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martedì 2 ottobre 2012

L'occupazione diminuisce non solo a causa della crisi

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 02 ottobre 2012


Gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro in Italia ci dicono che ad agosto 2012 gli occupati erano 22.934 mila, in calo dello 0,3% sia su base mensile rispetto a luglio 2012 che su base annua rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in diminuzione 0,2 punti percentuali sia nel confronto congiunturale sia in quello tendenziale. Il numero dei disoccupati, pari a 2.744 mila, diminuisce dello 0,3% rispetto a luglio (-9 mila unità). Su base annua si registra una crescita pari al 30,4% (640 mila unità). Il tasso di disoccupazione è pari al 10,7%, stabile rispetto a luglio e in aumento di 2,3 punti percentuali nei dodici mesi.
Il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia di età tra i 15 ei 24 anni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 34,5%, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano dello 0,6% (92 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, con un aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e una diminuzione di 1,3 punti percentuali su base annua.
Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, la disoccupazione nell'eurozona ha raggiunto ad agosto il nuovo record dell'11,4%, il più alto dalla creazione della moneta unica. Ai massimi livelli anche il tasso nell'Ue a 27 Paesi, al 10,5%​. I numeri ci dicono, quindi, che in Italia e in Europa il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e che le fasce più colpite, come al solito, sono i giovani e le donne.

E’ tutta colpa della crisi economica? Partiamo dal presupposto che la crisi economica ha certamente riversato i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro. Ma se ci limitiamo a dare tutta la colpa a questo, forse perderemmo di vista altri fattori molto importanti legati al sistema italiano e alla governance europea. Tra gli elementi negativi del sistema italiano che certamente non favoriscono la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione ci sono: il carico fiscale sempre più elevato, contratti d'ingresso rigidi per i giovani, mancata tutela della donna nel mercato del lavoro, una burocrazia invasiva che danneggia il sistema delle imprese. Sono tutte cose che sappiamo benissimo ma che per vari motivi non riusciamo come sistema paese ad affrontare in modo deciso. Non c’è solo una questione di decisioni politiche mancate o sbagliate ma anche di mentalità corporativa che attanaglia e imbriglia il nostro Paese e che ha prodotto danni di egual misura e per certi versi anche superiori a quelli della politica.
Il nostro sistema è prigioniero dei sistemi corporativi che trovano la loro espressione nei vetusti ordini professionali, nel sistema farraginoso del rilascio di alcune licenze, nel sistema bancario che chiude i rubinetti dei mutui e dei prestiti per dedicarsi ad altro, nel capitalismo italico in genere di stampo prettamente familiare, famelico di soldi pubblici e poco propenso al rischio. Ogni giorno questo sistema, parallelo alla politica, si inventa nuovi balzelli per ostacolare l’ingresso di giovani e meno giovani nel mondo del lavoro, per non concedere prestiti e ammazzare anche le aziende tendenzialmente sane, e prendere soldi a scrocco dallo Stato sotto varie forme che, invece, potrebbero servire per fare tante altre cose meritevoli.
Se vogliamo davvero aiutare le nuove generazioni a trovare lavoro allora dobbiamo allargare le porte d’ingresso nel mercato, eliminare le rendite di posizione agevolando la concorrenza, facilitare l’accesso al credito. Senza questi provvedimenti non andremo da nessuna parte se non dritti nel baratro.

Per quanto riguarda i problemi europei, invece, è innegabile che la recessione in cui ci siamo impantanati è anche colpa degli orientamenti e delle priorità politiche generali dell'UE dettate dalla Banca centrale europea nelle gestioni precedenti all’era Draghi, nella totale assenza di un vero organismo politico comunitario in grado di assumere le decisioni fondamentali. Sulla carta questo ruolo spetterebbe al Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri, dal presidente della Commissione e dal Presidente del Consiglio europeo stesso, ma il fatto stesso che le iniziative più delicate siano prese nel corso di vertici bilaterali a geometria variabile tra i capi di governo di Germania, Francia e Italia la dice lunga sul ruolo effettivo svolto da quest’organismo. Non è ovviamente solo una questione di forma ma anche e soprattutto di contenuto perché tutte le decisioni politiche all’insegna di una miope austerità imposte dalla Germania non hanno fatto altro che aggravare la crisi e, di conseguenza, peggiorare la situazione nel mercato del lavoro.
L’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, ha avuto il merito di avere calmierato in parte il mercato delle vacche dello spread con gli strumenti a disposizione e le sue scelte lungimiranti e non certo facili. Questo significa che la Bce non è certo il male assoluto ma un organismo che può lavorare bene o male. Resta di tutta evidenza, tuttavia, che non può essere certo la Bce o la sola Germania a dare la linea a tutti gli altri sia perché meccanismi decisionali di questo tipo mal si conciliano con l’idea stessa di democrazia sia perché le politiche di austerità non sono in grado di creare posti di lavoro e che ogni momento è buono per iniziare a creare le condizioni per una ripresa economica e intervenire per diminuire il tasso di disoccupazione.

martedì 24 maggio 2011

Un breve quadro generale sugli ultimi dati occupazionali



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 24 maggio 2011


Secondo il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del Paese nel 2010, l'Italia appare sempre «più vulnerabile» rispetto al passato. Le cause principali vanno ricercate in «una crescita del tutto insoddisfacente», nonostante «il rigore nella gestione del bilancio pubblico», e in un mercato del lavoro dove aumenta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, e in cui vengono penalizzate anche le donne «con prospettive sempre più incerte di rientro». Ci stupiamo che qualcuno si sorprenda dinanzi a questi numeri e, soprattutto, bisognerebbe stigmatizzare le dichiarazioni di quanti vorrebbero attribuire i mali del mondo, compreso questo, al governo Berlusconi.

In ogni parte del globo, dati alla mano, le persone più deboli nel mercato del lavoro sono i giovani, le donne e gli stranieri. In Italia, storicamente, le cose vanno anche peggio e la riprova è nei dati, che da sempre registrano un'alta percentuale di disoccupazione giovanile e un basso tasso di occupazione delle donne.

Va detto, innanzitutto, che attualmente, secondo i dati dell'Eurostat, abbiamo uno dei tassi di disoccupazione tra i più bassi in Europa e ampiamente sotto la media rispetto agli altri paesi del Vecchio Continente. Questo è un dato statistico che certamente non fornisce alcun sollievo a chi è senza lavoro, cui va tutto il rispetto e la massima solidarietà possibile, ma che è importante per una corretta analisi del mercato. Se andiamo a guardare gli ultimi dati Istat sull'occupazione, relativi al mese di marzo, leggiamo che «l'occupazione maschile è in aumento rispetto a febbraio dello 0,3% (+39 mila unità), ma in diminuzione dello 0,8% su base annua; quella femminile è in aumento dello 0,8% (+72 mila unità) sul mese precedente e del 2,8% nei dodici mesi». In pratica, in controtendenza rispetto al dato storico, il tasso di occupazione delle donne è aumentato dal punto di vista congiunturale e tendenziale, e questo dato positivo è ancora più rilevante se pensiamo che tale balzo sia avvenuto in un periodo di crisi economica su scala mondiale. E ancora, sempre nella stessa rilevazione, si evidenzia che a marzo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-114 mila unità) rispetto al mese precedente, portando il tasso di inattività al 37,7%. Sempre alto ma in calo.

Per quanto riguarda invece i dati sui giovani, è davvero curioso scoprire come tanti s'indignano e, al contempo, davvero in pochi analizzano alcune delle motivazioni che hanno portato nel tempo a queste performance negative. Perché i giovani subiscono più di altri la scure della crisi? Vogliamo parlare del vetusto e iniquo welfare state italiano, troppo sbilanciato sulle pensioni e troppo poco sulle prestazioni a sostegno del reddito? Oggi pochissimi giovani sono inseriti nel mercato con un contratto a tempo indeterminato e questo determina una certa discontinuità nella carriera contributiva e nella percezione di un reddito da lavoro. Ecco perché, a differenza dei padri, hanno più bisogno delle prestazioni a sostegno del reddito e meno della pensione. Quest'ultima si costruisce con i contributi versati in età lavorativa. Se un ragazzo non lavora come fa a versare i contributi e, soprattutto, come fa a vivere senza un'adeguata protezione sociale? Tutti sanno che il welfare state italiano si poggia sulla famiglia. Più di un italiano su quattro fa parte di una rete informale, cioè come amico, parente, collega, vicino di casa si mette a disposizione di altre persone bisognose di aiuto. Per un totale di 3 miliardi di ore all'anno. È questo il vero welfare italiano, quello fotografato con precisione dall'Istat nel suo ultimo Rapporto annuale sulla situazione del paese. È il volto di un'Italia solidale e che trova nelle reti familiari e amicali una vera e propria ancora di salvezza. Si tratta di oltre 14 milioni di persone, chiamate «caregiver».
Il governo Berlusconi ha aperto una piccolo varco in questo muro di iniquità con l'introduzione della cassa integrazione in deroga. Quanto prima, però, bisognerà continuare ad allargare questa breccia fino far cadere il muro e costruire finalmente un welfare state più vicino alle esigenze di tutti, soprattutto dei giovani.

FONTE

giovedì 25 marzo 2010

Per una corretta lettura dei dati sul mercato del lavoro in Italia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 24 marzo 2010

Secondo gli ultimi dati diffusi mercoledì dall'Istat, «nel quarto trimestre 2009 il numero di occupati risulta pari a 22.922.000 unità, segnalando un calo rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente pari all'1,8% (-428.000 unità). La perdita dell'occupazione - prosegue l'istituto di statistica - è sintesi di una riduzione molto accentuata della componente italiana (-530.000 unità), a fronte di una crescita, con ritmi inferiori al passato, di quella straniera». E ancora: «In termini destagionalizzati, l'occupazione totale registra una flessione pari allo 0,2% rispetto al trimestre precedente. Il tasso di occupazione è pari al 57,1%, con una diminuzione di 1,4 punti percentuali rispetto al quarto trimestre 2008 (58,5%), mentre il numero delle persone in cerca di occupazione ha raggiunto il valore di 2.145.000 unità (+369.000), con un aumento del 20,8% rispetto al quarto trimestre 2008». Insomma, il tasso di disoccupazione (8,6% nel quarto trimestre 2009 e 7,8% su base annuale) continua a crescere, ma in maniera molto più contenuta rispetto a prima e colpisce soprattutto i lavoratori autonomi (tasso di occupazione - 3% rispetto allo stesso periodo del 2008) ed il settore industriale (-4,1% industria e -5,5% industria in senso stretto, in riferimento al quarto trimestre 2008).

Secondo uno studio dell'Inps sui tempi di reimpiego dei percettori di sussidio di disoccupazione, il 55% dei disoccupati ha trovato un nuovo lavoro dipendente nel corso del 2009. «Se sottraiamo coloro che sono andati in pensione durante il periodo di disoccupazione e coloro che hanno aperto una partita Iva, la percentuale di rioccupazione sale oltre il 57%», ha spiegato il presidente dell'istituto di previdenza sociale, Antonio Mastrapasqua. «Lo avevamo anticipato la scorsa settimana, nel corso del convegno organizzato nell'anniversario dell'assassinio di Marco Biagi. Oggi abbiamo i dati completi - aggiunge il presidente dell'Inps - che ci fanno dire che in un anno di crisi, qual è stato il 2009, il mercato del lavoro ha dato segnali di vitalità, di dinamismo e di flessibilità forse inattesi».

Lo studio sui tempi di reimpiego è stato condotto per la prima volta dall'Inps e ha utilizzato un campione assai numeroso: 397.414 soggetti beneficiari di assegno di disoccupazione ordinaria non agricola a partire da gennaio 2009. Seguendo la storia lavorativa di questi soggetti, a fine anno 2009 risultavano reimpiegati 217.343 disoccupati (circa il 55%), cui si devono aggiungere oltre 7.500 lavoratori che nel frattempo hanno raggiunto i requisiti per la pensione e almeno altre 10 mila persone che hanno aperto una partita Iva. I tempi di reimpiego risultano più brevi (da 1 a 3 mesi) per un numero più consistente di beneficiari: 41.334 dopo un mese (febbraio 2009), 28.647 dopo due mesi (marzo 2009) e 40.998 dopo tre mesi (aprile 2009). In complesso, circa il 51% (il 28% del totale dei beneficiari) dei reimpieghi avviene nei primi tre mesi. Il totale dei soggetti reimpiegati (217.343) è costituito per il 57% da uomini (123.996) e per il 43% (93.347) da donne. Nell'analisi per età si mostra che la fascia anagrafica tra i 40 i 49 anni rappresenta quella dove si manifesta il maggiore dinamismo: la percentuale di reimpiego supera in questo caso il 58%. Si ferma al 56,1% per gli under 39 e scende al 46,8% per gli over 50.

Secondo il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «nel generale quadro negativo del 2009 è pur doveroso segnalare la crescita degli occupati anziani sopra i 55 anni quale probabile conseguenza della riforma Maroni della previdenza. Il mercato del lavoro, nel 2009, ha comunque mantenuto un relativo dinamismo, perché in base ai dati Inps il 54% di coloro che hanno perso un lavoro lo hanno ritrovato nel corso dello stesso anno. La buona tutela degli adulti - ha detto ancora Sacconi - ha consentito di sostenere le famiglie e con esse la coesione sociale. Un minuto dopo la formazione delle giunte regionali riconvocheremo il tavolo Stato-Regioni-Parti Sociali, non solo per verificare le residue risorse per ammortizzatori sociali in base all'effettivo impiego delle casse autorizzate, ma soprattutto per attuare le nuove linee guida in materia di formazione per "competenze in situazione produttiva" dei lavoratori e per lanciare uno specifico piano per l'occupazione dei più giovani attraverso tirocini e contratti di apprendistato. Insieme, Stato, Regioni e Parti Sociali - ha aggiunto il ministro - possono infatti combattere l'inattività garantendo almeno vera formazione in contesti lavorativi autentici o riprodotti».

Questi dati ci dicono che il mercato italiano del lavoro sta reggendo bene alle sollecitazioni imposte dalla crisi economica mondiale. Se è vero che ogni posto di lavoro perso è contemporaneamente un dramma personale e una sconfitta per tutto il sistema, è anche vero che, come ha ben ricordato Sacconi, nel nostro paese il tasso di disoccupazione è più basso di quello medio europeo e che la risposta concreta all'emorragia dei posti di lavoro è stata l'attivazione degli ammortizzatori sociali vecchi e nuovi (introdotti dal governo Berlusconi) e degli incentivi al reimpiego; due strumenti che, dati alla mano, stanno raggiungendo gli obiettivi prefissati. Grande merito va anche alle tante nostre piccole e medie imprese che hanno stretto i denti, tirato la cinghia e deciso di andare avanti e non chiudere pur tra mille difficoltà.

domenica 4 ottobre 2009

Luci e ombre dal World Economic Outlook del Fmi


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 02 ottobre 2009


L'economia mondiale è tornata a crescere grazie a «un vasto intervento pubblico che ha supportato la domanda e abbassato le incertezze», ma la ripresa «sarà lenta». E' quanto afferma il Fondo Monetario Internazionale nel suo World Economic Outlook secondo cui bisogna affrontare ora le sfide della «crescita della disoccupazione e la riduzione della povertà». In particolare, ha spiegato il capo economista del Fondo Olivier Blanchard, «la ripresa è iniziata» e la situazione è radicalmente cambiata «rispetto allo scorso anno». Tuttavia, si legge nel rapporto, sarà una ripresa «lenta, con limitazioni al credito e, per un periodo, senza occupazione».

Secondo le stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale il Pil italiano calerà del 5,1% nel 2009 per poi risalire dello 0,2% nel 2010. Il dato incoraggiante è quello sull'andamento del prodotto nel quarto trimestre del 2010: +0,8% rispetto agli ultimi tre mesi del 2009. Insomma, la ripresa dovrebbe essere costante e sempre più veloce nel corso dell'anno. L'Italia, quindi, dovrebbe essere pronta ad agganciare la ripresa e in grado di muoversi in linea con l'Eurozona, il cui Pil dovrebbe salire dello 0,3% nel 2010 dopo aver registrato un calo del 4,2% nel 2009 (le prime stime lo davano al -4,8%). In linea con noi la Germania (-5,3% quest'anno e +0,3% il prossimo), meglio la Francia (-2.4% nel 2009 e +0,9% nel 2010), e peggio la Spagna che, tra i grandi paesi del Vecchio Continente, è quella più colpita dagli effetti della crisi economica (-3,8% il pil nel 2009 e -0,7% nel 2010).

Purtroppo, secondo il World Economic Outlook, la ripresa non avrà ripercussioni positive sul mercato del lavoro. Nel nostro paese, secondo i dati del Fmi, il tasso di disoccupazione è destinato a salire dal 9,1% di quest'anno fino al 10,5% nel 2010. Un risultato migliore rispetto alla media europea dove i «senza lavoro» si dovrebbero attestare rispettivamente al 9,9% quest'anno e all'11,7% nel 2010. Sul fronte dei conti pubblici nostrani, il rapporto tra deficit e Pil, al lordo di eventuali correzioni, dovrebbe attestarsi al 5,6% sia quest'anno che il prossimo, mentre il debito dovrebbe collocarsi rispettivamente al 115,8% nel 2009 e al 120,1% l'anno prossimo (in Gran Bretagna dal 68,7% del 2009 all'81,7% nel 2010; in Germania, invece, si passerà dal 78,7% all'84,5%. Nel 2014 il debito nei Paesi dell'area euro potrebbe toccare quota 95,6%). Sotto controllo, e allo stesso tempo lontano da ogni rischio di deflazione, l'andamento dei prezzi al consumo: l'inflazione sarà pari allo 0,7% quest'anno e allo 0,9% il prossimo.

Il rapporto sembra promuovere anche gli interventi voluti dal governo per fronteggiare la crisi quando osserva che alcuni Paesi con più limitato spazio d'intervento, all'inizio della recessione, come Grecia e Italia, non erano in condizione di introdurre stimoli maggiori (pag. 76 del Rapporto). E anche la gestione del debito non si è mai tradotta in emergenza perché il sistema finanziario italiano non è stato tra quelli più fortemente colpiti dalla crisi (pag. 46 del Rapporto).

L'andamento negativo dei dati sull'occupazione nel Vecchio Continente è stato confermato anche dall'Eurostat, secondo cui continua a salire il tasso di disoccupazione nei Paesi dell'area dell'euro: in agosto ha raggiunto il 9,6% contro il 9,5% di luglio e il 7,6% dell'agosto 2008. Si tratta del tasso più elevato dal marzo del 1999. Nell'Ue-27 il tasso è stato del 9,1%, anch'esso in aumento rispetto al 9% di luglio e al 7% dell'agosto 2008. In questo caso si tratta del tasso più elevato mai registrato dal marzo 2004.

Insomma, da ultimo anche il Fondo Monetario Internazionale sembra intravedere una lieve ripresa dell'economia a partire nel prossimo anno, anche per quanto riguarda il nostro Paese, seppur in coincidenza, purtroppo, con un peggioramento del dato occupazionale. I dati del rapporto rilevano come l'Italia, seppur limitata nei suoi spazi di manovra da un debito pubblico enorme da gestire, è riuscita a rispondere in maniera efficace agli effetti della crisi e si trova sostanzialmente in linea con i parametri dell'eurozona.

domenica 20 settembre 2009

Occupazione stabile in Italia nell'ultimo trimestre


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 18 settembre 2009

La crisi economica ha innescato un'emorragia occupazionale che a livello mondiale provocherà, quest'anno, tra 39 e 61 milioni di disoccupati in più rispetto ai livelli del 2007. Lo rende noto l'Agenzia internazionale per il lavoro in un rapporto pubblicato in vista del G20 dei capi di Stato e di governo del 24-25 settembre a Pittsburgh (Usa). Il totale dei disoccupati nel mondo sarà tra 219 e 241 milioni di persone, il livello più alto mai registrato. Sempre secondo l'agenzia dell'ONU, i piani anticrisi approntati dai paesi del G20 dovrebbero salvare dai 7 agli 11 milioni di posti, creandone nuovi o preservandone altri già esistenti. La disoccupazione nei paesi del G20, senza l'utilizzo di queste misure, sarebbe stata tra il 29% e il 43% più alta. Dallo studio è emerso anche che le sei misure più frequentemente adottate rientrano tra quelle elencate nel «Patto globale sul lavoro», siglato il 19 giugno scorso dai 183 paesi che aderiscono all'ILO: aumento della spesa per le infrastrutture, sgravi fiscali e misure a favore del credito per le piccole imprese, programmi e strutture di formazione, consultazioni con le organizzazione datoriali e di rappresentanza dei lavoratori, protezione sociale tramite erogazione di aiuti economici.

Secondo l'ultimo bollettino della Commissione Europea sulla situazione dell'occupazione, la disoccupazione in Europa è aumentata di nuovo in luglio, anche se in misura più moderata rispetto ai primi quattro mesi dell'anno. Particolarmente colpiti giovani (tasso di disoccupazione al 19,8%) e immigrati. Il rapporto segnala che, rispetto al trimestre precedente, la situazione occupazionale risulta sostanzialmente stabile in Italia e in negativo in quasi tutti gli altri paesi: in Spagna -1,3%, nel Regno Unito -0,9%, in Germania -0,3%. Secondo l'ultimo rilevamento, complessivamente nella UE ci sono 21,8 milioni di disoccupati, con un aumento di 5,1 milioni rispetto a luglio 2008. In Spagna i disoccupati in luglio erano 4,3 milioni (18,5%), in Francia 2,8 milioni (9,8%), nel Regno Unito 2,4 milioni (7,7%), in Italia 1,9 milioni (7,4%), in Germania 3,3 milioni (7,7%), in Polonia 1,4 milioni (8,2%).

Insomma, in Europa e nel mondo l'emorragia di posti di lavoro in un anno è stata enorme, ma sembra che, almeno nel Vecchio Continente, ci siano i primi segnali di rallentamento, fermo restando che le previsioni sull'andamento del mercato del lavoro per i prossimi mesi restano molto sfavorevoli. In questo quadro a tinte fosche, il nostro paese ha mostrato, numeri alla mano, di saper rispondere in maniera egregia sul lato della tenuta occupazionale, nonostante il calo del PIL nel 2009 del 5,2%, così come stimato dall'Interim Economic Assessment dell'OCSE il 3 settembre scorso. Abbiamo reagito meglio agli effetti della crisi economica mondiale rispetto ai nostri partner europei, ma questo non vuol certo dire che bisogna abbassare la guardia, perché lo stato di sofferenza di alcune realtà produttive è una realtà.

Ma l'essere realisti non può non far guardare con ottimismo al futuro quando si leggono i dati comparati con gli altri paesi sull'occupazione o gli ultimi diffusi dell'ISTAT sul fatturato e gli ordinativi nell'industria, dove si registrano i primi, seppur ancora timidi, segnali di ripresa grazie all'export (nel mese di luglio il fatturato dell'industria ha registrato un aumento dello 0,7% rispetto al mese precedente; gli ordinativi, invece, hanno segnato un aumento del 3,2% rispetto a giugno 2009). Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha sottolineato a riguardo che «questo significa che la ripresa si sta rafforzando e potrebbe essere più sostenuta di quanto indicato nei giorni scorsi dalla Commissione Europea, la quale prevede per il terzo trimestre un aumento del PIL dello 0,2% dopo i forti cali dei trimestri scorsi. E' evidente" - ha aggiunto il ministro - che dobbiamo accelerare al massimo la ripresa per sostenere le imprese e l'occupazione ed evitare contraccolpi sul mercato del lavoro».

giovedì 30 agosto 2007

Il Mezzogiorno è vivo


di Antonio Maglietta - 30 agosto 2007


Nel Mezzogiorno il 25% dei laureati meridionali a tre anni dal termine degli studi trova lavoro con canali «informali», contro il 12% dei colleghi che si sono trasferiti al Nord. E nonostante la conquista del titolo di studio, la mobilità sociale resta scarsa: nel periodo in esame, sul totale degli occupati, il 72% al Sud non hanno modificato il proprio status, contro il 61% del Centro-Nord. Lo rilevano le anticipazioni di uno studio di Margherita Scarlato che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno). Nonostante il conseguimento di un titolo di studio superiore, nella ricerca di un posto di lavoro al Sud a farla da padrona restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti e conoscenti o la prosecuzione di un'attività familiare già esistente. Nel 2004 (ultimi dati disponibili) è stato forte anche il numero di coloro che sono ricorsi ai concorsi pubblici (15%), mentre trovare lavoro con il collocamento pubblico e privato è servito solo a un'estrema minoranza: rispettivamente 1,7 e 2,3%.
Nel Sud, infatti, laurearsi è importante, si legge nello studio, ma «se si proviene dalla famiglia "giusta", non solo perchè ricca ma pure perchè inserita in un reticolo di rapporti sociali». Per le famiglie dei ceti sociali più bassi l'investimento negli studi universitari è rischioso. «La laurea riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita». Lo dimostra il fatto che i giovani meridionali nel Centro-Nord ottengono spesso condizioni contrattuali peggiori di quelle conseguite da coloro che restano nel Mezzogiorno. Il 60,3% dei laureati meridionali che lavorano al Centro-Nord, a tre anni dalla laurea, sono impiegati con un contratto a tempo determinato e lo 0,9% lavora senza contratto a fronte del 41,7% e dello 0,3% dei laureati e occupati nel Mezzogiorno. A livello regionale, i laureati meridionali più fortunati abitano in Sardegna, con il 64% degli occupati che nel 2004 avevano studiato e trovato lavoro in regione, a fronte di una media (riferita sempre al Mezzogiorno) del 53,6%. I più sfortunati in Molise, con solo il 39,9% degli occupati. I meridionali laureati al Centro-Nord presentano tassi di occupazione assai elevati, con un minimo del 69,1% in Calabria e un massimo dell'83,9% in Abruzzo e Sicilia.
Insomma, si tratta di uno studio (attendiamo comunque la pubblicazione integrale) con nuove luci e vecchie ombre (l'alta incidenza del collocamento formato «spintarella»). Parliamo delle nuove luci. L'incidenza del lavoro nero sul totale dei giovani occupati neolaureati del Sud è pari allo 0,9% al Nord ed allo 0,3% nel Mezzogiorno. Insomma un'inezia. Questo significa, inoltre, che la stragrande maggioranza del «lavoro nero», piaga sociale endemica del mondo del lavoro italiano in generale, si concentra pressoché totalmente nei lavori poco qualificati o, in ogni caso, riguarda i lavoratori senza laurea e quindi con un minor potere contrattuale.
Altro dato che vale la pena di sottolineare con forza, forse il più importante, è che finalmente si parla di qualità del lavoro dei giovani del Sud e non di disoccupazione. Meglio un contratto a termine di un lavoro nero o, peggio ancora, della disoccupazione. Queste due ultime realtà sono i veri elementi di precarietà della realtà giovanile. Inoltre, se al primo impiego è alta l'incidenza del lavoro atipico, diversi studi, anche specifici sui neolaureati come quello del IX Rapporto AlmaLaurea («a cinque anni dalla laurea sono stabili 31 laureati su cento nel pubblico contro 72 nel privato»), ci dicono che la stabilità non è una chimera. Insomma, i primi dati trapelati sullo studio condotto dalla Svimez ci dicono che il Sud è vivo e vegeto e non ha bisogno dell'assistenzialismo statale che tanti danni ha fatto in passato.
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