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venerdì 28 ottobre 2011

Gli impegni dell’Italia per il mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 27 ottobre 2011

Nella lettera inviata dal governo italiano all’Ue, c’è l’impegno ad approvare misure addizionali concernenti il mercato del lavoro: «1. In particolare, il Governo si impegna ad approvare entro il 2011 interventi rivolti a favorire l'occupazione giovanile e femminile attraverso la promozione: a. di contratti di apprendistato contrastando le forme improprie di lavoro dei giovani; b. di rapporti di lavoro a tempo parziale e di contratti di inserimento delle donne nel mercato del lavoro; c. del credito di imposta in favore delle imprese che assumono nelle aree più svantaggiate. 2. Entro maggio 2012 l’esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro a. funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell’impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato; b. più stringenti condizioni nell'uso dei «contratti para-subordinati» dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato».

In pratica il governo italiano ha deciso di puntare sull’implementazione dell’occupazione giovanile e femminile, sulla modifica della normativa sui licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato e sull’introduzione di paletti più fermi nell’uso dei contratti para-subordinati. Si tratta di una scelta condivisibile per una serie di motivi. Innanzitutto c’è un impegno chiaro e preciso per varare una serie di provvedimenti a favore dei soggetti storicamente più deboli nel mercato del lavoro: giovani e donne. L’alto tasso di disoccupazione degli under 24 e il basso tasso di occupazione delle donne sono le note dolenti sulle quali occorre intervenire quanto prima.

I giovani, oltre ad un welfare più attento alle loro esigenze, hanno bisogno di avere maggiori canali di ingresso nel mercato del lavoro, di investimenti nella loro formazione professionale e di tutele contro l’uso improprio dei contratti flessibili.

Le donne, invece, di strumenti utili per coniugare al meglio l’attività professionale con il lavoro di cura. Ben vengano quindi, la promozione del contratto di apprendistato, di quello a tempo parziale e di inserimento e la stretta sull’uso dei contratti para-subordinati. Per quanto riguarda la questione della modifica della normativa sui licenziamenti per motivi economici, invece, andrebbe sgomberato il campo dalle polemiche inutili sul fatto che innovare la materia significherebbe ledere i diritti dei lavoratori.

Non c’e’ scritto da nessuna parte che ci saranno licenziamenti facili e sicuramente sarà istituito un tavolo tra governo e parti sociali per cercare di arrivare a una soluzione condivisa. Si tratta, peraltro, di un provvedimento in linea con le raccomandazioni che il Consiglio europeo ha rivolto all'Italia nel mese di luglio. In quel testo si citava proprio l’eccesso di rigore e di onerosità delle nostre procedure concernenti il licenziamento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato e si raccomandava «di rafforzare le misure intese a combattere la segmentazione del mercato del lavoro, anche rivedendo aspetti specifici della legislazione a tutela dell’occupazione, comprese le norme e le procedure che disciplinano i licenziamenti».

Guardiamo quale è la situazione attuale. Il licenziamento individuale per motivi economici rientra nel novero del licenziamento per giustificato motivo oggettivo previsto dall’art. 3 legge n. 604 del 1966 e cioè il licenziamento determinato «da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa». Per capire per grandi linee quali strade potrebbe percorrere ipoteticamente il Legislatore, senza contare le possibili e probabili mediazioni con le parti sociali, occorre dare uno sguardo a quali sono gli orientamenti delle decisioni giurisprudenziali in questa materia. Uno, che potremmo definire di stampo liberale, parte dal presupposto che una volta dimostrata l’effettività della criticità della situazione economica (anche con riguardo all’incremento del profitto), la valutazione del giudice sul nesso con il licenziamento è limitata alla verifica della non pretestuosità o arbitrarietà (vedi sentenza Cass. 21121/04). Un altro, invece, molto più restrittivo, secondo cui questo tipo di licenziamento può avvenire solo per far fronte a una situazione che imponga un’effettiva necessità di ridurre i costi (non rientra l’incremento del profitto) e alla presenza della prova dell’impossibilità di reimpiego e di uno stretto collegamento con le ragioni della ristrutturazione (vedi sentenza Cass. 21282/06).

Tuttavia è pacifico, qualunque sia l’orientamento seguito dai giudici, che l’onere della prova incomba sul datore di lavoro mentre il lavoratore ha quello di allegare delle possibili occupazioni alternative. Secondo il professor Ichino, oggi senatore del Partito Democratico, i giudici nella maggior parte dei casi concreti mettono su di un piatto della bilancia il costo sociale del licenziamento e sull’altro la perdita che l’azienda dovrebbe patire se il rapporto continuasse, e giustificano il licenziamento solo quando quest’ultimo prevalga nettamente sul primo (Il costo sociale del licenziamento e la perdita aziendale attesa per la prosecuzione del rapporto come oggetto del bilanciamento sociale, in Riv. It. Dir. Lav., 2007).

martedì 2 agosto 2011

Mercato del lavoro: la crisi c’è, ma stiamo meglio di molti altri



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 02 agosto 2011

Siamo in tempo di crisi e nessuno si sogna di dire il contrario. Molte volte, però, nel dibattito pubblico, c'è chi si straccia le vesti e disegna scenari a tinte fosche con il solito intento provinciale di usare gli effetti negativi di una crisi economica mondiale per fare speculazione politica a livello nazionale. I problemi concernenti la disoccupazione e l'inattività non devono essere assolutamente banalizzati in questo modo perché le persone coinvolte in tali situazioni meritano tutto il rispetto possibile. Non bisogna mai dimenticare che dietro quei numeri ci sono persone che soffrono e dare una giusta dimensione al problema significa anche volerlo risolvere e non limitarsi alla semplice propaganda. Per restare ai fatti e non annegare nel mare di parole che ogni giorno sono pronunciate con enfasi a riguardo, l'unica cosa da fare è guardare i dati per avere una visione completa di quello che sta succedendo nel mercato del lavoro italiano, europeo e statunitense. Per farlo, bisogna prendere in considerazione l'andamento del tasso di disoccupazione, del tasso degli inattivi e il tiraggio della cassa integrazione.

Secondo gli ultimi dati dell'Istat, il tasso di disoccupazione italiano a giugno è rimasto stabile all'8%, registrando una variazione nulla rispetto al mese precedente. Su base annua, invece, il tasso è diminuito di 0,3 punti percentuali. In pratica nel breve periodo il dato è rimasto stabile, con addirittura una tendenza al ribasso se confrontato con lo scorso anno. In Europa, secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso medio di disoccupazione è al 9,4% e, addirittura, al 9,9% nell'area euro. Similmente alla situazione italiana, anche in Europa si rilevano un tasso invariato su base congiunturale e una diminuzione dello 0,3% a livello tendenziale. Dati alla mano, quindi, si afferma il vero quando si dice che almeno in quest'ambito il nostro paese sta meglio di molti altri visto che tra i grandi paesi europei la Germania ha un tasso di disoccupazione del 6,1%, la Francia 9,7%, la Gran Bretagna 7,7%, la Spagna 21%, e, gettando uno sguardo oltre oceano, gli Stati Uniti 9,2%.
Per quanto riguarda, invece, gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, in Italia sono aumentati dello 0,1% (+22 mila unità) rispetto a maggio 2011 e il tasso di inattività si è attestato al 38,1% e su base annua è aumentato di 0,3 punti percentuali. In questo caso, in leggera controtendenza rispetto alle note positive riguardanti il tasso di disoccupazione, si registra un lieve aumento sia congiunturale sia tendenziale del tasso di inattività e questo non è certamente un buon segno. In Europa, sempre secondo gli ultimi dati Eurostat, il tasso medio di inattività è 29,3%. Stiamo parlando di cifre ragguardevoli ma, tuttavia, va sgombrato il campo da imprecisioni e visioni apocalittiche del problema, che non farebbero altro che portare la situazione in una dimensione sovrastimata, tale da non poter essere né ben compresa né affrontata adeguatamente.
Per inattivi s'intende coloro che sono in età lavorativa e non hanno una occupazione e che non la cercano o non sono disponibili ad iniziarla subito. Oggi il numero degli inattivi complessivi in valore assoluto è di 15 milioni e 109 mila persone. Abbiamo un popolo di 15 milioni di individui nel nostro paese che non cercano lavoro? Una persona su 3 in età lavorativa in Italia si trova in queste condizioni? Certamente no, anche perché nessun sistema economico sarebbe in grado di ammortizzare un'anomalia di queste dimensioni e sicuramente il nostro paese non rappresenta l'eccezione. Nel 2009, su un totale di 14 milioni e 723 mila di inattivi, secondo una indagine Rcfl-Istat, il 9% lo era per prendersi cura dei figli, di bambini e/o di altre persone non autosufficienti, il 9% riteneva di non riuscire a trovare lavoro, il 7% per altri motivi familiari (esclusa maternità, cura dei figli o di altre persone) e, infine, ben il 75% era rappresentato dai cosiddetti altri inattivi in età da lavoro (studenti, pensionati, inabili, in attesa dell'esito di passate azioni di ricerca, ecc). In pratica, fermo restando il maggior riconoscimento che dovrebbe avere il lavoro di cura in un sistema economico moderno e civile, la cifra totale va scremata fino ad arrivare a quel 9% rappresentato da coloro che sono inattivi perché non ritengono di poter trovare un lavoro. La questione riguarda a tutti gli effetti una parte ampia e importante della forza-lavoro nazionale, ma sicuramente siamo ben lontani dalla catastrofica cifra di un italiano inattivo su 3 in età lavorativa.
Veniamo alla cassa integrazione. Secondo gli ultimi dati dell'Inps si è consolidata a luglio la flessione delle richieste di cassa integrazione dopo il calo già registrato a giugno. Le domande autorizzate sono calate del 2,1% rispetto al mese precedente (80,7 milioni di ore contro 82,4 milioni a giugno) e del 28,8% rispetto a luglio del 2010, quando le imprese italiane chiesero 113,4 milioni di ore. Il dato di luglio 2011 è inferiore anche a quello del luglio 2009, quando vennero autorizzate 88,5 milioni di ore di cig (-8,8%).
Tenendo presente ben 3 indicatori (l'andamento del tasso di disoccupazione e del tasso degli inattivi, e il tiraggio della cassa integrazione), è possibile affermare, quindi, che, senza banalizzare le problematiche relative a donne, giovani sotto i 24 anni e inattivi, il mercato del lavoro italiano sembra essere uscito dalla fase più acuta della crisi, quella che genera l'aumento del tasso di disoccupazione e il ricorso massiccio alla cassa integrazione, mantenendo vivo il tessuto occupazionale attraverso gli ammortizzatori sociali. Questo vuol dire che tutti gli interventi del governo in materia, con l'ausilio delle regioni, sono stati decisivi per non spingere il nostro paese nel baratro. I numeri ci dicono che oggi il mercato del lavoro italiano, nonostante la crisi economica mondiale ancora in corso e la zavorra dei tre dati storici negativi (il basso tasso di occupazione delle donne, l'alto tasso di disoccupazione degli under 24 e l'alto numero di inattivi), è certamente dopo quello tedesco, e insieme a quello britannico, il sistema che tra i grandi paesi europei ha risposto meglio alle sollecitazioni negative degli ultimi anni.

FONTE

martedì 14 giugno 2011

Fuori la criminalità dal mercato del lavoro



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 giugno 2011

Il crimine organizzato è come un’azienda e come essa si muove nelle dinamiche dell’economia di mercato. Reperisce (illegalmente) fondi, crea e mantiene una struttura organizzativa, produce beni e servizi nell’economia (illegale e legale). Nell’analisi delle relazioni tra l’economia reale e il crimine organizzato, l’incidenza del malaffare nel mercato del lavoro rappresenta una delle massime espressioni di come le attività criminali rovinino il futuro dei giovani.

Nella relazione della commissione Antimafia, sul lavoro svolto a metà mandato, si segnala che «il primato del lavoro nero si spiega con l'esistenza di un'economia caratterizzata dal contoterzismo, dal difficile accesso al credito, dall'imprenditoria di prima generazione, dall'assistenzialismo, da ogni forma di illegalità e da quanto altro, per l'appunto, alimenta l'offerta di lavoro irregolare». Per la commissione Antimafia l'elemento più «drammatico è che troppe volte siano proprio le mafie a raccoglierla, avvalendosi della loro influenza economica, sociale e politica; o peggio ancora fornendo l'alternativa di una vera e propria occupazione criminale. Questo sciagurato reclutamento avviene soprattutto tra le nuove generazioni e, in particolare, tra i giovanissimi provenienti dalle famiglie più povere e a più basso livello di istruzione». Alla fragilità del tessuto economico-sociale, prosegue la commissione Antimafia, «si aggiungono l'eccessiva burocratizzazione e la scarsa efficienza delle amministrazioni regionali, degli enti locali e degli uffici periferici dello Stato, sia nel loro rapporto con i cittadini, sia nella loro interazione con i fattori dello sviluppo».

Il fatturato prodotto dalla criminalità organizzata (stimato in circa 175 miliardi di euro annui dall’Eurispes) interessa sia il Sud che il Nord del paese. La somma del dato del sommerso con quello delle attività criminali arriva a una dimensione pari al 50% del PIL. Stiamo parlando di cifre enormi che vengono reinvestite in ambito direttamente criminale ma anche nell’economia legale a scopo di riciclaggio.Secondo la relazione di controllo della Corte dei Conti sulla «Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata» le attività economiche su cui investono maggiormente le organizzazioni criminali sono quelle edilizie, immobiliari, commerciale e la grande distribuzione. Il messaggio è chiaro. Le attività criminali, facendo concorrenza illegale alle imprese oneste, riducono ancor di più le possibilità per i giovani di trovare un lavoro. Al contempo, però, offrono a questa galassia di persone l’opportunità di poter entrare direttamente o indirettamente al servizio del malaffare, con un impegno all’interno della stessa struttura organizzativa criminale o occupando posti nelle attività legali, comprate con i soldi ‘sporchi’ e usate per il riciclaggio.

Il Governo sta facendo la sua parte con l’attività ispettiva del Ministero del lavoro, il piano straordinario contro le mafie, con l’approvazione da ultimo dello schema di decreto legislativo recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione presentato dal ministro della giustizia, Angelino Alfano, e il sequestro dei beni (secondo relazione del Ministero della Giustizia al Parlamento, sfiora i 400 milioni di euro il valore dei beni pignorati alla criminalità organizzata negli ultimi 5 anni in Italia). Ma questo non basta e il governo centrale può fare molto ma non tutto. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità per sconfiggere le mafie e spezzare i tentacoli criminali che soffocano il nostro mercato del lavoro. Serve un impegno maggiore da parte di tutti gli altri soggetti interessati. Tanto per cominciare Regioni, Province, Comuni, sindacati, rappresentanze datoriali, singole persone devono essere ancora più vigili e le banche devono dare credito alle imprese che hanno le carte in regola per investire nell’economia legale. Sarebbe solo un buon inizio perché la strada per schiacciare la piovra criminale è lunga e tutta in salita.

martedì 16 novembre 2010

Immigrazione e mercato del lavoro in Italia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 16 novembre 2010

Secondo uno studio dell'Irpps-Cnr, molti italiani considerano positivo il ruolo svolto dagli immigrati, soprattutto se qualificati, ma c'è anche una fetta consistente di nostri connazionali che considera l'immigrazione nel nostro Paese eccessiva. La curatrice dell'indagine, Maria Carolina Brandi, ha affermato che «il 30% degli intervistati considera positivo il ruolo svolto dagli immigrati per alcuni settori della nostra economia, e il 26% circa lo ritiene tale anche per la nostra cultura, mentre il 23,7% dichiara che genera insicurezza e il 15,4 teme che aumenti la disoccupazione. Solo il 9,8% ritiene che l'immigrazione costituisca un "grave problema", mentre molti la ritengono eccessiva, specialmente le persone meno istruite (il 47%)». In questo quadro, l'atteggiamento degli italiani verso gli immigrati ad alta qualificazione è molto più favorevole rispetto a quello sull'immigrazione in generale. Secondo Brandi, lo studio conferma come il mercato del lavoro qualificato italiano sia molto meno ampio di quello della maggioranza dei Paesi Ocse, tanto che anche gli stessi laureati italiani scelgono la migrazione, mentre sono disponibili posti non qualificati per i quali la manodopera nazionale è insufficiente. Tuttavia, una volta che l'immigrato laureato occupa per necessità questa fascia del mercato del lavoro, non viene più riconosciuto come appartenente all'emigrazione di élite a cui, pure, larga parte degli italiani concede fiducia, finché non riesce a collocarsi in una posizione che lo renda riconoscibile come «intellettuale» e quindi accettato.

E' proprio quello indicato da Maria Carolina Brandi uno dei punti nevralgici nella discussione sull'immigrazione in Italia. Partiamo dai numeri. Secondo uno studio condotto dall'Istat («L'integrazione nel lavoro degli stranieri e dei naturalizzati italiani», 2009), il 38,7% degli stranieri in Italia lavora nel settore dell'industria (22,1% nell'industria in senso stretto e 16,6% nelle costruzioni), il 59% nei servizi (8,2% nel commercio, 8,8% nei servizi alle famiglie e 22,1% in alberghi e ristoranti) e il 2,3% nell'agricoltura. E ancora: solo l'8,1% degli stranieri presenti in Italia svolge una professione qualificata. Sempre secondo uno studio dell'Istat («Gli stranieri nel mercato del lavoro. I dati della rilevazione sulle forze di lavoro in un'ottica individuale e familiare», 2009) la diffusa disponibilità dell'offerta di lavoro straniera sopperisce alla continua e insoddisfatta domanda di lavoro non qualificato. Nonostante i livelli d'istruzione piuttosto elevati, la dequalificazione professionale riguarda la gran parte del lavoro degli stranieri presenti nell'industria a bassa tecnologia e innovazione e nel variegato mondo dei servizi.

I numeri a disposizione certificano con certezza che la maggior parte degli stranieri che hanno deciso di venire a vivere nel nostro Paese per motivi economici occupa, in genere, posti di lavoro non qualificati. L'offerta di questi lavori nel mercato italiano non è soddisfatta dalla manodopera nazionale e la leva dell'immigrazione è usata per coprire questo fabbisogno. Tuttavia, così com'è oggi, questa situazione favorisce soltanto alcuni «caporali» e chi assume, spesso in nero, queste persone, mentre chi ci perde sono tutti gli altri e cioè in primis gli stessi immigrati e i comuni cittadini, e poi anche le istituzioni, che devono fronteggiare una realtà incandescente dal punto di vista sociale.

La ricetta per curare questo male che affligge il mercato del lavoro nazionale potrebbe essere da un lato la modernizzazione del lavoro in Italia, attraverso la ricerca tecnologica, la formazione continua (che non può più essere quella che arricchisce solo i formatori), la flessibilità, gli incrementi salariali (solo a chi lavora di più e meglio) e la contrattazione decentrata e, dall'altro, la qualificazione dei lavoratori stranieri sul territorio di provenienza. Tutto questo, fermo restando che le istituzioni devono continuare a colpire sempre più duramente chi offre lavoro e affitti in nero. La strada da percorrere, comunque già intrapresa da questo governo attraverso l'opera meritoria del ministro Sacconi, non può che essere questa.

mercoledì 2 giugno 2010

Giovani, mercato del lavoro e welfare state


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 31 maggio 2010

«La crisi ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro». E' l'allarme che giunge dal Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, nel corso delle considerazioni finali pronunciate nell'assemblea annuale dell'istituto. «Nella fascia di età tra 20 e 34 anni la disoccupazione ha raggiunto il 13% nella media del 2009. La riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati tra i giovani è stata quasi sette volte quella osservata fra i più anziani. Hanno pesato - ha spiegato Draghi- sia la maggiore diffusione fra i giovani dei contratti di lavoro a termine sia la contrazione delle nuove assunzioni, del 20%». «Da tempo vanno ampliandosi in Italia - ha proseguito Draghi- le differenze di condizione lavorativa tra le nuove generazioni e quelle che le hanno precedute, a sfavore delle prime. I salari di ingresso in termini reali ristagnano da quindici anni».

A questi dati bisogna aggiungere quelli forniti da ultimo dall'Istat e dall'Ocse. Secondo il Rapporto annuale 2009 dell'istituito nazionale di statistica, il mondo giovanile in Italia resta il più penalizzato dal punto di vista del lavoro: lo scorso anno il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4%) è più del triplo di quello totale (7,8%) e più elevato di quello europeo (19,8%). Il tasso di occupazione è sceso in un solo anno al 44% (dal 47,7% del 2008). Come nel 2008, il tasso di disoccupazione italiano è inferiore a quello dell'Ue (7,8 contro 8,9%), ma ha spiegato l'Istat, si associa tuttavia a un tasso di inattività più alto e in crescita (37,6contro 28,9%). La crisi per i giovani sotto i 29 anni ha significato, solo nel 2009, 300.000 posti in meno rispetto al 2008, un crollo di oltre tre punti percentuali. Anno nero in particolare per i figli che ancora vivono a casa con la famiglia, «salvati» proprio dalla protezione familiare. Anche questo trend, tradizionale in Italia, potrebbe però peggiorare: molti capifamiglia hanno mantenuto un livello economico decente solo grazie alla Cassa integrazione, che ovviamente è a termine. In ogni caso, a tenere a galla le famiglie italiane è il basso indebitamento, un fenomeno di lunga durata che rende la ricchezza finanziaria netta delle famiglie ben più grande (circa il doppio) del Pil. Proprio la solidità delle famiglie italiane, rileva l'Istat, ha attutito gli effetti della crisi garantendo la tenuta del paese.
Secondo l'Economic Outlook dell'Ocse, la recessione in Italia «è finita a metà del 2009», ma «la ripresa secondo le previsioni procederà a passo lento nel complesso del 2010, rinforzandosi un po' nel 2011». Restano timori però soprattutto sul fronte della disoccupazione che nel 2011 continuerà a crescere.
Insomma in Italia, la crisi economica, che sta dispiegando i suoi effetti negativi in campo occupazionale in tutto il mondo, colpisce soprattutto i giovani a causa della contrazione delle nuove assunzioni e alla diffusione dei contratti a termine. Va aggiunto, però, che senza quei tipi di contratti molti giovani o resterebbero a casa o lavorerebbero in nero. Al netto delle speculazioni ideologiche sul tema, la strada da seguire, per rispondere al meglio alle ripercussioni negative imposte dalla crisi mondiale, sarebbe quella di partire da quanto già fatto (istituzione della cassa integrazione in deroga) per arrivare a offrire una copertura sociale anche a tutti quei giovani che oggi ne sono sprovvisti. Questo significherebbe rivedere la nostra spesa sociale, bilanciando l'attuale sistema degli ammortizzatori sociali a favore della componente giovanile della forza lavoro, magari intaccando un po' di privilegi di qualche burosauro. E' ovvio che quando si mette mano in questo mare magnum, non aumentando la spesa pubblica ma ridefinendo alcuni meccanismi, c'è sempre qualcuno che si arrabbia; tuttavia varrebbe la pena correre questo rischio per dare una giusta copertura sociale, laddove ne siano sprovvisti, ai tanti giovani che si impegnano quotidianamente nel proprio lavoro con passione e dedizione.
Non è più concepibile che l'ammortizzatore sociale per eccellenza delle nuove generazioni debba essere il reddito della propria famiglia. Il rischio è di mandare definitivamente in soffitta tutte le buone parole e le ottime intenzioni che da decenni si ascoltano sull'attivazione dell'ascensore sociale. «Credo nelle idee che diventano azioni», diceva Ezra Pound. Sarebbe davvero un incubo insopportabile vivere in una società in cui le appartenenze familiari sono il più efficace mezzo per collocarsi nel mercato del lavoro e, al contempo, il principale ammortizzatore sociale.
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