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martedì 23 ottobre 2012

I giovani italiani cercano qualsiasi lavoro

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 23 ottobre 2012

In principio fu il defunto ex ministro Tommaso Padoa Schioppa che, nel corso di un’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, esclamò: «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa». Ora è il turno dell’attuale ministro del lavoro, Elsa Fornero, che intervenendo in un dibattito pubblico ha invitato i giovani a «non essere troppo choosey (schizzinosi, ndr)», salvo poi cercare di correggere il tiro aggiungendo che «I giovani italiani oggi sono disposti a prendere qualunque lavoro, tant’è che sono in condizioni di precarietà». «Nel passato - ha aggiunto - quando il mercato del lavoro consentiva cose diverse, qualche volta poteva capitare, ma oggi i giovani italiani non sono nelle condizioni di essere schizzinosi».

Secondo la ricerca sulle giovani generazioni, promossa dallo Ial Nazionale – Innovazione Apprendimento Lavoro, in sinergia con la Cisl, e realizzata dall'Istituto Demopolis, al primo posto, fra le cose importanti della vita, i giovani pongono oggi il lavoro che – per la prima volta – supera con il 91% il primato duraturo della variabile “famiglia” fra le priorità delle nuove generazioni: l’occupazione è ritenuta condizione ineludibile per la progettazione del futuro. Pesa, sempre di più, l’incertezza sull’avvenire: meno di un quarto dei giovani italiani si immagina tra 5 anni con un lavoro stabile e ben retribuito.
Il 78% dei giovani è convinto che nel nostro Paese per entrare nel mondo del lavoro, più che la preparazione, serva soprattutto la rete di relazioni, “conoscere persone che contano”. Non è un caso, quindi, che sempre secondo questa ricerca, quattro giovani su dieci hanno trovato lavoro tramite amici, parenti, conoscenti. Per circa un quinto l'occupazione è frutto di personale dinamismo: assunzione a seguito di autocandidatura. Sotto il 10% si assestano tutti gli strumenti ufficiali di job placement: da selezioni e concorsi, all'evoluzione di stage o tirocinio, alle attività di Agenzie di lavoro e Centri per l'impiego.

Questi dati devono far riflettere soprattutto chi ricopre incarichi di governo come il ministro Fornero. Chi è investito di un ruolo tale da essere in grado di fare qualcosa di concreto in termini di modifica della legislazione corrente, invece di discettare del sesso degli angeli e lasciarsi andare in analisi sociologiche o pronunciare frasi che possono essere facilmente fraintese, dovrebbe:

1- ideare proposte concrete per cambiare lo status quo;

2- aprire un dibattito;

3- prendere una decisione e trasformarla in atto.

In generale, un ministro che, rivolgendosi ai giovani, parla di bamboccioni o schizzinosi, non ha forse capito fino in fondo quale dovrebbe essere il proprio ruolo. Questi termini e questi concetti espressi nel corso di dibattiti pubblici sono più confacenti ai discorsi da bar tra amici che ad altro. In una situazione come quella attuale, dove la crisi ha fatto balzare il tasso di disoccupazione giovanile a cifre improponibili per un paese civile, soprattutto un ministro del lavoro dovrebbe rendersi conto che tra le proprie azioni prioritarie, da esercitare in funzione di personaggio pubblico con un importante incarico di governo sulle spalle, non dovrebbe esserci quello di salire in cattedra e giudicare i comportamenti delle masse.

Sarebbe molto più utile per il bene comune, invece, di fare in modo che, attraverso la propria azione di governo, diminuiscano i giovani italiani che si affidano ad amici e parenti per trovare un lavoro e aumenti il numero di chi passa, invece, attraverso i canali ufficiali. Detto questo, poi, è ovvio che il ministro Fornero non abbia la bacchetta magica e che la sola modifica della legislazione corrente, già di per sé non facile perché ostacolata da forze sociali regressive o interessi parassitari, non può da sola portare benefici in termini occupazionali. Fermo restando, quindi, la difficoltà di cambiare lo status quo in un paese ingessato come l’Italia, se il ministro del lavoro, tra i temi del dibattito pubblico, portasse atti concreti invece che una semplice analisi pseudo - sociologica e spiegasse cosa vuole fare, con relativi tempi e passaggi governativi e/o parlamentari, saremo tutti lieti di ascoltarla ed entrare nel merito della questione.

martedì 2 ottobre 2012

L'occupazione diminuisce non solo a causa della crisi

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 02 ottobre 2012


Gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro in Italia ci dicono che ad agosto 2012 gli occupati erano 22.934 mila, in calo dello 0,3% sia su base mensile rispetto a luglio 2012 che su base annua rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in diminuzione 0,2 punti percentuali sia nel confronto congiunturale sia in quello tendenziale. Il numero dei disoccupati, pari a 2.744 mila, diminuisce dello 0,3% rispetto a luglio (-9 mila unità). Su base annua si registra una crescita pari al 30,4% (640 mila unità). Il tasso di disoccupazione è pari al 10,7%, stabile rispetto a luglio e in aumento di 2,3 punti percentuali nei dodici mesi.
Il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia di età tra i 15 ei 24 anni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 34,5%, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano dello 0,6% (92 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, con un aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e una diminuzione di 1,3 punti percentuali su base annua.
Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, la disoccupazione nell'eurozona ha raggiunto ad agosto il nuovo record dell'11,4%, il più alto dalla creazione della moneta unica. Ai massimi livelli anche il tasso nell'Ue a 27 Paesi, al 10,5%​. I numeri ci dicono, quindi, che in Italia e in Europa il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e che le fasce più colpite, come al solito, sono i giovani e le donne.

E’ tutta colpa della crisi economica? Partiamo dal presupposto che la crisi economica ha certamente riversato i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro. Ma se ci limitiamo a dare tutta la colpa a questo, forse perderemmo di vista altri fattori molto importanti legati al sistema italiano e alla governance europea. Tra gli elementi negativi del sistema italiano che certamente non favoriscono la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione ci sono: il carico fiscale sempre più elevato, contratti d'ingresso rigidi per i giovani, mancata tutela della donna nel mercato del lavoro, una burocrazia invasiva che danneggia il sistema delle imprese. Sono tutte cose che sappiamo benissimo ma che per vari motivi non riusciamo come sistema paese ad affrontare in modo deciso. Non c’è solo una questione di decisioni politiche mancate o sbagliate ma anche di mentalità corporativa che attanaglia e imbriglia il nostro Paese e che ha prodotto danni di egual misura e per certi versi anche superiori a quelli della politica.
Il nostro sistema è prigioniero dei sistemi corporativi che trovano la loro espressione nei vetusti ordini professionali, nel sistema farraginoso del rilascio di alcune licenze, nel sistema bancario che chiude i rubinetti dei mutui e dei prestiti per dedicarsi ad altro, nel capitalismo italico in genere di stampo prettamente familiare, famelico di soldi pubblici e poco propenso al rischio. Ogni giorno questo sistema, parallelo alla politica, si inventa nuovi balzelli per ostacolare l’ingresso di giovani e meno giovani nel mondo del lavoro, per non concedere prestiti e ammazzare anche le aziende tendenzialmente sane, e prendere soldi a scrocco dallo Stato sotto varie forme che, invece, potrebbero servire per fare tante altre cose meritevoli.
Se vogliamo davvero aiutare le nuove generazioni a trovare lavoro allora dobbiamo allargare le porte d’ingresso nel mercato, eliminare le rendite di posizione agevolando la concorrenza, facilitare l’accesso al credito. Senza questi provvedimenti non andremo da nessuna parte se non dritti nel baratro.

Per quanto riguarda i problemi europei, invece, è innegabile che la recessione in cui ci siamo impantanati è anche colpa degli orientamenti e delle priorità politiche generali dell'UE dettate dalla Banca centrale europea nelle gestioni precedenti all’era Draghi, nella totale assenza di un vero organismo politico comunitario in grado di assumere le decisioni fondamentali. Sulla carta questo ruolo spetterebbe al Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri, dal presidente della Commissione e dal Presidente del Consiglio europeo stesso, ma il fatto stesso che le iniziative più delicate siano prese nel corso di vertici bilaterali a geometria variabile tra i capi di governo di Germania, Francia e Italia la dice lunga sul ruolo effettivo svolto da quest’organismo. Non è ovviamente solo una questione di forma ma anche e soprattutto di contenuto perché tutte le decisioni politiche all’insegna di una miope austerità imposte dalla Germania non hanno fatto altro che aggravare la crisi e, di conseguenza, peggiorare la situazione nel mercato del lavoro.
L’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, ha avuto il merito di avere calmierato in parte il mercato delle vacche dello spread con gli strumenti a disposizione e le sue scelte lungimiranti e non certo facili. Questo significa che la Bce non è certo il male assoluto ma un organismo che può lavorare bene o male. Resta di tutta evidenza, tuttavia, che non può essere certo la Bce o la sola Germania a dare la linea a tutti gli altri sia perché meccanismi decisionali di questo tipo mal si conciliano con l’idea stessa di democrazia sia perché le politiche di austerità non sono in grado di creare posti di lavoro e che ogni momento è buono per iniziare a creare le condizioni per una ripresa economica e intervenire per diminuire il tasso di disoccupazione.

giovedì 12 aprile 2012

Serve una vera riforma del mercato del lavoro

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 aprile 2012

La bozza di riforma del mercato del lavoro proposta dal governo Monti, trasmessa nei giorni scorsi al Senato per l’inizio dell’iter parlamentare, oltre che sul tavolo istituzionale dei componenti della commissione lavoro di Palazzo Madama, sta passando anche su altri tavoli (extraparlamentari), ed è oggetto di frenetiche trattative tra lo stesso governo, le parti sociali e i partiti.

Tutti hanno una richiesta da fare e nessuno, almeno al momento, è disposto a fare un passo indietro. Per capire bene qual è la situazione e quale potrebbe essere lo sbocco di queste trattative, bisogna analizzare la posizione dei soggetti in campo: governo, sindacati, confindustria, partiti. Il governo, cui va comunque dato atto di aver definito una bozza di riforma abbastanza innovativa su un tema non certo facile come quello della riforma del mercato del lavoro, ha già fatto un mezzo passo indietro sui licenziamenti individuali per motivi economici, laddove ha reintrodotto la possibilità per il giudice, a certe condizioni, di disporre il reintegro del lavoratore. A tutto questo, va aggiunta la questione fondamentale della flessibilità in entrata poiché il testo arrivato al Senato è fortemente carente su questo punto. I sindacati, da parte loro, scenderanno in piazza venerdì 13 per denunciare la questione degli esodati e per chiedere una soluzione sulle ricongiunzioni onerose. La Cgil, inoltre, ha evidenziato anche il problema della modifica della normativa sui licenziamenti individuali.

In pratica il mezzo passo indietro del Governo non gli sta bene e chiede il ripristino integrale della vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini ha già posto dei paletti ben precisi a tal riguardo e, ammonendo senza mezzi termini la Camusso, ha già dichiarato che sull’articolo 18 la Fiom farà da sola nel caso in cui la Cgil dovesse piegarsi. La Fiom non ha intenzione di fermarsi, ha detto Landini, aggiungendo che servono tutte le iniziative, compreso lo sciopero generale, e che non si esclude alcuno strumento per ripristinare l'articolo 18, compreso il referendum.

La Confindustria, come dimostrano le uscite pubbliche del presidente Emma Marcegaglia, ha mosso ampie critiche al governo sul tema della poca flessibilità in entrata e sul passo indietro in materia di licenziamenti individuali per motivi economici. In pratica è stato fatto presente all’esecutivo che un mercato del lavoro poco flessibile sia in entrata sia in uscita, anche alla luce dell’eccessiva burocratizzazione del sistema italiano e di una congiuntura economica internazionale non certo favorevole, non avrebbe certamente effetti positivi sul sistema occupazionale nazionale. I numeri forniti dall’Istat sono chiari e, come dimostrano, sia i dati congiunturali sia quelli tendenziali, il tasso di disoccupazione è in costante e preoccupante aumento.

La pozione dei partiti maggiori, Pdl e Pd, merita un discorso a parte. Bersani ha il problema di mantenere i rapporti integri con la Cgil e, fatti alla mano, ha dimostrato che non ha alcuna intenzione di recidere il filo rosso che lega il suo partito al sindacato guidato da Susanna Camusso. Il problema è che se la Cgil decidesse di cavalcare le idee regrediste che arrivano dalla pancia del movimento (Fiom su tutte), in materia di licenziamenti e di flessibilità in entrata, si scatenerebbe un effetto domino che paralizzerebbe il Pd e porrebbe seri problemi al percorso parlamentare della riforma del mercato del lavoro.

Angelino Alfano, invece, ha scelto responsabilmente la strada del dialogo con tutti quelli che hanno a cuore la modernizzazione di questo Paese e sta definendo un pacchetto di modifiche da portare in Parlamento. L’obiettivo dichiarato dal segretario del Pdl è quello di migliorare il provvedimento del governo soprattutto sul tema delle assunzioni, agevolando la flessibilità in entrata, in modo da perseguire politiche che contrastino in modo efficace il problema dell’aumento del tasso di disoccupazione, con particolare riguardo a quello dei giovani, e dei bassi livelli di occupazione delle donne (i due elementi storicamente negativi del mercato italiano). Alla luce di quanto detto, quindi, il percorso parlamentare del provvedimento relativo alla riforma del mercato del lavoro rischia di essere abbastanza accidentato. Le varianti sono essenzialmente tre e sono tutte importanti: la volontà del Governo di rischiare una sorta di passaggio sotto le forche caudine nel caso arrivassero proposte di modifica irricevibili (come quelle della Fiom); l’effetto domino derivante dall’esito del confronto interno alla Cgil tra Susanna Camusso e Maurizio Landini; un possibile accordo in Parlamento su alcune modifiche qualificanti proposte dal Pdl per modernizzare il mercato del lavoro sul tema delle assunzioni e il contrasto al fenomeno della disoccupazione.

martedì 27 settembre 2011

Ilo e Ocse indicano la strategie contro la disoccupazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 27 settembre 2011

Secondo l'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) e l'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), la crisi economica ha bruciato più di 20 milioni di posti di lavoro nei Paesi del G20 e, se persisterà il ritmo di bassa crescita dell'occupazione come in molti di essi, sarà impossibile nel breve periodo recuperare il gap accumulato. L'occupazione dovrebbe crescere almeno dell'1,3% l'anno perché si possa tornare al tasso pre-crisi nel 2015. Se così fosse, si creerebbero circa 21 milioni di posti aggiuntivi per anno, tali da assorbire la disoccupazione accumulata dal 2008 e l'aumento dell'età lavorativa.

Nel mondo ci sono duecento milioni di persone senza lavoro, un dato vicino al picco raggiunto nel periodo della Grande depressione del 1929, e la persistente crisi dell'occupazione si sta traducendo in un cambiamento strutturale caratterizzato da una sempre più alta e crescente disoccupazione giovanile e di lungo-termine. Il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, e il direttore generale dell'Ilo, Juan Somavia, alla luce di questi dati, hanno lanciano un appello all'attuale presidenza francese del G20 affinché ponga l'occupazione e la tutela sociale al centro delle discussioni politiche globali, insistendo sulla cruciale importanza di fare della creazione di posti di lavoro una priorità.

Secondo il rapporto Ilo/Ocse, i paesi che hanno ancora margini di bilancio dovrebbero dare priorità agli investimenti nel settore delle infrastrutture, mentre laddove le risorse pubbliche sono scarse, ci si dovrebbe concentrare su misure economicamente efficaci per incentivare da un lato l’offerta di lavoro e, dall’altro, per rafforzare i sistemi di protezione per i più deboli. Per quanto riguarda la componente giovanile del mercato del lavoro, occorre puntare sull’apprendistato e l’assistenza nella ricerca di lavoro, onde ridurre il rischio di cadere nel tunnel della disoccupazione di lunga durata e di perdere contatto con il mercato. Bisognerebbe, inoltre, incentivare gli strumenti a sostegno del reddito dei disoccupati cercando di coniugarli efficacemente con i programmi di reimpiego.

Ricapitoliamo. Secondo questi organismi internazionali, le linee guida che dovrebbero seguire i governi per combattere gli effetti negativi della crisi economica sui livelli di occupazione sarebbero: aumentare e stimolare i canali di ingresso nel mercato del lavoro; rafforzare le tutele per i più deboli; mantenere in vita i posti già occupati e legare gli strumenti di protezione del reddito con i programmi di reinserimento nel mondo del lavoro.

La via indicata dall’Ilo e dall’Ocse è con tutta evidenza quella già intrapresa con decisione dal governo italiano in carica sin dalla seconda metà del 2008, che ha rafforzato il nostro sistema di protezione sociale: con interventi normativi (ricordiamo, tra le altre cose, quello a favore dei lavoratori che svolgono attività usuranti) e investendo diversi miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali, a tutela dei più deboli, per le imprese dei settori più colpiti e sul fondo strategico; ha puntato anche ad allargare i canali di ingresso nel mercato del lavoro con una serie d’iniziative, come la riforma dell’apprendistato, rientranti nel Piano triennale per il lavoro e nei Piani di azione per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, per l'occupabilità dei giovani e per l’integrazione delle persone immigrate; ha rivisto il modello nazionale di welfare to work per le politiche di reimpiego con un nuovo piano di intervento.

Altra questione fondamentale è quella del mantenimento dei posti di lavoro già occupati e, in questo ambito la direzione giusta non può che essere quella della cosiddetta «flessibilità contrattata» con le parti sociali, uno strumento utile per combattere la disoccupazione, il lavoro nero e la precarietà. Si tratta di estendere il più possibile quei modelli di accordo già sperimentati per i casi degli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco, Mirafiori e Grugliasco che, al momento, sono l’unica via possibile da intraprendere con forza poiché coniuga al meglio la necessaria richiesta di maggiore flessibilità da parte del mercato con la garanzia della salvaguardia dei diritti fondamentali dei lavoratori e, inoltre, nel campo delle relazioni industriali riduce il rischio di innalzare il livello della conflittualità.

mercoledì 21 settembre 2011

Le misure del Governo a sostegno del mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 21 settembre 2011

Secondo le stime del Fondo Monetario Internazione, il tasso di disoccupazione in Italia si attesterà all'8,2% nel 2011 e all'8,5% nel 2012, sotto la media europea. Si tratta di una previsione con luci (il tasso in Italia, secondo la stima, sarà sotto la media europea) e ombre (il +0,3% in un anno) che va presa con le molle, ma certamente non sottogamba, e che comunque non sembra tenere conto dell'andamento del nostro mercato del lavoro nell'ultimo anno.


Come dimostra il grafico dell'Istat, il tasso di disoccupazione in Italia, salvo il picco registrato a ottobre del 2010, è in discesa. L'impatto relativamente basso della crisi economica sul nostro mercato del lavoro, se confrontato con quanto è avvenuto negli altri paesi, è stato certificato da ultimo anche dall'Ocse. Questo non vuol dire che la situazione è tutta rose e fiori, ma solo che previsioni come quelle del Fondo Monetario Internazionale vanno analizzate nella loro complessità.
Secondo l'ultima rilevazione dell'istituto nazionale di statistica, a luglio il tasso di disoccupazione si è attestato all'8,0%, non facendo registrare variazioni rispetto al mese precedente; su base annua il tasso è calato di 0,3 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione giovanile, invece, è sceso al 27,6%, con una diminuzione congiunturale di 0,2 punti percentuali.
E' un fatto noto che, soprattutto in una fase delicata come quella che stiamo vivendo, con una crisi che attanaglia tutte le economie dei paesi del mondo e che riversa i suoi pesanti effetti negativi sul mondo del lavoro, i soggetti più deboli siano i primi a essere colpiti. In Italia, ma non solo, i soggetti storicamente deboli sono i giovani, le donne e gli immigrati. Se il nostro sistema riuscirà da un lato a proteggere soprattutto i loro posti di lavoro e, dall'altro, rilanciare la dinamicità del mercato creando le condizioni per aumentare l'offerta di lavoro, allora vorrà dire che avremo risolto gran parte dei problemi.
Il Piano triennale del governo per il lavoro e i Piani di azione per l'inclusione delle donne nel mercato, per l'occupabilità dei giovani e per l'integrazione delle persone immigrate è una risposta concreta che va proprio in quella direzione. Molto importanti sono stati due recenti interventi normativi come:
la riforma dell'apprendistato, che ha semplificato la materia e ha trasformato espressamente questo strumento in un contratto di lavoro a tempo indeterminato con finalità formative e occupazionali;
la riforma dei tirocini formativi, che ha definito i livelli essenziali di tutela dei tirocinanti e ricondotto l'utilizzo dei tirocini alla loro caratteristica principale, e cioè quella di favorire un'importante occasione di formazione e orientamento dei giovani che entrano a contatto con il mondo del lavoro, fornendo al contempo ai servizi ispettivi gli strumenti necessari per contrastare con forza l'utilizzo fraudolento di questo strumento.
Non si tratta di due bacchette magiche, ma certamente di strumenti utili per combattere concretamente, e non a chiacchiere, l'alto tasso di disoccupazione dei giovani e il basso livello di occupazione delle donne. Se qualcuno critica questi interventi, come spesso fanno alcuni esponenti dei partiti di opposizione, bontà vuole che facciano sapere all'universo mondo quali sarebbero le loro proposte alternative, perché dire semplicemente «no» senza aggiungere cosa farebbero loro è solo un inutile giochetto di cui nessuno sente il bisogno, soprattutto in questo momento.

giovedì 2 giugno 2011

Mercato del lavoro: meno disoccupati e più inattivi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 02 giugno 2011

Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il numero dei disoccupati diminuisce del 2,9% ad aprile rispetto a marzo (-60 mila unità). Il dato riguarda sia la parte maschile sia quella femminile. Su base annua il numero di disoccupati cala del 7,6% (-164 mila unità). Il tasso di disoccupazione si attesta all’8,1%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto a marzo; su base annua si registra una discesa di 0,6 punti percentuali.

Il tasso di disoccupazione giovanile si porta al 28,5%, registrando una flessione congiunturale di 0,1 punti percentuali. Il tasso di inattività è al 38,1% (0,6 punti percentuali in più rispetto ad aprile 2010). Insomma, ci sono luci, per la discesa del tasso di disoccupazione, e ombre, per l’aumento degli inattivi. Parliamo prima di cosa non va, specificando, innanzitutto, chi sono gli inattivi. Secondo la Treccani, l’inattivo lo si può suddividere in due categorie, alla prima vi appartengono coloro che non cercano lavoro e non sarebbero immediatamente disponibili a lavorare, se ne fosse loro offerta l’opportunità. La seconda, che l’Istat ha definito zona grigia (nel Rapporto annuale edito nel 2005, che fotografa la situazione del Paese nel 2004; cfr. tabella p. 24), comprende: a) coloro che cercano non attivamente lavoro, ma sarebbero disponibili a lavorare, se ne fosse loro offerta la possibilità; b) coloro che cercano attivamente lavoro ma non sarebbero immediatamente disponibili a lavorare; c) coloro che non cercano lavoro, ma che se capitasse loro un’offerta l’accetterebbero.

In pratica l’inattivo è il disoccupato che non cerca attivamente un lavoro. Una persona che ha smesso di fare i colloqui di lavoro, di mettersi in contatto con un centro pubblico per l’impiego, di partecipare a un concorso pubblico, di affidarsi a un annuncio sul giornale. Sempre secondo la Treccani, quindi, si tratterebbe in estrema sintesi di una persona in età lavorativa, compresa tra i 15 e i 64 anni, che non svolge un’attività produttiva e non è compresa nella categoria dei disoccupati. Il tasso di inattività è il rapporto tra gli inattivi e la corrispondente popolazione di riferimento. La somma del tasso di inattività e del tasso di attività è pari al 100%. Capire, quindi, chi sono gli inattivi significa intuire subito i motivi per cui un aumento del tasso di inattività è un brutto segnale. Tutte le componenti del mercato del lavoro italiano, le istituzioni, le imprese, il mondo delle professioni, i sindacati, dovranno fare la propria parte per far tornare la speranza, tutti consci che nessuno ha in mano la bacchetta magica e che la crisi economica mondiale non facilità certo la situazione. Veniamo ai dati positivi. La citata crisi economica mondiale morde ancora e fa sentire i suoi effetti. Basta leggere le notizie che riportano i media su quello che succede in Spagna, in Grecia, ma oramai un po’ dappertutto, per capire che la situazione è ancora critica.

Il nostro paese, tuttavia, in controtendenza, offre spunti positivi con la diminuzione del tasso di disoccupazione generale, sia per le donne sia per gli uomini, e di quello giovanile. Aumenta anche il divario tra il tasso italiano e quello che si registra mediamente in Europa (- 1,8%). Quando si dice che l’Italia sta meglio di tanti altri paesi, quindi, dati alla mano, si afferma il vero. Come ha giustamente ricordato il ministro Sacconi, «della ripresa- aggiunge- beneficiano per ora prevalentemente i cassintegrati che vengono richiamati all'attività lavorativa». Questo vuol dire che la cassa integrazione ha fatto bene il suo dovere, mantenendo vivo il nostro tessuto produttivo, e che la lievissima ripresa, che speriamo nel tempo diventi sempre più forte, sta permettendo a diverse persone di riprendere la propria attività. Che non si viva in un paese perfetto, non devono certo dircelo i vari Vendola, Bersani o il redivivo Prodi: lo sapevamo già anche senza il loro aiuto. Anzi, se oggi al governo ci fossero stati loro, memori del disastroso governo del professore bolognese, avrebbero solo che esibito l'incapacità di prendere una qualsiasi decisione eccetto quella di aumentare le tasse ai cittadini. Non si possono di certo dimenticare le loro lodi nei confronti del novello messia Zapatero: con la sinistra avremmo rischiato seriamente di fare la fine della Spagna.

giovedì 18 novembre 2010

L'Ocse promuove l'Italia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 18 novembre 2010

Secondo l'Ocse Italia è in moderata ripresa e ha imboccato un sentiero di recupero che dovrebbe in qualche misura rafforzarsi nei prossimi due anni. Nel suo ultimo rapporto semestrale di previsioni, l'Economic Outlook, sul 2010 l'ente parigino prevede un più 1% del Pil italiano, cui seguirà un più 1,3% nel 2011 e un più 1,6% nel 2012. La ripresa dell'Italia è trainata da export e investimenti - si legge nella scheda dedicata al nostro Paese - laddove i consumi delle famiglie restano deboli. La disoccupazione, invece, potrebbe aver raggiunto il picco; è stimata all'8,6% quest'anno, all'8,5% nel prossimo e all'8,3% nel 2012. L'utilizzo della cassa integrazione, secondo l'organizzazione, ha consentito di evitare che aumentasse di più, ma restano incognite su che cosa accadrà quando i cassintegrati vedranno esaurirsi il tempo limite. Per quanto riguarda l'area euro, la maglia nera in fatto di disoccupazione spetta alla Spagna, che quest'anno chiuderà con un tasso del 19,8%, per poi scendere al 19,1% nel 2011 e al 17,4% nel 2012. Quest'anno Francia, Germania e Gran Bretagna registreranno un tasso di disoccupazione, rispettivamente, del 9,3%, 6,9% e 7,9%. Nell'Eurozona il tasso di disoccupazione sarà al 9,9% quest'anno al 9,6% nel 2011 e al 9,2% nel 2012.

Il giudizio positivo dell'Ocse sul nostro Paese si aggiunge a quello altrettanto positivo espresso solo poco più di un paio di settimane fa da Standard & Poor's, la principale delle tre agenzie di valutazione del debito degli Stati. Ricordiamo anche che l'agenzia aveva accompagnato il proprio giudizio tecnico con una nota di natura prettamente politica, in cui puntualizzava espressamente che «le prospettive stabili sull'Italia riflettono le aspettative che il governo proseguirà nel biennio 2011-2013 con il programma di consolidamento del debito incentrato sul contenimento della spesa pubblica». In pratica si promuoveva quanto già fatto dal governo, esortandolo a continuare sulla strada intrapresa.

Tutto questo vuol dire che, al netto degli interessati profeti di sventura, autorevoli organismi sovranazionali hanno riconosciuto la bontà dell'azione del governo Berlusconi e hanno dipinto un quadro dove le luci, almeno per il momento, sono più delle ombre. E non è una cosa da poco, vista la difficile situazione generale e quella addirittura pessima in cui versano alcuni nostri partner europei.

L'Ocse ha riconosciuto il grande ruolo svolto dalla cassa integrazione e non c'è alcun dubbio che questo strumento, insieme ai contratti di solidarietà, abbia mantenuto vivo un tessuto occupazionale in un momento difficile per tutta l'economia mondiale. Se il nostro Paese ha un tasso di disoccupazione inferiore a quello della media dell'Eurozona, oltre la metà di quello spagnolo, poco meno di quello francese e sostanzialmente in linea con quello britannico, non è certo frutto del caso. Se oggi possiamo vantare un dato positivo lo dobbiamo certamente ad una serie di fattori come l'azione meritoria portata avanti dal governo in tema di ammortizzatori sociali, fondo di sostegno alle imprese, messa in sicurezza del sistema creditizio, e dai tanti imprenditori e lavoratori italiani che hanno stretto e continuano a stringere i denti e a reagire con forza e coraggio alla crisi economica mondiale.

Un tasso di disoccupazione di poco superiore all'8% non può ovviamente far fare dei salti di gioia, perché vuol dire che in giro c'è gente senza lavoro che soffre, e con loro soffrono non solo le loro famiglie ma anche il sistema-Paese. C'è anche un lato umano che spesso si perde nelle pieghe delle analisi sul mercato del lavoro, ma che dobbiamo tenere sempre presente quando si parla di disoccupazione. Dietro i numeri ci sono le persone e per questo motivo bisogna avere massima cautela e massimo rispetto quando si parla di questi argomenti. Tuttavia quello stesso dato sulla disoccupazione deve farci sperare in un futuro migliore, proprio perché, seppur tra tante sofferenze, il nostro Paese ha reagito bene agli effetti negativi della crisi economica mondiale. Ogni decimale di punto percentuale in meno rispetto agli altri Paesi significa persone che altrove sono disoccupate e che qui da noi, invece, lavorano.

venerdì 24 settembre 2010

L'Istat conferma la stabilità del tasso di disoccupazione in Italia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 23 settembre 2010

Secondo gli ultimi dati dell'Istat, nel secondo trimestre 2010 il numero di occupati (in termini destagionalizzati) è pari a 22.915.000 unità, con un aumento rispetto al trimestre precedente pari allo 0,1%. Rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente la riduzione è stata pari allo 0,8% (-195.000 unità). Il tasso di disoccupazione si attesta all'8,5%, con un +1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e un + 0,1% se paragonato al trimestre precedente. Rispetto al secondo trimestre 2009 cresce il numero dei lavoratori autonomi (+0,9%) e diminuisce quello dei dipendenti (- 1,4%). L'aumento degli indipendenti, soprattutto nel Nord, si concentra nel comparto dei servizi alle imprese. La discesa delle posizioni dipendenti si manifesta principalmente nella Pubblica Amministrazione e nell'industria in senso stretto. L'incremento della disoccupazione si concentra soprattutto nel Nord (+115.000 unità), tra gli ex occupati, e al Sud (+112.000 unità), tra chi cerca il primo impiego ed ex inattivi con precedente esperienza, e meno al Centro (+27.000 unità). Il tasso di disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni raggiunge il 27,9%, con un massimo del 40,3% per le donne del Mezzogiorno. Si conferma, quindi, ma certamente non da oggi, che nascere donna al Sud in Italia significa avere quasi una possibilità su due di essere disoccupata.
I dati Istat su base trimestrale non fanno che confermare tutte le rilevazioni fin qui pervenute, e cioè che il tasso di disoccupazione in Italia è sostanzialmente stabile nel breve periodo e in leggero aumento su base annua, dove il termine «leggero» è dovuto alle proporzioni tra la grande crisi economica mondiale e i suoi limitati effetti sul mercato del lavoro italiano.
Se alcuni commentatori nostrani si degnassero di guardare i numeri degli altri Paesi, si accorgerebbero che secondo i dati Eurostat, riferiti a luglio 2010, il tasso di disoccupazione italiano (8,4%) è sotto quello della media europea (-1,6% se paragonato a quello dell'area euro e -1,2% in confronto al dato medio dell'Europa a 27), meno della metà di quello spagnolo (al 20,03%), meno di quello francese (al 10%) e di non molto superiore a quello della locomotiva tedesca (al 6,9%). La situazione, se paragonata con i nostri partner europei, va ancora meglio se analizziamo l'andamento del dato. Se il tasso di disoccupazione in Italia è sostanzialmente stabile nel breve periodo, in Francia e Spagna è addirittura in aumento (in Germania, in controtendenza con quello che avviene in quasi tutta Europa, è in calo).
Analizziamo la nota dolente della disoccupazione giovanile. Sempre secondo i dati Eurostat, a luglio 2010 in Italia il tasso si è assestato al 26,8%, in Spagna al 41,5%, in Francia al 22,3% e in Germania al 9,2%. Il dato italiano è in costante discesa rispetto ai rilevamenti di maggio (28,5%) e giugno (27,3%). Fatta eccezione per la solita virtuosa Germania, quindi, in Europa (ma anche negli Usa dove è al 18,6%) la disoccupazione giovanile è un grosso problema per tutti. Questo vuol dire che l'Istat non fa che confermare un dato generale e un andamento già noto. Tutti questi numeri, insomma, al netto delle speculazioni politiche, confermano che la crisi economica mondiale morde ancora e fa sentire i suoi effetti sul mercato del lavoro di tutti i Paesi. Poi c'è chi ha reagito meglio (noi e soprattutto la Germania) e chi peggio (la Spagna e la Francia).
Messi da parte lo stracciarsi le vesti e il benaltrismo, l'unica ricetta utile per aggredire la disoccupazione è stimolare l'economia e investire sulle competenze professionali per ridurre il più possibile il disallineamento qualitativo tra domanda e offerta di lavoro. Molti commentatori, infatti, nell'analizzare le dinamiche occupazionali, spesso dimenticano quest'aspetto fondamentale. A riguardo sarebbe molto utile rileggersi i dati del Rapporto Excelsior 2010 di Unioncamere e ministero del Lavoro, che segnalava come, per oltre 147mila assunzioni messe in programma per il 2010, le imprese segnalano serie difficoltà di reperimento, pari quest'anno al 26,7% delle entrate programmate, 6,2 punti percentuali in più del 2009. Non a caso le difficoltà di reperimento, per il ridotto numero di candidati o per la loro inadeguata preparazione, è massimo (48%) per i dirigenti (richiesti comunque in numero contenuto), poco inferiore per le professioni intellettuali, scientifiche e ad elevata specializzazione (35,5%) e per gli operai specializzati (35,2%), mentre si riduce progressivamente per le altre famiglie professionali.

giovedì 16 settembre 2010

Disoccupazione stabile nonostante la crisi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 16 settembre 2010

La disoccupazione è sostanzialmente stabile in Italia, anche se cresce il tempo di permanenza delle persone fuori dal mercato del lavoro. Dalle consuete stime d'autunno di Confindustria sull'economia italiana emerge, infatti, che il tasso di disoccupazione nel 2010 dovrebbe restare stabile all'8,6% (in media d'anno), mentre arriverebbe al 9,1% (in media d'anno) nel 2011 (a giugno il Centro studi di Confindustria stimava un livello pari al 9,2% per il prossimo anno). L'occupazione totale dovrebbe invece registrare quest'anno una flessione dell'1,8%, mentre nel 2011 dovrebbe segnare una crescita dello 0,4% (a giugno si stimava un calo dell'1,3% nel 2010 e un rialzo dello 0,5% nel 2011). Secondo Confindustria sarà difficile la creazione di nuovi posti, perché esiste un bacino di forza lavoro inutilizzata. Il monte ore complessivamente lavorato nel nostro paese è, infatti, diminuito del 4,9% dal primo trimestre 2008 al quarto 2009, contro una diminuzione dell'occupazione del 2,8%. Le imprese, però, invece di ricorrere al taglio degli organici, hanno diminuito le ore lavorate, decurtato gli straordinari, smaltito le ferie arretrate, utilizzato il part-time o altre forme di riduzione temporanea dell'orario di lavoro. E' stato massiccio l'utilizzo della cassa integrazione. Le persone in Cig restano quindi formalmente occupate anche se non nel ciclo produttivo. Secondo gli economisti di viale dell'Astronomia, inoltre, il ricorso alla Cig rimarrà alto per il resto del 2010, mentre comincerà a scendere progressivamente nel 2011.
I dati del Centro studi di Confindustria confermano una sostanziale stabilità del tasso di disoccupazione, una tendenza già registrata dagli ultimi dati Istat. Nei primi sei mesi del 2010, inoltre, secondo l'Inps, sono state autorizzate 636,1 milioni di ore di Cig, ma ne sono state utilizzate 317,4 milioni. Il tiraggio della cassa integrazione, quindi, è sceso sotto al 50%. Si tratta di un record per l'anno in corso e per i confronti con lo scorso anno, quando il tiraggio si fermò al 65,2%: due ore di Cig utilizzate ogni tre autorizzate. Ancora inferiore il tiraggio della cassa integrazione ordinaria (Cigo) che si ferma al 49,1% (era del 60,5% nel primo semestre del 2009), mentre quello complessivo di cassa integrazione straordinaria e in deroga arriva al 50,3% (era il 73,1% nello stesso periodo dello scorso anno).
Non bisogna certo fare i salti di gioia per questa situazione, ma, nell'ambito di una visione d'insieme della questione, considerato che stiamo vivendo una delle peggiori crisi economiche degli ultimi decenni e che la situazione degli altri Paesi va anche peggio (alla luce delle ultime rilevazioni dell'Ocse), salvo qualche rarissima eccezione, l'Italia può essere certamente annoverata tra gli Stati che hanno risposto meglio alle sollecitazioni negative dettate dalle turbolenze dell'economia mondiale. Se poi vogliamo cercare di proiettare il dato occupazionale nel prossimo anno, sarebbe bene farlo con una certa cautela, perché se consideriamo i dati positivi del tiraggio della cassa integrazione e l'andamento del tasso di disoccupazione nel breve periodo è possibile affermare che non è detto che la situazione peggiori rispetto allo stato attuale.
Nel frattempo, va dato atto che il nostro sistema di protezione sociale, attraverso la cassa integrazione e i contratti solidarietà, ha mantenuto vivo un tessuto occupazionale che, comunque, dovrà essere stimolato con il rilancio del contratto d'apprendistato e la formazione per i lavoratori adulti, perché la disoccupazione si combatte da un lato con le prestazioni a sostegno del reddito e dall'altro con l'investimento sulle competenze professionali.

domenica 1 agosto 2010

Cala la disoccupazione in Italia


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 30 luglio 2010

La disoccupazione nell'eurozona a giugno è rimasta stabile al 10%, confermando la rilevazione di maggio. E' il dato destagionalizzato diffuso da Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione Europea. Nel giugno 2009 la disoccupazione era pari al 9,5%. Per l'Italia il dato di giugno 2010 è pari all'8,5%, in lieve diminuzione rispetto all'8,6% di maggio (con un +0,7% sul dato dello scorso anno). Eurostat stima i disoccupati nell'Ue a giugno in 23,06 milioni, di cui 15,77 nell'eurozona, con un calo rispetto a maggio di 32.000 unità nell'Ue-27, ma con un aumento di 6.000 unità nell'eurozona. Rispetto a giugno 2009, l'aumento è stato di 1,46 milioni nell'Ue-27, di cui 780 mila nell'eurozona. Tra gli Stati membri, il tasso di disoccupazione più basso è stato registrato in Austria (3,9%) e Olanda (4,4%), mentre il più alto in Spagna (20%), Lettonia (20%) ed Estonia (19%).
Per quanto riguarda il nostro paese, l'Istat segnala che si tratta del primo calo da gennaio. E' un dato confortante, soprattutto se associato al calo della disoccupazione tra i giovani, che sono stati quelli maggiormente colpiti dalla crisi. Il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato, infatti, al 27,7% a giugno, con una riduzione di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto allo stesso mese del 2009. Ci sono notizie positive anche per le donne. A giugno il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,6%, in diminuzione rispetto a maggio di 0,2 punti percentuali (+0,2 su base annua), mentre quello maschile si è attestato al 7,7%, stabile rispetto a maggio (+ 0,9 su base annua).
Insomma, se gli effetti della crisi economica mondiale si fanno ancora sentire sul mercato del lavoro, l'Italia, stando ai dati ufficiali, starebbe uscendo dalle secche, alla faccia dei tanti profeti di sventura che dalle pagine dei giornali pontificavano su un disastro imminente per il nostro paese. Se hanno ancora un briciolo di dignità, dovrebbero almeno chiedere scusa ai loro lettori per le previsioni sbagliate in maniera così clamorosa. Comunque, al netto dei gufi, c'è da essere fiduciosi soprattutto se si paragona il dato italiano con quello degli altri paesi europei, e anche perché i dati positivi si registrano tra donne e giovani, e cioè le due categorie storicamente più deboli nel mercato del lavoro.
Come ha ricordato il ministro Maurizio Sacconi, l'inclusione nel mercato del lavoro costituisce un carattere fondamentale di quella economia sociale di mercato che il governo si è impegnato a promuovere. La legge Treu e la riforma Biagi, con l'ulteriore evoluzione legislativa e contrattuale nel trascorso biennio, hanno prodotto una prima, significativa, liberazione del lavoro dai fattori che ne hanno lungamente inibito lo sviluppo quantitativo e qualitativo. La dimostrazione è nei numeri positivi macinati prima della crisi nel tasso di occupazione e nella diminuzione di quello di disoccupazione e nella tenuta del sistema, anche grazie all'ausilio degli ammortizzatori sociali, nel periodo più buio dell'economia mondiale. Ora bisognerà completare quest'opera, da un lato incoraggiando le imprese ad assumere e a produrre lavori di qualità e, dall'altro, creando un moderno sistema di ammortizzatori sociali che sia in grado di non lasciare indietro nessuno senza produrre inutili e dannosi sprechi.

giovedì 25 marzo 2010

Per una corretta lettura dei dati sul mercato del lavoro in Italia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 24 marzo 2010

Secondo gli ultimi dati diffusi mercoledì dall'Istat, «nel quarto trimestre 2009 il numero di occupati risulta pari a 22.922.000 unità, segnalando un calo rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente pari all'1,8% (-428.000 unità). La perdita dell'occupazione - prosegue l'istituto di statistica - è sintesi di una riduzione molto accentuata della componente italiana (-530.000 unità), a fronte di una crescita, con ritmi inferiori al passato, di quella straniera». E ancora: «In termini destagionalizzati, l'occupazione totale registra una flessione pari allo 0,2% rispetto al trimestre precedente. Il tasso di occupazione è pari al 57,1%, con una diminuzione di 1,4 punti percentuali rispetto al quarto trimestre 2008 (58,5%), mentre il numero delle persone in cerca di occupazione ha raggiunto il valore di 2.145.000 unità (+369.000), con un aumento del 20,8% rispetto al quarto trimestre 2008». Insomma, il tasso di disoccupazione (8,6% nel quarto trimestre 2009 e 7,8% su base annuale) continua a crescere, ma in maniera molto più contenuta rispetto a prima e colpisce soprattutto i lavoratori autonomi (tasso di occupazione - 3% rispetto allo stesso periodo del 2008) ed il settore industriale (-4,1% industria e -5,5% industria in senso stretto, in riferimento al quarto trimestre 2008).

Secondo uno studio dell'Inps sui tempi di reimpiego dei percettori di sussidio di disoccupazione, il 55% dei disoccupati ha trovato un nuovo lavoro dipendente nel corso del 2009. «Se sottraiamo coloro che sono andati in pensione durante il periodo di disoccupazione e coloro che hanno aperto una partita Iva, la percentuale di rioccupazione sale oltre il 57%», ha spiegato il presidente dell'istituto di previdenza sociale, Antonio Mastrapasqua. «Lo avevamo anticipato la scorsa settimana, nel corso del convegno organizzato nell'anniversario dell'assassinio di Marco Biagi. Oggi abbiamo i dati completi - aggiunge il presidente dell'Inps - che ci fanno dire che in un anno di crisi, qual è stato il 2009, il mercato del lavoro ha dato segnali di vitalità, di dinamismo e di flessibilità forse inattesi».

Lo studio sui tempi di reimpiego è stato condotto per la prima volta dall'Inps e ha utilizzato un campione assai numeroso: 397.414 soggetti beneficiari di assegno di disoccupazione ordinaria non agricola a partire da gennaio 2009. Seguendo la storia lavorativa di questi soggetti, a fine anno 2009 risultavano reimpiegati 217.343 disoccupati (circa il 55%), cui si devono aggiungere oltre 7.500 lavoratori che nel frattempo hanno raggiunto i requisiti per la pensione e almeno altre 10 mila persone che hanno aperto una partita Iva. I tempi di reimpiego risultano più brevi (da 1 a 3 mesi) per un numero più consistente di beneficiari: 41.334 dopo un mese (febbraio 2009), 28.647 dopo due mesi (marzo 2009) e 40.998 dopo tre mesi (aprile 2009). In complesso, circa il 51% (il 28% del totale dei beneficiari) dei reimpieghi avviene nei primi tre mesi. Il totale dei soggetti reimpiegati (217.343) è costituito per il 57% da uomini (123.996) e per il 43% (93.347) da donne. Nell'analisi per età si mostra che la fascia anagrafica tra i 40 i 49 anni rappresenta quella dove si manifesta il maggiore dinamismo: la percentuale di reimpiego supera in questo caso il 58%. Si ferma al 56,1% per gli under 39 e scende al 46,8% per gli over 50.

Secondo il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «nel generale quadro negativo del 2009 è pur doveroso segnalare la crescita degli occupati anziani sopra i 55 anni quale probabile conseguenza della riforma Maroni della previdenza. Il mercato del lavoro, nel 2009, ha comunque mantenuto un relativo dinamismo, perché in base ai dati Inps il 54% di coloro che hanno perso un lavoro lo hanno ritrovato nel corso dello stesso anno. La buona tutela degli adulti - ha detto ancora Sacconi - ha consentito di sostenere le famiglie e con esse la coesione sociale. Un minuto dopo la formazione delle giunte regionali riconvocheremo il tavolo Stato-Regioni-Parti Sociali, non solo per verificare le residue risorse per ammortizzatori sociali in base all'effettivo impiego delle casse autorizzate, ma soprattutto per attuare le nuove linee guida in materia di formazione per "competenze in situazione produttiva" dei lavoratori e per lanciare uno specifico piano per l'occupazione dei più giovani attraverso tirocini e contratti di apprendistato. Insieme, Stato, Regioni e Parti Sociali - ha aggiunto il ministro - possono infatti combattere l'inattività garantendo almeno vera formazione in contesti lavorativi autentici o riprodotti».

Questi dati ci dicono che il mercato italiano del lavoro sta reggendo bene alle sollecitazioni imposte dalla crisi economica mondiale. Se è vero che ogni posto di lavoro perso è contemporaneamente un dramma personale e una sconfitta per tutto il sistema, è anche vero che, come ha ben ricordato Sacconi, nel nostro paese il tasso di disoccupazione è più basso di quello medio europeo e che la risposta concreta all'emorragia dei posti di lavoro è stata l'attivazione degli ammortizzatori sociali vecchi e nuovi (introdotti dal governo Berlusconi) e degli incentivi al reimpiego; due strumenti che, dati alla mano, stanno raggiungendo gli obiettivi prefissati. Grande merito va anche alle tante nostre piccole e medie imprese che hanno stretto i denti, tirato la cinghia e deciso di andare avanti e non chiudere pur tra mille difficoltà.

giovedì 4 marzo 2010

Occupazione e ammortizzatori sociali. Il sistema tiene



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 03 marzo 2010

Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dall'Istat, in Italia il numero di occupati a gennaio 2010 è pari a 22 milioni 904 mila unità (dati destagionalizzati), sostanzialmente invariato rispetto a dicembre e inferiore dell'1,3% (-307 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 57% (-0,1% rispetto a dicembre 2009 e -1% se confrontato con gennaio 2009). Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 144 mila unità, in crescita dello 0,2% (+5 mila unità) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di disoccupazione è pari all'8,6% (con una variazione congiunturale sostanzialmente nulla ma in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto a gennaio 2009). Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 con riferimento a gennaio 2009.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che il tasso di disoccupazione continua a crescere, trainato soprattutto dalla componente giovanile della forza lavoro, ma non in maniera drammatica come alcuni vorrebbero far credere. Ovviamente anche la perdita di un solo posto di lavoro è un evento che genera sofferenza, ma è altrettanto vero che il compito di un esecutivo è di garantire la tenuta del sistema occupazionale, per combattere l'emorragia di posti di lavoro, e quella degli ammortizzatori sociali, per non lasciare indietro nessuno. Dati alla mano, il governo ha fatto la sua parte. La conferma ci arriva dai numeri e dalle cose fatte: nel 2009 il tiraggio per la cassa integrazione ordinaria è stato del 61% rispetto al 70% dello stesso periodo del 2008, mentre per la straordinaria il consumo si è fermato al 68% delle ore autorizzate contro l'86% dello stesso periodo dell'anno precedente; la creazione della cassa integrazione in deroga ha dato una copertura sociale ad alcune attività lavorative che prima non avevano alcuna forma di garanzia; l'attivazione della task force da parte del ministero dello Sviluppo Economico, per affrontare gli effetti della crisi, ha gestito nel 2009 più di 150 tavoli che hanno coinvolto oltre 300 mila lavoratori; gli interventi a favore delle piccole e medie imprese, che sono l'ossatura non solo del nostro sistema economico, ma anche quella del lavoro privato in Italia, hanno permesso a queste realtà di poter rispondere in maniera efficace alle sfide dettate dalla crisi economica mondiale attraverso la scelta di puntare sulla qualità, l'innovazione e l'internazionalizzazione.

La crisi si fa sentire ed il nostro paese, nonostante i vari avvoltoi anti-italiani sempre pronti con la sfera di cristallo in mano a prevedere un futuro a tinte fosche, sta reggendo bene e meglio di altri partner europei tanto osannati fino a qualche tempo fa. Nella Spagna del tanto lodato Zapatero, considerata ancora un anno fa l'Eden da molti analisti economici, ad esempio, i disoccupati sono arrivati ad essere più di 4 milioni (il tasso è al 19%) con aumento di quasi 650 mila persone rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+18,6%). E altrove la situazione non è migliore. Nel Vecchio Continente, infatti, la percentuale di persone in cerca di lavoro è rimasta ferma a gennaio sia nell'area euro (al 9,9%) che nell'Ue a 27 (9,5%). Guardando ai singoli paesi, secondo l'Eurostat, la disoccupazione si è attestata al 7,5% in Germania (invariata rispetto a dicembre), al 10,1 in Francia (+0,1% sul mese precedente) e al 9,7% negli Stati Uniti.

venerdì 18 dicembre 2009

Intervista all'onorevole Moffa su welfare e Finanziaria 2010



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 16 dicembre 2009

Silvano Moffa è nato a Roma il 21 aprile 1951. Da Giornalista ha ricoperto la carica di Vice Direttore a Il Secolo d'Italia. E' stato Sottosegretario al Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti con delega alle Aree Urbane e Roma capitale e Presidente della Provincia di Roma dal dicembre 1998 al giugno 2004. Nella Legislatura in corso ricopre la prestigiosa carica di Presidente della Commissione Lavoro Pubblico e Privato di Montecitorio ed è stato il relatore della Finanziaria 2010 nella citata Commissione.

Presidente Moffa, quali sono le principali disposizioni della Finanziaria 2010 in materia di lavoro pubblico e privato?

La finanziaria approvata dal Senato già conteneva diverse disposizioni interessanti, in particolare in materia di disciplina contabile in materia previdenziale, contribuzione e trattamenti pensionistici per gli operai agricoli, rinnovi contrattuali nel pubblico impiego (con l'indicazione delle risorse per riempire le vacanze contrattuali), stanziamenti per il personale appartenente al comparto sicurezza - difesa, interventi sul Fondo di sostegno per l'occupazione e l'imprenditoria giovanile. Tra gli emendamenti approvati alla Camera, in parte discussi nella Commissione Lavoro e, poi, approfonditi e affrontati nella Commissione Bilancio, sono stati aggiunti numerosi e interessanti argomenti. Tra questi, si segnalano: l'ulteriore garanzia di ammortizzatori sociali in deroga e strumenti per la cassa integrazione; il sostegno al reddito dei lavoratori a progetto (aumento dell'indennità per i co.co.pro.); la riduzione contributiva per le assunzioni di lavoratori titolari di indennità di disoccupazione o degli ultracinquantenni; l'intervento su varie tipologie di contratti flessibili, quali la somministrazione di lavoro, l'apprendistato, il lavoro accessorio; il rinnovo della misura di detassazione di contratti di produttività, le norme per il contrasto alle frodi in materia di invalidità civile.

Quali sono state le sue proposte di modifica?

Tra le principali proposte di modifica, evidenzio innanzitutto quella introdotta in Commissione Lavoro, che ha ripristinato una normativa di maggior rigore per la tenuta del documento unico di regolarità contributiva (DURC), anche nei confronti di determinate categorie che ne erano state esonerate.

Tra gli emendamenti presentati dal Governo alla Finanziaria 2010 ci sono una serie di misure in materia di welfare: dall'aumento dell'indennità per i co.co.pro alla proroga degli ammortizzatori in deroga, dalla detassazione del salario di produttività agli incentivi al ricollocamento dei cinquantenni, dal rilancio dell'apprendistato alla stretta sui falsi invalidi. Come giudica queste ulteriori misure previste Governo?

Le misure indicate, come prima evidenziate, si muovono tutte lungo una linea di serietà e responsabilità, che il Governo e la maggioranza hanno convenuto di mantenere per fronteggiare in misura adeguata un periodo di difficoltà come quello attuale, da un lato aiutando i lavoratori e, dall'altro, mettendo le imprese nelle condizioni di tenere inalterato il livello occupazionale.

Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione nel mese di ottobre è salito all'8% (+0,1% rispetto al mese precedente e +1 % rispetto a ottobre 2008). La disoccupazione giovanile - sottolinea l'Istat presentando per la prima volta la rilevazione sulle forze di lavoro mensili e ricordando che si tratta di stime provvisorie - ha raggiunto il 26,9% con un aumento di 0,6 punti rispetto a settembre e di 4,5 punti rispetto a ottobre 2008. Un commento su questi dati.


I dati sono oggettivamente preoccupanti, ma vanno letti con attenzione. Anzitutto, è evidente che gli effetti di una crisi economica sull'occupazione si sentono solo qualche tempo dopo che la crisi stessa abbia prodotto i suoi effetti più gravi. Pertanto, siamo di fronte all'inizio di una ripresa che porterà con sé, nel medio periodo, anche un recupero sul versante occupazionale. Inoltre, l'Italia è uno dei Paesi nei quali maggiore è la tenuta occupazionale, poiché si registrano livelli di disoccupazione sensibilmente più bassi di quasi tutti gli altri Stati europei. Infine - e si tratta di stime che la Commissione da me presieduta ha potuto acquisire direttamente a Parigi, dai responsabili dell'Ocse che hanno stilato il rapporto 2009, nel corso di un incontro internazionale - i dati sulla disoccupazione giovanile sono meno preoccupanti di quanto non sembri: è ovvio che il lavoro giovanile è il primo a «flettersi» nella fasi di crisi, ma altrettanto vero che esso è il primo a reagire positivamente agli inizi della ripresa.

Secondo gli ultimi dati Inail, nel primo semestre 2009 gli infortuni e le morti sul lavoro sono diminuiti rispettivamente dell'11,1% e del 13,1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Secondo l'Anmil (Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi del Lavoro), l'obiettivo fissato dall'Ue, di ridurre gli infortuni sul lavoro del 25% entro il 2012, se si prosegue su questa strada, sarà raggiungibile dal nostro Paese con un confortante anticipo. Lei cosa ne pensa?

I dati sugli infortuni sono incoraggianti e ci inducono a proseguire sulla strada intrapresa. Peraltro vorrei dire che la Commissione da me presieduta ha avuto un ruolo importante anche in questo settore, poiché - con l'articolato parere reso sul decreto correttivo al testo unico della sicurezza sul lavoro, emanato agli inizi di agosto 2009 - ha contribuito al miglioramento del testo, coniugando il rigore e il rafforzamento del regime dei controlli a una forte spinta semplificativa, che consente di investire sulla cultura della sicurezza nelle aziende e in tutti i luoghi di lavoro.

giovedì 30 agosto 2007

Il Mezzogiorno è vivo


di Antonio Maglietta - 30 agosto 2007


Nel Mezzogiorno il 25% dei laureati meridionali a tre anni dal termine degli studi trova lavoro con canali «informali», contro il 12% dei colleghi che si sono trasferiti al Nord. E nonostante la conquista del titolo di studio, la mobilità sociale resta scarsa: nel periodo in esame, sul totale degli occupati, il 72% al Sud non hanno modificato il proprio status, contro il 61% del Centro-Nord. Lo rilevano le anticipazioni di uno studio di Margherita Scarlato che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno). Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel 2004 (ultimi dati disponibili) è stato forte anche il numero di coloro che sono ricorsi ai concorsi pubblici (15%), mentre trovare lavoro con il collocamento pubblico e privato è servito solo a un'estrema minoranza: rispettivamente 1,7 e 2,3%.
Nel Sud, infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perchè ricca ma pure perchè inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso. «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita». Lo dimostra il fatto che i giovani meridionali nel Centro-Nord ottengono spesso condizioni contrattuali peggiori di quelle conseguite da coloro che restano nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano al Centro-Nord, a tre anni dalla laurea, sono impiegati con un contratto a tempo determinato e lo 0,9% lavora senza contratto a fronte del 41,7% e dello 0,3% dei laureati e occupati nel Mezzogiorno. A livello regionale, i laureati meridionali più fortunati abitano in Sardegna, con il 64% degli occupati che nel 2004 avevano studiato e trovato lavoro in regione, a fronte di una media (riferita sempre al Mezzogiorno) del 53,6%. I più sfortunati in Molise, con solo il 39,9% degli occupati. I meridionali laureati al Centro-Nord presentano tassi di occupazione assai elevati, con un minimo del 69,1% in Calabria e un massimo dell'83,9% in Abruzzo e Sicilia.
Insomma, si tratta di uno studio (attendiamo comunque la pubblicazione integrale) con nuove luci e vecchie ombre (l'alta incidenza del collocamento formato «spintarella»). Parliamo delle nuove luci. L'incidenza del lavoro nero sul totale dei giovani occupati neolaureati del Sud è pari allo 0,9% al Nord ed allo 0,3% nel Mezzogiorno. Insomma un'inezia. Questo significa, inoltre, che la stragrande maggioranza del «lavoro nero», piaga sociale endemica del mondo del lavoro italiano in generale, si concentra pressoché totalmente nei lavori poco qualificati o, in ogni caso, riguarda i lavoratori senza laurea e quindi con un minor potere contrattuale.
Altro dato che vale la pena di sottolineare con forza, forse il più importante, è che finalmente si parla di qualità del lavoro dei giovani del Sud e non di disoccupazione. Meglio un contratto a termine di un lavoro nero o, peggio ancora, della disoccupazione. Queste due ultime realtà sono i veri elementi di precarietà della realtà giovanile. Inoltre, se al primo impiego è alta l'incidenza del lavoro atipico, diversi studi, anche specifici sui neolaureati come quello del IX Rapporto AlmaLaurea («a cinque anni dalla laurea sono stabili 31 laureati su cento nel pubblico contro 72 nel privato»), ci dicono che la stabilità non è una chimera. Insomma, i primi dati trapelati sullo studio condotto dalla Svimez ci dicono che il Sud è vivo e vegeto e non ha bisogno dell'assistenzialismo statale che tanti danni ha fatto in passato.
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