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martedì 2 ottobre 2012

L'occupazione diminuisce non solo a causa della crisi

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 02 ottobre 2012


Gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro in Italia ci dicono che ad agosto 2012 gli occupati erano 22.934 mila, in calo dello 0,3% sia su base mensile rispetto a luglio 2012 che su base annua rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in diminuzione 0,2 punti percentuali sia nel confronto congiunturale sia in quello tendenziale. Il numero dei disoccupati, pari a 2.744 mila, diminuisce dello 0,3% rispetto a luglio (-9 mila unità). Su base annua si registra una crescita pari al 30,4% (640 mila unità). Il tasso di disoccupazione è pari al 10,7%, stabile rispetto a luglio e in aumento di 2,3 punti percentuali nei dodici mesi.
Il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia di età tra i 15 ei 24 anni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 34,5%, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano dello 0,6% (92 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, con un aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e una diminuzione di 1,3 punti percentuali su base annua.
Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, la disoccupazione nell'eurozona ha raggiunto ad agosto il nuovo record dell'11,4%, il più alto dalla creazione della moneta unica. Ai massimi livelli anche il tasso nell'Ue a 27 Paesi, al 10,5%​. I numeri ci dicono, quindi, che in Italia e in Europa il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e che le fasce più colpite, come al solito, sono i giovani e le donne.

E’ tutta colpa della crisi economica? Partiamo dal presupposto che la crisi economica ha certamente riversato i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro. Ma se ci limitiamo a dare tutta la colpa a questo, forse perderemmo di vista altri fattori molto importanti legati al sistema italiano e alla governance europea. Tra gli elementi negativi del sistema italiano che certamente non favoriscono la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione ci sono: il carico fiscale sempre più elevato, contratti d'ingresso rigidi per i giovani, mancata tutela della donna nel mercato del lavoro, una burocrazia invasiva che danneggia il sistema delle imprese. Sono tutte cose che sappiamo benissimo ma che per vari motivi non riusciamo come sistema paese ad affrontare in modo deciso. Non c’è solo una questione di decisioni politiche mancate o sbagliate ma anche di mentalità corporativa che attanaglia e imbriglia il nostro Paese e che ha prodotto danni di egual misura e per certi versi anche superiori a quelli della politica.
Il nostro sistema è prigioniero dei sistemi corporativi che trovano la loro espressione nei vetusti ordini professionali, nel sistema farraginoso del rilascio di alcune licenze, nel sistema bancario che chiude i rubinetti dei mutui e dei prestiti per dedicarsi ad altro, nel capitalismo italico in genere di stampo prettamente familiare, famelico di soldi pubblici e poco propenso al rischio. Ogni giorno questo sistema, parallelo alla politica, si inventa nuovi balzelli per ostacolare l’ingresso di giovani e meno giovani nel mondo del lavoro, per non concedere prestiti e ammazzare anche le aziende tendenzialmente sane, e prendere soldi a scrocco dallo Stato sotto varie forme che, invece, potrebbero servire per fare tante altre cose meritevoli.
Se vogliamo davvero aiutare le nuove generazioni a trovare lavoro allora dobbiamo allargare le porte d’ingresso nel mercato, eliminare le rendite di posizione agevolando la concorrenza, facilitare l’accesso al credito. Senza questi provvedimenti non andremo da nessuna parte se non dritti nel baratro.

Per quanto riguarda i problemi europei, invece, è innegabile che la recessione in cui ci siamo impantanati è anche colpa degli orientamenti e delle priorità politiche generali dell'UE dettate dalla Banca centrale europea nelle gestioni precedenti all’era Draghi, nella totale assenza di un vero organismo politico comunitario in grado di assumere le decisioni fondamentali. Sulla carta questo ruolo spetterebbe al Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri, dal presidente della Commissione e dal Presidente del Consiglio europeo stesso, ma il fatto stesso che le iniziative più delicate siano prese nel corso di vertici bilaterali a geometria variabile tra i capi di governo di Germania, Francia e Italia la dice lunga sul ruolo effettivo svolto da quest’organismo. Non è ovviamente solo una questione di forma ma anche e soprattutto di contenuto perché tutte le decisioni politiche all’insegna di una miope austerità imposte dalla Germania non hanno fatto altro che aggravare la crisi e, di conseguenza, peggiorare la situazione nel mercato del lavoro.
L’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, ha avuto il merito di avere calmierato in parte il mercato delle vacche dello spread con gli strumenti a disposizione e le sue scelte lungimiranti e non certo facili. Questo significa che la Bce non è certo il male assoluto ma un organismo che può lavorare bene o male. Resta di tutta evidenza, tuttavia, che non può essere certo la Bce o la sola Germania a dare la linea a tutti gli altri sia perché meccanismi decisionali di questo tipo mal si conciliano con l’idea stessa di democrazia sia perché le politiche di austerità non sono in grado di creare posti di lavoro e che ogni momento è buono per iniziare a creare le condizioni per una ripresa economica e intervenire per diminuire il tasso di disoccupazione.

sabato 17 settembre 2011

La crisi e la disoccupazione giovanile



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 16 settembre 2011

Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, elaborati da Elan International, società di executive search, l'occupazione giovanile, tra i 15-34 anni, è per il 77% di contratti a tempo indeterminato, mentre il 23% è a tempo determinato. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15-24 anni a livello europeo, tra il 2008-2009, è stato registrato un forte aumento (dal 21,2% al 25,3%), mentre in Italia negli ultimi 10 anni c'è stata una graduale diminuzione.
Secondo l'Employment Outlook 2011 dell'Ocse, «l'impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato, ma la ripresa è stata lenta». Per l'organizzazione parigina il mercato del lavoro italiano è sempre più duale, con lavoratori in età matura in impieghi stabili e protetti e molti giovani senz'altro sbocco immediato che posti più precari, e la crisi ha colpito duramente i giovani (compresi tra i 15 e i 25 anni): il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 27,6% nel luglio 2011, uno dei più alti tassi nell'area Ocse. Il tasso di disoccupazione italiano (nella definizione dell'Ilo), ricorda l'Ocse, è cresciuto di 2,5 punti percentuali tra l'inizio della crisi (nel secondo trimestre del 2007) e il primo trimestre del 2010 quando ha raggiunto l'8,5%. «Questo incremento rimane tuttavia inferiore all'aumento medio osservato nell'intera area Ocse - si legge nel rapporto - da allora, però, la ripresa occupazionale è stata alquanto moderata. Il tasso di disoccupazione italiano è sceso di solo mezzo punto percentuale, in linea con l'evoluzione media degli altri paesi Ocse e il recente rallentamento della ripresa economica nell'area euro suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà sopra i livelli precedenti alla crisi per un certo tempo».
Secondo l'organizzazione di Parigi, «nella fase di recessione il tasso di disoccupazione giovanile aumentato di 9,7 punti percentuali, raggiungendo il 28,9% (tasso destagionalizzato) nell'aprile 2010. Da allora i segni di ripresa sono timidi». Inoltre, rileva il rapporto, «il declino della disoccupazione appare dovuto interamente alla creazione di posti di lavoro con contratti a termine o atipici (inclusi i cosiddetti collaboratori), mentre il numero di posti con contratto indeterminato tende ancora a contrarsi».
Insomma la situazione italiana, per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, non ha quelle tinte fosche che molti vorrebbe dipingere per soli interessi legati all'opportunità politica del momento. La questione è molto complessa e bisogna valutarla tenendo ben presente alcuni aspetti, in primis il rispetto per tutte le persone, le loro storie e le loro sofferenze legate alla disoccupazione che stanno dietro i numeri e le statistiche. Perché è proprio questo rispetto che deve spingere chi si cimenta nell'analisi di questi temi a cercare di dare un contributo ragionato al dibattito per focalizzare sempre meglio il problema. Sappiamo che il mercato del lavoro italiano ha storicamente e per motivi diversi tre soggetti deboli: giovani, donne e immigrati. Parliamo dei giovani: in questo caso il problema è che nel momento in cui la crisi economica riversa i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro, i primi a saltare sono stati i contratti a termine o atipici che, nella stragrande maggioranza dei casi, riguardano i giovani lavoratori. Per quanto riguarda il fatto, invece, che il mercato del lavoro italiano è sempre più duale (da un lato lavoratori anziani superprotetti e dall'altro giovani con poche tutele), sarebbe bene ricordare che la flessibilità è l'unico strumento utile per combattere la disoccupazione. Il passaggio dalla flessibilità al precariato avviene quando non c'è un sistema di ammortizzatori sociali e un mercato del lavoro dinamico.
Il governo, pur zavorrato dal terzo debito pubblico del mondo, si è mosso da un lato tutelando queste persone proprio con gli ammortizzatori sociali con l'istituzione, tra le altre cose, della cassa integrazione in deroga e dall'altro con l'introduzione di misure a sostegno dell'occupazione rientranti nel «Piano di azione per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro». Una strategia che, come certificato anche dai dati ufficiali dell'Ocse e del Ministero del Lavoro, relativamente all'impatto della crisi sulle dinamiche occupazionale, ha dato certamente i suoi frutti positivi.
Coloro che criticano sempre a prescindere tutto quello che di buono è stato fatto in questi anni sono gli stessi esponenti del conservatorismo rosso che hanno sempre contestato con durezza qualsivoglia riforma del mercato del lavoro, delle prestazioni a sostegno del reddito e delle pensioni, andata in porto o meno, che aveva l'obiettivo di dare un minimo di serenità ai giovani lavoratori. Quali sono le loro proposte alternative? Nessuno ne sa nulla. Un motivo ci sarà.

martedì 2 agosto 2011

Mercato del lavoro: la crisi c’è, ma stiamo meglio di molti altri



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 02 agosto 2011

Siamo in tempo di crisi e nessuno si sogna di dire il contrario. Molte volte, però, nel dibattito pubblico, c'è chi si straccia le vesti e disegna scenari a tinte fosche con il solito intento provinciale di usare gli effetti negativi di una crisi economica mondiale per fare speculazione politica a livello nazionale. I problemi concernenti la disoccupazione e l'inattività non devono essere assolutamente banalizzati in questo modo perché le persone coinvolte in tali situazioni meritano tutto il rispetto possibile. Non bisogna mai dimenticare che dietro quei numeri ci sono persone che soffrono e dare una giusta dimensione al problema significa anche volerlo risolvere e non limitarsi alla semplice propaganda. Per restare ai fatti e non annegare nel mare di parole che ogni giorno sono pronunciate con enfasi a riguardo, l'unica cosa da fare è guardare i dati per avere una visione completa di quello che sta succedendo nel mercato del lavoro italiano, europeo e statunitense. Per farlo, bisogna prendere in considerazione l'andamento del tasso di disoccupazione, del tasso degli inattivi e il tiraggio della cassa integrazione.

Secondo gli ultimi dati dell'Istat, il tasso di disoccupazione italiano a giugno è rimasto stabile all'8%, registrando una variazione nulla rispetto al mese precedente. Su base annua, invece, il tasso è diminuito di 0,3 punti percentuali. In pratica nel breve periodo il dato è rimasto stabile, con addirittura una tendenza al ribasso se confrontato con lo scorso anno. In Europa, secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso medio di disoccupazione è al 9,4% e, addirittura, al 9,9% nell'area euro. Similmente alla situazione italiana, anche in Europa si rilevano un tasso invariato su base congiunturale e una diminuzione dello 0,3% a livello tendenziale. Dati alla mano, quindi, si afferma il vero quando si dice che almeno in quest'ambito il nostro paese sta meglio di molti altri visto che tra i grandi paesi europei la Germania ha un tasso di disoccupazione del 6,1%, la Francia 9,7%, la Gran Bretagna 7,7%, la Spagna 21%, e, gettando uno sguardo oltre oceano, gli Stati Uniti 9,2%.
Per quanto riguarda, invece, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, in Italia sono aumentati dello 0,1% (+22 mila unità) rispetto a maggio 2011 e il tasso di inattività si è attestato al 38,1% e su base annua è aumentato di 0,3 punti percentuali. In questo caso, in leggera controtendenza rispetto alle note positive riguardanti il tasso di disoccupazione, si registra un lieve aumento sia congiunturale sia tendenziale del tasso di inattività e questo non è certamente un buon segno. In Europa, sempre secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso medio di inattività è 29,3%. Stiamo parlando di cifre ragguardevoli ma, tuttavia, va sgombrato il campo da imprecisioni e visioni apocalittiche del problema, che non farebbero altro che portare la situazione in una dimensione sovrastimata, tale da non poter essere né ben compresa né affrontata adeguatamente.
Per inattivi s'intende coloro che sono in età lavorativa e non hanno una occupazione e che non la cercano o non sono disponibili ad iniziarla subito. Oggi il numero degli inattivi complessivi in valore assoluto è di 15 milioni e 109 mila persone. Abbiamo un popolo di 15 milioni di individui nel nostro paese che non cercano lavoro? Una persona su 3 in età lavorativa in Italia si trova in queste condizioni? Certamente no, anche perché nessun sistema economico sarebbe in grado di ammortizzare un'anomalia di queste dimensioni e sicuramente il nostro paese non rappresenta l'eccezione. Nel 2009, su un totale di 14 milioni e 723 mila di inattivi, secondo una indagine Rcfl-Istat, il 9% lo era per prendersi cura dei figli, di bambini e/o di altre persone non autosufficienti, il 9% riteneva di non riuscire a trovare lavoro, il 7% per altri motivi familiari (esclusa maternità, cura dei figli o di altre persone) e, infine, ben il 75% era rappresentato dai cosiddetti altri inattivi in età da lavoro (studenti, pensionati, inabili, in attesa dell'esito di passate azioni di ricerca, ecc). In pratica, fermo restando il maggior riconoscimento che dovrebbe avere il lavoro di cura in un sistema economico moderno e civile, la cifra totale va scremata fino ad arrivare a quel 9% rappresentato da coloro che sono inattivi perché non ritengono di poter trovare un lavoro. La questione riguarda a tutti gli effetti una parte ampia e importante della forza-lavoro nazionale, ma sicuramente siamo ben lontani dalla catastrofica cifra di un italiano inattivo su 3 in età lavorativa.
Veniamo alla cassa integrazione. Secondo gli ultimi dati dell'Inps si è consolidata a luglio la flessione delle richieste di cassa integrazione dopo il calo già registrato a giugno. Le domande autorizzate sono calate del 2,1% rispetto al mese precedente (80,7 milioni di ore contro 82,4 milioni a giugno) e del 28,8% rispetto a luglio del 2010, quando le imprese italiane chiesero 113,4 milioni di ore. Il dato di luglio 2011 è inferiore anche a quello del luglio 2009, quando vennero autorizzate 88,5 milioni di ore di cig (-8,8%).
Tenendo presente ben 3 indicatori (l'andamento del tasso di disoccupazione e del tasso degli inattivi, e il tiraggio della cassa integrazione), è possibile affermare, quindi, che, senza banalizzare le problematiche relative a donne, giovani sotto i 24 anni e inattivi, il mercato del lavoro italiano sembra essere uscito dalla fase più acuta della crisi, quella che genera l'aumento del tasso di disoccupazione e il ricorso massiccio alla cassa integrazione, mantenendo vivo il tessuto occupazionale attraverso gli ammortizzatori sociali. Questo vuol dire che tutti gli interventi del governo in materia, con l'ausilio delle regioni, sono stati decisivi per non spingere il nostro paese nel baratro. I numeri ci dicono che oggi il mercato del lavoro italiano, nonostante la crisi economica mondiale ancora in corso e la zavorra dei tre dati storici negativi (il basso tasso di occupazione delle donne, l'alto tasso di disoccupazione degli under 24 e l'alto numero di inattivi), è certamente dopo quello tedesco, e insieme a quello britannico, il sistema che tra i grandi paesi europei ha risposto meglio alle sollecitazioni negative degli ultimi anni.

FONTE

giovedì 22 aprile 2010

Le deboli proposte del Pd in tema di immigrazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 21 aprile 2010

La crisi economica colpisce duramente anche i lavoratori stranieri in Italia e sulla base di questo semplice ragionamento il Pd ha presentato martedì 20 aprile al Senato, in una conferenza stampa organizzata in collaborazione con il Comitato immigrati in Italia, un disegno di legge, firmato da 36 senatori, che propone di consentire una proroga biennale del permesso di soggiorno agli immigrati che perdono il lavoro. «Questa proposta - ha spiegato Roberto Della Seta, primo firmatario del ddl - nasce dalla sollecitazione delle associazioni dei cittadini e dei lavoratori stranieri in Italia». Il fine del ddl, ha spiegato un altro senatore democratico, Francesco Ferrante, è «dare loro il tempo di trovare un altro lavoro. Evitare che al danno della disoccupazione se ne sommi uno più grave, quello di dover lasciare il Paese dove vivono, magari con le loro famiglie da anni». La proposta «è una cosa urgente - ha detto a sua volta Edgar Galiano del Comitato immigrati - risponde a un bisogno vero: c'è gente che sta qua da trentacinque anni e rischia di diventare clandestina nel giro di sei mesi. L'esplosione sociale che potrebbe venire sarebbe responsabilità del Governo o di chi non accettasse di firmare questa proposta».

Innanzitutto bisogna chiarire alcuni punti ben precisi, e cioè che se un immigrato vive da 35 anni in Italia può benissimo chiedere la cittadinanza e che la crisi colpisce tutti indistintamente, italiani ed immigrati. Fatta questa premessa, va detto che alcuni studi molto autorevoli, come ad esempio l'International Migration Outlook Occse/Sopemi 2009, segnalano che «i paesi in cui la crisi ha colpito prima mostrano un significativo incremento dei tassi di disoccupazione e una certa diminuzione del tasso di occupazione degli immigrati, sia in termini assoluti che relativi, rispetto alla popolazione nativa. Gli immigrati tendono a essere colpiti più duramente rispetto ai nativi per diverse ragioni, tra le quali un'eccessiva presenza in settori ciclicamente sensibili, una minore tutela contrattuale e assunzioni e licenziamenti selettivi. Inoltre, sia gli immigrati in arrivo, sia coloro che hanno perso il lavoro durante la crisi sembrano avere particolari difficoltà a entrare o a rientrare tra le fila degli occupati, a tempo indeterminato».

Questa deplorevole situazione è stata creata in maniera irresponsabile dal circuito produttivo che usa la leva dell'immigrazione per rispondere impropriamente alle sfide dettate dalla globalizzazione. Il sistema economico tende ad abbattere selvaggiamente il costo del lavoro e a comprimere sostanzialmente i diritti dei lavoratori alimentando la concorrenza nel mercato tra immigrati e autoctoni. I lavoratori immigrati, quindi, sono prima sfruttati a fini economici e poi lasciati al loro destino nei momenti di crisi. Questa situazione, com'è ovvio che sia, crea tensioni sociali perché ingenera nella popolazione un forte senso d'insicurezza (con certi salari non si arriva alla fine del mese e, con i miseri contributi versati, non si riesce a creare una pensione sufficiente per guardare alla vecchiaia con serenità) e mira all'arricchimento improprio di pochi a discapito dei molti che devono invece sostenere i costi sociali di quest'operazione. Oltre al danno, quindi, la beffa.

La risposta a questa situazione indecente, che ripetiamo, colpisce seppur con forme diverse tanto gli stranieri quanto gli autoctoni, non può essere certamente quella avanzata da alcuni senatori del Partito democratico. Innanzitutto non si capisce con quali mezzi economici si potrebbero mantenere queste persone giacché si propone l'allungamento del permesso di soggiorno senza prevedere al contempo alcuna copertura economica. Le disposizioni comunitarie, inoltre, già prevedono che addirittura il periodo tra la decisione di rimpatrio e la partenza volontaria (dai sette ai trenta giorni) possa essere prorogato dagli Stati membri tenendo conto delle circostanze specifiche del singolo caso, quali la durata del soggiorno, l'esistenza di figli che frequentano la scuola e l'esistenza di altri legami familiari e sociali. Senza considerare, inoltre, che in alcuni paesi, come la Spagna ad esempio, ai lavoratori stranieri che avevano perso il posto di lavoro a causa della crisi economica, è stato offerto una sorta di bonus per incentivare il loro rientro nella terra natia, mentre in altri, come il Regno Unito, intendono rimpatriare anche gli immigrati comunitari se questi non hanno mezzi di sostentamento. Per la cronaca è opportuno aggiungere che il piano del governo spagnolo è miseramente fallito giacché solo 1.000 immigrati disoccupati extracomunitari in Spagna hanno aderito al piano di rientro volontario nei paesi di origine promosso alla fine del 2008, mentre il progetto del Regno Unito è partito in forma sperimentale e al momento è circoscritto alla sola cittadina di Peterborough.

Questi esempi concreti di come viene affrontato all'estero lo stesso problema inerente il tema dell'impatto della crisi economica sulla forza lavoro straniera ci mostrano come non esiste una via maestra da seguire. Il problema, in linea teorica, potrebbe essere affrontato in due modi e cioè applicando da un lato, con buon senso e raziocinio, le vigenti disposizioni in materia di proroga del periodo di permanenza sul territorio nazionale e di allontanamento (e respingimento alla frontiera - cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, decisione 31.03.2009 n. 1887) dal territorio nazionale degli stranieri privi di sufficienti mezzi di sostentamento e inserendo nell'ambito della riforma del welfare state nazionale il tema della creazione di un sistema universale di ammortizzatori sociali dove ognuno si paga il proprio paracadute sociale.

lunedì 1 dicembre 2008

Così il governo sostiene l'economia



di Flavio Mannini e Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 28 novembre 2008

Sebbene nel gergo comune si parli spesso di «modello sociale europeo», tale definizione non è corretta, in quanto fa riferimento a Stati e modelli diversi. Nel sistema europeo si possono riconoscere quattro modelli: scandinavo, continentale, anglosassone e sud europeo. Il primo si basa su un alto tasso di fiscalità, che porta ingenti quantità di denaro nelle casse dello Stato ma al contempo mette le mani nelle tasche dei cittadini in maniera invasiva. Il denaro viene utilizzato in modo trasparente per sostenere sia i datori di lavoro (finanziamenti, incentivi, infrastrutture, ecc...) che i lavoratori (servizi pubblici: sanità, educazione, mobilità). Nel modello sud europeo la pressione fiscale è medio-alta, l'erogazione del servizio è frammentata e talvolta non efficace. A sostegno di questo modello entra in gioco la famiglia, che tutela i giovani, i quali, di conseguenza, riescono ad ottenere la loro indipendenza economica molto più tardi dei coetanei dell'Europa settentrionale. Il modello continentale, tipicamente francese e tedesco, abbastanza simile a quello sud-europeo, presenta una pressione fiscale media, una gestione abbastanza efficace delle politiche sociali ed un ruolo limitato della famiglia. Infine il modello anglosassone, che ha una pressione fiscale bassa, un ruolo pubblico contenuto e schemi di protezione limitati.

In Italia, con un sistema che risponde al modello tipicamente sud-europeo, la spesa per le politiche sociali è superiore al 25% del prodotto interno lordo, segno evidente che il paese investe ingenti somme nell'erogazione dei servizi sociali, che andrebbero però sostenuti da un'economia forte, in grado di far fronte al debito pubblico ed al deficit.

I modelli devono essere adattati anche alla situazione economica del momento: in un periodo di crisi risulta difficile equilibrare le scelte di politica sociale con le esigenze di bilancio. La situazione diventa assai più complessa in un uno Stato come l'Italia, il cui governo eredita dal passato il terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza economia mondiale; il debito è addirittura maggiore del prodotto interno lordo, stando ai dati della Banca d'Italia, mentre i parametri di Maastricht richiederebbero un rapporto pari al 60%. Il nostro paese si trova in una condizione particolare rispetto al passato, in quanto ora non gode più di autonomia monetaria. E' vero che ha un debito pubblico enorme, ma è anche vero che questa crisi colpisce l'accesso al debito privato e, quindi, i paesi più a rischio sono quelli la cui somma complessiva del debito (pubblico e privato) è più alta. Il debito aggregato in Italia ammonta circa al 135% del Pil nel 2008 mentre ad esempio negli Usa si arriva al 170%.

Le crisi economiche del passato si sono risolte in diversi modi, facendo ripartire la fiducia da parte di chi deve investire e di chi deve consumare, nonché aumentando la spesa pubblica. Tradizionalmente le maggiori scuole di economia insegnano che abbassando i tassi d'interesse si favoriscono gli investimenti ed abbassando la pressione fiscale si favoriscono i consumi, o meglio si favorisce la propensione marginale al consumo; aumentando quindi la capacità di spesa delle famiglie, il cittadino medio è più propenso a consumare, contribuendo di fatto ad aumentare il prodotto interno lordo. La spesa pubblica non può crescere in maniera incontrollata per evidenti esigenze di bilancio, ma il governo si sta muovendo per sbloccare consistenti somme di denaro già stanziate e per accorciare il più possibile i passaggi tra il momento dello stanziamento delle risorse per le infrastrutture da quello dell'effettivo utilizzo, anche per favorire in tempi brevi lo sviluppo del territorio ed incentivare le esportazioni per le sue imprese. E proprio per quanto riguarda il sostegno concreto dato dal governo al nostro sistema produttivo va ricordato da ultimo il provvedimento sulla internazionalizzazione delle imprese, già approvato alla Camera il 4 novembre scorso ed ora in discussione al Senato.

Per quanto riguarda gli interventi in favore delle famiglie, si vedano i provveddimenti adottati dall'esecutivo venerdì. Tali provvedimenti favoriscono la propensione al consumo; hanno quindi sia una funzione sociale che una più marcatamente economica, al fine di far ripartire un'economia che ha incontrato negli ultimi tempi troppi ostacoli.

Con gli interventi mirati del governo si può creare una base solida per la ripresa economica e per il benessere sociale del paese. La crisi può essere adeguatamente affrontata e combattuta, anche e soprattutto, con la leva dei consumi, che rappresentano, insieme ad investimenti e spesa pubblica (si pensi soprattutto allo sblocco di più di 16 miliardi di euro per le infrastrutture ed ai 600 milioni di euro del pacchetto di misure a sostegno del reddito), le principali variabili macroeconomiche di cui si compone il prodotto interno lordo.
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