1. PREMESSA
I licenziamenti individuali possono avvenire per:
a) giusta causa quando avviene un inadempimento del lavoratore talmente grave da non consentire la prosecuzione, anche solo provvisoria, di quel vincolo fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore che costituisce il presupposto fondamentale per la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato. Il licenziamento per giusta causa costituisce l'ipotesi estrema di licenziamento alla quale è legittimo fare ricorso solo come "extrema ratio": quando, cioè, nessun altro rimedio tutelerebbe adeguatamente gli interessi del datore. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell'imprenditore (art. 2221 c.c.) o la liquidazione coatta amministrativa dell'azienda (art. 2111 c.c.);
b) giustificato motivo:
- licenziamento c.d. economico per ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa (c.d. giustificato motivo oggettivo);
- licenziamento c.d. disciplinare nel caso in cui ci sia un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali da parte del prestatore di lavoro (c.d. giustificato motivo soggettivo).
2. OGGETTO DELLA RIFORMA
I punti salienti della bozza di riforma del governo Monti riguardano soprattutto i licenziamenti per giustificato motivo e l’area di applicazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, che interviene nel momento in cui non ci sono i presupposti previsti dalla legge per qualificare un licenziamento individuale come ‘giustificato’ e dispone il reintegro del lavoratore attraverso l’intervento del giudice.
Ecco come cambierebbe la normativa con la riforma:
a) Nel caso di licenziamento discriminatorio il giudice dispone la reintegrazione nel posto di lavoro quale che sia la dimensione di impresa.
Oggi la normativa è la stessa e, quindi, non cambia nulla di rilevante.
b) Nel caso di licenziamento disciplinare il giudice può scegliere tra reintegrazione, in caso di licenziamento manifestamente infondato, e indennizzo tra 12 e 24 mensilità.
Oggi se non ci sono violazioni gravi scatta l'obbligo di reintegro.
c) Nel caso di licenziamento per motivi economici ritenuto illegittimo dal giudice il datore di lavoro sarà condannato al pagamento di un'indennità. Nel caso di ''manifesta insussistenza del fatto posto alla base del licenziamento'' per motivo economico il giudice potrà prevedere anche la reintegrazione.
Oggi se il lavoratore ricorre al giudice, e questo verifica che la ragione economica del licenziamento non c'è, si precede al reintegro.
d) E' obbligatorio indicare i motivi del licenziamento e tentare la conciliazione.
Oggi la motivazione arriva su esplicita richiesta da parte del lavoratore oggetto del licenziamento.
e) E' prevista l'introduzione di un processo speciale abbreviato per le controversie in materia di licenziamento.
Oggi si passa prima dal tentativo di conciliazione presso la Direzione provinciale del lavoro e poi, se questa non va a buon fine, si va in tribunale (con tutto quello che ne consegue in termine di lunghezza del giudizio).
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giovedì 19 aprile 2012
RIFORMA GOVERNO MONTI SU ART. 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI IN MATERIA DI LICENZIAMENTI INDIVIDUALI
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martedì 14 giugno 2011
Fuori la criminalità dal mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 giugno 2011
Il crimine organizzato è come un’azienda e come essa si muove nelle dinamiche dell’economia di mercato. Reperisce (illegalmente) fondi, crea e mantiene una struttura organizzativa, produce beni e servizi nell’economia (illegale e legale). Nell’analisi delle relazioni tra l’economia reale e il crimine organizzato, l’incidenza del malaffare nel mercato del lavoro rappresenta una delle massime espressioni di come le attività criminali rovinino il futuro dei giovani.
Nella relazione della commissione Antimafia, sul lavoro svolto a metà mandato, si segnala che «il primato del lavoro nero si spiega con l'esistenza di un'economia caratterizzata dal contoterzismo, dal difficile accesso al credito, dall'imprenditoria di prima generazione, dall'assistenzialismo, da ogni forma di illegalità e da quanto altro, per l'appunto, alimenta l'offerta di lavoro irregolare». Per la commissione Antimafia l'elemento più «drammatico è che troppe volte siano proprio le mafie a raccoglierla, avvalendosi della loro influenza economica, sociale e politica; o peggio ancora fornendo l'alternativa di una vera e propria occupazione criminale. Questo sciagurato reclutamento avviene soprattutto tra le nuove generazioni e, in particolare, tra i giovanissimi provenienti dalle famiglie più povere e a più basso livello di istruzione». Alla fragilità del tessuto economico-sociale, prosegue la commissione Antimafia, «si aggiungono l'eccessiva burocratizzazione e la scarsa efficienza delle amministrazioni regionali, degli enti locali e degli uffici periferici dello Stato, sia nel loro rapporto con i cittadini, sia nella loro interazione con i fattori dello sviluppo».
Il fatturato prodotto dalla criminalità organizzata (stimato in circa 175 miliardi di euro annui dall’Eurispes) interessa sia il Sud che il Nord del paese. La somma del dato del sommerso con quello delle attività criminali arriva a una dimensione pari al 50% del PIL. Stiamo parlando di cifre enormi che vengono reinvestite in ambito direttamente criminale ma anche nell’economia legale a scopo di riciclaggio.Secondo la relazione di controllo della Corte dei Conti sulla «Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata» le attività economiche su cui investono maggiormente le organizzazioni criminali sono quelle edilizie, immobiliari, commerciale e la grande distribuzione. Il messaggio è chiaro. Le attività criminali, facendo concorrenza illegale alle imprese oneste, riducono ancor di più le possibilità per i giovani di trovare un lavoro. Al contempo, però, offrono a questa galassia di persone l’opportunità di poter entrare direttamente o indirettamente al servizio del malaffare, con un impegno all’interno della stessa struttura organizzativa criminale o occupando posti nelle attività legali, comprate con i soldi ‘sporchi’ e usate per il riciclaggio.
Il Governo sta facendo la sua parte con l’attività ispettiva del Ministero del lavoro, il piano straordinario contro le mafie, con l’approvazione da ultimo dello schema di decreto legislativo recante il Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione presentato dal ministro della giustizia, Angelino Alfano, e il sequestro dei beni (secondo relazione del Ministero della Giustizia al Parlamento, sfiora i 400 milioni di euro il valore dei beni pignorati alla criminalità organizzata negli ultimi 5 anni in Italia). Ma questo non basta e il governo centrale può fare molto ma non tutto. Ognuno deve prendersi le proprie responsabilità per sconfiggere le mafie e spezzare i tentacoli criminali che soffocano il nostro mercato del lavoro. Serve un impegno maggiore da parte di tutti gli altri soggetti interessati. Tanto per cominciare Regioni, Province, Comuni, sindacati, rappresentanze datoriali, singole persone devono essere ancora più vigili e le banche devono dare credito alle imprese che hanno le carte in regola per investire nell’economia legale. Sarebbe solo un buon inizio perché la strada per schiacciare la piovra criminale è lunga e tutta in salita.
mercoledì 11 maggio 2011
L'antimafia dei fatti

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 11 maggio 2011
Con il governo Berlusconi sono stati sequestrati 15 miliardi di euro di beni mobili e immobili e contanti alle organizzazioni criminali. E' il bilancio presentato mercoledì a Napoli dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per il quale questi soldi «sono passati dal campo dell'illegalità, dalle mani sporche dei criminali a quelle dello Stato». Il Piano Sud, ha ricordato Alfano, sarà fatto di «reti viarie, ferroviarie, stradali, porti ma la prima infrastruttura si chiama legalità. Se un imprenditore deve venire al Sud e poi essere costretto a pagare il pizzo non ci viene più». Quando, ha aggiunto Alfano, «mi si chiede dell'impegno del governo sulla legalità rispondo che e' tutto scritto nella Gazzetta ufficiale, è già legge dello Stato e 29 dei primi 30 latitanti sono in galera. Costruiamo questo pilastro e arriveranno sicuramente lavoro e investimenti».
Questi sono fatti che colpiscono al cuore il potere criminale. Lo Stato, nelle sue varie articolazioni e poteri, fa a pieno il suo dovere quando toglie ai criminali i soldi e la libertà personale per un tempo congruo rispetto al delitto commesso. Poi è naturale che si possa fare sempre di più, soprattutto nel campo culturale, forse la cosa più difficile, e nella gestione dei beni sequestrati ma qui nessuno ha la bacchetta magica e ogni azione positiva, nel tempo, non può che portare a creare un circuito virtuoso. E’ ovvio anche che il Piano Sud dovrà essere, innanzitutto, un volano per lo sviluppo del mezzogiorno perché è nota l’incidenza estremamente positiva che ha una dotazione infrastrutturale moderna e efficiente sul rilancio economico di un territorio ma, allo stesso tempo, anche difeso adeguatamente dagli attacchi della criminalità che certamente vorrà intercettare parte del denaro destinato alla realizzazione delle opere.
Il governo Berlusconi ha già dimostrato nel corso di questi anni di avere la forza necessaria per combattere con vigore, e dati alla mano anche con un certo successo, la piovra criminale. La vulgata di una cattiva politica, di un certo pentitismo a orologeria e di una parte minoritaria della magistratura, che vorrebbe dimostrare che la nascita del più grande movimento politico degli anni ’90, che ha dato rappresentanza alla maggioranza di quelle persone che non si riconoscono nelle idee delle sinistre, sia frutto di un accordo perverso tra potere occulti, compreso quello mafioso, è davvero risibile. Poi succede che magari qualche pentito parli di un quadro completamente diverso da quello prospettato da alcune procure siciliane, in cui non compare Silvio Berlusconi ma altri soggetti, ed ecco che allora da quella stessa parte politica, che fino ad un secondo prima era impegnata nel lanciare fango contro l’avversario, partono distinguo, parole prudenti, difese appassionate verso le persone coinvolte. Tutto giusto ma dove era questa stessa gente quando Berlusconi era infangato senza prove a mezzo stampa? Il solito network mediatico-giudiziario continua imperterrito a dare credito a teorie e complotti che potrebbero essere buoni solo per qualche romanzo. Da anni è attivamente impegnato nella lotta all’avversario politico attraverso il discredito personale, l’uso disinvolto delle dichiarazioni di mafiosi pentiti (o presunti tali?), che molte volte parlano per sentito dire e nemmeno per esperienza diretta, la pubblicazione di atti che dovrebbero essere coperti dal segreto istruttorio e di conversazioni telefoniche più utili a riempire pagine di giornali scandalistici che atti giudiziari.
Sarebbe utile ricordare che recentemente la Giunta dell'Unione camere penali italiane, ha voluto precisare sul caso Ciancimino che «pur consapevole dell'estrema delicatezza e complessità delle varie indagini per fare luce sui molteplici scenari ancora inestricabili che hanno caratterizzato gli anni delle stragi di mafia, a margine di questa storia, ricorra, ancora una volta, il tema della disinvolta e poco ortodossa gestione di tutti quei personaggi che dapprima vengono ritenuti depositari di verità processualmente rilevanti, la cui attendibilità viene proclamata e difesa e che poi puntualmente disattendono tali aspettative, scoprendosi improvvisamente indagati per condotte incompatibili con quello status di dispensatori di verità processuali fino ad allora ricoperto». I penalisti hanno ricordato come di recente, Ciancimino, «allo status di imputato e di dichiarante di segreti scottanti (tanto da meritare una tutela da parte dello Stato che gli ha assegnato una scorta)», ha aggiunto la «veste diversa di detenuto in stato di custodia cautelare, poiché nuovo indagato del reato di calunnia ai danni del Prefetto, ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, anche lui destinatario delle sue propalazioni».«La richiesta di custodia cautelare – ha concluso la Giunta Ucpi- emessa dal gip di Palermo, si apprende essere stata depositata da quegli stessi rappresentanti del pm che fino ad oggi sembrava avessero dato credito alle sue dichiarazioni, gestendo la sua partecipazione in vari processi e procedimenti dove il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo aveva portato il suo contributo di verità mortis causa».
FONTE
lunedì 29 novembre 2010
Decreto sicurezza. Intervista all'onorevole Jole Santelli


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 29 novembre 2010
E' in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto del governo recante misure urgenti in materia di sicurezza. Ne parliamo con uno dei due relatori del provvedimento, l'onorevole Jole Santelli, vicepresidente della commissione Affari Costituzionali della Camera e vicepresidente del gruppo del Popolo della Libertà di Montecitorio.
Secondo una recente indagine Istat, relativa al biennio 2008-2009, il 77,9% della popolazione definisce la zona dove abita poco o per niente a rischio di criminalità. Tuttavia, secondo lo stesso studio, la paura individuale è un fenomeno che coinvolge un'elevata percentuale di cittadini. Il 28,9% prova un senso di forte insicurezza. Come risponde il governo a queste paure e a queste ansie dei cittadini?
Da qualche anno ha acquistato rilevanza un fenomeno nuovo e diverso dalla semplice lettura dei dati statistici rispetto ai reati: quello che viene definito «sicurezza percepita». La cosiddetta «sicurezza percepita» è parte di ciascun cittadino perché ovviamente le sue azioni sono condizionate dal senso di paura che egli stesso prova. E' profondamente mutato l'effetto che i cambiamenti sociali hanno sulla nostra vita quotidiana e pertanto sono emerse nuove problematiche cui la politica è chiamata a dare risposta.
Le mafie si combattono anche toccandole nel portafoglio. Ma non basta solo sequestrare e confiscare i beni: occorre anche amministrarli bene. Il decreto legge 4 febbraio 2010, n. 4, poi convertito dal parlamento nella legge 31 marzo 2010, n. 50, ha istituito l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Nel nuovo decreto ci sono provvedimenti che potenziano l'attività dell'Agenzia. Quali sono, a suo avviso, quelli più significativi?
Uno degli aspetti più significativi del provvedimento è il potenziamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità. Si è inteso eliminare gli inconvenienti che si sono verificati nella gestione e nell'assegnazione di tali beni, oltre che consentire un finanziamento diretto che permetta all'Agenzia di operare in modo sempre più efficace. In tal modo il governo dà un chiaro segnale di voler proseguire nella dura lotta alla criminalità organizzata e di volerne colpire i patrimoni illecitamente accumulati.
La cooperazione con le forze di polizia degli altri Paesi è diventato uno strumento strategico per combattere le nuove mafie del crimine transnazionale. Cosa si può fare per migliorare quest'attività?
Il crimine ha trovato delle forme di cooperazione naturali e delle sinergie immediate. Ciò ha reso più che mai necessaria una forma di difesa comune nei confronti della criminalità e soprattutto delle cosiddette «nuove mafie», che ha necessitato una collaborazione molto più forte fra i vari Stati. Questo ha ovviamente una immediata ricaduta nelle misure adottate a livello comunitario, ma ne ha altrettanta nella cooperazione di polizia, che ha avuto la necessità di rafforzarsi anche al di fuori della Ue. Il decreto legge, all'articolo 5, prevede un ulteriore strumento di programmazione strategica che viene istituito all'interno della Direzione centrale della polizia criminale, direzione all'interno del dipartimento di pubblica sicurezza che ha il compito di coordinare la cooperazione fra diverse forze di polizia anche nazionali.
Le mafie si alimentano economicamente anche attraverso le infiltrazioni negli appalti pubblici. Che cosa prevede il testo in questa delicata materia?
L'articolo 6 dispone la tracciabilità di tutte le operazioni economiche, quindi ha un doppio risvolto: sia dal punto di vista investigativo, volto al controllo di possibili infiltrazioni, sia da un punto di vista economico-finanziario a fini tributari. Il decreto sostanzialmente prevede l'identificazione di ciascuna operazione economica e il collegamento di questa allo specifico rapporto contrattuale. Più specificamente in relazione ai lavori pubblici la cosiddetta «tracciabilità» delle operazioni legate tanto ai lavori di appalto quanto a quelli di subappalto.
Le ordinanze dei sindaci in materia di sicurezza spesso sono dei «vorrei ma non posso». I primi cittadini lamentano di avere le mani legate e di poter fare poco dinanzi alle richieste dei cittadini. Che cosa dispone il decreto a riguardo?
L'articolo 8 dispone un rafforzamento della collaborazione fra il sindaco e il prefetto come autorità di governo. L'ordinanza del sindaco che già a norma della legge vigente deve essere trasmessa al prefetto ai fini della valutazione di legittimità, dopo essere varata viene ritrasmessa affinchè, ove sia necessario l'intervento di altre forze di polizia rispetto a quelle della polizia locale, il prefetto ne disponga l'utilizzo ai fini della concreta attuazione dei principi fissati nell'ordinanza dei sindaci.
giovedì 11 febbraio 2010
Le azioni del governo per contrastare la crisi

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 10 febbraio 2010
Quando si parla nel dibattito pubblico della crisi economica è sempre bene ricordare che dietro i numeri e le tabelle ci sono persone e famiglie in difficoltà e che analizzare l'andamento della crisi basandosi sui dati disponibili non significa certo sminuire la sofferenza di questa gente, ma solamente dare un quadro generale di quello che succede. I lavoratori colpiti dalla crisi e le loro famiglie, oltre al necessario aiuto, non possono che avere il massimo rispetto e la massima solidarietà possibile da parte di tutti.
Detto questo, nel dibattito pubblico sull'andamento della crisi economica vanno posti alcuni punti fermi. In primis la stabilità dei conti pubblici del nostro Paese, frutto della lungimirante scelta da parte di questo governo di varare una manovra triennale nel 2008. A questo va aggiunta la recente riforma che ha previsto un assetto più rigoroso nei documenti di bilancio (la legge di Stabilità al posto della Finanziaria e la Dfp, la Decisione di finanza pubblica, al posto del Dpef). Recentemente il direttore esecutivo per l'Italia del Fmi, Arrigo Sadun, ha affermato che il nostro «non è un paese a rischio per quanto riguarda la tenuta dei conti pubblici». La crisi, ha spiegato, «è stata affrontata in una posizione di relativa forza ed è stata gestita molto bene». Per questo, ha proseguito, «sarebbe una forzatura mettere l'Italia nel novero dei paesi a rischio». Il nostro paese, ha evidenziato il rappresentante del Fmi, «ha un problema di debito pubblico che non deriva dalla crisi ma che si trascina da molto tempo». Debito pubblico che, secondo Sadun, «ha imposto una politica fiscale estremamente prudente, di cui il mercato ha riconosciuto l'efficacia».
Seconda questione: la tutela dei posti di lavoro. La disoccupazione in Italia continua a salire ma si mantiene a un livello molto più basso della media europea. A dicembre - secondo gli ultimi dati disponibili (Istat e Ocse) - il tasso dei senza lavoro ha raggiunto l'8,5% (+0,2% rispetto a novembre e +1,5% rispetto all'anno precedente). Si tratta di un dato inferiore a quello medio dell'aerea Ocse (8,8%; dato stabile su base mensile e +1,8% su base annuale) e dell'area euro (10%; +0,1% rispetto a novembre 2009 e +1,8% rispetto a dicembre del 2008).
Inoltre, secondo i dati dell'Inps sono state effettivamente utilizzate il 63% delle ore autorizzate complessivamente per la cassa integrazione nei primi 11 mesi del 2009. L'Inps ha comunicato, inoltre, che nei primi 11 mesi dell'anno sono stati effettivamente spesi per la cassa integrazione poco più di 5 miliardi di euro, circa un terzo dei 16 miliardi messi a disposizione per il 2009. Per la cassa integrazione ordinaria il «tiraggio» (ore effettivamente utilizzate su ore autorizzate) è stato del 61% rispetto al 70% dello stesso periodo del 2008 mentre per la straordinaria il consumo si è fermato al 68% contro l'86% dello stesso periodo dell'anno precedente. Sempre secondo l'Inps, le richieste di cassa integrazione a gennaio 2010 sono diminuite del 17% rispetto a dicembre mentre sono aumentate del 186,6% rispetto a gennaio 2009, quando la crisi cominciava a manifestare i suoi effetti sul sistema produttivo. Si tratta di 84,5 milioni di ore autorizzate contro i 101,8 milioni autorizzate a dicembre 2009. Guardando nel dettaglio, è scesa rispetto al mese precedente soprattutto la cassa integrazione ordinaria (quella prevista per affrontare situazioni temporanee di mercato), che ha fatto segnare un confortante -20,78% (39,5 milioni di ore a gennaio contro i 49,9 chiesti di dicembre), mentre la straordinaria è scesa del 14,83% (25,1 milioni di ore contro i 29,5 di dicembre). E' diminuita rispetto a dicembre anche la cassa in deroga (strumento non disponibile a gennaio 2009) con un -11,16% (da 22,3 milioni di ore a 19,8). Tutti questi dati ci dicono in sostanza che il sistema degli ammortizzatori sociali del nostro Paese ha raggiunto l'obiettivo più importante: salvaguardare i posti di lavoro.
Al ministero dello Sviluppo economico, inoltre, da mesi i tecnici lavorano per assicurare un buon esito ai confronti fra aziende e sindacati. Una task force attivata dal ministro Claudio Scajola per affrontare gli effetti della crisi ha gestito nel 2009 più di 150 tavoli che hanno coinvolto oltre 300mila lavoratori. Poi i riflettori dei media magari si accendono solo in alcuni casi, ma c'è un enorme lavoro fatto da questo governo che magari non riceverà neanche 15 minuti di celebrità, ma certamente fa sentire in maniera forte la presenza delle istituzioni in tutte quelle situazioni delicate dove è in gioco il futuro dei lavoratori e delle loro famiglie.
Altra questione molto importante è la difesa dei risparmi e la tutela del sistema creditizio. Secondo i dati Istat, con riferimento al periodo compreso tra ottobre 2008 e settembre 2009, su base congiunturale la spesa delle famiglie italiane si è ridotta dello 0,6% e gli investimenti del 2,9%. La paura del futuro ha invece portato ad aumentare i risparmi dello 0,2% su base congiunturale e dello 0,4% su base tendenziale. La crisi ha spinto le famiglie italiane a contrarre consumi e investimenti più di quanto consentiva loro il reddito disponibile e nel periodo dove la crisi economica ha morso di più è invece aumentata la propensione al risparmio. A questo va aggiunto che il risparmio, uno dei punti di forza del sistema paese, è stato adeguatamente protetto dal Governo. In aggiunta ai sistemi di protezione già in vigore per i depositi dei risparmiatori, infatti, anche lo Stato ha offerto la sua copertura a protezione dei risparmi, fino a un massimo di 103mila euro, per un periodo di 36 mesi. E a questo vanno sommate le sanzioni alle banche nel caso in cui il trasferimento del mutuo non si perfezioni entro il termine di 30 giorni dalla richiesta, l'istituzione dei comitati di controllo del credito presso le Prefetture, il massimo scoperto ridotto allo 0,5%, le regole più favorevoli per la valuta assegni e i c.d. Tremonti-bond (obbligazioni emesse dalle banche italiane quotate in borsa e sottoscritte dal Ministero del Tesoro. Come contropartita, le banche pagano allo Stato una cedola annuale tra il 7,5 e l'8,5% per i primi anni e si impegnano a favorire il credito alle famiglie e alle imprese, soprattutto piccole e medie). In pratica il Governo, oltre a garantire la solidità del sistema bancario, ha messo in sicurezza i risparmi delle famiglie che, se in generale sono uno dei punti di forza del nostro sistema paese, in periodi di magra si trasformano in una vera e propria ancora di salvezza.
Non va certamente dimenticato, inoltre, che contemporaneamente è stata giocata anche la partita della difesa del reddito attraverso misure come l'abolizione dell'ici e dei ticket sanitari da 10 euro su diagnostica e specialistica, i bonus famiglia, elettricità, gas e vacanze, la sospensione per tutto il 2009 degli sfratti, la conferma della detrazione del 36% per la ristrutturazione e del 55% per il risparmio energetico, la detassazione per tutto il 2009 e il 2010 dei premi di produzione dei lavoratori con reddito fino a 35mila euro con un'aliquota secca del 10%, ecc.
Secondo gli ultimi dati Istat, inoltre, le retribuzioni nel 2009 sono cresciute più dei prezzi al consumo, anche grazie al rinnovo di gran parte degli accordi scaduti, alcuni dei quali con il nuovo modello contrattuale. Le retribuzioni contrattuali orarie nell'anno sono aumentate del 3% rispetto al 2008, meno del 3,5% registrato nell'anno precedente, ma molto più velocemente dell'inflazione che si è attestata allo 0,8%. Anche per i dipendenti pubblici l'aumento delle retribuzioni contrattuali è stato del 3%.
A questo va aggiunta anche la strategia del rilancio del piano delle grandi opere infrastrutturali avviato nel 2001 e quella sulla casa. Quest'ultima basata su tre linee d'azione: il c.d. «Piano Casa» (costruzione di 100.000 nuovi alloggi popolari in cinque anni), la c.d. «lex Silvia» (facilitare l'ampliamento di abitazioni già esistenti) e la vendita delle case popolari agli inquilini che già le abitano. Una serie di azioni che soddisfano una duplice esigenza: rispondere ai fabbisogni dei senza casa e dei vecchi proprietari e rilanciare il settore dell'edilizia che, dando lavoro a centinaia di migliaia di persone, può fare da traino per la ripresa economica (le organizzazioni del settore edilizio stimano in almeno 60 miliardi la cifra che queste misure attiveranno sul mercato).
In conclusione è possibile affermare che il governo ha messo in campo una serie di azioni per contrastare gli effetti della crisi nell'ambito di una visione globale che è stata basata sostanzialmente: sulla stabilità dei conti pubblici, sulla difesa dei posti di lavoro e dei risparmi, sulla tutela del sistema creditizio e del reddito, sul rilancio dell'economia attraverso il traino dell'edilizia.
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domenica 11 ottobre 2009
I risultati del Governo nella lotta alla criminalità


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 09 ottobre 2009
«Ogni giorno sono stati arrestati otto mafiosi dall'inizio del governo Berlusconi». Lo ha affermato il ministro dell'Interno Roberto Maroni illustrando un documento sul contrasto alla mafia svolto nei primi 15 mesi di attività che è stato presentato al Consiglio dei ministri. Maroni ha detto anche che dall'inizio dell'azione di governo sono stati sciolti «12 consigli comunali per infiltrazioni mafiose rispetto agli otto sciolti nello stesso periodo del governo precedente. Sono risultati che non hanno precedenti, è una stagione straordinaria». Ed ha aggiunto un particolare inquietante: l'azione del governo Berlusconi per il contrasto alla mafia sta provocando «preoccupazioni all'interno degli ambienti mafiosi, anzi una forte irritazione che ha portato a registrare segnali nei confronti del governo Berlusconi per fermare questa azione straordinaria. Minacce arrivano da ambienti mafiosi verso i soggetti più esposti, stiamo monitorando e continueremo nell'azione di contrasto perché vogliamo vincere la guerra contro la mafia, non solo qualche battaglia. A fine legislatura vogliamo porre fine a questo cancro che per tanti decenni ha imperversato nelle nostre regioni», ha concluso Maroni. Un'ipotesi ottimistica, quella del ministro, che comunque esplicita con parole forti la volontà del governo in carica di mettere alle strette la malavita organizzata.
Ma le parole non bastano e servono i fatti. Eccoli: durante questo primo periodo del Governo Berlusconi, secondo la relazione del Ministro dell'Interno, sono stati arrestati 270 latitanti, il 91% in più rispetto ai 17 mesi precedenti. Le operazioni di polizia giudiziaria effettuate sono state 335 (+40%), gli arresti complessivi 3.479 (+26%). Dei 270 latitanti finiti in manette, 13 (+62%) sono quelli inclusi nell'elenco dei 30 più pericolosi e 35 (+119%) quelli inseriti nell'elenco dei cento più pericolosi. I 9.118 beni sequestrati alla mafia durante il governo Berlusconi, per un valore di 5 miliardi e 372 milioni di euro, costituiscono un incremento del 52% rispetto ai 17 mesi precedenti. I beni confiscati sono stati 2.219, per un valore di 1 miliardo e 512 milioni di euro, con un incremento del 304%. Riguardo, poi, al Fondo unico di giustizia appena istituito, le somme recuperate al 30 settembre 2009 ammontano a 676,7 milioni di euro. Grazie alla nuova normativa sui respingimenti gli sbarchi dei clandestini sono diminuiti del 90%» dal 5 maggio al 30 settembre (erano 19.000 nel 2008 sono stati solo 1.900 nel 2009).
E' innegabile, quindi, dati alla mano, che il governo in carica non si è limitato ai buoni intenti ma ha agito con fatti concreti cercando di contrastare la criminalità organizzata con tutti i mezzi a disposizione. Ovviamente la repressione deve essere solo un aspetto della lotta al fenomeno e certamente la risposta dello Stato alle sfide lanciate dalla criminalità deve essere fatta senza soste. Le persone oneste che vivono in certe realtà difficili del nostro territorio, non solo al Sud ma anche al Nord, devono sentirsi parte di un unico progetto di lotta contro le mafie in cui ognuno deve fare la propria parte a seconda del ruolo che ricopre. Questo è un argomento che non può essere fonte di divisione, ma deve diventare, se ancora non lo è, un terreno comune dove magari si può discutere sulle modalità di intervento ma non sull'obiettivo finale, che deve essere quello dell'affermazione della legalità in ogni angolo del nostro Paese. Nessuno, dal punto di vista politico, si può appuntare moralmente sul petto la medaglietta dell'unico difensore della legalità in questo Paese perché si tratta di un sentimento condiviso che oltrepassa gli steccati politici ed anche perché, nel momento stesso in cui si compie questa scellerata operazione, si creano divisioni in un campo in cui, invece, occorre la massima unità possibile tra coloro che a vario titolo contrastano la galassia criminale.
Devono essere i fatti a dimostrare che si fa la lotta alla criminalità e non le chiacchiere, le ipotesi campate per aria, le teorie fondate sul nulla e senza alcun riscontro, magari espresse in qualche convegno, studio televisivo o comizio, dove finiti gli applausi e spente le luci tutto resta come prima..
mercoledì 23 settembre 2009
Il ruolo centrale degli ammortizzatori sociali


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 21 settembre 2009
La situazione occupazionale potrebbe peggiorare nei prossimi mesi negli Stati Uniti: l'avvertimento è stato lanciato dal presidente Usa Barack Obama in un'intervista alla Cnn. «Che le cose siano chiare: la situazione dell'occupazione non migliorerà e potrebbe anzi peggiorare nei prossimi due o tre mesi». Negli Usa il tasso di disoccupazione è ai livelli peggiori dalla grande depressione degli anni Trenta ed è salito in agosto al 9,7%. Obama aveva già parlato della preoccupante possibilità che il tasso di disoccupazione possa superare nei prossimi mesi il 10% prima di cominciare a scendere.
Anche in Europa la situazione non è certo delle migliori. Tuttavia il nostro paese, sul versante della tenuta dei posti di lavoro, sembra aver reagito meglio rispetto agli altri partner continentali. Secondo gli ultimi dati disponibili (bollettino della Commissione Europea sulla situazione dell'occupazione) il tasso di disoccupazione in Italia (7,4%) è inferiore a quello registrato a luglio in Spagna (18,5%), Francia (9,8%), Regno Unito (7,7%), Germania (7,7%), Polonia (8,2%) e, rispetto ai primi tre mesi dell'anno, la situazione occupazionale risulta sostanzialmente stabile nel nostro paese e in negativo in quasi tutti gli altri.
L'attenzione dei governi in questo momento è concentrata sulla salvaguardia dei posti di lavoro e sul miglioramento dei sistemi di protezione sociale. In questo contesto assumono quindi un ruolo centrale gli ammortizzatori sociali, ossia quel sistema di tutela del reddito dei lavoratori che sono in procinto di perdere o, purtroppo, hanno già perso il proprio posto di lavoro. Ed ancora più importanti sono quelle misure a sostegno di coloro che non sono coperti da alcuna forma di protezione sociale da parte dello Stato. Il governo italiano, a riguardo, per proteggere anche i lavoratori non coperti dalla cassa integrazione ha stanziato specifici fondi destinati ad una platea di oltre 5 milioni di potenziali beneficiari facenti parte della variegata galassia dei dipendenti delle piccole imprese, degli studi professionali, dei lavoratori interinali, degli apprendisti.
I fondi anti-crisi messi a disposizione dal nostro governo sono stati pari a 55,8 miliardi di euro e sono stati destinati a quelle misure previste dal «Patto globale sul lavoro», siglato il 19 giugno scorso dai 183 paesi che aderiscono all'Agenzia internazionale per il lavoro: 17,8 miliardi per le infrastrutture (ai 16,6 previsti sono stati aggiunti 1,2 miliardi di cui 1 miliardo per l'edilizia scolastica e 200 milioni per l'edilizia carceraria), 7 miliardi di misure di protezione dei più deboli, 2 miliardi per misure a sostegno dei consumi, 9 miliardi nel fondo strategico per le imprese, 16 miliardi per gli ammortizzatori sociali nel 2009 con ulteriori 4 nel 2010. Il decreto anti-crisi del 26 giugno scorso, inoltre, ha rafforzato ulteriormente il nostro sistema di protezione sociale attraverso alcune misure come il rientro anticipato dei lavoratori cassintegrati, il bonus erogato a chi decide di mettersi in proprio, il rafforzamento dei contratti di solidarietà, l'assunzione agevolata dei percettori di forme di sostegno al reddito, la possibilità per i lavoratori cassintegrati di lavori brevi pagati attraverso i voucher.
La formula del governo «non lasceremo indietro nessuno» sembra essere quella giusta per rispondere al meglio agli effetti della crisi e lo è ancor di più il fatto che a sostegno delle parole sono arrivati soldi veri, come ha ammesso ai primi di settembre anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Ora però bisogna continuare su questa strada sin dalla prossima Finanziaria, magari con ulteriori interventi per i finanziamenti per la cassa integrazione in deroga e misure a sostegno dei consumi e degli investimenti.
mercoledì 1 aprile 2009
Il pacchetto precari nel decreto sugli incentivi alle imprese


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 31 marzo 2009
In questi giorni è in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge n. 5 del 2009 recante «Misure di sostegno dei settori industriali in crisi». Nel corso del passaggio del testo presso le Commissioni riunite VI (finanze) e X (attività produttive) di Montecitorio è stato introdotto l'art. 7-ter che reca una serie di misure urgenti in materia di occupazione.
I primi 3 commi intervengono su alcune procedure riguardanti la concessione degli strumenti di tutela del reddito, allo scopo di semplificare e razionalizzare le stesse e agevolare i soggetti beneficiari. In particolare si autorizza l'Inps al pagamento diretto contestualmente all'autorizzazione del trattamento di CIGS; si stabilisce un termine di 20 giorni dall'inizio della sospensione o riduzione dell'orario di lavoro per la richiesta di pagamento diretto da parte delle imprese all'Inps, in caso di CIG straordinaria e di CIG in deroga, per le sospensioni successive al 1° aprile 2009; si autorizza l'Inps ad anticipare i trattamenti di integrazione salariale in deroga (quindi per coloro che non ne usufruivano prima e cioè lavoratori atipici e precari) con richiesta di pagamento diretto sulla base della domanda corredata dagli accordi conclusi dalle parti sociali e dell'elenco dei beneficiari.
I commi da 4 a 10 recano modifiche alla disciplina degli ammortizzatori sociali in deroga con la previsione, tra le altre cose, dell'erogazione, da parte dell'Inps, di un incentivo per i datori di lavoro, le cui aziende non siano interessate da trattamenti di CIGS (quindi non con personale in esubero), che assumano lavoratori destinatari, per il 2009-2010, di ammortizzatori sociali in deroga, che siano stati licenziati o sospesi da specifiche imprese. E' previsto anche che possono essere disposte proroghe delle concessioni degli ammortizzatori sociali in deroga con durata non superiore a 12 mesi, nel limite degli stanziamenti previsti.
Si interviene, inoltre, sull'istituto sperimentale di tutela del reddito per i lavoratori a progetto in possesso di specifici requisiti (limitatamente al triennio 2009-2011, nei limiti di specifiche risorse e nei soli casi di fine lavoro), introdotto dal comma 2 dell'articolo 19 del D.L. 185/2008, che riconosce una somma liquidata in un'unica soluzione pari al 20% del reddito percepito l'anno precedente (in precedenza era il 10%).
Insomma il governo, in attesa della auspicabile riforma degli ammortizzatori sociali, è intervenuto una seconda volta per allargare le maglie delle coperture sociali a favore di chi ne era rimasto sempre fuori e cioè la galassia dei lavoratori atipici ed i precari. Cosa aveva fatto invece il governo di centrosinistra a favore di questi giovani lavoratori? Nulla a favore. Anzi gli aveva messo le mani in tasca all'epoca della traduzione in legge del famoso protocollo sul welfare, aumentandogli l'aliquota contributiva, per finanziare con quei soldi il superamento del cosiddetto scalone Maroni delle pensioni. In pratica hanno agevolato la comoda e ben remunerata uscita dal lavoro di qualche 55enne con contratto a tempo indeterminato (quindi fortemente tutelato) con i soldi dei giovani lavoratori atipici (la stragrande maggioranza dei casi al di sotto dei 35 anni).
L'esecutivo di centrodestra ha quindi iniziato a porre fine ad una ingiustizia palese che esiste da oramai troppo tempo nel mondo del lavoro, dove ci sono giovani lavoratori con poche coperture sociali, in caso di perdita del posto di lavoro, ed altri che hanno tutte le garanzie possibili ed immaginabili. L'idea è quella di iniziare ad allargare le garanzie a tutela del reddito a chi prima non ne aveva, ovviamente sempre nel limite delle risorse disponibili. Il centrosinistra, invece, a parole si riempie la bocca di slogan a tutela delle medesime categorie ma nei fatti, ed è quello che conta, quando è stato al governo ha solo allargato i privilegi di chi già ne aveva tanti e per pagarli ha messo le mani in tasca proprio a coloro che dice di voler difendere (atipici e precari).
venerdì 27 marzo 2009
I primi 10 mesi del Governo Berlusconi in materia di lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 27 marzo 2009
Il Governo Berlusconi, in carica dall'8 maggio dello scorso anno, si è nettamente differenziato dal precedente esecutivo di centrosinistra in materia di lavoro perché ha intrapreso un percorso caratterizzato dallo scioglimento di quei lacci e laccioli che paralizzano il mercato del lavoro -come il sindacalismo esasperato e l'imperante burocrazia -, un percorso volto a dare maggiori gratificazioni a chi lavora di più e meglio, punendo al contempo assenteisti e nullafacenti, e finalizzato alla tutela di chi fino ad ora non ha avuto alcuna garanzia come ad esempio i giovani lavoratori atipici ed i precari.
Quando si innova e si toccano i veri privilegi c'è sempre qualcuno che grida allo scandalo per salvaguardare i propri interessi di bottega ed anche tutte le polemiche di questi mesi sulle iniziative del governo hanno confermato questa regola, soprattutto quando è stato riformato il diritto di sciopero nei trasporti al fine di coniugare il sacrosanto diritto alla protesta dei lavoratori con l'altrettanto sacrosanto diritto di altri lavoratori pendolari di raggiungere il proprio ufficio senza incappare in fastidiose traversie.
Se oggi si innova, ieri si restava immobili. E' noto che il vecchio governo di centrosinistra, in materia di lavoro, invece di intraprendere la via del riformismo, aveva scelto di ripiegare sull'immobilismo e la propaganda fine a se stessa, promuovendo due documenti concertati fin nelle virgole con i sindacati:
1. il protocollo sul welfare in materia di lavoro privato, in cui si davano ampie garanzie a chi era già privilegiato e si toglievano risorse a chi già ne aveva poche (i giovani) alla modica cifra di 10 miliardi di euro, pagati per un terzo proprio dalle tasche dei giovani lavoratori atipici;
2. il memorandum sul lavoro pubblico che doveva far scomparire il precariato nella pubblica amministrazione nostrana ma che, in realtà, tradotto in legge, ha partorito il topolino di 10.982 lavoratori stabilizzati nel 2007 (in base alla Finanziaria 2007 del governo Prodi), che nel conto annuale rientrano nella voce «personale a tempo indeterminato» ed in parte in quella «lavoratori dipendenti con contratti flessibili», ed ulteriori 10-12 mila stabilizzabili emersi grazie al monitoraggio predisposto dal ministro Brunetta, a fronte delle 400 mila persone strombazzate dalla Cgil.
Insomma, tante parole inutili e pochi fatti. Il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, invece, è partito innanzitutto con la presentazione del Libro sul futuro del modello sociale per promuovere un dialogo sulle nuove prospettive del sistema del welfare in Italia, nella speranza di pervenire a soluzioni il più possibile condivise dagli attori istituzionali, politici e sociali e, da ultimo, ha dato tutele a chi prima non ne aveva. Infatti per il biennio 2009-2010 il governo ha messo a disposizione 20 miliardi di euro, di cui 12 miliardi a copertura degli ammortizzatori cosiddetti «ordinari» (quelli compresi nel bilancio dello Stato e destinati alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria) ed 8 miliardi (4 nel 2009, altrettanti nel 2010) destinati ad ammortizzatori sociali «in deroga» e cioè rivolti a tutte quelle categorie di lavoratori da sempre esclusi da assegni di copertura sociale come i lavoratori atipici e i precari.
Nel settore pubblico, invece, il ministro Renato Brunetta ha cercato di quantificare il numero dei potenziali beneficiari delle norme sulle stabilizzazioni, visto che il centrosinistra aveva fatto la norma senza essere in grado di quantificare la platea a cui si rivolgeva, ed ha introdotto una semplice regola di buon senso con la previsione che i vincitori di concorso non assunti avranno la precedenza sulle procedure di stabilizzazione per quanto riguarda l'accesso in pianta stabile nella pubblica amministrazione.
Finalmente, poi, si è iniziato a tradurre in atti concreti la parola meritocrazia nel mercato del lavoro attraverso i provvedimento relativi alla detassazione degli straordinari che premiano chi lavora di più nel privato. Per quanto riguarda il settore pubblico, invece, con l'approvazione della legge 6 agosto 2008, n. 133 è stato previsto che il Ministero dell'Economia e delle Finanze - Dipartimento della ragioneria generale dello Stato dovrà integrare le informazioni annualmente richieste con il modello di cui all'articolo 40-bis comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, predisponendo un'apposita scheda con le ulteriori informazioni di interesse della Corte dei Conti volte tra l'altro ad accertare, oltre il rispetto dei vincoli finanziari previsti dalla vigente normativa in ordine alla consistenza delle risorse assegnate ai fondi per la contrattazione integrativa ed all'evoluzione della consistenza dei fondi e della spesa derivante dai contratti integrativi applicati, anche la concreta definizione ed applicazione di criteri improntati alla premialità, al riconoscimento del merito ed alla valorizzazione dell'impegno e della qualità della prestazione individuale, con riguardo ai diversi istituti finanziati dalla contrattazione integrativa, nonché a parametri di selettività, con particolare riferimento alle progressioni economiche.
Il 30 ottobre scorso, inoltre, è stato firmato il protocollo di intesa tra Governo e sindacati (Cisl, Uil, Confsal, Usae e Ugl) sul rinnovo dei contratti di lavoro del pubblico impiego per il biennio economico 2008-2009, che prevede che le risorse recuperate per i trattamenti accessori dovranno essere destinate all'incentivazione della produttività dei dipendenti mediante l'individuazione nei Ccnl di criteri rigorosamente selettivi, con particolare riferimento all'introduzione di meccanismi premiali dei profili qualitativi e quantitativi della prestazione lavorativa.
In poco più di 10 mesi, il Governo Berlusconi ha dato dei segnali di svolta in materia di lavoro pubblico e privato, privilegiando i fatti e non le chiacchiere, la semplificazione e non la burocrazia, il decisionismo e non l'immobilismo, gli atipici e non i soliti privilegiati, i lavoratori virtuosi e meritevoli e non gli assenteisti ed i nullafacenti. Molto è stato fatto ed ancora molto ci sarà da fare ma è sicuro che, con un grande partito alle spalle come il Popolo della Libertà, presente tra la gente che tutti i giorni si alza e va al lavoro, tra i giovani che vanno a scuola e nelle istruzioni con i suoi parlamentari ed i suoi amministratori locali, la strada intrapresa dal governo e dalla maggioranza di centrodestra per lo sviluppo del sistema-Paese potrà essere percorsa ancora con più serenità e fiducia verso il futuro.
giovedì 3 luglio 2008
Immigrazione. Il governo sta agendo in maniera celere e razionale


di Antonio Maglietta - 3 luglio 2008
Sul tema dell'immigrazione e dell'integrazione il governo Berlusconi starebbe commettendo «un errore di fondo». Quale? «Pensare che l'Italia possa fare meglio da sola, quando invece è interesse del paese richiamare su questi temi un grande impegno sovranazionale». Bisognerebbe seguire il modello europeo: «Integrazione e severità, non solo severità». E' quanto ha affermato martedì a Roma il ministro dell'Interno del governo ombra del Partito Democratico, Marco Minniti, durante un convegno sui temi dell'accoglienza, dell'integrazione e della sicurezza, in cui si sono confrontati diversi parlamentari del Pd eletti all'estero. Per Minniti il governo deve essere «esigente nel chiedere all'Europa una coerenza su questi temi», perché «o vengono affrontati in maniera intelligente o diventeranno insormontabili», e non muoversi con «un'impostazione emotiva».
Ma ecco che, nella stessa giornata in cui Minniti pontificava sull'immigrazione con la bacchetta rossa in mano, da Vicenza il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha ricordato che «il 30% degli autori di reato in Italia sono clandestini» e che se il dato viene disaggregato per regioni mostra che «in certe aree, come nel Nord, si arriva anche al 60% o 70% dei reati commessi da clandestini». Manganelli ha anche reso noto che dei 34.800 immigrati clandestini bloccati ed espulsi dall'Italia lo scorso anno 27.000 sono stati immediatamente rilasciati dalle forze dell'ordine. «I rilasci - ha spiegato Manganelli - non sono stati eseguiti per dire "abbiamo scherzato", ma sono stati dettati dal fatto che i centri di accoglienza sono insufficienti per ospitare i fermati... Tutti abbiamo colto gli aspetti positivi dell'immigrazione, anche per la nostra economia - ha concluso Manganelli - ma abbiamo rilevato anche molte criticità».
Insomma, non è certo una novità, tra gli studiosi del rapporto tra immigrazione clandestina e criminalità, il dato riportato dal capo della Polizia. Lo è invece per gli esponenti del centrosinistra che ancora pensano che il governo agisca in maniera emotiva e non sulla base di dati scientifici. Stupisce che un politico esperto, informato e molto bravo nelle analisi in materia come Minniti intraveda nell'operato dell'esecutivo una spinta emotiva e non razionale e, soprattutto, non colga la volontà governativa di cercare in maniera ragionevole di arginare il più possibile il fenomeno nell'interesse di tutti, stranieri compresi.
Manganelli ha fatto anche riferimento ai rilasci immediati dei clandestini fermati, dettati dall'insufficienza dei centri di accoglienza, ponendo quindi un problema concreto; il governo, dal canto suo, nel suo piano ha già previsto un aumento di questi centri proprio perché ha deciso di affrontare la questione in maniera non ideologica, come invece avveniva con l'esecutivo di Romano Prodi. Basta ricordare, ad esempio, le richieste di sanatorie indiscriminate per tutti i clandestini avenzate dell'ex ministro Ferrero oppure il disegno di legge in materia di immigrazione attraverso il quale si volevano introdurre nel nostro ordinamento gli istituti della sponsorizzazione (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e dell'autosponsorizzazione (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie), dicendo «addio» a qualsiasi sistema di controllo realistico dei flussi in entrata.
Sempre il capo della Polizia ha fatto giustamente riferimento agli effetti positivi dell'immigrazione sul nostro sistema economico. Su questo punto occorre precisare che la leva dell'immigrazione, magari anche clandestina, non può diventare il motore della nostra economia. I propulsori devono essere necessariamente altri fattori, in primis la qualità del lavoro e la ricerca scientifica. E su questo punto la politica può fare molto, ma non tutto. Serve anche l'apporto delle parti sociali e cioè delle associazioni datoriali e sindacali. Solo con il loro contributo il nostro sistema economico può imboccare la via della competitività virtuosa. Una sistema produttivo che si dimostra competitivo sul mercato globale grazie allo sfruttamento del lavoro degli immigrati (clandestini o regolari che siano) e degli italiani, oltre che moralmente inaccettabile, ritorna utile solo per qualche datore di lavoro senza scrupoli; per il resto della collettività diventa solo un salatissimo costo sociale che non può che alimentare tensioni di ogni genere. Allora, indipendentemente dalle leggi, le parti sociali sono oggi chiamate a dare il loro contributo, anche perché il governo, nonostante siano passate solo poche settimane dall'insediamento, si è già mosso in maniera celere e costruttiva. Non si può aspettare in maniera passiva che lo Stato intervenga in maniera onnicomprensiva. Serve uno scatto in avanti virtuoso da parte di tutti.
Antonio Maglietta
venerdì 16 maggio 2008
In arrivo nuove regole sull’immigrazione
di Antonio Maglietta – 16 maggio 2008
Entrerà in vigore dal 19 maggio prossimo il nuovo regolamento comunitario (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea il 29 aprile scorso) che innova il modello di permesso di soggiorno per i cittadini extracomunitari in vigore in tutti i Paesi membri, con il quale è consentita la libera circolazione in ambito Ue.
In sostanza i futuri permessi diventano 'biometrici', ovvero dovranno riportare i rilievi dei tratti caratteristici del viso, non camuffabili, e impronte del titolare, anche dei minori sopra i sei anni di età, il tutto grazie ad un microchip che dovrà contenere le impronte di due dita e una 'fotografia' del volto dell'intestatario, con l'obiettivo di ridurre i rischi di contraffazione del documento e quindi contrastare l'immigrazione clandestina e il soggiorno irregolare.
La normativa, che aggiorna quella in vigore che aveva introdotto il permesso di soggiorno elettronico, dovrebbe consentire una più efficace condivisione di informazioni sui visti tra i Paesi Ue nell'ambito del sistema Schengen e ricalca, in materia di rilievi biometrici, le caratteristiche del modello di passaporto in adozione da parte delle nazioni dell'Unione.
Il nuovo permesso di soggiorno dovrà essere distinto dal documento di identità, ed il suo modello è 'elastico', nel senso che se la Ue indica il minimo degli elementi biometrici che dovrà contenere non ne indica però il massimo e, quindi, i governi nazionali avranno la possibilità di inserire anche altri dati aggiuntivi nel microchip.
Fra gli effetti collaterali del nuovo regolamento il probabile allungamento dei tempi di concessione materiale del documento. Quanto al capitolo privacy, il nuovo regolamento consente agli Stati di immagazzinare ed utilizzare i dati del permesso di soggiorno anche per servizi telematici come l'accesso on-line a prestazioni della pubblica amministrazione, purché trasferiti in un diverso microchip.
In Italia, invece, il pacchetto sicurezza, già annunciato dal nuovo ministro dell'interno Roberto Maroni, dovrebbe introdurre il reato di immigrazione clandestina, nonché prevedere il blocco del trattato di Shengen contro rom e rumeni. E ancora rigidi pattugliamenti per contrastare gli sbarchi, permanenza nei Cpt fino a 18 mesi, invece degli attuali 60 giorni, smantellamento definitivo dei campi rom abusivi, inasprimento sulle richieste di asilo e sui ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno solo a chi garantisce un reddito di sussistenza. Tra le novità contenute nel testo, che l'esecutivo dovrebbe approvare durante il prossimo Consiglio dei ministri, anche quella di trasformare i Cpt in centri di detenzione temporanea, per evitare di far scoppiare le carceri. Gli stranieri, arrivati senza permesso, dovrebbero essere rinchiusi nelle strutture finora utilizzate per la prima accoglienza, in attesa del processo che dovrà essere celebrato con rito direttissimo e dell’espulsione con accompagnamento alla frontiera.
E’ evidente che, se il pacchetto sarà strutturato in questo modo, il governo avrà già raggiunto il primissimo obiettivo prefissato: quello di dare seguito alle promesse elettorali in materia di sicurezza ed immigrazione. Una netta differenza con il precedente esecutivo, molto prolisso a parlare ma per nulla propenso ad agire. Altra questione fondamentale è quella del segnale da dare sia ai cittadini italiani che agli stranieri. Basta con “l’Italia ventre molle dell'immigrazione clandestina” (Cassazione penale, sez. I, sentenza 08.02.2008 n. 6398) ed eden per i criminali comunitari e non. E’ importante far capire che il nostro Paese è accogliente con chi rispetta le regole ma inflessibile con i delinquenti. Questo è un segnale che deve necessariamente trovare delle sponde negli immigrati onesti che lavorano e sono penalizzati dai connazionali criminali, perché a causa dei loro comportamenti si ritrovano indistintamente nel calderone delle accuse sull’aumento dei crimini nel nostro Paese insieme ai delinquenti. Questa è una questione fondamentale perché è bene capire che tutte le problematiche connesse all’immigrazione si affrontano sia sul lato della sicurezza che su quello dell’inclusione sociale.
Entrerà in vigore dal 19 maggio prossimo il nuovo regolamento comunitario (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea il 29 aprile scorso) che innova il modello di permesso di soggiorno per i cittadini extracomunitari in vigore in tutti i Paesi membri, con il quale è consentita la libera circolazione in ambito Ue.
In sostanza i futuri permessi diventano 'biometrici', ovvero dovranno riportare i rilievi dei tratti caratteristici del viso, non camuffabili, e impronte del titolare, anche dei minori sopra i sei anni di età, il tutto grazie ad un microchip che dovrà contenere le impronte di due dita e una 'fotografia' del volto dell'intestatario, con l'obiettivo di ridurre i rischi di contraffazione del documento e quindi contrastare l'immigrazione clandestina e il soggiorno irregolare.
La normativa, che aggiorna quella in vigore che aveva introdotto il permesso di soggiorno elettronico, dovrebbe consentire una più efficace condivisione di informazioni sui visti tra i Paesi Ue nell'ambito del sistema Schengen e ricalca, in materia di rilievi biometrici, le caratteristiche del modello di passaporto in adozione da parte delle nazioni dell'Unione.
Il nuovo permesso di soggiorno dovrà essere distinto dal documento di identità, ed il suo modello è 'elastico', nel senso che se la Ue indica il minimo degli elementi biometrici che dovrà contenere non ne indica però il massimo e, quindi, i governi nazionali avranno la possibilità di inserire anche altri dati aggiuntivi nel microchip.
Fra gli effetti collaterali del nuovo regolamento il probabile allungamento dei tempi di concessione materiale del documento. Quanto al capitolo privacy, il nuovo regolamento consente agli Stati di immagazzinare ed utilizzare i dati del permesso di soggiorno anche per servizi telematici come l'accesso on-line a prestazioni della pubblica amministrazione, purché trasferiti in un diverso microchip.
In Italia, invece, il pacchetto sicurezza, già annunciato dal nuovo ministro dell'interno Roberto Maroni, dovrebbe introdurre il reato di immigrazione clandestina, nonché prevedere il blocco del trattato di Shengen contro rom e rumeni. E ancora rigidi pattugliamenti per contrastare gli sbarchi, permanenza nei Cpt fino a 18 mesi, invece degli attuali 60 giorni, smantellamento definitivo dei campi rom abusivi, inasprimento sulle richieste di asilo e sui ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno solo a chi garantisce un reddito di sussistenza. Tra le novità contenute nel testo, che l'esecutivo dovrebbe approvare durante il prossimo Consiglio dei ministri, anche quella di trasformare i Cpt in centri di detenzione temporanea, per evitare di far scoppiare le carceri. Gli stranieri, arrivati senza permesso, dovrebbero essere rinchiusi nelle strutture finora utilizzate per la prima accoglienza, in attesa del processo che dovrà essere celebrato con rito direttissimo e dell’espulsione con accompagnamento alla frontiera.
E’ evidente che, se il pacchetto sarà strutturato in questo modo, il governo avrà già raggiunto il primissimo obiettivo prefissato: quello di dare seguito alle promesse elettorali in materia di sicurezza ed immigrazione. Una netta differenza con il precedente esecutivo, molto prolisso a parlare ma per nulla propenso ad agire. Altra questione fondamentale è quella del segnale da dare sia ai cittadini italiani che agli stranieri. Basta con “l’Italia ventre molle dell'immigrazione clandestina” (Cassazione penale, sez. I, sentenza 08.02.2008 n. 6398) ed eden per i criminali comunitari e non. E’ importante far capire che il nostro Paese è accogliente con chi rispetta le regole ma inflessibile con i delinquenti. Questo è un segnale che deve necessariamente trovare delle sponde negli immigrati onesti che lavorano e sono penalizzati dai connazionali criminali, perché a causa dei loro comportamenti si ritrovano indistintamente nel calderone delle accuse sull’aumento dei crimini nel nostro Paese insieme ai delinquenti. Questa è una questione fondamentale perché è bene capire che tutte le problematiche connesse all’immigrazione si affrontano sia sul lato della sicurezza che su quello dell’inclusione sociale.
giovedì 29 novembre 2007
Welfare: «lancio degli stracci» nel centrosinistra
di Antonio Maglietta - 29 novembre 2007Mercoledì alla Camera è andato in scena il teatrino della votazione sulla questione di fiducia sul maxi-emendamento con cui il Governo ha sostituito il testo del ddl welfare, già licenziato con modifiche dalla commissione Lavoro di Montecitorio. Ora la palla passa al Senato e l'iter del testo potrebbe rivelarsi per il governo un umiliante passaggio sotto le forche caudine. Non si tratta certo delle lance incrociate dei Sanniti di storica memoria, ma dei non meno pericolosi veti incrociati dei senatori dell'area comunista del centrosinistra e di quelli dell'area liberal-democratica del duo Dini-Bordon. E' evidente che la poco edificante operetta messa in scena dal governo, per convincere l'area comunista del centrosinistra a dare il via libera al maxi-emendamento, ha umiliato in generale le prerogative parlamentari e, nella specie, il lavoro delle Camera dei Deputati, delineando un preoccupante vulnus istituzionale tra Palazzo Chigi e Montecitorio e relegando l'attività istituzionale a mera ratifica di accordi presi altrove.
Infatti il Governo ha avuto l'ardire di mettere sotto i piedi la dignità stessa della Camera allorquando non ha tenuto conto del lavoro svolto in sede referente dalla XI Commissione. Per rispondere alle forti pressioni delle parti sociali che avevano sottoscritto il protocollo sul welfare ha presentato un maxi-emendamento, con relativa apposizione della questione di fiducia, dal punto di vista formale, integralmente sostitutivo del testo licenziato dalla commissione Lavoro ma, dal punto di vista del contenuto, una sorta di mediazione pasticciata tra testo originario e testo modificato.
Ecco le novità salienti del maxi-emendamento rispetto al testo licenziato dalla commissione Lavoro della Camera:
- Ritorna la versione originaria del tetto normativo sui lavori usuranti, con il richiamo al decreto legislativo n. 66 del 2003 e quindi la previsione delle 80 notti all'anno per qualificare un lavoro come notturno ed accedere così ai benefici previdenziali (Art. 1, comma 3, lettera b).
- Viene soppressa la novità, introdotta in commissione Lavoro, che prevedeva che dal 1° gennaio 2008, il rapporto di apprendistato nel corso del suo svolgimento potesse essere convertito in rapporto a tempo indeterminato, ferma restando l'utilizzazione del lavoratore in attività corrispondenti alla formazione conseguita e al completamento dell'obbligo formativo.
- Viene soppressa la previsione, sempre introdotta in commissione Lavoro, che prevedeva che dopo 36 mesi di attività lavorativa con contratto a termine, un ulteriore successivo contratto sempre a termine, fra gli stessi soggetti, potesse essere stipulato non solo per una sola volta ma anche per una durata non superiore a otto mesi.
- Viene confermata l'abrogazione degli istituti del job on call (Art. 1, comma 45) e dello staff leasing (Art. 1, comma 46), nonché la previsione dell'utilizzo circoscritto del lavoro a chiamata, fatto rivivere con una operazione di ingegneria giuridica, ai soli settori del turismo e dello spettacolo (Art. 1, comma 47).
Ma quale è il dato politico che emerge da questo quadretto poco confortante? Innanzitutto ora abbiamo le prove che il Pd politicamente non esiste. Non ha una base programmatica propositiva e continua a navigare a vista e senza rotta. Ed ecco allora che, grazie all'inettitudine e al vuoto programmatico della componente democratica del centrosinistra, la vera area riformista sembra essere quella dei liberal-democratici del duo Dini-Bordon.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Infatti ai partiti che dovrebbero dar vita alla «Cosa rossa» è andata anche peggio.«Come Romano Prodi li prende per il c ..., è semplicemente sublime». E' la conclusione ironica cui è giunto il senatore a vita, Francesco Cossiga, a proposito dell'atteggiamento di Rifondazione Comunista sulla vicenda parlamentare del protocollo sul welfare. «E così di fronte ai pericoli di crisi e del "ritorno di Berlusconi", il partito di Rifondazione Comunista batte ritirata nella sua furibonda battaglia accanto alla Cgil-Fiom e, come da copione scontato, voterà la fiducia approvando il protocollo sul welfare. "L'ultimo sacrificio!": proclama il buon Giordano».
Cossiga è convinto però che non sarà l'ultimo sacrificio quello chiesto dal presidente del Consiglio al Prc. «Il prossimo - aggiunge - sarà il voto per il rifinanziamento delle missioni all'estero, Afghanistan compreso, magari con il contentino della promessa di "un forte impegno del Governo a far rivedere alla Nato i termini dell'impegno secondo il modulo italiano: più distribuzione di scatolette di carne e tonno e di pacchi di gallette, fine della guerra ai talebani e convocazione di una conferenza di pace con la loro partecipazione, anche in rappresentanza di Al Qaeda". E poi Rifondazione passerà da sacrificio a sacrificio - è la conclusione ironica di Cossiga - fino a che Veltroni scioglierà le Camere! Ripeto: come Romano Prodi li prende per il c ..., è semplicemente sublime!». Le dichiarazioni di fuoco rese dagli esponenti dell'area comunista-antagonista del centrosinistra contro il governo e il gruppo di Lamberto Dini, dopo il passaggio alla Camera del ddl welfare, di cui sono pieni i media, palesano che i rapporti interni, e quelli con l'Esecutivo, sono oramai arrivati irrimediabilmente al fatidico «lancio degli stracci». Quanto potrà durare ancora Prodi?
Antonio Maglietta
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giovedì 30 agosto 2007
Autunno caldo: l'età pensionabile delle donne

di Antonio Maglietta - 25 agosto 2007
Dopo la chiusura dell'accordo a livello politico e sindacale sul tema del welfare, e la sottoscrizione del relativo protocollo del 23 luglio scorso, Romano Prodi ha tirato un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Mai come in quei giorni di fine luglio il suo Governo è sembrato una barca alla deriva pronta a schiantarsi sugli scogli. Il pericolo, per ora, è scampato, anche se è lo stesso Prodi il primo a sapere che la materia resta incandescente per tanti motivi; se non altro perché quella unione di intenti registrata a fine luglio, già sgretolatasi sotto i colpi della sinistra radicale, ora dovrà essere tramutata in legge in autunno, probabilmente all'interno della prossima Finanziaria.
Sono tanti i problemi rimasti irrisolti, e sui quali la sinistra radicale ha promesso battaglia in Parlamento ed un fantomatico referendum da promuovere all'interno del suo elettorato di riferimento: lo scalone Maroni sostituito con tanti scalini, la lista dei lavori usuranti, i contratti a termine, l'abolizione della legge Biagi. Sul primo punto è bene ricordare che una delle ipotesi al vaglio dei tecnici del ministero dell'Economia, per trovare la copertura finanziaria per il superamento dello scalone, era l'innalzamento dell'età pensionabile per le donne o, addirittura, una sua equiparazione con quella degli uomini. L'ipotesi, come sappiamo, è tramontata e la soluzione è stata un'altra. Tuttavia è passato inosservato un ricorso (Causa C-46/07) presentato il 1º febbraio 2007 dalla Commissione delle Comunità europee alla Corte di Giustizia (rappresentanti: L. Pignataro-Nolin e M. van Beek, agenti) contro la Repubblica italiana. Un ricorso che, qualora andasse a buon fine, avrebbe effetti devastanti per gli equilibri politici del centrosinistra.
La Commissione ritiene che il regime pensionistico gestito dall'Inpdap (Istituto Nazionale della Previdenza per i Dipendenti dell'Amministrazione Pubblica) costituisca un regime professionale discriminatorio contrario all'art. 141 CE, dal momento che prevede come età pensionabile generale per gli uomini 65 anni e per le donne 60. Ex art. 141 del Trattato CE:
1. Ciascuno Stato membro assicura l'applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
2. Per retribuzione si intende, a norma del presente articolo, il salario o trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell'impiego di quest'ultimo.
La parità di retribuzione, senza discriminazione fondata sul sesso, implica:
a) che la retribuzione corrisposta per uno stesso lavoro pagato a cottimo sia fissata in base a una stessa unità di misura;
b) che la retribuzione corrisposta per un lavoro pagato a tempo sia uguale per uno stesso posto di lavoro.
3. Il Consiglio, deliberando secondo la procedura di cui all'articolo 251 e previa consultazione del Comitato economico e sociale, adotta misure che assicurino l'applicazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, ivi compreso il principio della parità delle retribuzioni per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore.
4. Allo scopo di assicurare l'effettiva e completa parità tra uomini e donne nella vita lavorativa, il principio della parità di trattamento non osta a che uno Stato membro mantenga o adotti misure che prevedano vantaggi specifici diretti a facilitare l'esercizio di un'attività professionale da parte del sesso sottorappresentato ovvero a evitare o compensare svantaggi nelle carriere professionali.
La Commissione chiede alla Corte di dichiarare che, mantenendo una normativa in forza della quale i dipendenti pubblici hanno diritto a ricevere la pensione di vecchiaia ad età diverse a seconda che siano uomini o donne, la Repubblica italiana ha mancato agli obblighi di cui all'articolo 141 CE (e pertanto condannare la Repubblica italiana al pagamento delle spese di giudizio). Se l'Italia sarà condannata, e quindi invitata a conformarsi alla decisione della Corte, cosa farà il governo Prodi? Aumenterà l'età pensionabile delle donne, portandola allo stesso livello di quella degli uomini, e provocare così le ire della sinistra radicale, che ai richiami giurisprudenziali di Bruxelles e dintorni (la Corte ha sede in Lussemburgo) preferisce, ancora, quelli ideologici dell'Avana? Deciderà di aprire un contenzioso con la Commissione, rischiando di subire l'apertura di una procedura d'infrazione, per restare attaccato alla poltrona (sempre se sarà ancora in sella...)? Inutile aspettarsi scelte di buon senso. Fino ad ora ha prevalso l'ideologia regressista della sinistra radicale e l'interesse di bottega o di «Botteghino».
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