tasso di disoccupazione giovanile a cifre improponibili per un paese civile, soprattutto un ministro del lavoro dovrebbe rendersi conto che tra le proprie azioni prioritarie, da esercitare in funzione di personaggio pubblico con un importante incarico di governo sulle spalle, non dovrebbe esserci quello di salire in cattedra e giudicare i comportamenti delle masse.

Sarebbe molto più utile per il bene comune, invece, di fare in modo che, attraverso la propria azione di governo, diminuiscano i giovani italiani che si affidano ad amici e parenti per trovare un lavoro e aumenti il numero di chi passa, invece, attraverso i canali ufficiali. Detto questo, poi, è ovvio che il ministro Fornero non abbia la bacchetta magica e che la sola modifica della legislazione corrente, già di per sé non facile perché ostacolata da forze sociali regressive o interessi parassitari, non può da sola portare benefici in termini occupazionali. Fermo restando, quindi, la difficoltà di cambiare lo status quo in un paese ingessato come l’Italia, se il ministro del lavoro, tra i temi del dibattito pubblico, portasse atti concreti invece che una semplice analisi pseudo - sociologica e spiegasse cosa vuole fare, con relativi tempi e passaggi governativi e/o parlamentari, saremo tutti lieti di ascoltarla ed entrare nel merito della questione.

giovedì 5 aprile 2012

Giovani e lavoro: più diritti e meno assistenza

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 04 aprile 2012

Negli ultimi tempi il dibattito politico si è focalizzato sulle varie ipotesi di riforma del mercato del lavoro. E’ chiaro che quando si tocca un argomento così vasto e complesso, l’attenzione spesso rischia di incentrarsi sugli aspetti che generano maggiore conflitto politico, com’è avvenuto ad esempio in merito alla volontà da parte del governo di riformare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori in materia di licenziamenti individuali.

Tutti i riflettori sono stati puntati su quest’aspetto e poco o niente su altri che, peraltro, non sono certo secondari per la modernizzazione di questo Paese. Uno degli argomenti rimasti nascosti nell’ombra è certamente quello della riforma degli ammortizzatori sociali e cioè di quel complesso di misure e prestazioni a sostegno del reddito dei lavoratori che si trovano nella condizione di disoccupati o sospesi dal lavoro. Sappiamo da qualche tempo oramai, perché ci sono studi, statistiche e ricerche di ogni tipo, e per ognuno il proprio vissuto e la percezione di quello che avviene nella vita di tutti i giorni ad amici, parenti o semplici conoscenti, che i giovani lavoratori italiani siano in genere fuori dalle maglie del sistema di protezione sociale garantito dallo Stato.

Il direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha affermato nel suo intervento nel convegno a Genova ‘La famiglia un pilastro per l'economia del Paese’ che «nel nostro paese nel 2009 il tasso di occupazione è diminuito di 1,2 punti percentuali rispetto a un anno prima; nel 2010 di ulteriori 0,6 punti; nel 2011 ha ristagnato. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali estesi anche a chi ha storie lavorative discontinue, il ruolo della famiglia è divenuto essenziale». Secondo Bankitalia, infatti, «il reddito dei genitori è stato in molti casi l'unico sostegno per i componenti più giovani. Se si distinguono gli occupati in base alla loro posizione all'interno della famiglia, nel luglio del 2011 il tasso di occupazione dei figli conviventi con i propri genitori era inferiore di 5,8 punti percentuali al valore precedente la crisi; quello dei genitori di mezzo punto. Si stima che nella tarda primavera del 2009, nel momento di massimo impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione».

L’ipotesi di riforma in materia di ammortizzatori sociali, proposta dal governo Monti, quindi, doveva tra le altre cose dare ai giovani quelle garanzie che oggi non hanno ed eliminare quegli sprechi di sistema di cui tutti parlano, ma che nessuno tocca. In attesa di leggere il testo che arriverà in Parlamento, al momento possiamo solo analizzare quanto trapelato ufficialmente da Palazzo Chigi. Sappiamo che la riforma si articola su tre pilastri: assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), a carattere universale; tutele in costanza di rapporto di lavoro (Cigo, Cigs, fondi di solidarietà); strumenti di gestione degli esuberi strutturali. Diciamo subito che si tratta di una riforma abbastanza innovativa per il panorama italiano e che le note positive sono il primo e il terzo pilastro perché sono strumenti che vengono incontro alle esigenze reali dei giovani lavoratori che hanno bisogno di diritti universali e non di un sistema fatto di garanzie riconosciute solo ad alcuni. Tuttavia andrebbe rivisto il sistema di protezione dei collaboratori coordinati e continuativi, esclusi dall’ambito di applicazione dell’ASpI. Nelle dichiarazioni del governo, infatti, si fa riferimento al rafforzamento e alla messa a regime del meccanismo una tantum previsto oggi ma resta ancora un mistero quali saranno le coperture economiche di un provvedimento del genere poiché attualmente questa forma di protezione viene concessa, a certe specifiche condizioni, nei limiti delle risorse disponibili e non certo a tutti. Molto meno soddisfacente, invece, è il secondo pilastro in merito alla cassa integrazione perché è vero che il nuovo sistema potrebbe essere in grado di prevenire usi impropri perché le tutele scatterebbero in costanza di rapporto di lavoro, ma è altrettanto noto che lo strumento della cassa integrazione, così com’è, non tutela appieno il lavoratore.
Il sistema dovrebbe mettere al centro della tutela la persona. La politica passiva degli incentivi economici dovrebbe essere sostituita, quindi, da forme attive ossia da strumenti per il ricollocamento come forme di riqualificazione o servizi di ricerca del lavoro.

martedì 28 febbraio 2012

Produrre di più per guadagnare meglio

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 27 febbraio 2012

In Italia gli stipendi sono molto bassi. Secondo il ministro del lavoro, Elsa Fornero, «l'Italia ha il paradosso di stipendi bassi e costo del lavoro alto, per due ragioni. Una è la pressione fiscale, quindi la differenza tra salario netto e lordo che è maggiore rispetto ad altri Paesi. Un'altra è la produttività, che incide sul costo del lavoro per unità di prodotto. Certo, se l'impresa lesina gli investimenti, la produttività perde terreno rispetto ad altri Paesi». L’analisi è giusta.

Il costo del lavoro in Italia è molto alto. Partiamo dal presupposto che la busta paga esprime in termini monetari l'insieme dei rapporti del lavoratore con il datore di lavoro (la paga), con lo Stato (le imposte) e con gli enti previdenziali (i contributi). Il salario lordo è oneroso per le imprese perché le aliquote contributive sono elevate, mentre quello netto non soddisfa le esigenze dei lavoratori perché, nel passaggio dal lordo al netto, la concomitante presenza di alte imposte sul reddito e scarse detrazioni e prestazioni familiari alleggerisce notevolmente il peso della busta paga.

Il costo della protezione sociale è alto, grava molto sia sulle imprese sia sui lavoratori, e i benefici sono troppo sbilanciati sul lato previdenziale (pensioni) e meno su quello assistenziale. Questa situazione non favorisce un’evoluzione virtuosa del mercato perché penalizza tutti coloro che vi operano, in particolare i giovani e le donne che sono storicamente i soggetti più deboli del mercato del lavoro.

L’unico che ci guadagna è lo Stato, anche se si tratta più di una sensazione che di una realtà. L’alta pressione fiscale sul lavoro dipendente, infatti, serve a sopperire in parte ai mancati introiti derivanti dall’elusione e dall’evasione fiscale di una parte degli autonomi che spesso affermano di aggirare la questione tasse proprio perché sono alte. Siamo dinanzi al classico circuito in cui il cane si morde la coda. Le tasse sono alte e penalizzano tutti. Tuttavia non si tratta solo di una questione legata al fisco ma anche alla struttura del nostro sistema di protezione sociale. La nostra Costituzione, all’articolo 38, dispone che «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».

Secondo la nostra Carta Costituzionale, quindi, una piena applicazione del sistema di protezione sociale passa non solo dal lato della previdenza ma anche da quello dell’assistenza. Sarebbe necessario, quindi, far rientrare nell’ambito della discussione sull’aumento dei salari, inteso come abbassamento del cosiddetto lordo e innalzamento del netto, elementi fondamentali come la riduzione delle tasse, la lotta all’evasione e alla elusione fiscale, un aumento delle tutele a favore delle famiglie, dei giovani e delle donne. Il tema è molto complesso e una riforma organica del sistema, attraverso un riequilibrio della bilancia dei costi e dei benefici, non potrà che creare un circuito virtuoso determinando effetti positivi anche per l’occupazione giovanile e femminile.

martedì 7 febbraio 2012

Il posto fisso è un’illusione come il mutuo senza il posto fisso

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 07 febbraio 2012

Negli ultimi giorni si è infiammato il dibattito su alcune dichiarazione rilasciate da autorevoli esponenti del Governo in materia di lavoro giovanile, ma sarebbe opportuno parlare anche di disoccupazione giovanile, viste le non esaltanti statistiche a riguardo nel nostro paese. Ha iniziato il premier Mario Monti («che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare»), ha continuato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, («Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà. Il mondo sta cambiando») e ha concluso, per ora, il ministro del lavoro, Elsa Fornero, («Non si può promettere un posto fisso, chi oggi lo promette promette facili illusioni»). Anni fa era stato lo scomparso ex ministro dell’economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, a dare uno scappellotto ai giovani italiani con la mitica frase sul «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa».

Facciamo il punto della situazione. I giovani italiani, a detta di chi li governa o li ha governati in passato, sono dei bamboccioni da mandare fuori di casa che vogliono il posto fisso vicino ai genitori e che per maturare dovrebbero mettersi in testa, finalmente, che il posto fisso non c’è più e che se c’è è monotono. Guardiamo i freddi numeri. Il numero dei «senza posto fisso» in Italia supera i 2,7 milioni di persone (somma tra i 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e le 385 mila persone con contratto di collaborazione). Il 46,7% dei dipendenti sotto i 25 anni è a termine. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni questo dato si abbassa al 18%, fino ad arrivare all’8% per chi supera i 35 anni (nello specifico 8,3% tra i 35-54 anni e 6,3% tra gli over 55). Tutto questo al netto di situazioni particolari come ad esempio le discusse partite iva con mono-committente, dove di solito si cela un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.

Questi numeri ci dicono due cose: una negativa e cioè che la flessibilità si scarica solo sui giovani, e una positiva, ossia che, con il passare degli anni lavorativi in genere, ma sempre meno spesso, la situazione migliora. E questi sono i dati di chi lavora. L’altro aspetto storicamente negativo del nostro mercato del lavoro è l’alto tasso di disoccupazione degli under 25 (oggi quasi un giovane su tre è senza lavoro). La realtà fotografata dai dati scientifici porta il tema del dibattito, quindi, su tutto un altro piano. I problemi da risolvere non sono certo, o comunque non solo, di carattere culturale, ma sono molto più pratici. Chi, tra i ragazzi e le ragazze di questo paese, pensa ancora di avere la cosiddetta «pappa pronta», o vive una realtà familiare in grado di dargliela o deve ancora fare i conti con la dura realtà. Al di fuori di queste due situazioni, oggi le richieste che arrivano dalla stragrande maggioranza dei giovani italiani sono altre e tra queste non c’è certamente l’avere il cosiddetto «posto fisso» come quello dei loro genitori.

Le rivendicazioni riguardano l’allargamento dei canali di ingresso nel mercato del lavoro, la continuità nello svolgere una attività lavorativa, una certa stabilità e la possibilità di accesso al credito. Chiedere continuità e stabilità non vuol dire sognare il vecchio «posto fisso», ma pretendere un sistema più equo in materia di tutele, riformando l’attuale sistema duale in vigore nel nostro ordinamento e abbattendo il muro di iniquità che separa oggi i giovani, che di tutele ne hanno poche o nulle, e tutti gli altri che, invece, sono super-garantiti. Premessa la difficoltà di trovare un lavoro, tanto per intenderci, è equo un sistema che prevede all’interno dello stesso mercato due tipi di tutele (reale e obbligataria), meccanismi di prestazioni a sostegno del reddito e calcolo della pensione che penalizzano i giovani e l’impossibilità di accedere al credito (mutui o prestiti) per chi non ha il vecchio posto fisso? Per essere concreti: che cosa si vuole fare con l’inutile monolite dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, a detta di numerosi esperti, bloccherebbe molte assunzioni nelle piccole imprese? Lasciarlo così com’è, abolirlo, alzare la soglia, aggirarlo con l’arbitrato? E con le prestazioni a sostegno del reddito che penalizzano i giovani? E come coniugare la continuità nel versamento dei contributi pensionistici previso da un sistema come quello attuale, dove quanto versi tanto avrai, con la mancanza di stabilità? E, ancora, quale soluzione si offre a tutti i giovani che non possono chiedere mutui e prestiti perché non hanno un contratto a tempo indeterminato?

mercoledì 20 aprile 2011

Lavori manuali. Pochi giovani italiani e molti stranieri



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 20 aprile 2011

Secondo una recente indagine del Censis, con 8 milioni e 357 mila addetti nel 2010, il lavoro manuale continua a rappresentare uno dei pilastri del nostro mercato del lavoro, interessando ben il 36,6% degli occupati del Paese. Si tratta di un universo complesso di mestieri, all'interno del quale si trovano artigiani e operai specializzati (4 milioni e 264 mila occupati), addetti agli impianti (1 milione e 798 mila) e lavoratori a bassa o nulla qualificazione (2 milioni e 295 mila). Tra i lavori più diffusi vi sono gli addetti alle pulizie (969.580), muratori, carpentieri e ponteggiatori (705.126), autisti e camionisti (588.262), meccanici, gommisti e carrozzieri (511.636), piastrellisti, idraulici ed elettricisti (472.435), operai agricoli specializzati (354.325).

La ricerca rivela alcuni dati molto interessati sul progressivo abbandono, da parte dei lavoratori italiani, di queste professioni, e sulla conseguente sostituzione con i lavoratori stranieri. Tra il 2005 e il 2010, infatti, a fronte di un crollo del numero dei lavoratori italiani occupati nei lavori manuali (-847 mila, con un decremento dell'11,1%), sono aumentati quelli stranieri (+718 mila, con una crescita dell'84,5%). Il tasso di incidenza degli stranieri in questo tipo di lavoro è passato, negli ultimi cinque anni, dal 10% al 18,8%, raggiungendo quota 52% tra gli addetti ai servizi di pulizia, il 32% tra gli addetti del settore edile, il 30% tra le figure non qualificate che lavorano nel turismo.

Altro rilievo molto interessante: si tratta di mestieri che non attirano i giovani, dato che la presenza degli under 35, sempre tra il 2005 e il 2010, è passata dal 34,3% al 27,6%, mentre, al contrario, è cresciuta quella degli over 45, balzati dal 34,2% al 40,2%.

Il dato ancora più rilevante, in un momento in cui la crisi economica sta riversando i suoi effetti negativi anche sul mercato del lavoro, è che questi mestieri non hanno avuto alcuna flessione. Infatti, secondo le previsioni delle assunzioni delle aziende, il 43,1% di quelle programmate per il 2010 (238 mila nuovi posti di lavoro) avrebbe interessato proprio questo tipo di lavoratori, e in particolare gli addetti ai servizi di pulizia (su 100 previsioni di assunzione, 8 sono destinate a tali figure), muratori (5%), conduttori di camion e macchine (2,6%). E non solo questi lavori non conoscono crisi, ma c'è una seria difficoltà da parte delle aziende a trovare le figure necessarie: sono più di 60 mila, infatti, i posti di lavoro che rischiano di restare vacanti, perché le aziende non trovano persone disposte a svolgere tali lavori o per la scarsa preparazione di quelle individuate. Circa 36 mila riguardano operai specializzati, e in particolare muratori in pietra (6.505 posti), meccanici (3.596), elettricisti (3.408), idraulici (2.469), meccanici e montatori di macchinari (2.330); altri 15 mila i conduttori di impianti, soprattutto camionisti (2.753) e conduttori di macchine per il movimento terra (1.769); e 9 mila lavori non qualificati, tra cui soprattutto personale per le pulizie (4.596).

Questo vuol dire che molti stranieri stanno occupando posti di lavoro che i giovani italiani rifiutano di coprire, nonostante uno sbandierato tasso di disoccupazione, nella fascia tra i 15 e i 24 anni, intorno al 30%. Eppure molti giovani, magari tutti quelli che vivacchiano senza successo nelle nostre università, sia per lo scarso appeal del lavoro manuale sia per l'inadeguata preparazione, non vogliono o non riescono a cogliere queste opportunità. Senza arrivare a scomodare Don Bosco, che parlava di ragazzi che hanno l'intelligenza nelle mani, molti giovani dovrebbero capire che oggi un operaio specializzato, un elettricista, un idraulico guadagna molto di più di un operatore di call center o di un impiegato, e che lasciarsi sfuggire certe opportunità, magari continuando a rimanere parcheggiati a tempo indeterminato in qualche ateneo, significa non guardare in faccia la realtà e rimandare l'obiettivo della tanto sospirata indipendenza economica.

L'altra faccia della medaglia di questa situazione è la mancanza di un sistema formativo adeguato, che calibri le conoscenze e i saperi con le reali richieste del mercato. Questo è un problema cui si dovrà porre rimedio il prima possibile, perché il cosiddetto disallineamento tra domanda e offerta di lavoro è un lusso che, soprattutto di questi tempi, non possiamo davvero più permetterci.

FONTE

mercoledì 2 giugno 2010

Giovani, mercato del lavoro e welfare state


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 31 maggio 2010

«La crisi ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro». E' l'allarme che giunge dal Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, nel corso delle considerazioni finali pronunciate nell'assemblea annuale dell'istituto. «Nella fascia di età tra 20 e 34 anni la disoccupazione ha raggiunto il 13% nella media del 2009. La riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati tra i giovani è stata quasi sette volte quella osservata fra i più anziani. Hanno pesato - ha spiegato Draghi- sia la maggiore diffusione fra i giovani dei contratti di lavoro a termine sia la contrazione delle nuove assunzioni, del 20%». «Da tempo vanno ampliandosi in Italia - ha proseguito Draghi- le differenze di condizione lavorativa tra le nuove generazioni e quelle che le hanno precedute, a sfavore delle prime. I salari di ingresso in termini reali ristagnano da quindici anni».

A questi dati bisogna aggiungere quelli forniti da ultimo dall'Istat e dall'Ocse. Secondo il Rapporto annuale 2009 dell'istituito nazionale di statistica, il mondo giovanile in Italia resta il più penalizzato dal punto di vista del lavoro: lo scorso anno il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4%) è più del triplo di quello totale (7,8%) e più elevato di quello europeo (19,8%). Il tasso di occupazione è sceso in un solo anno al 44% (dal 47,7% del 2008). Come nel 2008, il tasso di disoccupazione italiano è inferiore a quello dell'Ue (7,8 contro 8,9%), ma ha spiegato l'Istat, si associa tuttavia a un tasso di inattività più alto e in crescita (37,6contro 28,9%). La crisi per i giovani sotto i 29 anni ha significato, solo nel 2009, 300.000 posti in meno rispetto al 2008, un crollo di oltre tre punti percentuali. Anno nero in particolare per i figli che ancora vivono a casa con la famiglia, «salvati» proprio dalla protezione familiare. Anche questo trend, tradizionale in Italia, potrebbe però peggiorare: molti capifamiglia hanno mantenuto un livello economico decente solo grazie alla Cassa integrazione, che ovviamente è a termine. In ogni caso, a tenere a galla le famiglie italiane è il basso indebitamento, un fenomeno di lunga durata che rende la ricchezza finanziaria netta delle famiglie ben più grande (circa il doppio) del Pil. Proprio la solidità delle famiglie italiane, rileva l'Istat, ha attutito gli effetti della crisi garantendo la tenuta del paese.
Secondo l'Economic Outlook dell'Ocse, la recessione in Italia «è finita a metà del 2009», ma «la ripresa secondo le previsioni procederà a passo lento nel complesso del 2010, rinforzandosi un po' nel 2011». Restano timori però soprattutto sul fronte della disoccupazione che nel 2011 continuerà a crescere.
Insomma in Italia, la crisi economica, che sta dispiegando i suoi effetti negativi in campo occupazionale in tutto il mondo, colpisce soprattutto i giovani a causa della contrazione delle nuove assunzioni e alla diffusione dei contratti a termine. Va aggiunto, però, che senza quei tipi di contratti molti giovani o resterebbero a casa o lavorerebbero in nero. Al netto delle speculazioni ideologiche sul tema, la strada da seguire, per rispondere al meglio alle ripercussioni negative imposte dalla crisi mondiale, sarebbe quella di partire da quanto già fatto (istituzione della cassa integrazione in deroga) per arrivare a offrire una copertura sociale anche a tutti quei giovani che oggi ne sono sprovvisti. Questo significherebbe rivedere la nostra spesa sociale, bilanciando l'attuale sistema degli ammortizzatori sociali a favore della componente giovanile della forza lavoro, magari intaccando un po' di privilegi di qualche burosauro. E' ovvio che quando si mette mano in questo mare magnum, non aumentando la spesa pubblica ma ridefinendo alcuni meccanismi, c'è sempre qualcuno che si arrabbia; tuttavia varrebbe la pena correre questo rischio per dare una giusta copertura sociale, laddove ne siano sprovvisti, ai tanti giovani che si impegnano quotidianamente nel proprio lavoro con passione e dedizione.
Non è più concepibile che l'ammortizzatore sociale per eccellenza delle nuove generazioni debba essere il reddito della propria famiglia. Il rischio è di mandare definitivamente in soffitta tutte le buone parole e le ottime intenzioni che da decenni si ascoltano sull'attivazione dell'ascensore sociale. «Credo nelle idee che diventano azioni», diceva Ezra Pound. Sarebbe davvero un incubo insopportabile vivere in una società in cui le appartenenze familiari sono il più efficace mezzo per collocarsi nel mercato del lavoro e, al contempo, il principale ammortizzatore sociale.

mercoledì 21 maggio 2008

Le nuove generazioni di immigrati



di Antonio Maglietta - 21 maggio 2008

Secondo Stefano Molina e Maurizio Ambrosiani, autori del libro Seconde generazioni. Un'introduzione al futuro dell'immigrazione in Italia (2004), i bambini e i ragazzi nati qui da stranieri o arrivati quando erano molto piccoli sono circa 400.000, con la previsione di arrivare ad un milione nell'arco di 10 anni. Le seconde generazioni nate dall'immigrazione sono in Italia prevalentemente composte da giovani e giovanissimi. Una fascia di età libera da sedimentazioni culturali e, quindi, almeno in linea teorica, priva di quei preconcetti che rendono ancora più duro l'adattamento ad una realtà diversa da quella a cui si era abituati. Il passaggio all'età adulta, unita alla scolarizzazione, accrescerà la loro rilevanza sul piano sociale, culturale, economico e, quindi, gioco-forza anche su quello politico. Sono necessariamente destinati a divenire parte integrante dei processi di crescita e sviluppo della nazione. Sono i figli delle ondate migratorie che hanno interessato il nostro Paese, soprattutto dall'inizio degli anni '90, e che oggi si trovano ad affrontare una quotidianità bicefala, dove nelle case si vive secondo gli usi dei luoghi di provenienza dei padri e fuori all'italiana. Vecchie e nuove appartenenze che si incontrano e scontrano e dove spesso a farla da padrone è l'incertezza e l'inquietudine, nel tentativo cosciente o meno di cercare una propria dimensione identitaria all'interno di questi mondi che spesso sono molto distanti tra loro.

Nel libro Prove di seconde generazioni. Giovani di origine immigrata tra scuole e spazi urbani (2006), l'autore Queirolo Palmas pone l'accento sull'autonomia espressa dai giovani immigrati, rispetto ai percorsi seguiti dai padri, nella scuola, nella strada, nello stile, nell'estetica del vestiario, nel linguaggio e, quindi, in generale nel modello di integrazione. In Pecore nere. Racconti (2005), a cura di Flavia Capitani e Emanuele Coen, si narrano otto storie di vita vissuta di figlie di immigrati, nate o cresciute in Italia, dove le protagoniste raccontano della loro identità divisa tra vecchie e nuove appartenenze. I loro percorsi integrativi, per diverse ragioni, non potranno che essere diversi rispetto a quelli seguiti dai genitori. Infatti per chi viene già adulto nel nostro Paese i problemi sono di natura essenzialmente pratica e relativi a questioni legate al lavoro, alla vita domestica, all'uso dei servizi sociali e degli spazi urbani (vedi Sciortino G., Colombo A., Stranieri in Italia. Un'immigrazione normale, 2003).

Per i giovani immigrati i problemi sono altri e riguardano più specificatamente la loro identità. I dubbi sono innanzitutto sul «chi sono» e non essenzialmente sul «come vivere la quotidianità». C'è dunque bisogno di altri schemi interpretativi dell'immigrazione che non ripropongano vecchi strumenti di integrazione e vetuste formule di accettazione del diverso ma percorsi e strumenti innovativi. In Appartenenze multiple. L'esperienza dell'immigrazione nelle nuove generazioni (2006), Valtolina e Marazzi sottolineano come l'affacciarsi nella società delle seconde generazioni di immigrati segna un duplice momento cruciale per una nazione: quello di capire quali possono essere le giuste modalità per gestire in maniera equilibrata i rapporti interetnici e se gli strumenti a disposizione per l'integrazione degli stranieri sono quelli idonei a risolvere eventuali problemi. In quest'ottica diventa fondamentale capire il ruolo della scuola e degli enti locali, che sono indubbiamente i luoghi istituzionali attraverso i quali deve necessariamente passare qualsiasi azione in materia di integrazione dei giovani stranieri. Un interessante libro di qualche anno fa, Come un pesce fuor d'acqua. Il disagio nascosto dei bambini e dei ragazzi immigrati (2002), segnalava l'importanza dell'educatore, sia dal punto di vista didattico che umano, nel capire i sentimenti e i segnali delle sofferenze piccole e grandi dei giovani stranieri, ognuno con il proprio disorientamento, con le proprie scoperte, illusioni, speranze, timori e sogni.

Ma il luogo fisico dello sviluppo di una propria identità culturale non può essere solo la scuola, spesso appesantita da tante responsabilità che rendono inefficace qualsiasi sua azione. Anche le strade e i quartieri delle nostre città sono molto importanti perché le cittadelle identitarie, che sorgono all'interno delle metropoli, dove spesso vivono concentrate la maggior parte delle persone della stessa nazionalità (la più famosa è la chinatown), rischiano di essere un ostacolo all'integrazione dei giovani stranieri, come dimostra il fallimento delle politiche sull'immigrazione dei maggiori paesi occidentali in cui questo fenomeno ha assunto rilevanza. A riguardo diventa fondamentale l'azione degli enti locali sul fronte del rispetto delle regole in modo da dare comunque il segnale che quelle strade e quei palazzi non sono l'ambasciata del paese di origine ma territorio nazionale del paese ospitante.

Secondo l'Enciclopedia Treccani, con la parola integrazione si intende in senso generico il fatto di integrare, di rendere intero, pieno, perfetto ciò che è incompleto o insufficiente a un determinato scopo, aggiungendo quanto è necessario o supplendo al difetto con mezzi opportuni. Ecco allora che il nostro compito è innanzitutto quello di capire quale è lo scopo delle nostre azioni in materia e se i mezzi a disposizione sono idonei a raggiungerlo. Allora qui il la questione non è quella di ridurre i tempi per l'acquisizione della cittadinanza o di introdurre lo ius soli nel nostro ordineamento (diritto di diventare cittadini per il solo fatto di essere nati in Italia), perché un giovane si sente cittadino del paese in cui vive solo se la permanenza su quel territorio è stanziale e continuativa e non per il solo fatto di esserci nato per poi magari vivere per il resto della propria vita in un altro paese. Il dato da introdurre nel tema è quello, invece, di dare centralità alla scuola e agli enti locali nella gestione dei processi integrativi. Le nuove generazioni di immigrati possono essere una risorsa per la crescita del paese solo se tutti insieme, istituzioni, noi giovani cittadini italiani e loro giovani futuri cittadini italiani, sapremo cogliere questa opportunità.

Antonio Maglietta

sabato 15 dicembre 2007

Tutti scontenti di Prodi


di Antonio Maglietta - 15 dicembre 2007
Lancia un duro j'accuse contro l'Italia Carla Del Ponte, lasciando l'incarico di procuratore generale al Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia: l'Italia è colpevole di «non volersi occupare dei grandi latitanti» ed è diventata «delfino della candidatura della Serbia all'ingresso in Europa». Dalle colonne di Repubblica il magistrato, che dal 1999 ha fatto della caccia ai grandi criminali di guerra la sua missione, chiama in causa il premier Romano Prodi ed il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Della posizione del ministro degli Esteri, non si dice stupita perchè «è sempre stato piuttosto filo-serbo», mentre si dichiara «esterrefatta» per il comportamento di Prodi. «Uno che - ricorda - è stato presidente della Commissione europea e conosce alla perfezione quanto sia importante l'aiuto dell'Ue per l'arresto dei grandi latitanti». «Mi ha addirittura evitata», racconta il giudice svizzero che ripercorre i tentativi falliti di parlare al telefono con il Presidente del Consiglio. «Per un anno ho cercato di incontrarlo, ma senza successo. A ottobre l'ultimo tentativo».Per il procuratore dell'Aja, Prodi non aveva neppure pochi minuti. «Era chiaro che non voleva occuparsi dei miei latitanti e si era già schierato con la Serbia».
Ma se in Europa Prodi riceve uno schiaffone sul versante della politica estera, ecco che dall'altra parte dell'oceano il prestigioso New York Times ne molla uno ancora più sonoro sullo stato di salute complessivo del Belpaese. L'Italia sembra non amarsi più scrive il NYT. La parola d'ordine è "malessere" e gli italiani, nonostante abbiano inventato l'arte di vivere, in un recente sondaggio affermano di essere il popolo meno felice dell'Europa occidentale. L'Italia ha tracciato il proprio modo di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi con una politica frammentata, la mancanza di crescita, la criminalità organizzata e un debole senso dello Stato. Ora la frustrazione sta crescendo perchè queste vecchie debolezze non migliorano, mentre il mondo sorpassa il paese. Il modo di vivere poco tecnologico degli italiani può essere interessante per i turisti, ma l'utilizzo di Internet è tra i più bassi in Europa, così come gli investimenti esteri e la crescita. Le pensioni, il debito pubblico e i costi del governo, invece, sono tra i più elevati del vecchio continente. Le ultime analisi mostrano una nazione più vecchia e più povera e quelli che erano i punti di forza stanno diventando una debolezza. Il piccolo commercio, le aziende a conduzione familiare si trovano a combattere contro la globalizzazione e in particolare con la competitività della Cina. I debiti colpiscono le famiglie: il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora a casa condannando i giovani a un'adolescenza estesa e improduttiva. La maggioranza dei più bravi lascia il paese.
Ma se dall'estero arrivano solo bocciature, la situazione vista dall'interno non è migliore. Tutte le categorie professionali sono sul piede di guerra, gli scioperi si susseguono ad un ritmo impressionante nonostante che i sindacati confederali abbiano sacrificato il loro animo belligerante alla logica sempre più evidente del «governo amico». Neanche sugli incrementi salariali degli statali e la sanatoria dei precari del pubblico impiego, asse portante della commistione di interessi governo-sindacati, Prodi è riuscito a dare seguito alle promesse fatte: i primi restano solo un miraggio; la sanatoria, invece, è un grande bluff perché non ci sono i soldi per finanziarla a livello centrale. Si respira un'aria di sconforto e rassegnazione soprattutto nelle giovani generazioni che non riescono a vedere la luce alla fine del tunnel. Neanche il criterio del merito, unico appiglio per emergere al di fuori delle clientele, così profondamente mortificato dalle scelte di questo governo, sembra essere la strada giusta per emergere nella società italiana. Gli esempi sono tanti: penalizzazione dei giovani vincitori di concorso nella pubblica amministrazione che continuano ad essere assunti con il contagocce e, peggio ancora, scavalcati dalle progressioni interne del personale di ruolo, il tutto con l'avallo dei sindacati confederali; tagli al settore della ricerca che penalizzano i progetti dei giovani ricercatori a discapito dei «baroni universitari»; sistema ingessato nelle libere professioni che reprime ambizioni e sogni dei giovani professionisti; e si potrebbe continuare all'infinito. Insomma, sia all'estero che in Italia sono tutti scontenti di Prodi. Qualcuno dice che siamo alla frutta: speriamo, però, che almeno non ci vada di traverso.

Antonio Maglietta

giovedì 30 agosto 2007

Il Mezzogiorno è vivo


di Antonio Maglietta - 30 agosto 2007


Nel Mezzogiorno il 25% dei laureati meridionali a tre anni dal termine degli studi trova lavoro con canali «informali», contro il 12% dei colleghi che si sono trasferiti al Nord. E nonostante la conquista del titolo di studio, la mobilità sociale resta scarsa: nel periodo in esame, sul totale degli occupati, il 72% al Sud non hanno modificato il proprio status, contro il 61% del Centro-Nord. Lo rilevano le anticipazioni di uno studio di Margherita Scarlato che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno). Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel 2004 (ultimi dati disponibili) è stato forte anche il numero di coloro che sono ricorsi ai concorsi pubblici (15%), mentre trovare lavoro con il collocamento pubblico e privato è servito solo a un'estrema minoranza: rispettivamente 1,7 e 2,3%.
Nel Sud, infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perchè ricca ma pure perchè inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso. «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita». Lo dimostra il fatto che i giovani meridionali nel Centro-Nord ottengono spesso condizioni contrattuali peggiori di quelle conseguite da coloro che restano nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano al Centro-Nord, a tre anni dalla laurea, sono impiegati con un contratto a tempo determinato e lo 0,9% lavora senza contratto a fronte del 41,7% e dello 0,3% dei laureati e occupati nel Mezzogiorno. A livello regionale, i laureati meridionali più fortunati abitano in Sardegna, con il 64% degli occupati che nel 2004 avevano studiato e trovato lavoro in regione, a fronte di una media (riferita sempre al Mezzogiorno) del 53,6%. I più sfortunati in Molise, con solo il 39,9% degli occupati. I meridionali laureati al Centro-Nord presentano tassi di occupazione assai elevati, con un minimo del 69,1% in Calabria e un massimo dell'83,9% in Abruzzo e Sicilia.
Insomma, si tratta di uno studio (attendiamo comunque la pubblicazione integrale) con nuove luci e vecchie ombre (l'alta incidenza del collocamento formato «spintarella»). Parliamo delle nuove luci. L'incidenza del lavoro nero sul totale dei giovani occupati neolaureati del Sud è pari allo 0,9% al Nord ed allo 0,3% nel Mezzogiorno. Insomma un'inezia. Questo significa, inoltre, che la stragrande maggioranza del «lavoro nero», piaga sociale endemica del mondo del lavoro italiano in generale, si concentra pressoché totalmente nei lavori poco qualificati o, in ogni caso, riguarda i lavoratori senza laurea e quindi con un minor potere contrattuale.
Altro dato che vale la pena di sottolineare con forza, forse il più importante, è che finalmente si parla di qualità del lavoro dei giovani del Sud e non di disoccupazione. Meglio un contratto a termine di un lavoro nero o, peggio ancora, della disoccupazione. Queste due ultime realtà sono i veri elementi di precarietà della realtà giovanile. Inoltre, se al primo impiego è alta l'incidenza del lavoro atipico, diversi studi, anche specifici sui neolaureati come quello del IX Rapporto AlmaLaurea («a cinque anni dalla laurea sono stabili 31 laureati su cento nel pubblico contro 72 nel privato»), ci dicono che la stabilità non è una chimera. Insomma, i primi dati trapelati sullo studio condotto dalla Svimez ci dicono che il Sud è vivo e vegeto e non ha bisogno dell'assistenzialismo statale che tanti danni ha fatto in passato.
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