di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 aprile 2012
La bozza di riforma del mercato del lavoro proposta dal governo Monti, trasmessa nei giorni scorsi al Senato per l’inizio dell’iter parlamentare, oltre che sul tavolo istituzionale dei componenti della commissione lavoro di Palazzo Madama, sta passando anche su altri tavoli (extraparlamentari), ed è oggetto di frenetiche trattative tra lo stesso governo, le parti sociali e i partiti.
Tutti hanno una richiesta da fare e nessuno, almeno al momento, è disposto a fare un passo indietro. Per capire bene qual è la situazione e quale potrebbe essere lo sbocco di queste trattative, bisogna analizzare la posizione dei soggetti in campo: governo, sindacati, confindustria, partiti. Il governo, cui va comunque dato atto di aver definito una bozza di riforma abbastanza innovativa su un tema non certo facile come quello della riforma del mercato del lavoro, ha già fatto un mezzo passo indietro sui licenziamenti individuali per motivi economici, laddove ha reintrodotto la possibilità per il giudice, a certe condizioni, di disporre il reintegro del lavoratore. A tutto questo, va aggiunta la questione fondamentale della flessibilità in entrata poiché il testo arrivato al Senato è fortemente carente su questo punto. I sindacati, da parte loro, scenderanno in piazza venerdì 13 per denunciare la questione degli esodati e per chiedere una soluzione sulle ricongiunzioni onerose. La Cgil, inoltre, ha evidenziato anche il problema della modifica della normativa sui licenziamenti individuali.
In pratica il mezzo passo indietro del Governo non gli sta bene e chiede il ripristino integrale della vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini ha già posto dei paletti ben precisi a tal riguardo e, ammonendo senza mezzi termini la Camusso, ha già dichiarato che sull’articolo 18 la Fiom farà da sola nel caso in cui la Cgil dovesse piegarsi. La Fiom non ha intenzione di fermarsi, ha detto Landini, aggiungendo che servono tutte le iniziative, compreso lo sciopero generale, e che non si esclude alcuno strumento per ripristinare l'articolo 18, compreso il referendum.
La Confindustria, come dimostrano le uscite pubbliche del presidente Emma Marcegaglia, ha mosso ampie critiche al governo sul tema della poca flessibilità in entrata e sul passo indietro in materia di licenziamenti individuali per motivi economici. In pratica è stato fatto presente all’esecutivo che un mercato del lavoro poco flessibile sia in entrata sia in uscita, anche alla luce dell’eccessiva burocratizzazione del sistema italiano e di una congiuntura economica internazionale non certo favorevole, non avrebbe certamente effetti positivi sul sistema occupazionale nazionale. I numeri forniti dall’Istat sono chiari e, come dimostrano, sia i dati congiunturali sia quelli tendenziali, il tasso di disoccupazione è in costante e preoccupante aumento.
La pozione dei partiti maggiori, Pdl e Pd, merita un discorso a parte. Bersani ha il problema di mantenere i rapporti integri con la Cgil e, fatti alla mano, ha dimostrato che non ha alcuna intenzione di recidere il filo rosso che lega il suo partito al sindacato guidato da Susanna Camusso. Il problema è che se la Cgil decidesse di cavalcare le idee regrediste che arrivano dalla pancia del movimento (Fiom su tutte), in materia di licenziamenti e di flessibilità in entrata, si scatenerebbe un effetto domino che paralizzerebbe il Pd e porrebbe seri problemi al percorso parlamentare della riforma del mercato del lavoro.
Angelino Alfano, invece, ha scelto responsabilmente la strada del dialogo con tutti quelli che hanno a cuore la modernizzazione di questo Paese e sta definendo un pacchetto di modifiche da portare in Parlamento. L’obiettivo dichiarato dal segretario del Pdl è quello di migliorare il provvedimento del governo soprattutto sul tema delle assunzioni, agevolando la flessibilità in entrata, in modo da perseguire politiche che contrastino in modo efficace il problema dell’aumento del tasso di disoccupazione, con particolare riguardo a quello dei giovani, e dei bassi livelli di occupazione delle donne (i due elementi storicamente negativi del mercato italiano). Alla luce di quanto detto, quindi, il percorso parlamentare del provvedimento relativo alla riforma del mercato del lavoro rischia di essere abbastanza accidentato. Le varianti sono essenzialmente tre e sono tutte importanti: la volontà del Governo di rischiare una sorta di passaggio sotto le forche caudine nel caso arrivassero proposte di modifica irricevibili (come quelle della Fiom); l’effetto domino derivante dall’esito del confronto interno alla Cgil tra Susanna Camusso e Maurizio Landini; un possibile accordo in Parlamento su alcune modifiche qualificanti proposte dal Pdl per modernizzare il mercato del lavoro sul tema delle assunzioni e il contrasto al fenomeno della disoccupazione.
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giovedì 12 aprile 2012
Serve una vera riforma del mercato del lavoro
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mercoledì 21 marzo 2012
No ai veti sulla riforma del mercato del lavoro
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 21 marzo 2012
Siamo alla stretta finale nel confronto tra Governo e Parti Sociali sulla riforma del mercato del lavoro e, a breve, la discussione passerà al Parlamento che d’ora in poi diventerà l’unico interlocutore dell’Esecutivo, com’è giusto che sia in questa fase, per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una legge. «Noi difenderemo questa riforma e siamo contenti del fatto che il conto non lo paghino le piccole e medie imprese con l'aumento del costo del lavoro. Sull'articolo 18 diciamo che si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in Parlamento», ha dichiarato il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano.
Le aree di intervento oggetto del dialogo tra Governo e Parti Soci sono tre: contrasto al precariato, riforma degli ammortizzatori sociali, modifica dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori in materia di licenziamenti individuali. Sulle prime due è stato trovato l’accordo mentre resta ancora aperta la terza questione con la Cgil sempre fuori dal coro e contraria alla modernizzazione.
Contrasto al precariato. Sono stati previsti una serie d’interventi, peraltro ampiamente condivisibili, per cercare di mettere alcuni paletti fondamentali nel rapporto tra giovani in cerca di occupazione e datori di lavoro, per evitare che la condizione di bisogno dei primi sia sfruttata in modo improprio dai secondi:
- il contratto privilegiato per l’ingresso del mondo del lavoro sarà quello di apprendistato, così come pensato dall’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, durante l’ultimo governo Berlusconi, e cioè un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione dei giovani;
-stretta sui contratti a termine (esclusi stagionali o sostitutivi) attraverso la duplice previsione dell’impossibilità della proroga oltre i 36 mesi e di un contributo aggiuntivo dell’1,4% che servirà per finanziare il nuovo sussidio di disoccupazione; divieto di stage gratuiti per coloro che sono già in possesso di una laurea o hanno già fatto un master;
-norma contro le dimissioni in bianco delle lavoratrici e stretta su partite iva con monocommitente, co.co.pro e associazioni in partecipazione se non si è familiari.
Riforma ammortizzatori sociali. Secondo le dichiarazioni del ministro del lavoro, Elsa Fornero, il nuovo sistema andrà a regime nel 2017 con la previsione di risorse aggiuntive pari a 1,7-1,8 miliardi:
- introduzione sin da subito di un’assicurazione sociale per l'impiego universale (ASPI), che sostituirà l’indennità di disoccupazione e durerà 12 mesi (fino ad un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni). Dovrebbe essere il 75% della retribuzione lorda (oggi l’indennità raggiunge al massimo il 60% e dura 8 mesi fino ad un massimo di 12 per gli over 50) fino a 1.150 euro, e il 25% per la quota superiore a questa cifra, con un tetto di 1.119 euro lordi per il sussidio e con una riduzione dopo i primi sei mesi;
- mantenimento della cassa ordinaria e straordinaria con i contributi attuali, ma con l’esclusione della causale di chiusura dell'attività (resta possibile solo quando è previsto il rientro in azienda);
- introduzione di un fondo solidarietà per lavoratori anziani su base assicurativa, pagato dalle aziende e rivolto a coloro che perdono il posto di lavoro a pochi anni dalla pensione. Le modifiche in questa materia sono quasi tutte condivisibili perché il tema centrale è quello di estendere a tutti i sistemi di protezione sociale. Resta ancora aperta, tuttavia, la questione degli usi impropri di tali mezzi poiché, tanto per dirne una, sulla cassa integrazione straordinaria si poteva e si doveva fare di più ma è comprensibile il motivo per cui questo non è avvenuto. Forse i sindacati non avrebbero retto l’urto di una certa parte dell’opinione pubblica e non sarebbero stati in grado di sostenere la doppia modifica in materia di cassa integrazione e licenziamenti individuali.
Art. 18 statuto dei lavoratori. Il nodo ancora parte riguarda le ipotesi di modifica della normativa in materia di licenziamenti individuali. Sull'articolo 18 il Governo ha proposto di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori mentre per i disciplinari sarà il giudice a decidere tra il reintegro, nei casi gravi, e una indennità con massimo 27 mensilità, tenendo conto dell'anzianità; per gli economici solo l’indennizzo che va da un minimo di 15 ad un massimo di 27 mensilità dell'ultima retribuzione. Si tratta con tutta evidenza di una disposizione di buon senso che riporta la questione su un binario corretto. Resta identica la disciplina riguardante il reintegro per i licenziamenti discriminatori (discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua e di sesso) mentre cambia quella concernente i casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo (oggi per quelli disciplinari se non ci sono violazioni gravi scatta l'obbligo di reintegro mentre per quelli relativi alle crisi aziendali se il lavoratore ricorre al giudice, e questo verifica che la ragione del licenziamento non c'è, si precede al reintegro). Il problema è tutto nell’anti-economicità del reintegro nei licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo perché rappresentano sia un costo eccessivo per i datori di lavoro, oggi in alcuni casi costretti a restare sotto la soglia dei 15 dipendenti per non subire l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, sia una scelta contraria agli interessi dello stesso lavoratore, che deve aspettare le lungaggini della giustizia italiana per poi essere (forse) reintegrato in un posto di lavoro (sempre se ancora esiste) in cui non troverà di certo un ambiente favorevole. Molto meglio, invece, monetizzare la situazione e rimettersi sul mercato senza aspettare 6-7 anni con le braccia conserte come prevede l’attuale normativa.
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 21 marzo 2012
Siamo alla stretta finale nel confronto tra Governo e Parti Sociali sulla riforma del mercato del lavoro e, a breve, la discussione passerà al Parlamento che d’ora in poi diventerà l’unico interlocutore dell’Esecutivo, com’è giusto che sia in questa fase, per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una legge. «Noi difenderemo questa riforma e siamo contenti del fatto che il conto non lo paghino le piccole e medie imprese con l'aumento del costo del lavoro. Sull'articolo 18 diciamo che si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in Parlamento», ha dichiarato il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano.
Le aree di intervento oggetto del dialogo tra Governo e Parti Soci sono tre: contrasto al precariato, riforma degli ammortizzatori sociali, modifica dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori in materia di licenziamenti individuali. Sulle prime due è stato trovato l’accordo mentre resta ancora aperta la terza questione con la Cgil sempre fuori dal coro e contraria alla modernizzazione.
Contrasto al precariato. Sono stati previsti una serie d’interventi, peraltro ampiamente condivisibili, per cercare di mettere alcuni paletti fondamentali nel rapporto tra giovani in cerca di occupazione e datori di lavoro, per evitare che la condizione di bisogno dei primi sia sfruttata in modo improprio dai secondi:
- il contratto privilegiato per l’ingresso del mondo del lavoro sarà quello di apprendistato, così come pensato dall’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, durante l’ultimo governo Berlusconi, e cioè un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione dei giovani;
-stretta sui contratti a termine (esclusi stagionali o sostitutivi) attraverso la duplice previsione dell’impossibilità della proroga oltre i 36 mesi e di un contributo aggiuntivo dell’1,4% che servirà per finanziare il nuovo sussidio di disoccupazione; divieto di stage gratuiti per coloro che sono già in possesso di una laurea o hanno già fatto un master;
-norma contro le dimissioni in bianco delle lavoratrici e stretta su partite iva con monocommitente, co.co.pro e associazioni in partecipazione se non si è familiari.
Riforma ammortizzatori sociali. Secondo le dichiarazioni del ministro del lavoro, Elsa Fornero, il nuovo sistema andrà a regime nel 2017 con la previsione di risorse aggiuntive pari a 1,7-1,8 miliardi:
- introduzione sin da subito di un’assicurazione sociale per l'impiego universale (ASPI), che sostituirà l’indennità di disoccupazione e durerà 12 mesi (fino ad un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni). Dovrebbe essere il 75% della retribuzione lorda (oggi l’indennità raggiunge al massimo il 60% e dura 8 mesi fino ad un massimo di 12 per gli over 50) fino a 1.150 euro, e il 25% per la quota superiore a questa cifra, con un tetto di 1.119 euro lordi per il sussidio e con una riduzione dopo i primi sei mesi;
- mantenimento della cassa ordinaria e straordinaria con i contributi attuali, ma con l’esclusione della causale di chiusura dell'attività (resta possibile solo quando è previsto il rientro in azienda);
- introduzione di un fondo solidarietà per lavoratori anziani su base assicurativa, pagato dalle aziende e rivolto a coloro che perdono il posto di lavoro a pochi anni dalla pensione. Le modifiche in questa materia sono quasi tutte condivisibili perché il tema centrale è quello di estendere a tutti i sistemi di protezione sociale. Resta ancora aperta, tuttavia, la questione degli usi impropri di tali mezzi poiché, tanto per dirne una, sulla cassa integrazione straordinaria si poteva e si doveva fare di più ma è comprensibile il motivo per cui questo non è avvenuto. Forse i sindacati non avrebbero retto l’urto di una certa parte dell’opinione pubblica e non sarebbero stati in grado di sostenere la doppia modifica in materia di cassa integrazione e licenziamenti individuali.
Art. 18 statuto dei lavoratori. Il nodo ancora parte riguarda le ipotesi di modifica della normativa in materia di licenziamenti individuali. Sull'articolo 18 il Governo ha proposto di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori mentre per i disciplinari sarà il giudice a decidere tra il reintegro, nei casi gravi, e una indennità con massimo 27 mensilità, tenendo conto dell'anzianità; per gli economici solo l’indennizzo che va da un minimo di 15 ad un massimo di 27 mensilità dell'ultima retribuzione. Si tratta con tutta evidenza di una disposizione di buon senso che riporta la questione su un binario corretto. Resta identica la disciplina riguardante il reintegro per i licenziamenti discriminatori (discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua e di sesso) mentre cambia quella concernente i casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo (oggi per quelli disciplinari se non ci sono violazioni gravi scatta l'obbligo di reintegro mentre per quelli relativi alle crisi aziendali se il lavoratore ricorre al giudice, e questo verifica che la ragione del licenziamento non c'è, si precede al reintegro). Il problema è tutto nell’anti-economicità del reintegro nei licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo perché rappresentano sia un costo eccessivo per i datori di lavoro, oggi in alcuni casi costretti a restare sotto la soglia dei 15 dipendenti per non subire l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, sia una scelta contraria agli interessi dello stesso lavoratore, che deve aspettare le lungaggini della giustizia italiana per poi essere (forse) reintegrato in un posto di lavoro (sempre se ancora esiste) in cui non troverà di certo un ambiente favorevole. Molto meglio, invece, monetizzare la situazione e rimettersi sul mercato senza aspettare 6-7 anni con le braccia conserte come prevede l’attuale normativa.
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martedì 14 giugno 2011
Fuori la criminalità dal mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 giugno 2011
Il crimine organizzato è come un’azienda e come essa si muove nelle dinamiche dell’economia di mercato. Reperisce (illegalmente) fondi, crea e mantiene una struttura organizzativa, produce beni e servizi nell’economia (illegale e legale). Nell’analisi delle relazioni tra l’economia reale e il crimine organizzato, l’incidenza del malaffare nel mercato del lavoro rappresenta una delle massime espressioni di come le attività criminali rovinino il futuro dei giovani.
Nella relazione della commissione Antimafia, sul lavoro svolto a metà mandato, si segnala che «il primato del lavoro nero si spiega con l'esistenza di un'economia caratterizzata dal contoterzismo, dal difficile accesso al credito, dall'imprenditoria di prima generazione, dall'assistenzialismo, da ogni forma di illegalità e da quanto altro, per l'appunto, alimenta l'offerta di lavoro irregolare». Per la commissione Antimafia l'elemento più «drammatico è che troppe volte siano proprio le mafie a raccoglierla, avvalendosi della loro influenza economica, sociale e politica; o peggio ancora fornendo l'alternativa di una vera e propria occupazione criminale. Questo sciagurato reclutamento avviene soprattutto tra le nuove generazioni e, in particolare, tra i giovanissimi provenienti dalle famiglie più povere e a più basso livello di istruzione». Alla fragilità del tessuto economico-sociale, prosegue la commissione Antimafia, «si aggiungono l'eccessiva burocratizzazione e la scarsa efficienza delle amministrazioni regionali, degli enti locali e degli uffici periferici dello Stato, sia nel loro rapporto con i cittadini, sia nella loro interazione con i fattori dello sviluppo».
Il fatturato prodotto dalla criminalità organizzata (stimato in circa 175 miliardi di euro annui dall’Eurispes) interessa sia il Sud che il Nord del paese. La somma del dato del sommerso con quello delle attività criminali arriva a una dimensione pari al 50% del PIL. Stiamo parlando di cifre enormi che vengono reinvestite in ambito direttamente criminale ma anche nell’economia legale a scopo di riciclaggio.Secondo la relazione di controllo della Corte dei Conti sulla «Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata» le attività economiche su cui investono maggiormente le organizzazioni criminali sono quelle edilizie, immobiliari, commerciale e la grande distribuzione. Il messaggio è chiaro. Le attività criminali, facendo concorrenza illegale alle imprese oneste, riducono ancor di più le possibilità per i giovani di trovare un lavoro. Al contempo, però, offrono a questa galassia di persone l’opportunità di poter entrare direttamente o indirettamente al servizio del malaffare, con un impegno all’interno della stessa struttura organizzativa criminale o occupando posti nelle attività legali, comprate con i soldi ‘sporchi’ e usate per il riciclaggio.
Il Governo sta facendo la sua parte con l’attività ispettiva del Ministero del lavoro, il piano straordinario contro le mafie, con l’approvazione da ultimo dello schema di decreto legislativo recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione presentato dal ministro della giustizia, Angelino Alfano, e il sequestro dei beni (secondo relazione del Ministero della Giustizia al Parlamento, sfiora i 400 milioni di euro il valore dei beni pignorati alla criminalità organizzata negli ultimi 5 anni in Italia). Ma questo non basta e il governo centrale può fare molto ma non tutto. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità per sconfiggere le mafie e spezzare i tentacoli criminali che soffocano il nostro mercato del lavoro. Serve un impegno maggiore da parte di tutti gli altri soggetti interessati. Tanto per cominciare Regioni, Province, Comuni, sindacati, rappresentanze datoriali, singole persone devono essere ancora più vigili e le banche devono dare credito alle imprese che hanno le carte in regola per investire nell’economia legale. Sarebbe solo un buon inizio perché la strada per schiacciare la piovra criminale è lunga e tutta in salita.
mercoledì 11 maggio 2011
L'antimafia dei fatti

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 11 maggio 2011
Con il governo Berlusconi sono stati sequestrati 15 miliardi di euro di beni mobili e immobili e contanti alle organizzazioni criminali. E' il bilancio presentato mercoledì a Napoli dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per il quale questi soldi «sono passati dal campo dell'illegalità, dalle mani sporche dei criminali a quelle dello Stato». Il Piano Sud, ha ricordato Alfano, sarà fatto di «reti viarie, ferroviarie, stradali, porti ma la prima infrastruttura si chiama legalità. Se un imprenditore deve venire al Sud e poi essere costretto a pagare il pizzo non ci viene più». Quando, ha aggiunto Alfano, «mi si chiede dell'impegno del governo sulla legalità rispondo che e' tutto scritto nella Gazzetta ufficiale, è già legge dello Stato e 29 dei primi 30 latitanti sono in galera. Costruiamo questo pilastro e arriveranno sicuramente lavoro e investimenti».
Questi sono fatti che colpiscono al cuore il potere criminale. Lo Stato, nelle sue varie articolazioni e poteri, fa a pieno il suo dovere quando toglie ai criminali i soldi e la libertà personale per un tempo congruo rispetto al delitto commesso. Poi è naturale che si possa fare sempre di più, soprattutto nel campo culturale, forse la cosa più difficile, e nella gestione dei beni sequestrati ma qui nessuno ha la bacchetta magica e ogni azione positiva, nel tempo, non può che portare a creare un circuito virtuoso. E’ ovvio anche che il Piano Sud dovrà essere, innanzitutto, un volano per lo sviluppo del mezzogiorno perché è nota l’incidenza estremamente positiva che ha una dotazione infrastrutturale moderna e efficiente sul rilancio economico di un territorio ma, allo stesso tempo, anche difeso adeguatamente dagli attacchi della criminalità che certamente vorrà intercettare parte del denaro destinato alla realizzazione delle opere.
Il governo Berlusconi ha già dimostrato nel corso di questi anni di avere la forza necessaria per combattere con vigore, e dati alla mano anche con un certo successo, la piovra criminale. La vulgata di una cattiva politica, di un certo pentitismo a orologeria e di una parte minoritaria della magistratura, che vorrebbe dimostrare che la nascita del più grande movimento politico degli anni ’90, che ha dato rappresentanza alla maggioranza di quelle persone che non si riconoscono nelle idee delle sinistre, sia frutto di un accordo perverso tra potere occulti, compreso quello mafioso, è davvero risibile. Poi succede che magari qualche pentito parli di un quadro completamente diverso da quello prospettato da alcune procure siciliane, in cui non compare Silvio Berlusconi ma altri soggetti, ed ecco che allora da quella stessa parte politica, che fino ad un secondo prima era impegnata nel lanciare fango contro l’avversario, partono distinguo, parole prudenti, difese appassionate verso le persone coinvolte. Tutto giusto ma dove era questa stessa gente quando Berlusconi era infangato senza prove a mezzo stampa? Il solito network mediatico-giudiziario continua imperterrito a dare credito a teorie e complotti che potrebbero essere buoni solo per qualche romanzo. Da anni è attivamente impegnato nella lotta all’avversario politico attraverso il discredito personale, l’uso disinvolto delle dichiarazioni di mafiosi pentiti (o presunti tali?), che molte volte parlano per sentito dire e nemmeno per esperienza diretta, la pubblicazione di atti che dovrebbero essere coperti dal segreto istruttorio e di conversazioni telefoniche più utili a riempire pagine di giornali scandalistici che atti giudiziari.
Sarebbe utile ricordare che recentemente la Giunta dell'Unione camere penali italiane, ha voluto precisare sul caso Ciancimino che «pur consapevole dell'estrema delicatezza e complessità delle varie indagini per fare luce sui molteplici scenari ancora inestricabili che hanno caratterizzato gli anni delle stragi di mafia, a margine di questa storia, ricorra, ancora una volta, il tema della disinvolta e poco ortodossa gestione di tutti quei personaggi che dapprima vengono ritenuti depositari di verità processualmente rilevanti, la cui attendibilità viene proclamata e difesa e che poi puntualmente disattendono tali aspettative, scoprendosi improvvisamente indagati per condotte incompatibili con quello status di dispensatori di verità processuali fino ad allora ricoperto». I penalisti hanno ricordato come di recente, Ciancimino, «allo status di imputato e di dichiarante di segreti scottanti (tanto da meritare una tutela da parte dello Stato che gli ha assegnato una scorta)», ha aggiunto la «veste diversa di detenuto in stato di custodia cautelare, poiché nuovo indagato del reato di calunnia ai danni del Prefetto, ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, anche lui destinatario delle sue propalazioni».«La richiesta di custodia cautelare – ha concluso la Giunta Ucpi- emessa dal gip di Palermo, si apprende essere stata depositata da quegli stessi rappresentanti del pm che fino ad oggi sembrava avessero dato credito alle sue dichiarazioni, gestendo la sua partecipazione in vari processi e procedimenti dove il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo aveva portato il suo contributo di verità mortis causa».
FONTE
giovedì 11 marzo 2010
La civiltà di un paese si misura anche sulla condizione delle carceri


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 10 marzo 2010
«Dei circa 67mila detenuti oggi presenti nelle 206 carceri italiane, 1 su 3 è straniero, 1 su 4 è tossicodipendente e considerevole è anche la percentuale di detenuti con malattie mentali. Tutto questo va ad aggravare le già pesanti condizioni lavorative delle donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, oggi sotto organico di ben 5mila unità». L'ha affermato il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, rilevando che «il dato importante da considerare è che i detenuti affetti da tossicodipendenza o malattie mentali, come ogni altro malato limitato nella propria libertà, sconta una doppia pena: quella imposta dalle sbarre del carcere e quella di dover affrontare la dipendenza dalle droghe o il disagio psichico in una condizione di disagio, spesso senza cure adeguate e senza il sostegno della famiglia o di una persona amica».
Durante il suo intervento al convegno organizzato nei giorni scorsi dal Sappe, dal titolo «Immigrazione e tossicodipendenza. Carcere, ambiente e territorio», il segretario del sindacato, Donato Capece, ha detto che di fronte a questi numeri il piano carceri è una prima importante risposta, ma bisogna fare di più: non si può non riflettere anche sui modelli di custodia. In primis, secondo Capece, bisognerebbe rafforzare i compiti investigativi della polizia penitenziaria e affrontare le carenze di organico del personale. Su questa linea anche il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, secondo il quale il governo deve fare uno sforzo ulteriore rispetto ai duemila rinforzi che «rischiano di essere insufficienti».
Il sottosegretario ha affermato che la presenza di immigrati negli istituti penitenziari italiani è prevalente nel Nord-Italia, dove si arriva anche al 70%, e che i problemi da affrontare sono molteplici e tutti preceduti dalla necessità di creare un ponte di comprensione linguistica, senza la quale è difficile anche rapportarsi a quelle che sono le richieste più elementari. Anche «di fronte alla piaga della tossicodipendenza, così tristemente presente anche nella nostra popolazione di immigrati, la Polizia Penitenziaria - ha aggiunto il sottosegretario - è stata capace di creare una rete di raccordo con gli operatori interni ed esterni al carcere, tale da consentirne una efficace e concreta partecipazione al recupero». Secondo il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, inoltre, la polizia penitenziaria non deve svolgere solo il ruolo del custode del cancello ma anche l'importante compito di cogliere i segnali di disagio dei detenuti.
Il governo ha risposto al sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani varando un piano approvato a metà gennaio in Consiglio dei Ministri. Non è stata scelta la strada dell'indulto, come venne fatto invece nel 2006 dal Parlamento durante la Legislatura in cui governava il centrosinistra, che svuota un po' le carceri per poco tempo, non risolve alcun problema ma, anzi, aggrava la situazione relativa all'ordine pubblico.
Alla base del piano varato dal ministro Alfano c'è la dichiarazione dello stato di emergenza in cui versa attualmente il sistema penitenziario italiano, che durerà fino al 31 dicembre di quest'anno. Quindi gli interventi di edilizia penitenziaria, con la costruzione, entro l'anno, di 47 nuovi padiglioni utilizzando il modello adottato per il dopo-terremoto a L'Aquila. A partire dal 2011, poi, saranno realizzate, sotto la supervisione del capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Commissario straordinario per l'emergenza, Franco Ionta, le altre strutture previste dal Piano. Complessivamente, tali interventi porteranno alla creazione di 21.709 nuovi posti negli istituti penitenziari e al raggiungimento di una capienza totale di 80mila unità. Per realizzare tutto ciò, saranno utilizzati 500milioni di euro già stanziati in Finanziaria e altri 100milioni di euro provenienti dal bilancio della Giustizia. Sul piano normativo, saranno introdotte novità al sistema sanzionatorio, per prevedere, da un lato, la possibilità della detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua e, dall'altro, la messa alla prova delle persone imputabili per reati fino a tre anni, che potranno così svolgere lavori di pubblica utilità con conseguente sospensione del processo. Il Piano del Guardasigilli, infine, prevede l'assunzione di 2000 nuovi agenti di Polizia Penitenziaria.
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