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giovedì 5 aprile 2012

Giovani e lavoro: più diritti e meno assistenza

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 04 aprile 2012

Negli ultimi tempi il dibattito politico si è focalizzato sulle varie ipotesi di riforma del mercato del lavoro. E’ chiaro che quando si tocca un argomento così vasto e complesso, l’attenzione spesso rischia di incentrarsi sugli aspetti che generano maggiore conflitto politico, com’è avvenuto ad esempio in merito alla volontà da parte del governo di riformare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori in materia di licenziamenti individuali.

Tutti i riflettori sono stati puntati su quest’aspetto e poco o niente su altri che, peraltro, non sono certo secondari per la modernizzazione di questo Paese. Uno degli argomenti rimasti nascosti nell’ombra è certamente quello della riforma degli ammortizzatori sociali e cioè di quel complesso di misure e prestazioni a sostegno del reddito dei lavoratori che si trovano nella condizione di disoccupati o sospesi dal lavoro. Sappiamo da qualche tempo oramai, perché ci sono studi, statistiche e ricerche di ogni tipo, e per ognuno il proprio vissuto e la percezione di quello che avviene nella vita di tutti i giorni ad amici, parenti o semplici conoscenti, che i giovani lavoratori italiani siano in genere fuori dalle maglie del sistema di protezione sociale garantito dallo Stato.

Il direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha affermato nel suo intervento nel convegno a Genova ‘La famiglia un pilastro per l'economia del Paese’ che «nel nostro paese nel 2009 il tasso di occupazione è diminuito di 1,2 punti percentuali rispetto a un anno prima; nel 2010 di ulteriori 0,6 punti; nel 2011 ha ristagnato. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali estesi anche a chi ha storie lavorative discontinue, il ruolo della famiglia è divenuto essenziale». Secondo Bankitalia, infatti, «il reddito dei genitori è stato in molti casi l'unico sostegno per i componenti più giovani. Se si distinguono gli occupati in base alla loro posizione all'interno della famiglia, nel luglio del 2011 il tasso di occupazione dei figli conviventi con i propri genitori era inferiore di 5,8 punti percentuali al valore precedente la crisi; quello dei genitori di mezzo punto. Si stima che nella tarda primavera del 2009, nel momento di massimo impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione».

L’ipotesi di riforma in materia di ammortizzatori sociali, proposta dal governo Monti, quindi, doveva tra le altre cose dare ai giovani quelle garanzie che oggi non hanno ed eliminare quegli sprechi di sistema di cui tutti parlano, ma che nessuno tocca. In attesa di leggere il testo che arriverà in Parlamento, al momento possiamo solo analizzare quanto trapelato ufficialmente da Palazzo Chigi. Sappiamo che la riforma si articola su tre pilastri: assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), a carattere universale; tutele in costanza di rapporto di lavoro (Cigo, Cigs, fondi di solidarietà); strumenti di gestione degli esuberi strutturali. Diciamo subito che si tratta di una riforma abbastanza innovativa per il panorama italiano e che le note positive sono il primo e il terzo pilastro perché sono strumenti che vengono incontro alle esigenze reali dei giovani lavoratori che hanno bisogno di diritti universali e non di un sistema fatto di garanzie riconosciute solo ad alcuni. Tuttavia andrebbe rivisto il sistema di protezione dei collaboratori coordinati e continuativi, esclusi dall’ambito di applicazione dell’ASpI. Nelle dichiarazioni del governo, infatti, si fa riferimento al rafforzamento e alla messa a regime del meccanismo una tantum previsto oggi ma resta ancora un mistero quali saranno le coperture economiche di un provvedimento del genere poiché attualmente questa forma di protezione viene concessa, a certe specifiche condizioni, nei limiti delle risorse disponibili e non certo a tutti. Molto meno soddisfacente, invece, è il secondo pilastro in merito alla cassa integrazione perché è vero che il nuovo sistema potrebbe essere in grado di prevenire usi impropri perché le tutele scatterebbero in costanza di rapporto di lavoro, ma è altrettanto noto che lo strumento della cassa integrazione, così com’è, non tutela appieno il lavoratore.
Il sistema dovrebbe mettere al centro della tutela la persona. La politica passiva degli incentivi economici dovrebbe essere sostituita, quindi, da forme attive ossia da strumenti per il ricollocamento come forme di riqualificazione o servizi di ricerca del lavoro.

martedì 13 marzo 2012

Le ipotesi di riforma del mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 13 marzo 2012

In questi giorni prosegue il dialogo tra il Governo e le parti sociali per arrivare in tempi piuttosto brevi a una riforma complessiva del mercato del lavoro. Il dibattito ruota intorno a quattro questioni fondamentali: le tipologie contrattuali, modifica al sistema degli ammortizzatori sociali, un’assicurazione sociale per l’impiego al posto delle varie indennità e riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori in tema di licenziamenti individuali.

Riordino delle tipologie contrattuali. La via scelta, peraltro condivisibile perché sarebbe un’ipotesi concreta di contrasto alla precarietà, è quella di far costare di più il lavoro a termine (ci sarà un'aliquota dell'1,4%) e di puntare sulla piena applicazione del nuovo contratto di apprendistato, introdotto nel nostro ordinamento su proposta del ministro Sacconi durante l’ultimo governo Berlusconi, attraverso una serie di incentivi (per i primi tre anni non si pagheranno contributi o se ne pagheranno pochi a seconda delle dimensioni dell'azienda). Un contratto, quest’ultimo, che prevede un primo passaggio temporale dedicato alla formazione certificata del lavoratore e un secondo dove l'azienda deciderà se stipulare un contratto a tempo indeterminato oppure se terminare il rapporto di lavoro (in caso di silenzio delle parti, il contratto diventa automaticamente a tempo indeterminato).

Modifica degli ammortizzatori sociali. Dovrebbe rimanere la cassa integrazione ordinaria così come la conosciamo. Per quanto riguarda la cassa integrazione straordinaria dovrebbe essere limitata alle aziende che si devono ristrutturare, mentre in caso di chiusura non dovrebbe essere previsto alcuno scivolo o mobilità, ma un assegno di disoccupazione (nel caso in cui il lavoratore non accettasse l'impiego offerto dalle agenzie di collocamento rischierebbe di perderlo). Anche in questo caso l’ipotesi di modifica dell’attuale assetto è abbastanza condivisibile, anche se andrebbe rivista l’idea di mantenere in piedi la cassa integrazione per evitare che sia usata impropriamente per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Sarebbe bene mettere alcuni paletti ben precisi per fare in modo che l’unico soggetto tutelato sia il lavoratore e non gli interessi speculativi di alcuni (pochi per fortuna) datori di lavoro che sembrano essere poco propensi a fare i veri industriali.

Un’assicurazione sociale per l’impiego che sostituisca le varie indennità per tutti i lavoratori, sia pubblici che privati, con contratto a termine. Si tratta certamente di un’ipotesi di riforma apprezzabile perché allungherebbe la coperta della protezione sociale a chi oggi non ne usufruisce anche perché è inutile girare intorno al problema senza centrarlo: il punto fondamentale è rendere universali i sistemi di protezione sociale evitando il rischio di creare fratture tra chi ha tutte le garanzie e chi non ne ha.

Modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. Il tema dei licenziamenti individuali è sempre una questione particolare da affrontare. Forse si tratta del punto più difficile sul quale trovare un accordo. Indipendentemente dalle varie posizioni in campo, una base di discussione potrebbe essere quella di capire se oggi l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è utile per tutti o solo per qualcuno e se davvero questa norma tutela gli interessi dei lavoratori. La risposta è assolutamente «no» in entrambi i casi, anche al netto della considerazione sull’anti-economicità perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Un’ipotesi di modifica percorribile potrebbe essere quella di ricorrere a un indennizzo economico proporzionale all'anzianità di servizio nei casi di licenziamenti per motivi economici e disciplinari in sostituzione del reintegro.

Il dialogo tra Governo e parti sociali su questi quattro punti fondamentali sembra essere a un buon punto. Restano tuttavia aperti alcuni fronti non certamente secondari come, ad esempio, la posizione della Cgil sui licenziamenti individuali, la copertura economica della riforma, le iniziative di carattere strutturale per rilanciare l’occupazione femminile.

martedì 9 novembre 2010

I fatti contro le parole al vento



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 09 novembre 2010

L'ottimo rapporto dell'ufficio studi della Confcommercio, pubblicato oggi, può essere utile per riportare la discussione politica su temi concreti. Secondo Confcommercio non è più possibile posticipare ulteriormente la riforma fiscale, la piena attuazione del federalismo, la ridefinizione del perimetro dell'output pubblico e quindi della relativa spesa, la riforma dell'istruzione e dell'università in particolare, la revisione del sistema di ammortizzatori sociali. Tranne che su quest'ultimo punto, il governo si è già mosso su tali temi e sarebbe utile per tutti confrontarsi proprio su questi punti, invece che perdere tempo con le chiacchiere o il fango.

Federalismo e riforma fiscale. Come annunciato dal ministro Tremonti, una volta approvati i decreti attuativi del federalismo fiscale il governo chiederà la delega per la riforma fiscale. La riforma è stata annunciata e si farà, ma è ovvio che un provvedimento così importante, per certi versi rivoluzionario, necessità di numeri certi, di dialogo con le parti sociali e di passaggi istituzionali. Il ministro dell'Economia ha già fatto sapere che ci saranno tre fasi: la raccolta di dati e la loro analisi, una legge delega in parlamento, una serie organica di decreti allegati. Oggi si contano 242 balzelli tra agevolazioni, detrazioni e deduzioni, con un costo complessivo di 142 miliardi. Si punterà sull'erosione di questa cifra per arrivare all'abbassamento delle aliquote. La priorità della riforma è la famiglia e l'obiettivo è di concentrare gli aiuti lasciando la scelta agli stessi nuclei di come allocare le risorse. I sostegni oggi non mancano, ma sono dispersi tra Fisco e Inps.

Riduzione degli oneri amministrativi. Questo tema, è bene ricordarlo, rappresenta uno dei pilastri della politica di «Better Regulation» promossa nell'ambito della Strategia di Lisbona. Con l'art. 25 della Legge 6 agosto 2008, n. 133, il Governo ha messo a regime il processo di misurazione e di riduzione degli oneri. Il piano di semplificazione amministrativa 2010-2012 presentato dal ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, al Consiglio dei ministri del 7 ottobre, ha come obiettivo di ridurre di almeno il 25%, entro il 2012, gli oneri gravanti sulle imprese, con un risparmio atteso di almeno 17 miliardi di euro l'anno. Il piano per tagliare i costi della burocrazia, liberando risorse per lo sviluppo e la competitività delle imprese, prevede il completamento delle attività di misurazione nelle materie di competenza statale, con una riduzione di oneri che nel 2011 comporterebbero un risparmio di 11,6 miliardi. A quest'attività si aggiunge l'estensione della misurazione degli oneri anche alle regioni e agli enti locali, per altri 5,3 miliardi di euro di risparmi attesi, cui va aggiunta la semplificazione mirata per le Pmi prevista dallo «Small business act».

Riforma dell'istruzione e dell'università in particolare. Il disegno di legge in materia è già stato licenziato dal Senato poco prima della pausa estiva, dopo una discussione durata più di 7 mesi, e ora è all'esame dell'altro ramo del parlamento. Dopo vent'anni di tentativi di riforme dell'università, il più delle volte effettuate in maniera discontinua e frammentaria, forse arriveremo ad averne una che abbia una visione d'insieme. Questa ipotesi di riforma ha il merito di avere come principi ispiratori principalmente il merito e la responsabilità e di affrontare temi strategici per lo sviluppo del sistema universitario quali il governo e la struttura degli atenei (titolo I), la valorizzazione del merito di studenti e docenti, la valutazione e la responsabilizzazione degli atenei, i meccanismi di finanziamento del sistema universitario (titolo II), lo stato giuridico di docenti e ricercatori, il reclutamento, i contratti di insegnamento e ricerca (titolo III).

Ammortizzatori sociali. Secondo Confcommercio il basso tasso di disoccupazione italiano è dovuto al fatto che l'alta protezione dei posti di lavoro compensa la bassa partecipazione al mercato del lavoro. Quindi, in questa situazione, qualora non fosse rifinanziata la Cig in deroga, si avrebbe un effetto negativo immediato sul tasso di disoccupazione. Proprio a tal riguardo il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha affermato con chiarezza che il governo prorogherà la cassa integrazione in deroga e gli altri strumenti di protezione per tutto il 2011 con un provvedimento che sarà adottato alla fine dell'anno. Detto questo, la vera sfida non potrà che essere quella di stimolare il tasso di attività attraverso l'implementazione dei canali di ingresso nel mercato del lavoro che, in un Paese civile, non possono essere più strettamente legati, come avviene oggi nella maggior parte dei casi, all'appartenenza famigliare o alla conoscenza giusta.

Questi sono alcuni dei temi sui quali è necessario confrontarsi. Troppo spesso il fango gettato nell'agone ha impantanato la dialettica politica su questioni che nulla hanno a che vedere con il futuro del nostro Paese. Chi ha qualcosa da dire su cose concrete come il federalismo, la riforma fiscale, la riduzione degli oneri amministrativi, la riforma dell'istruzione, gli ammortizzatori sociali, le dinamiche occupazionali, la famiglia e quant'altro, lo faccia. Chi ha voglia ancora di giocare alla lotta nel fango, invece, abbia almeno il buon gusto di non gettarlo addosso a tutto e a tutti. Qualora le persone che si contrappongono oggi all'azione del governo non avanzassero su questi temi alcuna proposta alternativa, fatta di analisi e cifre, ma si limitassero a criticare per distruggere tutto o, peggio ancora, a gettare fango per tentare di impantanare gli avversari politici, vorrà dire che non avranno niente da dire sul futuro dell'Italia. Le parole al vento servono anche per coprire questa evidente mancanza di idee concrete.

giovedì 4 marzo 2010

Occupazione e ammortizzatori sociali. Il sistema tiene



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 03 marzo 2010

Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dall'Istat, in Italia il numero di occupati a gennaio 2010 è pari a 22 milioni 904 mila unità (dati destagionalizzati), sostanzialmente invariato rispetto a dicembre e inferiore dell'1,3% (-307 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 57% (-0,1% rispetto a dicembre 2009 e -1% se confrontato con gennaio 2009). Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 144 mila unità, in crescita dello 0,2% (+5 mila unità) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di disoccupazione è pari all'8,6% (con una variazione congiunturale sostanzialmente nulla ma in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto a gennaio 2009). Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 con riferimento a gennaio 2009.

In estrema sintesi, si potrebbe dire che il tasso di disoccupazione continua a crescere, trainato soprattutto dalla componente giovanile della forza lavoro, ma non in maniera drammatica come alcuni vorrebbero far credere. Ovviamente anche la perdita di un solo posto di lavoro è un evento che genera sofferenza, ma è altrettanto vero che il compito di un esecutivo è di garantire la tenuta del sistema occupazionale, per combattere l'emorragia di posti di lavoro, e quella degli ammortizzatori sociali, per non lasciare indietro nessuno. Dati alla mano, il governo ha fatto la sua parte. La conferma ci arriva dai numeri e dalle cose fatte: nel 2009 il tiraggio per la cassa integrazione ordinaria è stato del 61% rispetto al 70% dello stesso periodo del 2008, mentre per la straordinaria il consumo si è fermato al 68% delle ore autorizzate contro l'86% dello stesso periodo dell'anno precedente; la creazione della cassa integrazione in deroga ha dato una copertura sociale ad alcune attività lavorative che prima non avevano alcuna forma di garanzia; l'attivazione della task force da parte del ministero dello Sviluppo Economico, per affrontare gli effetti della crisi, ha gestito nel 2009 più di 150 tavoli che hanno coinvolto oltre 300 mila lavoratori; gli interventi a favore delle piccole e medie imprese, che sono l'ossatura non solo del nostro sistema economico, ma anche quella del lavoro privato in Italia, hanno permesso a queste realtà di poter rispondere in maniera efficace alle sfide dettate dalla crisi economica mondiale attraverso la scelta di puntare sulla qualità, l'innovazione e l'internazionalizzazione.

La crisi si fa sentire ed il nostro paese, nonostante i vari avvoltoi anti-italiani sempre pronti con la sfera di cristallo in mano a prevedere un futuro a tinte fosche, sta reggendo bene e meglio di altri partner europei tanto osannati fino a qualche tempo fa. Nella Spagna del tanto lodato Zapatero, considerata ancora un anno fa l'Eden da molti analisti economici, ad esempio, i disoccupati sono arrivati ad essere più di 4 milioni (il tasso è al 19%) con aumento di quasi 650 mila persone rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+18,6%). E altrove la situazione non è migliore. Nel Vecchio Continente, infatti, la percentuale di persone in cerca di lavoro è rimasta ferma a gennaio sia nell'area euro (al 9,9%) che nell'Ue a 27 (9,5%). Guardando ai singoli paesi, secondo l'Eurostat, la disoccupazione si è attestata al 7,5% in Germania (invariata rispetto a dicembre), al 10,1 in Francia (+0,1% sul mese precedente) e al 9,7% negli Stati Uniti.

martedì 26 gennaio 2010

Intervista all'onorevole Giuliano Cazzola


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 26 gennaio 2010

E' in discussione alla Camera il disegno di legge che conferisce la delega al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di Enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l'impiego, di incentivi all'occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro. Giuliano Cazzola, laureato in giurisprudenza, già dirigente generale dello Stato, professore a contratto di Diritto della previdenza sociale presso la Facoltà di giurisprudenza dell'Università degli studi di Bologna, giornalista pubblicista, in questa legislatura vicepresidente della Commissione Lavoro pubblico e privato di Montecitorio, è il relatore di questo provvedimento.

Onorevole Cazzola, cosa prevede il provvedimento in questione in materia di lavori usuranti?

In sostanza riapre i termini della delega, che nel passaggio tra la precedente legislatura e questa erano scaduti. Poi inserisce una clausola di garanzia nel caso in cui le domande per accedere ai requisiti pensionistici agevolati, riconosciuti ai lavoratori esposti ad attività usuranti, superino gli stanziamenti previsti. Quanto a benefici, a regime, i lavoratori esposti a tali attività potranno andare in pensione fino a tre anni prima degli altri.

In Commissione Lavoro è passato un suo emendamento in tema di scuola e apprendistato che ha suscitato non poche polemiche da parte di sindacati ed esponenti dell'opposizione parlamentare. Di cosa si tratta? E come risponde alle polemiche?

E' una tempesta in un bicchier d'acqua. In verità noi offriamo un'opportunità in più ai ragazzi. La sinistra, nella passata legislatura, ha introdotto il diritto-dovere d'istruzione per la durata di un decennio (da 6 a 16 anni), ma non sono stati modificati gli ordinamenti e i cicli scolastici. In sostanza, si tratta di uno «scampolo» di istruzione, dopo la scuola media, spesso ritenuto inutile da parte dei ragazzi che non intendono continuare gli studi. La legge consente, inoltre, di adempiere all'obbligo di istruzione frequentando dei percorsi organizzati dalle strutture, pubbliche e private, del sistema della formazione professionale regionale. Il mio emendamento - se sarà approvato in via definitiva - riconoscerà la possibilità di entrare nel mercato del lavoro a 15 anni soltanto attraverso un rapporto a causa mista e ad alto contenuto formativo, come l'apprendistato, rispettando, nel contempo, l'obbligo di istruzione. Non è modificata la norma che ha elevato a 16 anni l'età minima per l'accesso al lavoro. Non sarà consentito, infatti, di fare l'operaio o l'impiegato a 15 anni; l'apprendista sì, perché tale rapporto ha un contenuto prevalente d'istruzione e formazione. L'articolo 48 della legge Biagi - a cui si riferisce l'emendamento - stabilisce, addirittura, che «la regolamentazione dei profili dell'apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione è rimessa alle Regioni», d'intesa con i Ministeri del Lavoro e dell'Istruzione pubblica, sentite le parti sociali. Quanto previsto dall'emendamento diventerà operante solo a valle di tale percorso.

La piaga del lavoro sommerso è tornata prepotentemente sotto la luce dei riflettori dei media con i noti fatti di Rosarno. Il ministro Sacconi ha dichiarato che ci sarà tolleranza zero da parte del Governo contro il lavoro irregolare. Che cosa prevede il ddl sul lavoro in materia?

C'è una norma precisa di contrasto del lavoro irregolare nel «collegato», che punta a perseguire con maggiore impegno le violazioni sostanziali piuttosto che quelle formali.

Da tempo si parla della riforma degli ammortizzatori sociali. Quando verrà realizzata e secondo quali criteri?


Nel «collegato» al Senato è stata introdotta un'ampia norma di delega per disciplinare questa materia. Tra l'altro è stata riaperta la stessa delega che il Governo Prodi aveva inserito nella legge di recepimento del Protocollo sul welfare del 2007. Poi il ministro Sacconi ha in preparazione anche lo Statuto dei lavori che dovrebbe meglio definisce i soggetti a cui vanno riconosciuti ed erogati gli ammortizzatori sociali.

Tutti gli studi ci dicono che l'impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato rispetto a molti altri paesi OCSE. Quale è, a suo avviso, la chiave di lettura di questi dati?


E' un trend destinato ad aggravarsi, anche se il tasso di disoccupazione resterà al di sotto di quello medio europeo. Di chiavi di lettura ce ne possono essere tante. Io ne ricordo in particolare due: il Governo ha messo a disposizione delle imprese, nella fase più acuta della crisi, risorse importanti che hanno garantito il mantenimento di un rapporto con i lavoratori. Poi la crisi non ha colpito ovunque nello stesso modo: alcuni settori hanno tenuto meglio di altri. Purtroppo sono stati i cosiddetti «precari» ad aver pagato un prezzo più alto.

venerdì 11 dicembre 2009

Più ammortizzatori sociali e innovazione. La risposta del governo alla crisi


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 10 dicembre 2009


La crisi sociale in Europa potrebbe aggravarsi nel 2010: è quanto sottolinea la bozza delle conclusioni del vertice dei leader Ue riuniti a Bruxelles. «La situazione economica - si legge nel testo - si è stabilizzata e la fiducia sta aumentando. Le previsioni suggeriscono una ripresa debole nel 2010, seguita dal ritorno di una forte crescita nel 2011. Ma restano incertezze e fragilità - si aggiunge - mentre si prevede che l'occupazione e la situazione sociale si deterioreranno ulteriormente nel 2010». Per questo motivo si ribadisce come «le politiche a sostegno dell'economia devono restare sul terreno ed essere ritirate solo quando la ripresa sarà pienamente garantita».

Secondo il bollettino di dicembre della Banca Centrale Europea, la maggior parte delle stime indica che la crisi finanziaria ha ridotto e continuerà a ridurre la capacità produttiva delle economie dell'area dell'euro ancora per qualche tempo. Per promuovere la crescita sostenibile e l'occupazione saranno necessari un mercato del lavoro flessibile e incentivi al lavoro più efficaci. Occorrono inoltre urgenti politiche di stimolo alla concorrenza e all'innovazione per accelerare la ristrutturazione e gli investimenti e creare nuove opportunità imprenditoriali. Insomma, in questo quadro di luci e ombre diventa fondamentale irrobustire gli ammortizzatori sociali e puntare con decisione alle politiche di stimolo all'innovazione del sistema produttivo nazionale.

Che cosa ha fatto il governo italiano per rispondere a questa esigenza? Ha aggiunto 1 miliardo di euro, con il pacchetto welfare della Finanziaria, ai 16 miliardi di stanziamenti previsti già dallo scorso anno per gli ammortizzatori sociali. In pratica sono le somme previste per il biennio 2009-2010 per gli ammortizzatori sociali ordinari e speciali (24 miliardi, di cui 12 per il 2010) e per gli ammortizzatori sociali in deroga, per i quali, sempre nel biennio, erano previsti 8 miliardi (di cui 4 per il 2010). Il capitolo sugli ammortizzatori in deroga - CIG, mobilità e disoccupazione speciale - figura anche tra le norme inserite nel pacchetto welfare in quanto, oltre a prorogare nel 2010 gli interventi in deroga già disposti nel 2009, serviva una nuova disposizione per intervenire nel 2010 con gli ammortizzatori in deroga su quelle situazioni che presentano problematiche occupazionali per le quali l'attuale normativa non prevedeva alcun intervento. La nuova disposizione consente inoltre di proseguire gli interventi già iniziati negli anni precedenti e non completati. In pratica il governo ha allungato la coperta per venire incontro alle esigenze del maggior numero di persone possibile, ribadendo con i fatti l'intenzione di non lasciare indietro nessuno di fronte alla crisi.

Nella Finanziaria c'è anche una buona notizia per le imprese che fanno ricerca e innovazione, visto che la dotazione per i crediti di imposta è salita a 854 milioni nel 2010. La somma è stata aumentata di 200 milioni per il 2010, mentre, rispetto agli iniziali 65,4milioni, altri 200 sono previsti nel 2011.

Non va poi dimenticato che il 3 agosto 2009 il ministro dell'Economia e delle Finanze, il presidente dell'ABI e le Associazioni dei rappresentanti delle imprese hanno firmato un Avviso comune per la sospensione dei debiti delle piccole e medie imprese verso il sistema creditizio, con l'obiettivo di dare respiro finanziario alle imprese aventi adeguate prospettive economiche e in grado di provare la continuità aziendale. Secondo i dati del ministero dell'Economia, sono state circa 46 mila le domande di sospensione dei debiti delle piccole e medie imprese pervenute al 31 ottobre 2009 e relative alle prime settimane di piena applicazione della moratoria. In un paese come il nostro, in cui la stragrande maggioranza delle imprese ha dimensioni medio-piccole, questo tipo di interventi non solo rafforza il sistema produttivo nazionale ma, soprattutto, salvaguarda i posti di lavoro che queste realtà sono in grado di offrire.

Poi si può sempre discutere circa la possibilità di fare qualcosa di più (anche se l'opposizione non ha presentato alcuna contro-proposta organica rispetto alla Finanziaria del governo), ma è un dato di fatto che il nostro paese ha sulle spalle il macigno di uno spaventoso debito pubblico, e che qualsiasi intervento non può certo prescindere da questo elemento fondamentale.

lunedì 26 ottobre 2009

Riforma degli ammortizzatori sociali dopo la crisi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 23 ottobre 2009

«Nella dialettica sul posto fisso la parola chiave sono gli ammortizzatori sociali anche se c'è uno strumento che viene prima: è il diritto della persona alla conoscenza e alla competenza». Lo ha ribadito il titolare del Lavoro, Maurizio Sacconi, nel suo intervento all'assemblea elettiva della Cna evidenziando che se una persona è autosufficiente nel mercato attraverso la conoscenza e la competenza «allora costruiamo persone occupabili». E per il ministro questo vuol dire «fare delle scelte e ritenere che il lavoro deve essere la parte del processo educativo della persona».

Sacconi ha centrato in pieno i termini della questione. In generale l'ideale sarebbe fare (bene) un lavoro che piaccia (e qui non centra il Legislatore), sia esso con contratto a tempo indeterminato, a termine o con partita iva, senza forzature estreme da parte del Legislatore che irrigidiscano o precarizzino il mercato del lavoro ma con interventi in grado di dare una certa stabilità al percorso lavorativo di una persona. Ed è per questo che occorre portare al centro della discussione inerente le dinamiche del mercato del lavoro una riforma degli ammortizzatori sociali che allarghi la platea dei potenziali beneficiari, in modo positivo e non parassitario, verso quelle forme di protezione sociale in grado di dare una certa stabilità e serenità. Il primo passo è già stato fatto (art. 2, comma 36, della legge n. 203/2008; art. 19 della legge n. 2/2009; art. 7-ter della legge n. 33/2009) con l'allargamento della cassa integrazione ad una parte di lavoratori che prima non ne beneficiavano e la speranza è che questa breccia aperta nell'iniquo sistema del welfare nostrano sia l'inizio di un percorso che modifichi lo status quo.

Il governo ha confermato l'intenzione di voler riformare gli ammortizzatori sociali, anche se, secondo il ministro Sacconi, «quello della grande crisi non è il momento più idoneo per farlo». Lo stesso ministro ha precisato l'intenzione di «voler mantenere il concetto assicurativo dell'ammortizzatore sociale». «Dobbiamo pensare a mantenere un sistema degli ammortizzatori a due pilastri: indennità di disoccupazione da un lato, e cassa integrazione o contratto di solidarietà fondato sul ruolo delle parti sociali, non privatistico ma che preveda un prelievo, anche obbligatorio, attraverso la bilateralità», ha detto il ministro. «Siamo pronti a discutere la riforma degli ammortizzatori sociali ma dobbiamo uscire dalla condizione nella quale necessariamente dovremmo fare cose che possono essere in contraddizione con ciò che pensiamo di fare a regime».

Secondo il Rapporto Svimez 2009 l'anomalia del sistema del welfare italiano è soprattutto nella sua composizione, troppo sbilanciata verso i trattamenti previdenziali, ai quali destina circa il 20% in più degli altri partners europei. «Per quel che riguarda la spesa per le politiche di sostegno al reddito, nei casi di disoccupazione o di corsi di formazione per il reinserimento nel mercato del lavoro, restano forti differenze tra i vari Stati europei: la media dell'Ue è del 5,6% sul totale ma varia tra il 12% di Belgio e Spagna e il 2% dell'Italia. La riorganizzazione e razionalizzazione della spesa sociale passa attraverso la realizzazione di politiche di welfare to work, puntando sempre più su un'inclusione attiva nel mercato del lavoro. Ma tale obiettivo è condizionato dal sistema previdenziale, in particolare per quel che riguarda la sua sostenibilità finanziaria. Oggi l'Italia è tra i partners Ue quello con la maggiore incidenza degli oneri previdenziali sul totale delle prestazioni sociali».

Insomma è chiaro che in Italia c'è un doppio squilibrio nel sistema del welfare: uno tra prestazioni pensionistiche e prestazioni a sostegno del redditto e l'altro all'interno dei beneficiari di queste ultime. La volontà del governo di non voler lasciar indietro nessuno è certamente la strada migliore per portare finalmente in equilibrio il sistema.

mercoledì 7 ottobre 2009

Dai dati Inps segnali di normalizzazione della crisi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 06 ottobre 2009


Aumenta in settembre il ricorso alla cassa integrazione. Lo comunica l'Inps precisando però che si tratta del mese di settembre con la crescita congiunturale più bassa degli ultimi cinque anni. In valore assoluto, si legge in una nota, il numero di ore di cassa integrazione autorizzate aumenta sia nei confronti del settembre 2008 (+437,05%), sia nei confronti del mese di agosto 2009 (+95,30%). Tuttavia negli anni scorsi, segnala l'Inps, la velocità di questo incremento si presentava con tassi congiunturali assai più alti del 95,3% del settembre di quest'anno rispetto al mese precedente. Nel 2005 fu oltre il 250% e negli anni successivi si è sempre collocato tra il 100 e il 130%.

A livello tendenziale, invece, si stanno riproducendo gli incrementi di luglio e di agosto: «Si conferma una sorta di normalizzazione della crisi - commenta il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua - il comportamento delle aziende sta assumendo atteggiamenti analoghi a quelli degli anni passati, anche se i volumi delle richieste di cig sono ovviamente non paragonabili a quelli precedenti alla crisi esplosa circa un anno fa. Settembre mostra una ripresa delle richieste di cassa integrazione, rispetto ad agosto, ma in misura percentuale molto minore degli ultimi anni. Aspettiamo tra qualche giorno il dato del tiraggio per vedere se anche il consumo reale di cassa integrazione, al 61% fino al mese di agosto, si confermerà di molti punti percentuali inferiore a quello del 2008, quando si consumava il 77% delle ore richieste di cassa integrazione».

Anche le domande di disoccupazione mostrano una sensibile frenata nella dinamica di crescita: +32,8% in agosto 2009 rispetto ad agosto 2008. Diminuiscono anche i beneficiari delle indennità di disoccupazione: nel mese di maggio, ultimo dato disponibile stabilizzato tra entrate e uscite, sono stati poco più di 440.000 contro i 450.000 di aprile. Insomma, i dati emersi sono incoraggianti ma è opportuno non abbassare la guardia. Nel dettaglio le ore richieste di cassa integrazione a settembre si suddividono in poco più di 69 milioni di ore per la cassa ordinaria (cigo), 19.5 milioni di ore per la cassa straordinaria (cigs) e 16.2 milioni di ore per la cigs in deroga, che rappresenta il fattore di crescita più dinamico di tutto il sistema, e sostanzialmente, di impossibile confronto con lo scorso anno: con la «deroga» si è allargata di fatto la cig a una platea di aziende e lavoratori che prima non poteva accedervi.

L'applicazione degli ammortizzatori sociali in deroga per l'anno 2009 e seguenti trova riscontro normativo nell'art. 2, comma 36, della legge n. 203/2008, nell' art. 19 della legge n. 2/2009 e nell'art. 7-ter della legge n. 33/2009. Inoltre il 12 febbraio scorso Governo, Regioni e Province autonome hanno concluso un accordo in materia con riferimento al biennio 2009-2010: il Governo ha stanziato risorse nazionali per 5,35 miliardi (di cui 1.4 dal fondo per l'occupazione e 3.95 dal fondo per le aree sottoutilizzate), mentre le Regioni 2.65 miliardi, a valere sui programmi regionali Fse. L'articolo 19, comma 8, della legge n. 2/2009, dispone che «le risorse finanziarie destinate agli ammortizzatori sociali in deroga alla vigente normativa (...) possono essere utilizzate con riferimento a tutte le tipologie di lavoro subordinato, compresi i contratti di apprendistato e di somministrazione». Inoltre, il comma 10 del medesimo articolo 19 sancisce che il diritto a percepire qualsiasi trattamento di sostegno al reddito, ivi compresi quelli «in deroga», «è subordinato alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale».

Ed è proprio questa la vera e positiva novità introdotta dal governo in carica nel vetusto sistema nazionale degli ammortizzatori sociali. Finalmente è stata allargata, seppur in parte, la platea dei potenziali beneficiari ma, allo stesso tempo, si è cercato di creare un sistema di erogazione legato a situazioni dinamiche e non parassitarie. Siamo sulla buona strada; la speranza è che questa breccia creata all'interno dell'iniquo welfare italiano, che da sempre penalizza i lavoratori più giovani, porti nel più breve tempo possibile a una grande riforma del sistema degli ammortizzatori sociali che allarghi il mantello protettivo del welfare nostrano a tutti i giovani lavoratori che oggi ne sono sprovvisti.

mercoledì 30 settembre 2009

Elementi positivi nella relazione dell'Inps



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 29 settembre 2009


Il presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, ha spiegato che dal mese di settembre 2008 alla fine di agosto del 2009 le ore totali di cassa integrazione ordinaria hanno registrato una crescita del 409,4% (+660% nell'industria e +66,7% nell'edilizia). Le ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate hanno invece fatto segnare una crescita dell'86,7%. Un aumento impetuoso che, tuttavia, dimostra come il sistema produttivo italiano sia riuscito fino ad ora a reggere all'onda d'urto della crisi economica mondiale. La prova è nell'enorme differenza tra le ore totali di cassa integrazione ordinaria e quelle straordinarie. La CIG ordinaria è attivabile in caso di sospensione o contrazione dell'attività produttiva per situazioni aziendali dovute a eventi temporanei e non imputabili all'imprenditore o ai lavoratori, mentre quella straordinaria in caso di ristrutturazione, di riorganizzazione, di conversione, di crisi aziendale e nei casi di procedure concorsuali. E' quindi possibile affermare che, seppur i dati sono preoccupanti, come lo sono quelli che arrivano da tutto il mondo, le aziende italiane, nella maggior parte dei casi, soffrono la crisi ma non falliscono.

Dalle stime dell'INPS emerge poi che le uscite dell'istituto nel 2010 dovrebbero ammontare a 231 miliardi complessivi, con un aumento di 6 miliardi rispetto all'esercizio precedente. Di questi, il 50% (3 miliardi di euro) saranno destinati alla perequazione delle pensioni, mentre il restante 50% al sistema degli ammortizzatori. Inoltre, secondo il presidente dell'INPS, con l'attuale andamento del «tiraggio» (il consumo reale di cassa integrazione) il 2009 potrebbe costare meno di 4,5 miliardi di euro, contro i 16 miliardi (compresi i 4 per la CIG in deroga) messi a disposizione da governo e regioni. Insomma, le cifre stanziate dallo Stato sarebbero di quasi 4 volte superiori a quanto effettivamente speso nel corso del 2009.

L'altra buona notizia è che ammontano a 1,5 miliardi di euro i contributi recuperati grazie alla lotta al lavoro nero condotta dall'INPS negli ultimi 12 mesi e che l'incremento dei contributi evasi accertati rispetto all'anno precedente è di 24,531 milioni di euro. Questi importanti obiettivi sono stati raggiunti grazie all'attenzione che l'istituto ha rivolto verso la costruzione e l'ottimizzazione di strumenti di intelligence a supporto dell'attività di vigilanza e attraverso la reingegnerizzazione dell'intero processo.

Sono un milione le domande di disoccupazione ricevute in un anno dall'INPS: di queste sono 984.286 quelle accolte e liquidate tra l'inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In totale, le domande presentate all'INPS sono 1.172.659, per un importo medio annuo elargito di 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione che può variare da sei mesi a un anno. Tuttavia bisogna aggiungere che il trend è ampiamente sotto controllo. Il numero dei beneficiari di sussidio di disoccupazione ad aprile 2009 era di 450.000 soggetti, in marzo erano più di 460.000. Il numero dei beneficiari, infatti, non corrisponde mai al numero delle domande presentate e accolte. Il numero di domande ricevute e lavorate nel corso degli ultimi dodici mesi, poco più 1,1 milioni, di cui circa 980mila accolte, è la sommatoria di richieste che si sono accumulate nel tempo. Non offrono la fotografia di un momento, ma la sequenza di fatti successivi. Il rapporto è di circa 1 a 2: un beneficiario ogni due domande. Il beneficio ha una durata variabile tra i sei e gli otto mesi e non tutti i beneficiari ne godono per l'intero periodo, e non appena un beneficiario trova nuova occupazione decade dal diritto di ricevere il sussidio. E' lecito quindi - secondo l'istituto - stimare il numero attuale dei disoccupati tra i 450mila di aprile, accertati dall'INPS, e i circa 500mila previsti entro fine anno dal recente rapporto del CNEL. Sempre il presidente dell'INPS ha fatto sapere che il bilancio previsionale dell'istituto nel 2010 prevede un risultato di esercizio positivo per 3 miliardi di euro e un avanzo finanziario superiore ai 4,5 miliardi.

Sono numeri che possono dare una certa tranquillità al welfare italiano e che premiano il lavoro svolto in un anno dall'INPS (con riferimento soprattutto alla lotta al lavoro nero) e dal governo che, in collaborazione con le regioni, dati alla mano, ha stanziato soldi a sufficienza per rispondere agli effetti della crisi.

mercoledì 23 settembre 2009

Il ruolo centrale degli ammortizzatori sociali



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 21 settembre 2009

La situazione occupazionale potrebbe peggiorare nei prossimi mesi negli Stati Uniti: l'avvertimento è stato lanciato dal presidente Usa Barack Obama in un'intervista alla Cnn. «Che le cose siano chiare: la situazione dell'occupazione non migliorerà e potrebbe anzi peggiorare nei prossimi due o tre mesi». Negli Usa il tasso di disoccupazione è ai livelli peggiori dalla grande depressione degli anni Trenta ed è salito in agosto al 9,7%. Obama aveva già parlato della preoccupante possibilità che il tasso di disoccupazione possa superare nei prossimi mesi il 10% prima di cominciare a scendere.

Anche in Europa la situazione non è certo delle migliori. Tuttavia il nostro paese, sul versante della tenuta dei posti di lavoro, sembra aver reagito meglio rispetto agli altri partner continentali. Secondo gli ultimi dati disponibili (bollettino della Commissione Europea sulla situazione dell'occupazione) il tasso di disoccupazione in Italia (7,4%) è inferiore a quello registrato a luglio in Spagna (18,5%), Francia (9,8%), Regno Unito (7,7%), Germania (7,7%), Polonia (8,2%) e, rispetto ai primi tre mesi dell'anno, la situazione occupazionale risulta sostanzialmente stabile nel nostro paese e in negativo in quasi tutti gli altri.

L'attenzione dei governi in questo momento è concentrata sulla salvaguardia dei posti di lavoro e sul miglioramento dei sistemi di protezione sociale. In questo contesto assumono quindi un ruolo centrale gli ammortizzatori sociali, ossia quel sistema di tutela del reddito dei lavoratori che sono in procinto di perdere o, purtroppo, hanno già perso il proprio posto di lavoro. Ed ancora più importanti sono quelle misure a sostegno di coloro che non sono coperti da alcuna forma di protezione sociale da parte dello Stato. Il governo italiano, a riguardo, per proteggere anche i lavoratori non coperti dalla cassa integrazione ha stanziato specifici fondi destinati ad una platea di oltre 5 milioni di potenziali beneficiari facenti parte della variegata galassia dei dipendenti delle piccole imprese, degli studi professionali, dei lavoratori interinali, degli apprendisti.

I fondi anti-crisi messi a disposizione dal nostro governo sono stati pari a 55,8 miliardi di euro e sono stati destinati a quelle misure previste dal «Patto globale sul lavoro», siglato il 19 giugno scorso dai 183 paesi che aderiscono all'Agenzia internazionale per il lavoro: 17,8 miliardi per le infrastrutture (ai 16,6 previsti sono stati aggiunti 1,2 miliardi di cui 1 miliardo per l'edilizia scolastica e 200 milioni per l'edilizia carceraria), 7 miliardi di misure di protezione dei più deboli, 2 miliardi per misure a sostegno dei consumi, 9 miliardi nel fondo strategico per le imprese, 16 miliardi per gli ammortizzatori sociali nel 2009 con ulteriori 4 nel 2010. Il decreto anti-crisi del 26 giugno scorso, inoltre, ha rafforzato ulteriormente il nostro sistema di protezione sociale attraverso alcune misure come il rientro anticipato dei lavoratori cassintegrati, il bonus erogato a chi decide di mettersi in proprio, il rafforzamento dei contratti di solidarietà, l'assunzione agevolata dei percettori di forme di sostegno al reddito, la possibilità per i lavoratori cassintegrati di lavori brevi pagati attraverso i voucher.

La formula del governo «non lasceremo indietro nessuno» sembra essere quella giusta per rispondere al meglio agli effetti della crisi e lo è ancor di più il fatto che a sostegno delle parole sono arrivati soldi veri, come ha ammesso ai primi di settembre anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Ora però bisogna continuare su questa strada sin dalla prossima Finanziaria, magari con ulteriori interventi per i finanziamenti per la cassa integrazione in deroga e misure a sostegno dei consumi e degli investimenti.
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