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venerdì 7 ottobre 2011

La tragedia di Barletta offre qualche spunto di riflessione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 07 ottobre 2011

La tragedia di Barletta ha colpito il cuore di tante persone per vari motivi: l'assurdità di quelle morti, le polemiche sulla prevedibilità o meno del crollo della palazzina, il fatto che le vittime fossero donne che lavorassero in nero e sottopagate. Sul caso specifico di quanto è avvenuto nella cittadina pugliese la giustizia farà il suo corso. La Procura di Trani ha aperto un fascicolo per disastro colposo e omicidio colposo plurimo.

Restano due fatti: la morte di quelle povere persone per il crollo della palazzina e la loro condizione lavorativa. In quest'ambito, ci occuperemo della seconda questione per fare alcune considerazioni di carattere generale.

La prima sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Le donne morte sotto le macerie lavoravano in nero. La magistratura farà luce, oltre che sui motivi che hanno causato il crollo della palazzina, sulle condizioni del luogo in cui queste persone operavano. La materia è molto complessa. Come insegna un'altra tragedia, quella degli operai morti nelle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, la sicurezza del luogo del lavoro è inquadrata in un complesso quadro di disposizioni (c'è una direttiva-quadro europea modificata nel tempo e la normativa italiana), non dipende dal fatto che l'attività d'impresa sia ubicata al nord o al sud del paese, che l'azienda sia grande o piccola e che sia italiana o straniera.

La seconda riflessione riguarda la recente modifica della normativa in materia di sicurezza e sull'attività di vigilanza e controllo sui luoghi di lavoro. Spesso si fa lo sbaglio di confondere e intrecciare questa delicata questione con la burocrazia fine a se stessa. Due anni fa il Governo è intervenuto sul tema con il decreto legislativo 5 agosto 2009, n. 106, che ha integrato e corretto il testo unico (decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81). Questa norma ha introdotto un sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi in settori a particolare rischio infortunistico e ha puntato sul superamento di un approccio meramente formalistico e burocratico al tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, prestando maggiore attenzione ai profili sostanziali e agli obiettivi da raggiungere. In sostanza quello che conta è la tutela reale del lavoratore e non la burocratizzazione del sistema, che nulla aggiunge in termini di sicurezza e molto toglie alle dinamiche economiche delle attività produttive. Nello stesso momento, inoltre, il Ministero del Lavoro ha disposto nel tempo una serie d'iniziative per stanare il lavoro nero come, tra le altre cose, l'aumento delle attività ispettive con tanto di valutazione delle attività svolte fino ad ora e pianificazione per il futuro, il piano straordinario di vigilanza per le regioni del Sud nei settori a maggiore rischio di morti e infortuni come l'agricoltura e l'edilizia, le convenzioni per la cooperazione tra le Direzioni provinciali del Lavoro, la Guardia di Finanza e l'Arma dei Carabinieri.
Il caso di Barletta, come anche diverse altre tragedie che l'hanno preceduta, sono la dimostrazione evidente che ci sono situazioni che purtroppo sfuggono alle norme e ai controlli e che appesantire inutilmente la normativa della sicurezza sul lavoro non salva alcuna vita. Servono, invece, sempre più controlli (razionali) da parte delle istituzioni, più occhi vigili da parte di tutti gli operatori coinvolti nel sistema economico-sociale, norme chiare e severe per la tutela della salute dei lavoratori, pene certe.

La terza considerazione riguarda la condizione delle donne nel mercato del lavoro. Le differenze di genere sono un dato storico che trascende i confini nazionali. Gli studi sul tema si sprecano. Basterebbe citarne uno a caso per quantificare il problema in numeri e in tutta la sua gravità. Per esempio l'International Migration Outlook 2008 segnalò che, in tutto il mondo, la differenza salariale tra lavoratori immigrati e autoctoni (in media tra il 15% ed il 20% in meno a sfavore degli immigrati) è più piccola di quella tra uomo e donna. Il problema ha radici profonde. John Stuart Mill sosteneva che la differenza fra uomo e donna era visibile solo perché le donne non avevano le stesse possibilità degli uomini, ma, una volta eliminate le disparità, e una volta aperte le porte dell'istruzione e della carriera alle donne, esse sarebbero diventate in tutto simili agli uomini (The subjection of women, 1869). Dopo quasi un secolo e mezzo siamo qui a parlare di donne che lavoravano in nero e che guadagnavano 4 euro all'ora. Ovviamente ci sono anche tanti uomini che svolgono attività in nero e con paghe da fame. Il problema per le donne, tuttavia, è che spesso sono pagate meno anche quando sono in regola.

La quarta considerazione riguarda la concorrenza nel mercato globale. Il problema del lavoro irregolare e dei bassi salari va inquadrato anche, e soprattutto, in alcune dinamiche negative prodotte dalle attuali regole del mercato mondiale. Il caso di Barletta è quasi un classico esempio di come in certi tipi di produzione le attività italiane, ma si potrebbe dire occidentali, non sono più competitive perché ci sono realtà nel mondo dove le condizioni socio-economiche, che spesso trascendono in un vero e proprio sfruttamento, permettono di produrre con costi minori rispetto ai nostri. Se si vuole competere a quel livello e in quel tipo di produzione, quindi, non resta che ricreare in parte o in tutto quelle condizioni che permettono alla merce di essere concorrenziale in quel segmento di mercato. Si tratta di un ragionamento che, preso così, è totalmente inaccettabile per tanti motivi (c'è l'alternativa della riconversione della produzione, l'innalzamento della qualità, lo spostamento in un altro segmento di mercato, ecc.). Resta che questa spirale negativa è chiara e porta a produrre due tipi di pensiero: da un lato chi afferma che questo tipo di attività, pur se irregolare e sottopagata, permette di vivere o almeno sopravvivere e chi non accetta che comunque in Italia si crei quel tipo di condizione lavorativa. Il tema è incandescente e l'unica cosa certa è che non possiamo risolverlo da soli e, quasi certamente, neanche in compagnia dei soli partners comunitari.

venerdì 15 gennaio 2010

Agricoltura e lavoro irregolare



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 14 gennaio 2010

I fatti di Rosarno, che tra le altre cose hanno accesso per l'ennesima volta le luci dei media sullo sfruttamento di alcuni lavoratori stranieri nelle campagne italiane, hanno riportato alla ribalta il tema del lavoro irregolare in agricoltura. Martedì scorso il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi ha riunito i Presidenti degli Enti previdenziali (Inps e Inail), i Direttori generali dei Servizi ispettivi e della Tutela delle condizioni di lavoro del Ministero, il Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela del lavoro per intensificare una specifica, coordinata e capillare attività di contrasto dei fenomeni di illegalità e di sfruttamento del lavoro irregolare in agricoltura. Nel corso della riunione il Ministro ha sottolineato, tra l'altro, come anche l'introduzione del voucher - buono lavoro - rappresenti un efficace strumento di regolarizzazione e di emersione proprio per tutti quegli spezzoni lavorativi tipici delle attività di raccolta breve in agricoltura. E che, dunque, anche alla luce di questa significativa novità, ampiamente utilizzata nelle Regioni del Nord e di fatto non impiegata in quelle del Sud, non vi possano essere più alibi per i datori di lavoro. Gli stessi flussi di lavoro stagionale sono regolati da quote non del tutto utilizzate per cui l'impiego di lavoratori clandestini non trova giustificazione alcuna.

Secondo il rapporto Inea del 2009, nel periodo 1989-2007, c'è stato un incremento di più del 700% dei cittadini extracomunitari utilizzati nell'agricoltura nazionale, passati dalle 23.000 persone del 1989 alle circa 172.000 del 2007. Un rapporto del 2008 di Medici Senza Frontiere, dall'emblematico titolo «Una stagione all'inferno», aveva lanciato un preoccupante allarme sul drammatico sfruttamento degli immigrati nell'agricoltura italiana, segnalando paghe da fame e orari massacranti per tutti e lavoro in nero per la gran parte. Msf aveva intervistato da luglio a novembre del 2007 circa 600 immigrati (il 72% senza regolare permesso di soggiorno) impegnati nella raccolta di prodotti agricoli come pomodori, kiwi, uva, meloni, agrumi. Furono otto i centri sottoposti all'indagine (Piana del Sele; provincia di Latina e di Foggia; Metaponto; Valle del Belice; Palazzo San Gervasio; Piana di Gioia Tauro) e questi furono i principali risultati: il 90% del campione non possedeva alcun contratto di lavoro; ogni giorno (in media il lavoro era per meno di 4 giorni la settimana) l'orario era di 8/10 ore; la metà degli intervistati guadagnava tra i 26 e i 40 euro, mentre poco più di un terzo 25 euro o meno; il 37% dichiarava che dalla paga giornaliera venivano sottratti dai 3 ai 5 euro per i caporali.

Secondo l'Istat («La misura dell'economia sommersa secondo le statistiche ufficiali. Anni 2000-2006») nel 2006, nell'ipotesi massima, il valore aggiunto sommerso nel settore agricolo è stato pari al 31,4% del valore aggiunto totale della branca (8.538 milioni di euro), nel settore industriale il 10,4% (42.022 milioni di euro) e nel terziario il 20,9% (199.414 milioni di euro). Come vediamo è proprio l'agricoltura ad avere il triste primato del settore in cui l'economia sommersa incide di più. Nel 2007, sempre secondo l'Istat («Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, edizione 2010»), il settore agricolo aveva anche la percentuale d'incidenza più alta del lavoro irregolare sul totale delle unità lavorative (24,2% in agricoltura, 3,8% nell'industria in senso stretto, 9,8% nelle costruzioni e 13,4% nei servizi). Il Mezzogiorno era in cima alla classifica con il 25,3% (Centro 23,1%, Nord-Est 22,9% e Nord-Ovet 23,4% ), mentre su base regionale il primato spettava alla Calabria (27,3%).

Insomma, in agricoltura, soprattutto negli ultimi anni, c'è stato un ricorso massiccio allo sfruttamento della manodopera straniera; nel settore, inoltre, un lavoratore su quattro in media è irregolare ed il valore aggiunto del sommerso è quasi 1/3 del totale della branca. Inoltre, già due anni fa, la Coldiretti aveva denunciato che racket, pizzo e altri fenomeni malavitosi comportavano danni alle campagne italiane per 7,5 miliardi di euro (10 miliardi secondo la Cia - Confederazione Italiana Agricoltori) e spingevano in alto i prezzi degli alimenti; la stessa associazione di categoria aveva anche affermato che «la criminalità, sia italiana che straniera, controlla in modo pesante la manodopera, specie in nero, offerta soprattutto da immigrati, con rilevanti ripercussioni sotto il profilo del rispetto dei diritti umani e della salute, della violazione delle norme sull'immigrazione, dell'evasione contributiva, con riflessi anche dal punto di vista della concorrenza sleale che ne deriva nei confronti delle imprese che rispettano le leggi».

Tutti questi dati ci dicono che lo stato di salute della nostra agricoltura non è certo dei migliori. L'intervento dello Stato non può che essere salutato in maniera positiva ma è pur vero che anche gli operatori del settore dovranno fare la loro parte. Se c'è un lavoratore irregolare vuol dire che, almeno in quel caso di specie, non c'è stata un'azione di controllo da parte delle istituzioni ma anche che c'è almeno un datore di lavoro che non ha rispettato la legge e che nessuna associazione a tutela dei lavoratori si è accorta o ha segnalato alle autorità competenti quel problema (e sarebbe grave se l'avesse fatto senza ricevere alcuna risposta).

mercoledì 30 settembre 2009

Elementi positivi nella relazione dell'Inps



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 29 settembre 2009


Il presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, ha spiegato che dal mese di settembre 2008 alla fine di agosto del 2009 le ore totali di cassa integrazione ordinaria hanno registrato una crescita del 409,4% (+660% nell'industria e +66,7% nell'edilizia). Le ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate hanno invece fatto segnare una crescita dell'86,7%. Un aumento impetuoso che, tuttavia, dimostra come il sistema produttivo italiano sia riuscito fino ad ora a reggere all'onda d'urto della crisi economica mondiale. La prova è nell'enorme differenza tra le ore totali di cassa integrazione ordinaria e quelle straordinarie. La CIG ordinaria è attivabile in caso di sospensione o contrazione dell'attività produttiva per situazioni aziendali dovute a eventi temporanei e non imputabili all'imprenditore o ai lavoratori, mentre quella straordinaria in caso di ristrutturazione, di riorganizzazione, di conversione, di crisi aziendale e nei casi di procedure concorsuali. E' quindi possibile affermare che, seppur i dati sono preoccupanti, come lo sono quelli che arrivano da tutto il mondo, le aziende italiane, nella maggior parte dei casi, soffrono la crisi ma non falliscono.

Dalle stime dell'INPS emerge poi che le uscite dell'istituto nel 2010 dovrebbero ammontare a 231 miliardi complessivi, con un aumento di 6 miliardi rispetto all'esercizio precedente. Di questi, il 50% (3 miliardi di euro) saranno destinati alla perequazione delle pensioni, mentre il restante 50% al sistema degli ammortizzatori. Inoltre, secondo il presidente dell'INPS, con l'attuale andamento del «tiraggio» (il consumo reale di cassa integrazione) il 2009 potrebbe costare meno di 4,5 miliardi di euro, contro i 16 miliardi (compresi i 4 per la CIG in deroga) messi a disposizione da governo e regioni. Insomma, le cifre stanziate dallo Stato sarebbero di quasi 4 volte superiori a quanto effettivamente speso nel corso del 2009.

L'altra buona notizia è che ammontano a 1,5 miliardi di euro i contributi recuperati grazie alla lotta al lavoro nero condotta dall'INPS negli ultimi 12 mesi e che l'incremento dei contributi evasi accertati rispetto all'anno precedente è di 24,531 milioni di euro. Questi importanti obiettivi sono stati raggiunti grazie all'attenzione che l'istituto ha rivolto verso la costruzione e l'ottimizzazione di strumenti di intelligence a supporto dell'attività di vigilanza e attraverso la reingegnerizzazione dell'intero processo.

Sono un milione le domande di disoccupazione ricevute in un anno dall'INPS: di queste sono 984.286 quelle accolte e liquidate tra l'inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In totale, le domande presentate all'INPS sono 1.172.659, per un importo medio annuo elargito di 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione che può variare da sei mesi a un anno. Tuttavia bisogna aggiungere che il trend è ampiamente sotto controllo. Il numero dei beneficiari di sussidio di disoccupazione ad aprile 2009 era di 450.000 soggetti, in marzo erano più di 460.000. Il numero dei beneficiari, infatti, non corrisponde mai al numero delle domande presentate e accolte. Il numero di domande ricevute e lavorate nel corso degli ultimi dodici mesi, poco più 1,1 milioni, di cui circa 980mila accolte, è la sommatoria di richieste che si sono accumulate nel tempo. Non offrono la fotografia di un momento, ma la sequenza di fatti successivi. Il rapporto è di circa 1 a 2: un beneficiario ogni due domande. Il beneficio ha una durata variabile tra i sei e gli otto mesi e non tutti i beneficiari ne godono per l'intero periodo, e non appena un beneficiario trova nuova occupazione decade dal diritto di ricevere il sussidio. E' lecito quindi - secondo l'istituto - stimare il numero attuale dei disoccupati tra i 450mila di aprile, accertati dall'INPS, e i circa 500mila previsti entro fine anno dal recente rapporto del CNEL. Sempre il presidente dell'INPS ha fatto sapere che il bilancio previsionale dell'istituto nel 2010 prevede un risultato di esercizio positivo per 3 miliardi di euro e un avanzo finanziario superiore ai 4,5 miliardi.

Sono numeri che possono dare una certa tranquillità al welfare italiano e che premiano il lavoro svolto in un anno dall'INPS (con riferimento soprattutto alla lotta al lavoro nero) e dal governo che, in collaborazione con le regioni, dati alla mano, ha stanziato soldi a sufficienza per rispondere agli effetti della crisi.

lunedì 27 ottobre 2008

Sì al lavoro qualificato, no allo sfruttamento dei clandestini



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

Possono arrivare fino a 10.000 dollari le «tariffe» per il trasporto in Italia degli immigrati clandestini da parte delle organizzazioni criminali. A fornire le cifre è stato il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, nel corso del convegno Le schiavitù del XXI secolo: tratta degli esseri umani e lavoro forzato, organizzato dall'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo. «Solo nell'ultimo tratto, cioè tra il Nord Africa e le coste europee, ad esempio Lampedusa, le tariffe - ha detto Mantovano - si aggirano sui 1.000-1.200 dollari. Dalla Cina si arriva a 8.000, 10.000 dollari». Un imponente giro d'affari, col quale le organizzazioni criminali sfruttano i clandestini, «spesso costretti al lavoro nero, alla prostituzione o all'accattonaggio solo per ripagarsi il debito contratto». «E' un dato acquisito - ha aggiunto il sottosegretario - il collegamento tra la tratta di esseri umani e i flussi di clandestini: i confini sono labili». E in un quadro di lotta a questi fenomeni, anche le ordinanze dei sindaci in tema di sicurezza, se «non sono la bacchetta magica, rappresentano un tassello non secondario, un contributo non privo di risultati concreti, perché impongono agli sfruttatori di cambiare strategia». E' proprio questo il punto. Non ci sono bacchette magiche ed occorrono azioni di buon senso che siano di lungo respiro.

Se c'è immigrazione clandestina vuol dire anche che vi sono una domanda ed una offerta di lavoro nero relativo alle basse qualifiche professionali. Gli immigrati non possono essere visti solo come manodopera a basso costo, utile soltanto per alcuni datori di lavoro senza scrupoli, che se ne servono per rimanere competitivi sul mercato globale e che si disinteressano totalmente dei costi sociali di questa operazione - costi che si riversano sugli stessi immigrati, ma anche sui cittadini. Questa via non può essere perseguita, oltre che per questioni di carattere umano, anche perché essa impoverisce il tessuto produttivo del paese, che invece dovrebbe puntare con decisione sull'innovazione tecnologica e la formazione professionale. Nel nostro paese dobbiamo creare le condizioni per uno sviluppo produttivo sostenibile nel lungo periodo e non riprodurre entro i nostri confini delle enclavi di sfruttamento del lavoro nero che certo non fanno parte del bagaglio culturale di un paese civile. Il governo, sia con il pacchetto sicurezza che con gli interventi per liberare il mercato del lavoro dall'opprimente burocrazia, s'è adoperato in maniera concreta, dimostrando di voler percorrere la strada dello sviluppo virtuoso del nostro sistema produttivo.

Ma anche dall'Europa arrivano notizie positive, che fanno ben sperare per il futuro. I rappresentanti permanenti dei ventisette Stati membri dell'Unione Europea hanno trovato un'intesa sulla blue card, quella che nelle intenzioni della Commissione Ue dovrebbe essere la risposta alla green card Usa per attirare lavoratori stranieri altamente qualificati nel Vecchio Continente. La direttiva dovrebbe avere il via libera finale nella riunione dei ministri degli Interni Ue di novembre.

Il segnale che viene dal governo e dall'Europa è molto positivo: c'è l'intenzione politica di voler intraprendere la via del lavoro qualificato come strumento per rispondere alle sfide dettate dal mercato globale in tema di competitività, anziché quella dello sfruttamento della manodopera a basso costo (e spesso e volentieri in nero) dei cittadini-lavoratori e degli extracomunitari. Il lavoro qualificato rappresenta il modello ideale per aumentare la produttività dei lavoratori, perché punta sullo sviluppo delle capacità professionali, attraverso il continuo aggiornamento delle proprie conoscenze, su un giusto salario, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, su una corretta informazione dei lavoratori sui pericoli del proprio impiego.

lunedì 28 luglio 2008

Ue: punire chi sfrutta i clandestini



di Antonio Maglietta - 26 luglio 2008

Confisca dei beni patrimoniali per chi sfrutta gli immigrati irregolari facendoli lavorare in nero. E' la proposta che il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha fatto giovedì a Bruxelles, illustrando la posizione italiana sulla proposta della presidenza di turno francese del Consiglio d'Europa per punire chi sfrutta gli immigrati clandestini. Secondo il ministro, una misura di questo genere avrebbe un forte carattere dissuasivo e quindi preventivo. Maroni ha ricordato anche che in Italia gli immigrati in nero rappresentano una forma di sfruttamento molto diffusa.

Sul punto, però, c'è stata una spaccatura tra i paesi del nord (più propensi a regole meno severe) e i paesi del sud, questi ultimi in genere più direttamente interessati al fenomeno dell'immigrazione (sia stanziale che di passaggio). La divisione riguarda due punti: la possibilità di prevedere anche sanzioni penali per chi assume immigrati irregolari; la definizione di un obiettivo minimo a livello europeo (il 5%) di ispezioni nelle imprese. «Oltre a quelle penali e finanziarie, proponiamo di introdurre anche una sanzione patrimoniale per colpire direttamente gli imprenditori che sfruttano gli immigrati irregolari», ha affermato Maroni ricordando ai colleghi europei che in Italia sono state approvate delle norme che possono portare «fino al sequestro di un immobile dato in locazione ad un immigrato irregolare». A Bruxelles il ministro ha osservato che il nostro Paese ha un «primato negativo, soprattutto nei settori dell'agricoltura e delle costruzioni». «La direttiva Ue proposta - ha concluso - parla di sanzioni finanziarie e amministrative. A noi va bene, ma chiediamo anche di aggiungere le sanzioni patrimoniali».

A Bruxelles, anche il commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, ha appoggiato la proposta della presidenza di turno francese. Insomma, l'Europa dei Ventisette dovrebbe capire, in generale, che è nell'interesse di tutti non alimentare in alcun modo le sacche di clandestinità sul territorio comunitario, usando tutti gli strumenti a disposizione. Colpire i datori di lavoro che sfruttano i clandestini ed i proprietari degli immobili che li ospitano, oltre ad essere delle efficaci garanzie per la salvaguardia degli stessi stranieri irregolari, sono degli ottimi strumenti per cercare di colpire alla radice il problema.

Tralasciando la questione del rapporto tra clandestinità e criminalità, infatti, uno straniero che entra nel nostro Paese vive lavorando in nero e pagando un affitto in nero. Prosciugando questa economia parallela a quella ufficiale, colpendo i diretti beneficiari (datori di lavoro e proprietari di immobili senza scrupoli), verrebbe meno quell'acquitrino di illegalità attraverso il quale si alimenta la clandestinità. Ma c'è un altro problema da evitare, e cioè che l'economia sommersa, alimentata anche dal circuito che ruota intorno all'immigrazione clandestina, diventi un modo come un altro per rispondere alle sfide del mercato globale. Secondo l'ultimo rapporto Eurispes l'economia sommersa in Italia ha prodotto almeno 549 miliardi di euro nel 2007. Secondo i calcoli, il nostro sommerso attualmente equivale ai Pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme. L'incidenza rispetto al Pil ufficiale prodotto nel nostro Paese è di almeno il 35,5%. Sono cifre che dovrebbero far riflettere tutti perché se qualcuno in Europa crede che questi siano solo problemi che riguardano gli stati del Sud dell'Ue, si sbaglia di grosso. Generalmente il Sud è solo la zona di transito; la vera destinazione è il nord Europa ed il suo ricco welfare state.

Antonio Maglietta

giovedì 30 agosto 2007

Il Mezzogiorno è vivo


di Antonio Maglietta - 30 agosto 2007


Nel Mezzogiorno il 25% dei laureati meridionali a tre anni dal termine degli studi trova lavoro con canali «informali», contro il 12% dei colleghi che si sono trasferiti al Nord. E nonostante la conquista del titolo di studio, la mobilità sociale resta scarsa: nel periodo in esame, sul totale degli occupati, il 72% al Sud non hanno modificato il proprio status, contro il 61% del Centro-Nord. Lo rilevano le anticipazioni di uno studio di Margherita Scarlato che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno). Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel 2004 (ultimi dati disponibili) è stato forte anche il numero di coloro che sono ricorsi ai concorsi pubblici (15%), mentre trovare lavoro con il collocamento pubblico e privato è servito solo a un'estrema minoranza: rispettivamente 1,7 e 2,3%.
Nel Sud, infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perchè ricca ma pure perchè inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso. «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita». Lo dimostra il fatto che i giovani meridionali nel Centro-Nord ottengono spesso condizioni contrattuali peggiori di quelle conseguite da coloro che restano nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano al Centro-Nord, a tre anni dalla laurea, sono impiegati con un contratto a tempo determinato e lo 0,9% lavora senza contratto a fronte del 41,7% e dello 0,3% dei laureati e occupati nel Mezzogiorno. A livello regionale, i laureati meridionali più fortunati abitano in Sardegna, con il 64% degli occupati che nel 2004 avevano studiato e trovato lavoro in regione, a fronte di una media (riferita sempre al Mezzogiorno) del 53,6%. I più sfortunati in Molise, con solo il 39,9% degli occupati. I meridionali laureati al Centro-Nord presentano tassi di occupazione assai elevati, con un minimo del 69,1% in Calabria e un massimo dell'83,9% in Abruzzo e Sicilia.
Insomma, si tratta di uno studio (attendiamo comunque la pubblicazione integrale) con nuove luci e vecchie ombre (l'alta incidenza del collocamento formato «spintarella»). Parliamo delle nuove luci. L'incidenza del lavoro nero sul totale dei giovani occupati neolaureati del Sud è pari allo 0,9% al Nord ed allo 0,3% nel Mezzogiorno. Insomma un'inezia. Questo significa, inoltre, che la stragrande maggioranza del «lavoro nero», piaga sociale endemica del mondo del lavoro italiano in generale, si concentra pressoché totalmente nei lavori poco qualificati o, in ogni caso, riguarda i lavoratori senza laurea e quindi con un minor potere contrattuale.
Altro dato che vale la pena di sottolineare con forza, forse il più importante, è che finalmente si parla di qualità del lavoro dei giovani del Sud e non di disoccupazione. Meglio un contratto a termine di un lavoro nero o, peggio ancora, della disoccupazione. Queste due ultime realtà sono i veri elementi di precarietà della realtà giovanile. Inoltre, se al primo impiego è alta l'incidenza del lavoro atipico, diversi studi, anche specifici sui neolaureati come quello del IX Rapporto AlmaLaurea («a cinque anni dalla laurea sono stabili 31 laureati su cento nel pubblico contro 72 nel privato»), ci dicono che la stabilità non è una chimera. Insomma, i primi dati trapelati sullo studio condotto dalla Svimez ci dicono che il Sud è vivo e vegeto e non ha bisogno dell'assistenzialismo statale che tanti danni ha fatto in passato.
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