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sabato 5 aprile 2008

Prodi fa il furbo sui lavori usuranti


di Antonio Maglietta - 1 aprile 2008

E' approdato alla Camera dei Deputati lo schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di accesso anticipato al pensionamento per gli addetti alle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, a norma dell'articolo 1, comma 3, della legge 24 dicembre 2007, n. 247 (atto n. 238). Martedì la commissione Lavoro di Montecitorio dovrà esaminare il testo licenziato dal Consiglio dei Ministri del 19 marzo scorso . Coloro che saranno riconosciuti come lavoratori che svolgono una attività particolarmente usurante, al momento del pensionamento di anzianità potranno conseguire su domanda, entro certi limiti, il diritto alla pensione con requisito anagrafico ridotto di tre anni rispetto a quello previsto (con il requisito minimo di 57 anni) purché abbiano svolto tale attività a regime per almeno la metà del periodo di lavoro complessivo o (nel periodo transitorio) per almeno 7 anni negli ultimi 10 di attività lavorativa. Per tali tipologie lavorative sono state individuate risorse massime disponibili su base annua, ed una cifra complessiva nel decennio 2008-2017 pari a 10 miliardi di euro (vedi anche circolare Inps del 17 gennaio 2008).

Il punto critico è quello della copertura finanziaria, visto che le risorse messe a disposizione sono in grado di soddisfare solo 5.000 richieste e quasi tutti gli analisti sono concordi nel dire che è una quota insufficiente rispetto alla potenziale platea individuata dal provvedimento. In precedenza (ad esempio, il decreto legislativo n. 374 del 1993 e legge n. 335 del 1995) il beneficio previdenziale operava solo per gli anni in cui il lavoratore aveva svolto effettivamente delle mansioni usuranti. In questo caso, invece, una volta varcata una particolare soglia temporale di esposizione (oltre al periodo conclusivo del lavoro, sette anni negli ultimi dieci nella fase transitoria e la metà della vita lavorativa a regime) il lavoratore acquista lo status di «usurato» e il conseguente beneficio temporale sul pensionamento. Inoltre, per evitare polemiche o clamorose figuracce sul voto parlamentare, a causa delle richieste della Sinistra Arcobaleno di allargare la platea dei beneficiari, il governo ha pensato bene di procedere ad un allargamento soft in materia di lavoro notturno e di introdurre furbescamente una particolare clausola di salvaguardia. Ricordiamo che la legge-delega, visto il riferimento al decreto n. 66 del 2003, aveva previsto almeno 80 giorni l'anno di lavoro notturno affinché un lavoratore potesse usufruire della pensione anticipata concessa a chi svolge attività usuranti.

Nello schema licenziato dal Consiglio dei Ministri è stato previsto che i lavoratori impegnati in turni notturni conseguono il diritto al trattamento pensionistico con l'anticipo attraverso un sistema a fasce:

Coloro che svolgono l'attività lavorativa nel periodo notturno per un numero di giorni all'anno compreso fra 64-71, potranno andare in pensione 12 mesi prima;
Coloro che svolgono l'attività lavorativa nel periodo notturno per un periodo di giorni compreso tra 72-77, 24 mesi prima;
Per tutti quelli che superano i 77 giorni, pensionamento anticipato di 36 mesi.
A questo punto il governo, conscio che la copertura finanziaria non avrebbe retto, nonostante i giochetti delle fasce sul lavoro notturno, ha pensato bene di inserire all'articolo 5 una clausola di salvaguardia che permette di non sforare formalmente (ma effettivamente sì) il tetto di spesa e sposta nel tempo gli oneri finanziari del provvedimento (differendo il meccanismo del pensionamento anticipato qualora le richieste superassero quota 5.000) che, a questo punto, è chiaro che costerà più di quello che era stato annunciato. Insomma, il centrosinistra al governo sta continuando ad usare sempre la solita tecnica e cioè quella di varare pasticciati e costosissimi provvedimenti tipicamente elettorali che dovranno essere pagati dalle tasche già sofferenti dei cittadini italiani.

Antonio Maglietta

sabato 29 marzo 2008

Le bufale del governo Prodi



di Antonio Maglietta - 29 marzo 2008

Martedì la Commissione europea ha chiesto d'urgenza informazioni alle autorità italiane sulla possibile contaminazione da diossina delle mozzarelle di bufala, precisando che qualsiasi azione comunitaria potrà arrivare solo dopo precisi rilievi scientifici. Purtroppo le informazioni che il governo italiano ha inviato mercoledì sera alla Commissione sono state giudicate «incomplete» dagli esperti comunitari ed è stata quindi inviata una lettera alle autorità italiane che impone di inviare a Bruxelles tutte le informazioni necessarie richieste entro le ore 18 di giovedì. Nina Papadoulaki, portavoce del commissario alla Sanità, ha spiegato che le informazioni inviate da Roma «sono molto lacunose» e che entro giovedì sera «ci attendiamo dati più precisi sul blocco degli stabilimenti nei quali sono state rilevate produzioni contaminate, sulla esatta distribuzione di mozzarelle contaminate, sul richiamo di tutto il materiale non sano e sui sistemi adottati per verificare che i caseifici rispettino le norme comunitarie». Papadoulaki ha spiegato anche che la Commissione ha chiesto all'Italia «quali misure effettive sono già state prese per garantire che tutta la produzione di mozzarella rispetti le normative sanitarie», in particolare sulle modalità adottate per prevenire la contaminazione da diossina.

Insomma, il centrosinistra al governo, non domo del disastro dei rifiuti in Campania, è riuscito nella mirabolante impresa di appannare ulteriormente il prestigio e l'immagine del nostro paese, rivelandosi incapace di gestire una situazione che rischia di penalizzare fortemente le vendite di uno dei prodotti di punta della nostra industria casearia che tutto il mondo ci invidia. Mercoledì la Coldiretti era stata molto dura sullo stato di disinformazione assoluta sulla vicenda della mozzarella di bufala, che rischia di far crollare la fiducia dei mercati nazionali ed internazionali verso il prodotto. Secondo l'associazione degli agricoltori, l'allarme diossina ha portato le vendite a precipitare anche del 60% e «le barriere commerciali nei confronti della mozzarella di bufala sono il primo effetto esplicito dei danni provocati a settori importanti dell'economia dai ritardi accumulati nell'affrontare l'emergenza rifiuti in Campania, alla quale vengono strumentalmente collegate». Sempre secondo la Coldiretti, oltre al danno, potrebbe arrivare anche la beffa, visto che sono circa due milioni le tonnellate di «falsa» mozzarella made in Italy prodotta nel mondo che rischiano di sostituire sugli scaffali di vendita il prodotto originale, danneggiato dalle restrizioni commerciali e dalla psicosi che si sta diffondendo a livello internazionale.

«Bisogna intervenire con prontezza», ha avvertito la Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), per evitare che l'allarme diossina si allarghi a macchia d'olio provocando danni incalcolabili ai produttori di mozzarella di bufala (il cui fatturato annuo supera i 300 milioni di euro). La Confederazione ha giustamente chiesto un immediato vertice con i ministri delle Politiche Agricole, della Salute, delle Attività Produttive e del Commercio Estero e con i rappresentanti delle Regioni interessate, per l'avvio di una campagna d'informazione chiara e capillare, un'adeguata iniziativa diplomatica e rigore nei controlli.

Mercoledì scorso, anche il New York Times, nella sua edizioneonline, riprendendo una agenzia di stampa della Reuters, e l'International Herald Tribune, su un lancio dell'Associated Press, hanno dato risalto alla situazione della nostrana «buffalo mozzarella», conferendo un respiro internazionale alla triste vicenda di cui avremmo fatto volentieri a meno dopo l'incalcolabile danno di immagine subito dal nostro sistema-paese a causa della vicenda dei rifiuti in Campania.

Paolo De Castro, ministro delle Politiche Agricole, nel corso di una conferenza stampa indetta ad hoc, ha affermato: «Non abbiamo aspettato le 18 di oggi pomeriggio (giovedì 27 marzo, nda), c'è stato un ulteriore contatto con il ministero della Salute e con l'Unione europea e abbiamo già fornito all'Europa le risposte che ci chiedeva». Nel frattempo, Gian Paolo Patta, sottosegretario alla Salute, ha definito «ridicole» le richieste di ulteriori chiarimenti da parte di Bruxelles. Ma qui, a quanto pare, l'unica cosa che c'è di ridicolo è il governo Prodi e la maggioranza che lo sostiene (Partito Democratico e Sinistra Arcobaleno).

Antonio Maglietta

giovedì 27 marzo 2008

I pasticci di Prodi e Ferrero



Il Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati è incostituzionale

di Antonio Maglietta - 26 marzo 2008

Il comma 1267 dell'articolo 1 della legge n. 296 del 2006 (Finanziaria 2007) dispone l'istituzione, presso il ministero della Solidarietà Sociale, del Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati, per il quale è stanziata la somma di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009. Il Fondo è altresì finalizzato alla realizzazione di un piano per l'accoglienza degli alunni stranieri, anche per favorire il rapporto scuola-famiglia, mediante l'utilizzo, per fini non didattici, di apposite figure professionali madrelingua quali mediatori culturali.

La Regione Veneto, nell'ambito di un ricorso alla Corte Costituzionale (iscritto al n. 10 del reg. ric. 2007) che ha toccato più di una norma della Finanziaria 2007, ha obiettato che il Fondo concerne materie che riguardano le politiche sociali di stretta competenza regionale e non statale, con la conseguente violazione degli articoli 117, quarto comma, 118 e 119 della Costituzione. In subordine, comunque, la Regione ha osservato che, tenuto conto delle possibili interferenze tra la suddetta materia e le materie diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea (articolo 117, secondo comma, lettera a) e immigrazione (articolo 117, secondo comma, lettera b), attribuite alla potestà esclusiva dello Stato, vi sarebbe in ogni caso la lesione del principio di leale collaborazione, come desumibile dagli articoli 5 e 120, secondo comma, della Costituzione, nonché dall'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001. La Regione Lombardia, con ricorso depositato il 7 marzo dello scorso anno (iscritto al n. 14 del reg. ric. 2007), ha impugnato anch'essa una serie di norme della Finanziaria 2007, tra cui il comma 1267 dell'articolo 1, obiettando che non riserverebbe nessuno spazio a forme di partecipazione e collaborazione nella determinazione degli interventi in un settore in cui le Regioni hanno indubbia competenza.

La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 50, depositata il 7 marzo scorso, ha messo subito in evidenza che il legislatore ha voluto perseguire, come risulta anche dalla stessa denominazione del Fondo, una chiara finalità di politica sociale, prevedendo uno stanziamento di risorse finanziarie al fine di assicurare l'adozione di una serie di misure di assistenza. Partendo da questa premessa, i giudici della Corte Costituzionale hanno sancito che: «La norma in esame, non prevedendo un intervento pubblico connesso alla programmazione dei flussi di ingresso ovvero al soggiorno degli stranieri nel territorio nazionale, non rientra nella competenza legislativa esclusiva statale in materia di immigrazione, ma inerisce ad ambiti materiali regionali, quali quelli dei servizi sociali e dell'istruzione (sentenza n. 300 del 2005, nonché, sia pure con riferimento ad una fattispecie diversa, sentenza n. 156 del 2006). Del resto, lo stesso legislatore statale ha attribuito alle Regioni il compito di adottare misure di "integrazione sociale" nell'ambito "delle proprie competenze" secondo quanto previsto dall'articolo 42 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero"».

Pertanto è stata dichiarata la illegittimità costituzionale della norma impugnata per violazione degli articoli 117, quarto comma, e 119 della Costituzione. La Corte ha comunque precisato che, vista la natura sociale delle provvidenze erogate, le quali ineriscono a diritti fondamentali, dovrà essere garantita, in ossequio ai principi di solidarietà sociale, la continuità di erogazione, con conseguente salvezza degli eventuali procedimenti di spesa in corso, anche se non esauriti (sentenze n. 423 del 2004 e n. 370 del 2003). I soldi, in estrema sintesi, se ci sono, devono essere assegnati alle Regioni.

Dopo due settimane dal deposito della sentenza, un affranto Ferrero, venerdì scorso, ha così commentato: «Le risorse, che erano destinate ad interventi di aiuto agli immigrati, andranno ora alle Regioni senza vincoli di destinazione d'uso. Considero questo amaramente perché se un paese che ha bisogno di immigrati per il lavoro non ci mette le risorse il rischio è poi di avere dei problemi». Probabilmente Ferrero non ha letto bene la sentenza, visto che la stessa Corte ha precisato che dovranno essere garantiti anche i procedimenti di spesa in corso. Ma il problema è un altro ed è tutto politico. Il centrosinistra al governo, calpestando anche la Costituzione e cercando di scavalcare anche le fastidiose (per loro) competenze regionali in materia, ha tentato di usare denaro pubblico per finanziare un demagogico impianto sull'immigrazione che si basa sul principio del «porte aperte per tutti» e su un costosissimo welfare, aperto praticamente a chiunque, ma pagato esclusivamente dalle tasche dei cittadini italiani. Ed è proprio grazie a questo assurdo sistema che nascono i problemi, perché si usano i soldi degli italiani per finanziare un welfare costoso ed inefficiente, con il rischio di fomentare un pericoloso sentimento anti-immigrati, senza cercare di responsabilizzare gli stessi stranieri con l'introduzione, ad esempio, della immigration tax, fatta pagare a chi arriva per finanziare i servizi pubblici che usa, così come proposto ultimamente in Gran Bretagna dal governo laburista di Gordon Brown.

Antonio Maglietta

venerdì 21 marzo 2008

Questione sicurezza. Gli errori del governo Prodi



di Antonio Maglietta - 21 marzo 2008

«Sono stati due anni di lavoro intenso e difficile, ma con risultati che considero molto positivi». Lo scrive Giuliano Amato in un articolo, che comparirà sul primo numero della nuova serie di Amministrazione civile (la rivista del ministero dell'Interno), che il Corriere della Sera ha anticipato nell'edizione di mercoledì 19 marzo, richiamandolo in prima pagina. Il ministro, rivendicando i successi dell'azione del Viminale (dall'inedita cattura di un intero nucleo di stampo brigatista all'arresto di numeri uno della mafia palermitana e della 'ndrangheta, Salvatore Lo Piccolo e Pasquale Condello, alla decapitazione delle maggiori famiglie criminali siciliane) nota, tuttavia, che «abbiamo anche assistito all'accentuarsi, soprattutto in alcune parti del paese, di un diffuso senso di insicurezza». Una «contraddizione» alimentata - denuncia Amato - dall'opposizione «che ha deciso di avviare la sua campagna contro il governo cavalcando il sentimento di insicurezza», ma anche da una parte del centrosinistra che «non ha saputo accettare la responsabilità delle politiche per la sicurezza nel loro complesso, conservandone una visione limitata esclusivamente agli interventi sociali mirati a eliminare le cause del crimine. La maggioranza ha dato così la sensazione che sulla sicurezza più che essere sicura balbettasse».

Il ministro non nasconde l'aggravarsi di fenomeni di criminalità diffusa che hanno inciso sul comune sentire e che «solo una catalogazione vecchia e sbagliata porta a definire come minore» (dalla violenza negli stadi al crimine straniero, al problema degli incidenti causati da chi guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti), ma ricorda anche le polemiche sorte dopo la firma dei Patti per la sicurezza con i sindaci. «Ancora una volta - denuncia - la politica ha avuto modo di dimostrare quanto possa semplificare e deformare la realtà, un po' per ignoranza vera e propria e un po' per strumentalizzazione di parte. E' quanto è accaduto, in particolare, quando abbiamo citato la dottrina per cui il disordine chiama un disordine sempre maggiore, il piccolo delitto fa da trampolino di lancio per il grande delitto. Ebbene, il solo fatto che sulla base di questa teoria alcuni sindaci americani abbiano poi attuato una politica di "tolleranza zero" ha indotto taluni ad accusare me, e soprattutto i primi cittadini che con me avevano firmato i Patti, di esserci trasformati in sceriffi, attribuendo al termine un valore profondamente negativo». E aggiunge: «Le politiche per la sicurezza hanno bisogno di una condivisione razionale. In questa legislatura la conflittualità tra maggioranza e opposizione, e all'interno della stessa maggioranza, non lo ha consentito. C'è da sperare che nella prossima si scelga una strada diversa».

Insomma, sembra che Giuliano Amato accenni ad un mezzo mea culpa. Francamente, ci aspettavamo qualcosa di più. Infatti l'attuale ministro dell'Interno avrebbe dovuto dire che le incertezze e gli errori del governo Prodi, sul tema della sicurezza, sono tutti attribuibili a beghe di cortile interne al centrosinistra. Non si può gettare la croce addosso al centrodestra se il decreto sicurezza, adottato dopo la tragica morte della signora Reggiani a Roma, è stato fatto decadere perché, all'interno di un pacchetto di disposizioni in materia di espulsioni dei cittadini comunitari, anche discutibili dal punto di vista tecnico, è stato inserito un controverso passaggio sulla discriminazione sessuale su richiesta della sinistra radicale, che nulla aveva a che fare con il provvedimento in questione e peraltro era anche errato nei riferimenti normativi. Infatti, nel decreto sulla sicurezza c'era il richiamo a un articolo sbagliato del Trattato di Amsterdam. Quello giusto, in cui si parla di discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale, non era l'articolo 13, effettivamente citato nel decreto, ma l'articolo 2, comma 7 («Fatte salve le altre disposizioni del presente trattato e nell'ambito delle competenze da esso conferite alla Comunità, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali»). Peraltro il Trattato non ha il valore delle delibere europee, cioè non costituisce indirizzo normativo per gli Stati membri. Il governo se n'è reso conto solo in corso d'opera, facendo orecchie da mercante anche dinanzi alle sollecitazioni in Senato di Marcello Pera, che subito evidenziò l'errore.

E vogliamo parlare delle polemiche, sempre interne al centrosinistra, sui cosiddetti sindaci «sceriffi»? Non furono proprio alcuni degli esponenti del governo Prodi a sollevare pesanti critiche nei confronti di quei sindaci, anche dello stesso centrosinistra (vedi Bologna e Firenze) che adottavano ordinanze per tentare di arginare in qualche modo l'ondata di criminalità diffusa che si era abbattuta nel giro di poco tempo nel nostro paese? E non fu un esponente dello stesso governo, il ministro Ferrero, ad attaccare l'esecutivo sull'impianto del piano sicurezza (sulla microcriminalità l'impostazione è sbagliata «su due piani: da un lato si inverte la causa e l'effetto, questi fenomeni vanno affrontati con la logica dell'integrazione, in secondo luogo si sceglie una gerarchia insolita, si parte dai graffittari, che sarebbero più pericolosi degli speculatori»?

Insomma, capiamo che il finto nuovo corso di Veltroni, che sa tanto di vecchio, ha la necessità di annacquare e far dimenticare il tragicomico biennio prodiano, ma addirittura tentare di sorvolare con non chalanche sull'incapacità manifesta del centrosinistra in tema di sicurezza ci sembra un po' troppo. Ma la migliore risposta da dare a chi ha la memoria corta nel centrosinistra (Amato) e a chi promette mari e monti (Veltroni), è quella di portare alla loro attenzione la dichiarazione del ministro degli Esteri rumeno, Adrian Cioroianu, che martedì scorso, nel corso di un incontro con i giornalisti italiani, ha seraficamente affermato: «Credo che lo Stato italiano abbia interpretato in modo sbagliato la permissività. Quelle baracche a Roma (riferendosi alle baraccopoli dei rom, nda) non le vedete in Romania». Capito il messaggio?

Antonio Maglietta

lunedì 17 marzo 2008

Precariato: le colpe del centrosinistra



di Antonio Maglietta - 16 marzo 2008

Mercoledì scorso, durante la trasmissione «Punto di vista» del Tg2, una ragazza aveva chiesto a Silvio Berlusconi come possano farsi una famiglia i giovani precari. Pronta la battuta di Berlusconi: «Lei mi dice dei problemi delle giovani coppie di precari. Io, da padre - ha risposto il Cavaliere sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere». Subito dopo la battuta, Berlusconi ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa. Apriti cielo. L'innocente battuta, che ha divertito la stessa diretta interessata («Probabilmente voterò per il Pdl, ma certamente non sono stata convinta dai complimenti di Berlusconi sul mio sorriso. Ho motivazioni più profonde. Ieri è stato uno scherzo, un gioco. Tuttavia, se andrà al governo, mi aspetto che mantenga le promesse fatte a me e a tutti i precari che ieri ho rappresentato») ha invece fatto esplodere i livori dei finti perbenisti radical-chic della sinistra di lotta e salotto e di falce e secchiello di champagne. Le agenzie di stampa sono state inondate da fiumi di dichiarazioni di esponenti del Pd e della Sinistra Arcobaleno che hanno messo a dura prova i poveri giornalisti, costretti a sorbirsi una polemicuccia nata per nascondere il vuoto pneumatico del programma dell'hollywoodiano Walter e gli errori, orrori ed omissioni fatte dal centrosinistra proprio sul tema del precariato.

Lavoro Pubblico. A chi oggi dalle parti del centrosinistra parla di lotta al precariato, andrebbe ricordato, semmai ce ne fosse bisogno, che il governo in carica, con ben due Finanziarie (2007 e 2008), è riuscito, con l'operazione «stabilizzazione», nella mirabolante impresa di soffocare quel briciolo di meritocrazia ancora esistente nel pubblico impiego con la doppia penalizzazione dei vincitori di concorso e degli idonei, che da anni aspettano l'assunzione, prima scavalcati dai lavoratori con contratti flessibili nell'accesso in pianta stabile nella Pa e poi beffati da chi aveva già il posto fisso, perché il decreto per le assunzioni in deroga al blocco ha previsto quest'anno solo 2.135 vere assunzioni su un totale di circa 4.497 autorizzazioni concesse, su una platea di circa 140.000 persone; il resto è andato tutto alle progressioni interne che formalmente risultano come nuove assunzioni. La stessa sanatoria, poi, così come è stata strutturata, ha paradossalmente penalizzato anche gli stessi lavoratori della Pa con un contratto flessibile, perché la promessa del governo di centrosinistra del paradiso del posto fisso per tutti si è alla fine concretizzata con una semplice stabilizzazione per pochi intimi, a causa dell'esiguità del fondo che avrebbe dovuto finanziare la sanatoria (50 milioni di euro). Come a dire: prima sedotti e poi abbandonati.

Lavoro privato. Nel privato il centrosinistra ha dato il meglio di sé. Il primo governo Prodi, di cui Veltroni era il vice (http://www.governo.it/Governo/Governi/prodi1.html), ha introdotto nell'ordinamento italiano il lavoro interinale (Legge 24 giugno 1997, n. 196 - http://www.parlamento.it/leggi/97196l.htm. Precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro - http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1960/lexs_36635.html), che è stato poi abolito poi con la legge Biagi a favore della somministrazione di lavoro a tempo determinato. Lo stesso governo, non domo, ha avuto anche il merito, si fa per dire, di tirare fuori dal cilindro i co.co.co. (poi sostituiti con i co.co.pro. dalla Legge Biagi per evitare abusi) ma, soprattutto, i lavori socialmente utili (decreto legislativo n. 468 del 1997 - http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/97468dl.htm), per i quali una sentenza del Consiglio di Stato (n. 3664/2007), ricalcando oramai una giurisprudenza costante (vedi da ultimo la sentenza del Consiglio di Stato n. 1253/2007), ha sottolineto che si tratta di un impegno lavorativo certamente precario: «le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne consentono la qualificazione come rapporto di impiego; e ciò per la considerazione che il rapporto dei lavoratori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali (rientrando nel quadro dei c.d. ammortizzatori sociali); e riguarda un impegno lavorativo certamente precario; non comporta la cancellazione dalle liste di collocamento; presenta caratteri del tutto peculiari quali l'occupazione per non più di ottanta ore mensili, il compenso orario uguale per tutti (sostitutivo della indennità di disoccupazione) versato dallo Stato e non dal datore di lavoro, la limitazione delle assicurazioni obbligatorie solo a quelle contro gli infortuni e le malattie professionali. (in tal senso Cons. St. VI, 10.3. 2003, n. 1301-1307; 18.3.2003, n. 1424; 17.9. 2003, n. 5278; 31.8.2004 n. 5726)».

Dulcis in fundo, gli stessi esponenti del centrosinistra (Pd ed attuale Sinistra Arcobaleno) dopo aver fortemente voluto in commissione Lavoro alla Camera, nel corso dell'attuale legislatura, una indagine conoscitiva sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro (http://www.camera.it/_dati/lavori/bollet/chiscobollt.asp?content=/_dati/lavori/stencomm/11/indag/precariato/elenco.htm) , con la convinzione di reperire dati che confermassero la loro assurda equazione flessibilità = precariato, appena si sono resi conto che i lavori stavano dando indicazioni esattamente opposte alle loro idee, hanno deciso di non redigere una relazione finale conclusiva di tutta l'attività. Insomma, capiamo che dopo aver esaurito gli effetti speciali, un po' opachi a dire il vero, sulle liste dei candidati, l'unico modo per risollevare gli animi tra le fila un po' depresse del Partito Democratico sia quello di provocare una gazzarra, ma proprio su un tema come quello del precariato dovrebbero avere almeno il buon senso di fare un bel mea culpa per gli errori del passato prima di parlare.

Antonio Maglietta

venerdì 29 febbraio 2008

Immigrazione. Il problema del denaro sporco



di Antonio Maglietta - 28 febbraio 2008

Quello dei money transfer si propone sempre più come «un sistema bancario alternativo, che rischia di mettere in crisi anche quello legale, essendo stati identificati circa 25 mila punti di raccolta di denaro presenti in Italia, dei quali si stima che il 30% - circa 8 mila - siano illegali». A lanciare l'allarme è la Relazione conclusiva dell'attività della Commissione parlamentare Antimafia, presentata mercoledì a Roma, nel capitolo dedicato al riciclaggio. Il servizio money transfer consente di inviare e/o ricevere denaro presso una qualsiasi location nel mondo (con riferimento all'agenzia presso la quale si effettua il trasferimento dei soldi) nel giro di pochissimi minuti (anche solo 20). E' pensato per chi, per varie ragioni, ha la necessità di spedire o ricevere piccole somme di denaro in modo veloce, sicuro e riservato e senza troppi impacci burocratici. Chiunque, infatti, senza particolari controlli, può inviare o ricevere denaro in contanti, in qualsiasi paese. E' sufficiente presentare un documento d'identità e non è necessario essere titolari di un conto bancario o postale, né possedere una carta di credito. Questi punti di raccolta - segnala il documento della Commissione - utilizzano anche i tabaccai, gli internet point, i phone center: nel solo 2005 sono transitati, attraverso i money transfer italiani, come rimesse effettuate dagli immigrati, circa 1,4 miliardi di euro, a fronte dei 750 milioni di euro del sistema bancario ufficiale. Un fiume di denaro che «nella maggioranza dei casi non si sa da dove provenga e dove vada a finire».

Ben 400 agenzie di trasferimento di denaro completamente abusive sono state scoperte a conclusione dell'indagine «Easy money» condotta dalla Procura di Ancona ed è emerso che, in questo movimento internazionale di soldi, l'Italia è seconda al mondo dopo gli Stati Uniti. Il procuratore Grasso ha citato quello che potrebbe essere definito il modello che ricalca quello reso famoso dal film «La stangata»: ad Ancona, infatti, è stata aperta un'agenzia che in quattro mesi ha fatto viaggiare 1,5 milioni di euro verso la Colombia. Soldi che servivano a pagare una partita di stupefacenti. L'agenzia era stata creata ad hoc e subito dopo è scomparsa. I problemi che pone questo tipo di agenzie sono seri. «Causa di ciò - conclude la Commissione - è stata rintracciata nella possibilità di operare abusivamente in questo settore e nella difficoltà dei controlli dovuta alla proliferazione dei punti di raccolta. Appare ormai evidente che le agenzie che svolgono trasferimenti di denaro possono rappresentare un canale per convogliare flussi di denaro che proviene da attività illecite».

L'Antimafia propone di definire con una norma chiara il concetto di «operazione sospetta», attraverso il ricorso a «indicatori di anomalie finanziarie». Tra le altre proposte, quella di incrementare la potenzialità dissuasiva della sanzione penale a fronte del mancato rispetto degli obblighi di segnalazione e identificazione, attualmente affidata a una sanzione pecuniaria. Infatti - afferma la relazione dell'Antimafia sul tema - «appare quanto mai paradossale il fatto che, allo stato, in Italia i dati sul reato di riciclaggio siano ben poco significativi, poiché in tale ambito si producono poche indagini e ancor meno processi si concludono con sentenze di condanna».

Senza criminalizzare il sistema dei money transfer, strumento utile se usato per scopi legali, è evidente che intorno al tema dell'immigrazione gira un mare di soldi e che molte volte si tratta di denaro sporco gestito da organizzazioni criminali. Anche alla luce di questi dati di fatto appare ancora più inconcepibile la proposta del governo Prodi (pagine 5, 7, 15), presente anche nel programma del Partito Democratico di Veltroni (pagina 22), di introdurre nell'ordinamento italiano l'istituto della cosiddetta «sponsorizzazione» (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e quello dell'«autosponsorizzazione» (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie). E' facile pensare, infatti, che tali istituti, così come sono stati proposti nel cosiddetto disegno di legge delega Amato-Ferrero e ripresi nel programma del partito dell'ex sindaco di Roma, essendo privi di un sistema di controlli adeguato, che sarebbe peraltro difficilmente realizzabile, rischierebbero di diventare ben presto delle vere e proprie lavanderie del denaro sporco proveniente dai più disparati traffici dell'economia criminale mondiale. Insomma, se come sistema-paese vogliamo scalare i vertici delle classifiche economiche internazionali, non facciamolo certo partendo da quelle criminali.

Antonio Maglietta

mercoledì 20 febbraio 2008

I 12 punti di Prodi e Veltroni



di Antonio Maglietta - 20 febbraio 2008

Nei giorni scorsi Walter Veltroni, dopo aver nascosto per bene dal punto di vista mediatico Romano Prodi, ha sciorinato il suo vago e fumoso programma di governo. Vediamo quali sono le novelle XII Tavole veltroniane, che tanto ricordano i famosi 12 punti «non negoziabili» del programma presentato dal Professore dopo la crisi di governo del febbraio 2007.

1. Infrastrutture ed energia. Basta con l'ambientalismo Nimby (Not In My Back Yard, ndr), che cavalca «ogni protesta», dice Veltroni. Sì all'ambientalismo «del fare»: ai termovalorizzatori per trattare i rifiuti, anche alla Tav. Belle parole, ma l'ambientalismo del fare di cui parla Veltroni è quello dell'attuale presidente della regione Campania, nonché esponente di spicco del Partito Democratico, Antonio Bassolino?
2. Sud. Al secondo punto del programma del Pd c'é il Mezzogiorno. Qui - bacchetta il segretario - bisogna cambiare velocità. E lo stesso bisogna fare per i trasporti. Entro il 2013 il passo deve essere quello del resto dell'Europa sviluppata. Belle parole anche in questo caso: se il neofuturista Veltroni, che parla di velocità, ci dicesse pure come intende realizzarla, sarebbe meglio. Nel frattempo, guardando ai fatti, la velocità del Partito Democratico al Sud è modulata dai presidenti delle Regioni Campania e Calabria, Antonio Bassolino e Agazio Loiero. Non ci risulta che l'amministrazione di governo delle citate Regioni possa essere presa a modello di efficienza e di velocità.
3. Spesa pubblica. Spendere meglio, spendere meno. Uno slogan che riassume bene gli obiettivi che vuole centrare il Pd. La spesa pubblica è «il banco di prova decisivo» del nuovo governo, afferma Veltroni. Peccato che qualche giorno fa il Sole 24 Ore abbia pubblicato uno studio secondo cui sul bilancio pubblico del 2008 peserà un «buco» di 7 miliardi di euro: spese che il governo di Romano Prodi, presidente del partito di Veltroni, ha rinviato dal 2007 al 2008. Si tratta delle risorse necessarie al rinnovo dei contratti pubblici (fra i 2 ed i 6 miliardi), di quelle destinate alle Ferrovie dello Stato (2 miliardi), del miliardo ed 800 milioni di rinvio di spese varie, dei 600 milioni per l'emergenza rifiuti in Campania e dei 300 milioni di costo delle elezioni anticipate. Nel complesso, appunto, 7 miliardi di euro: lo 0,4-0,5% del Pil. Inoltre dai 1.575,4 miliardi del dicembre 2006, il debito pubblico è salito di circa 51,8 milioni con un incremento del 3,3%. Lo ha rilevato nei giorni scorsi il supplemento Finanza Pubblica di Bankitalia.
4. Tasse. Fisco più leggero per tutti. Meno tasse per famiglie, imprese e lavoratori: dal 2009 Veltroni promette un taglio delle aliquote Irpef di un punto l'anno per tre anni. Ma il segretario del Pd ne ha già parlato con Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa («Le tasse? Bellissime»)? La pressione fiscale sugli italiani, che alla fine del 2005 era al 40,6% del Prodotto interno lordo, nel 2006 è cresciuta al 42,3% e nel 2007 è schizzata al record decennale del 43% (L'economia italiana nel 2008. Relazione Previsionale e Programmatica per il 2008, del 28 settembre 2007, pagina 8 - fonte: Ministero dell'Economia).
5. Donne. Idee chiare su nodi delicati come la 194. «E' una buona legge, che va difesa», afferma Veltroni. Nessuno ha ancora capito, però, se quando parla di difesa della legge 194 si riferisce anche alle parti inattuate della norma e se, soprattutto, concorda con le idee dei cosiddetti «teodem» del Partito Democratico e della loro tenace leader Paola Binetti: «Giusto salvare il feto anche se la madre dice no».
6. Affitti. Il Pd propone un grande piano di social housing per aumentare l'offerta di case in affitto e un fisco più amico, con la possibilità, tra l'altro, di sgravi fino a 250 euro al mese. Tutte belle parole, ma nel frattempo, con la Finanziaria 2008 di Prodi, ai giovani sono arrivati un insulto (il famoso «bamboccioni» del ministro dell'Economia) e una misera mancia per gli affitti: chi ha un reddito fino a 15.494 potrà avere una detrazione di 300 euro all'anno (25 euro al mese), mentre chi rientra nei 30.987 euro avrà diritto a 150 euro.
7. Bambini. Dote fiscale per i figli da 2.500 euro annui e più asili nido: raddoppiare il numero nei prossimi 5 anni. Non solo lotta alle violenze contro i più piccoli, in primis contro la pedofilia. Questa parte è copiata dai 12 punti del programma di Prodi. E poi: esiste qualcuno, nel mondo politico, che sia favorevole della pedofilia?
8. Scuola e università. Creare 100 campus entro il 2010; poi, test periodici per valutare gli studenti. Parola d'ordine: favorire e premiare il merito. Ci si è già dimenticati delle parole del ministro Mussi sui tagli a scuola e ricerca?
9. Lotta alla precarietà. Veltroni la spara grossa: salario minimo di 1.000 euro per i precari e poi percorsi per rendere stabile il lavoro, anche attraverso incentivi alle imprese. Qui viene fuori la rigidità ideologica della sinistra, che non tramonta mai. Come ha ben ricordato Maurizio Sacconi, «la legge Biagi ha introdotto il criterio della congruità della remunerazione rispetto alla prestazione, ma stabilire una soglia minima è un non senso perché significa dimenticare che devono essere prestazioni autonome al risultato per cui possono essere anche rare ovvero di bassa intensità lavorativa. Basti pensare a quelle collaborazioni degli studenti o delle madri di famiglia che sono interessate ad attività limitate nel tempo per conciliarle con gli altri impegni».
10. Sicurezza. E' uno dei primi, forse il primo diritto di ciascuno, dice il segretario. E allora, il futuro prevede più agenti per le strade e nuove tecnologie. Non solo. «La sicurezza dipende anche dalla certezza della pena», afferma Veltroni. Già dimenticate le parole del Papa sul degrado della Capitale amministrata da Veltroni?
11. Giustizia e legalità. Il Pd chiede trasparenza per le nomine, interne e esterne. Niente candidature in parlamento, poi, per chi è stato condannato per reati «gravissimi», dalla mafia alla concussione. Non manca un impegno sui tempi della giustizia, ovviamente per accelerarli. Ma perché, c'è qualcuno che voglia rallentarli? E poi, tralasciando la genericità degli impegni presi da Veltroni, che vogliono dire tutto e niente, va rilevato che il Pd dovrà fare i conti con la politica giustizialista imposta dall'alleanza con Di Pietro: più che un apparentamento tra Partito Democratico e Italia dei Valori, si tratta di un ammanettamento.
12. Riforma tv. Doppia ricetta del Pd: superare il duopolio Rai-Mediaset e poi, per la tv di Stato, via libera a una fondazione titolare delle azioni che nomini un amministratore unico del servizio. Un amministratore unico di area Pd, vero? La storia insegna che è bene andare con i piedi di piombo quando la sinistra parla di televisioni.

In conclusione, va aggiunto che lunedì, dalle pagine del quotidiano La Repubblica, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ha dato la sua benedizione al programma del Partito Democratico di Walter Veltroni: «No, non dico che il programma di Veltroni è il nostro programma. Porta male», però «vedo un'attenzione nelle proposte del Pd al tema del lavoro, dai precari alla questione dei redditi, che rappresenta un segnale positivo e interessante». Viste le storiche posizioni regressiste del sindacato rosso, l'appoggio di Epifani toglie anche gli ultimi dubbi sul fatto che il programma di Veltroni-Prodi sia quello che serve all'Italia.

Antonio Maglietta

domenica 3 febbraio 2008

Prodi e Visco hanno frenato la voglia di fare impresa



di Antonio Maglietta - 2 febbraio 2008

Nel 2007 si è registrato il record assoluto di iscrizioni di nuove imprese alla Camera di Commercio ma, allo stesso tempo, anche le cessazioni di attività hanno segnato un massimo storico. E' quanto emerge da un'indagine di Unioncamere, alla luce dei dati Movimprese 2007, pubblicata venerdì, secondo cui lo scorso anno si sono registrate 436.025 iscrizioni (il massimo dal 1993, anno in cui è iniziata l'indagine) e oltre 390 mila cessazioni (anche qui record dal'93). A spiegare gli aspetti positivi del saldo sono principalmente tre fenomeni: la forte crescita delle imprese costituite in forma di società di capitali (54mila in più in dodici mesi, pari ad un tasso di crescita del 4,6%); le performance di Lazio e Lombardia che insieme hanno determinato il 54,3% di tutto il saldo complessivo; infine, i buoni risultati delle «Costruzioni» e dei «Servizi alle imprese» (insieme, quasi la metà del saldo totale). Sull'altro piatto della bilancia, a determinare la riduzione del saldo rispetto allo scorso anno sono stati: il rallentamento del Nord-Est e del Mezzogiorno (la cui crescita si è più che dimezzata rispetto al 2006); la diminuzione delle imprese agricole, manifatturiere e dei trasporti (quasi 29mila imprese in meno complessivamente); i saldi negativi delle Società di persone e delle Ditte individuali (-14mila imprese).

Lo studio evidenza come il bilancio demografico delle imprese nel 2007 trova, almeno in parte, una spiegazione nell'evoluzione del quadro macro-economico generale che, in questi ultimi anni, sta trasformando il sistema produttivo del Paese. La forte ripresa delle esportazioni italiane manifestatasi già nel 2006 e accentuatasi nel 2007, basata più sull'aumentato valore delle esportazioni che non sui maggiori volumi delle stesse, è stata il risultato di notevoli processi di riconversione, ristrutturazione, razionalizzazione e innovazione produttiva, organizzativa, tecnica e logistica che hanno accentuato la competizione all'interno dei settori produttivi italiani più esposti al mercato.

Se il 2007 ha confermato la forte inclinazione degli italiani a cercare nell'impresa e nell'auto-impiego una via per la realizzazione personale (le iscrizioni sono aumentate del 3% rispetto all'anno precedente), questa vitalità riesce sempre meno a compensare le fuoriuscite dal mercato delle imprese marginali o meno strutturate per competere. In termini assoluti, infatti, il numero delle cessazioni è progressivamente cresciuto negli ultimi anni fino a raggiungere nel 2007 il valore più elevato dal 1993; in termini relativi, la loro crescita rispetto all'anno precedente è stata superiore all'11%. Vale la pena sottolineare come ciò sia accaduto soltanto in altre due occasioni: nel 1993 e nel 1994, in concomitanza con la crisi monetaria e finanziaria del 1992 e delle misure di risanamento adottate in quella difficile congiuntura. Anche nel 2007, come negli anni immediatamente precedenti, le pressioni di questa competizione si sono scaricate in modo preferenziale su quelle imprese che non sono riuscite ad inserirsi nella corrente dei processi innovativi e che, per prime, hanno visto ridursi le prospettive di redditività: imprese individuali, comunque piccole e poco capitalizzate, non collegate a filiere o reti di subfornitura, scarsamente innovative.

Inoltre, prosegue lo studio, sono sempre meno le imprese che nascono adottando forme giuridiche «semplici» (Ditta individuale o la Società di persone), e sempre più quelle che, per operare sul mercato, scelgono una forma giuridica più «robusta» come le Società di capitali. Questa tendenza, in atto da alcuni anni, è continuata nel 2007, anno in cui, pur restando elevato in termini assoluti (271.392 unità), si è ulteriormente ridotto di mezzo punto percentuale il contributo delle ditte individuali allo stock complessivo delle imprese, passando dal 57,1% al 56,6% (un gap che, rispetto al 2000, è di 4,3 punti percentuali). Questo in virtù del diverso contributo di questa forma giuridica ai due flussi demografici, rispettivamente il 62,2% delle iscrizioni ma il 73,1% delle cessazioni.

Dall'indagine di Unioncamere emerge che il mondo imprenditoriale italiano vive all'insegna del «vorrei, ma non posso»: c'è la volontà di fare impresa, ma non ci sono gli strumenti idonei per sostenere questa volontà e, quindi, chi ha già mezzi propri disponibili, innova e sopravvive, chi no, esce dal mercato. Non è un caso, poi, che il record storico negativo sulla mortalità delle imprese sia arrivato nel 2007. La cura Prodi-Visco, a base di tasse e burocrazia, con maggiori oneri senza alcun ritorno in termini di servizi, ha colpito duramente la voglia di fare impresa in Italia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Agendo con il semplice ma brutale sistema del «quanto guadagni? Dammelo!» e con un atteggiamento intimidatorio, assunto soprattutto dal Vice-Ministro all'economia, nei confronti del popolo delle partita Iva, non si è certo alimentato un clima di fiducia nel mondo dell'imprenditoria. Ma c'è una nota molto positiva da sottolineare: nonostante Prodi e Visco la voglia di mettersi in gioco, di investire, di fare impresa in Italia c'è ed è forte. Da questo dato si dovrà partire quando lor Signori nel Palazzo avranno deciso di schiodarsi dalle poltrone.

Antonio Maglietta

mercoledì 23 gennaio 2008

Prodi e Damiano immobili su salari e produttività



di Antonio Maglietta - 22 gennaio 2008

Il «dossier Italia» è sotto la lente del Fondo Monetario Internazionale. Gli economisti di Washington esamineranno conti pubblici, rallentamento della crescita, aumento del potere di acquisto dei salari e riduzione della pressione fiscale nel nostro Paese, oltre alla vicenda Alitalia e a quella relativa alle banche popolari. Gli ispettori del Fmi da giovedì saranno a Roma per un fitto giro di colloqui, che durerà circa 10 giorni, con il governo, i rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione, ma anche con le istituzioni italiane economiche e creditizie. Al termine della visita consegneranno al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e al governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, il rapporto finale sulla situazione dell'Italia.

Sotto i riflettori della delegazione del Fmi, guidata da Alessandro Leipold, soprattutto i conti pubblici, con un occhio alle misure contenute nella Finanziaria 2008 approvata dal parlamento alla fine di dicembre. A preoccupare è, in primis, l'andamento della spesa pubblica, che ancora non mostrerebbe una decisa inversione di tendenza. D'altra parte - è il ragionamento degli ispettori - il livello della spesa corrente è stato decisamente più elevato rispetto agli obiettivi indicati dal governo. Fari puntati anche sulla crescita economica dell'Italia, che dovrebbe essere più bassa rispetto alle previsioni dell'esecutivo. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, già ad ottobre, nel World Economic Outlook (rapporto che presenta analisi e previsioni riguardo all'andamento dell'economia globale, offrendo dettagli per aggregati di Paesi distinti per regione geografica o stadio di sviluppo economico), aveva rivisto al ribasso le stime del Pil a causa degli effetti legati alle turbolenze sui mercati internazionali e alle spinte inflazionistiche causate dall'impennata dei prezzi del petrolio. Per gli economisti di Washington le previsioni di crescita aggiornate per il 2008 dovrebbero collocarsi intorno all'1,3%, a fronte dell'1,5% fissato finora dal ministro Padoa-Schioppa, che potrebbe ridurlo all'1,2% nella trimestrale di cassa.

Ma l'attenzione del Fondo riguarda anche le misure che il governo intende adottare per aumentare il potere di acquisto dei salari. A cominciare da un possibile alleggerimento della pressione fiscale, che dovrebbe dare maggior respiro ai percettori di redditi medio-bassi. E su questo punto si concentrerà una parte del questionario che gli ispettori hanno preparato per il governo, i sindacati, ma anche per la Confindustria ed altre istituzioni.

E a proposito di salari: buste paga leggere per gli italiani. Nella classifica Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) dei trenta Paesi più industrializzati, ci superano non solo Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia, ma anche Spagna, Grecia e Irlanda. Tra i Paesi europei, facciamo meglio solo del Portogallo. Sono questi gli ultimi dati forniti dall'organizzazione europea con sede a Parigi. Nella ricerca Ocse, i salari italiani si attestano su una media di circa 1.350 euro al mese o 16.242 euro l'anno, tredicesima compresa. La busta paga più pesante è quella dei coreani e dei britannici, rispettivamente primi e secondi in classifica, rispetto ai quali un italiano guadagna circa il 42% in meno. La differenza rispetto alla retribuzione media dei tedeschi è invece del 23,5%, mentre rispetto a quelle dei francesi è del 17,6%. L'Ocse prende in considerazione le retribuzione nette. Se, invece, si guarda alle retribuzioni lorde, in Italia queste risultano in crescita del 3,2%, in linea con il rialzo medio registrato nell'Ue a 15 Paesi pari al 3,3%. E' evidente che, se il lordo (salario netto + tasse) cresce come nella media europea mentre il netto (salario lordo - tasse) è inferiore rispetto alla stessa media continentale, il nodo centrale del problema è la crescita della tassazione sul lavoro. Sappiamo altresì che i salari italiani sono bassi anche per altri motivi, primo fra tutti la scarsa produttività. Secondo il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, occorre rivedere il modello contrattuale, passando dagli attuali bienni economici a una durata triennale e, inoltre, «va perseguita la strada già imboccata con l'accordo del 23 luglio sul welfare, per incentivare il salario aziendale o territoriale legato alla produttività».

Ma come si parla di produttività e si cita il Protocollo sul welfare? Ricordiamo che il documento, tradotto in legge tra mille polemiche interne al centrosinistra nel dicembre scorso (legge 24 dicembre 2007, n. 247), parla del rapporto tra salari e produttività in un solo comma dell'articolo unico (su ben 94): il comma 67. La citata disposizione - in parte condivisibile - dispone l'istituzione, nello stato di previsione del ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, di un Fondo per il finanziamento di sgravi contributivi per incentivare la contrattazione di secondo livello, con dotazione finanziaria pari a 650 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008-2010. Peraltro lo sgravio contributivo, concesso alle imprese che ne faranno domanda a certe condizioni, è un provvedimento sperimentale e, quindi, non già strutturale, perché la sinistra radicale, da sempre contraria all'incentivazione della contrattazione di secondo livello, vede questa disposizione come il fumo negli occhi e mai l'avrebbe votata se fosse stata presentata come definitiva.

La verità è che, se si vuole parlare seriamente in Italia di collegamento tra gli andamenti salariali e la produttività, bisogna dire chiaramente che questa strada non può non prevedere un sistema retributivo che crei profondi differenziali salariali tra i lavoratori: in breve, chi lavora di più e meglio dovrà guadagnare molto di più rispetto agli altri. Ma sappiamo che la sinistra radicale e antagonista, fondamentale per la tenuta del governo Prodi, non vuole neanche sentir parlare di differenziali salariali. Ma allora, ministro Damiano, di che stiamo parlando?

Antonio Maglietta

sabato 15 dicembre 2007

Tutti scontenti di Prodi


di Antonio Maglietta - 15 dicembre 2007
Lancia un duro j'accuse contro l'Italia Carla Del Ponte, lasciando l'incarico di procuratore generale al Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia: l'Italia è colpevole di «non volersi occupare dei grandi latitanti» ed è diventata «delfino della candidatura della Serbia all'ingresso in Europa». Dalle colonne di Repubblica il magistrato, che dal 1999 ha fatto della caccia ai grandi criminali di guerra la sua missione, chiama in causa il premier Romano Prodi ed il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Della posizione del ministro degli Esteri, non si dice stupita perchè «è sempre stato piuttosto filo-serbo», mentre si dichiara «esterrefatta» per il comportamento di Prodi. «Uno che - ricorda - è stato presidente della Commissione europea e conosce alla perfezione quanto sia importante l'aiuto dell'Ue per l'arresto dei grandi latitanti». «Mi ha addirittura evitata», racconta il giudice svizzero che ripercorre i tentativi falliti di parlare al telefono con il Presidente del Consiglio. «Per un anno ho cercato di incontrarlo, ma senza successo. A ottobre l'ultimo tentativo».Per il procuratore dell'Aja, Prodi non aveva neppure pochi minuti. «Era chiaro che non voleva occuparsi dei miei latitanti e si era già schierato con la Serbia».
Ma se in Europa Prodi riceve uno schiaffone sul versante della politica estera, ecco che dall'altra parte dell'oceano il prestigioso New York Times ne molla uno ancora più sonoro sullo stato di salute complessivo del Belpaese. L'Italia sembra non amarsi più scrive il NYT. La parola d'ordine è "malessere" e gli italiani, nonostante abbiano inventato l'arte di vivere, in un recente sondaggio affermano di essere il popolo meno felice dell'Europa occidentale. L'Italia ha tracciato il proprio modo di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi con una politica frammentata, la mancanza di crescita, la criminalità organizzata e un debole senso dello Stato. Ora la frustrazione sta crescendo perchè queste vecchie debolezze non migliorano, mentre il mondo sorpassa il paese. Il modo di vivere poco tecnologico degli italiani può essere interessante per i turisti, ma l'utilizzo di Internet è tra i più bassi in Europa, così come gli investimenti esteri e la crescita. Le pensioni, il debito pubblico e i costi del governo, invece, sono tra i più elevati del vecchio continente. Le ultime analisi mostrano una nazione più vecchia e più povera e quelli che erano i punti di forza stanno diventando una debolezza. Il piccolo commercio, le aziende a conduzione familiare si trovano a combattere contro la globalizzazione e in particolare con la competitività della Cina. I debiti colpiscono le famiglie: il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora a casa condannando i giovani a un'adolescenza estesa e improduttiva. La maggioranza dei più bravi lascia il paese.
Ma se dall'estero arrivano solo bocciature, la situazione vista dall'interno non è migliore. Tutte le categorie professionali sono sul piede di guerra, gli scioperi si susseguono ad un ritmo impressionante nonostante che i sindacati confederali abbiano sacrificato il loro animo belligerante alla logica sempre più evidente del «governo amico». Neanche sugli incrementi salariali degli statali e la sanatoria dei precari del pubblico impiego, asse portante della commistione di interessi governo-sindacati, Prodi è riuscito a dare seguito alle promesse fatte: i primi restano solo un miraggio; la sanatoria, invece, è un grande bluff perché non ci sono i soldi per finanziarla a livello centrale. Si respira un'aria di sconforto e rassegnazione soprattutto nelle giovani generazioni che non riescono a vedere la luce alla fine del tunnel. Neanche il criterio del merito, unico appiglio per emergere al di fuori delle clientele, così profondamente mortificato dalle scelte di questo governo, sembra essere la strada giusta per emergere nella società italiana. Gli esempi sono tanti: penalizzazione dei giovani vincitori di concorso nella pubblica amministrazione che continuano ad essere assunti con il contagocce e, peggio ancora, scavalcati dalle progressioni interne del personale di ruolo, il tutto con l'avallo dei sindacati confederali; tagli al settore della ricerca che penalizzano i progetti dei giovani ricercatori a discapito dei «baroni universitari»; sistema ingessato nelle libere professioni che reprime ambizioni e sogni dei giovani professionisti; e si potrebbe continuare all'infinito. Insomma, sia all'estero che in Italia sono tutti scontenti di Prodi. Qualcuno dice che siamo alla frutta: speriamo, però, che almeno non ci vada di traverso.

Antonio Maglietta

giovedì 29 novembre 2007

Welfare: «lancio degli stracci» nel centrosinistra

di Antonio Maglietta - 29 novembre 2007

Mercoledì alla Camera è andato in scena il teatrino della votazione sulla questione di fiducia sul maxi-emendamento con cui il Governo ha sostituito il testo del ddl welfare, già licenziato con modifiche dalla commissione Lavoro di Montecitorio. Ora la palla passa al Senato e l'iter del testo potrebbe rivelarsi per il governo un umiliante passaggio sotto le forche caudine. Non si tratta certo delle lance incrociate dei Sanniti di storica memoria, ma dei non meno pericolosi veti incrociati dei senatori dell'area comunista del centrosinistra e di quelli dell'area liberal-democratica del duo Dini-Bordon. E' evidente che la poco edificante operetta messa in scena dal governo, per convincere l'area comunista del centrosinistra a dare il via libera al maxi-emendamento, ha umiliato in generale le prerogative parlamentari e, nella specie, il lavoro delle Camera dei Deputati, delineando un preoccupante vulnus istituzionale tra Palazzo Chigi e Montecitorio e relegando l'attività istituzionale a mera ratifica di accordi presi altrove.
Infatti il Governo ha avuto l'ardire di mettere sotto i piedi la dignità stessa della Camera allorquando non ha tenuto conto del lavoro svolto in sede referente dalla XI Commissione. Per rispondere alle forti pressioni delle parti sociali che avevano sottoscritto il protocollo sul welfare ha presentato un maxi-emendamento, con relativa apposizione della questione di fiducia, dal punto di vista formale, integralmente sostitutivo del testo licenziato dalla commissione Lavoro ma, dal punto di vista del contenuto, una sorta di mediazione pasticciata tra testo originario e testo modificato.
Ecco le novità salienti del maxi-emendamento rispetto al testo licenziato dalla commissione Lavoro della Camera:
- Ritorna la versione originaria del tetto normativo sui lavori usuranti, con il richiamo al decreto legislativo n. 66 del 2003 e quindi la previsione delle 80 notti all'anno per qualificare un lavoro come notturno ed accedere così ai benefici previdenziali (Art. 1, comma 3, lettera b).
- Viene soppressa la novità, introdotta in commissione Lavoro, che prevedeva che dal 1° gennaio 2008, il rapporto di apprendistato nel corso del suo svolgimento potesse essere convertito in rapporto a tempo indeterminato, ferma restando l'utilizzazione del lavoratore in attività corrispondenti alla formazione conseguita e al completamento dell'obbligo formativo.
- Viene soppressa la previsione, sempre introdotta in commissione Lavoro, che prevedeva che dopo 36 mesi di attività lavorativa con contratto a termine, un ulteriore successivo contratto sempre a termine, fra gli stessi soggetti, potesse essere stipulato non solo per una sola volta ma anche per una durata non superiore a otto mesi.
- Viene confermata l'abrogazione degli istituti del job on call (Art. 1, comma 45) e dello staff leasing (Art. 1, comma 46), nonché la previsione dell'utilizzo circoscritto del lavoro a chiamata, fatto rivivere con una operazione di ingegneria giuridica, ai soli settori del turismo e dello spettacolo (Art. 1, comma 47).
Ma quale è il dato politico che emerge da questo quadretto poco confortante? Innanzitutto ora abbiamo le prove che il Pd politicamente non esiste. Non ha una base programmatica propositiva e continua a navigare a vista e senza rotta. Ed ecco allora che, grazie all'inettitudine e al vuoto programmatico della componente democratica del centrosinistra, la vera area riformista sembra essere quella dei liberal-democratici del duo Dini-Bordon.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Infatti ai partiti che dovrebbero dar vita alla «Cosa rossa» è andata anche peggio.«Come Romano Prodi li prende per il c ..., è semplicemente sublime». E' la conclusione ironica cui è giunto il senatore a vita, Francesco Cossiga, a proposito dell'atteggiamento di Rifondazione Comunista sulla vicenda parlamentare del protocollo sul welfare. «E così di fronte ai pericoli di crisi e del "ritorno di Berlusconi", il partito di Rifondazione Comunista batte ritirata nella sua furibonda battaglia accanto alla Cgil-Fiom e, come da copione scontato, voterà la fiducia approvando il protocollo sul welfare. "L'ultimo sacrificio!": proclama il buon Giordano».
Cossiga è convinto però che non sarà l'ultimo sacrificio quello chiesto dal presidente del Consiglio al Prc. «Il prossimo - aggiunge - sarà il voto per il rifinanziamento delle missioni all'estero, Afghanistan compreso, magari con il contentino della promessa di "un forte impegno del Governo a far rivedere alla Nato i termini dell'impegno secondo il modulo italiano: più distribuzione di scatolette di carne e tonno e di pacchi di gallette, fine della guerra ai talebani e convocazione di una conferenza di pace con la loro partecipazione, anche in rappresentanza di Al Qaeda". E poi Rifondazione passerà da sacrificio a sacrificio - è la conclusione ironica di Cossiga - fino a che Veltroni scioglierà le Camere! Ripeto: come Romano Prodi li prende per il c ..., è semplicemente sublime!». Le dichiarazioni di fuoco rese dagli esponenti dell'area comunista-antagonista del centrosinistra contro il governo e il gruppo di Lamberto Dini, dopo il passaggio alla Camera del ddl welfare, di cui sono pieni i media, palesano che i rapporti interni, e quelli con l'Esecutivo, sono oramai arrivati irrimediabilmente al fatidico «lancio degli stracci». Quanto potrà durare ancora Prodi?

Antonio Maglietta

martedì 16 ottobre 2007

Prodi tradisce i sindacati


di Antonio Maglietta - 16 ottobre 2007


Romano Prodi ha deciso di tradire i sindacati confederali. A chi gli chiedeva, nei giorni scorsi, se alla fine avrebbe ceduto alle richieste dei massimalisti del centrosinistra sulle modifiche al protocollo sul welfare, rispondeva serafico: «Pacta sunt servanda». Nonostante queste dichiarazioni, il governo ha deciso di modificare unilateralmente parte del contenuto dell'accordo. E non si tratta certo di modifiche di poco conto, come sta cercando di far credere certa stampa «amica»: è saltato il tetto numerico sui lavori usuranti e, soprattutto, viene irrigidito il contratto a termine, per cui, a differenza della prima versione, sarà possibile un solo rinnovo a termine dopo 36 mesi. Certamente si tratta di un vero e proprio schiaffo dato a tutti quelli che avevano appoggiato politicamente il protocollo così com'era. Il ceffone ha colpito soprattutto i sindacati confederali, che avevano sottoscritto quel testo d'intesa ed avevano messo in gioco la loro stessa credibilità per difenderlo a spada tratta.
Dopo aver vinto con percentuali bulgare il referendum tra i lavoratori, i confederali si aspettavano che l'accordo fosse recepito, senza troppi traumi, anche dal Consiglio dei ministri, e quindi tradotto da subito in disegno di legge da presentare in Parlamento (con tutta probabilità alla Camera). Invece no, è successa la cosa che più temevano i leaders della «Triplice»: il sindacato è stato scavalcato a sinistra, con l'aggravante che questo è avvenuto per opera di due partiti della coalizione che sostiene il governo: Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani. La conseguenza palese è che i sindacati confederali sono stati delegittimati dai partiti della sinistra massimalista, ma anche dallo stesso Prodi, sotto due aspetti: nel ruolo di difensori degli interessi di tutti i lavoratori e nel titolo di rappresentanti di questi stessi interessi.
A questo punto un lavoratore con simpatie a sinistra potrebbe benissimo pensare che il sindacato sia inutile, o che tratti con la logica del «governo amico», o alla meglio sia inefficiente, perché non è riuscito a strappare un accordo migliore, come invece hanno dimostrato benissimo che si poteva fare i partiti di Franco Giordano e Oliviero Diliberto. E che cosa penserà a questo punto Epifani, leader della Cgil, colui che più si è esposto e più ha rischiato su questa vicenda e per difendere l'accordo (e lo stesso governo Prodi) ha dovuto subire gli strali dei contestatori e la storica spaccatura politica all'interno della sua confederazione da parte della Fiom?
Non è da meno la ripercussione del tradimento di Prodi sul tema della rappresentanza dei sindacati confederali, sulla quale in Italia si dovrebbe fare una profonda riflessione. Oggi la «Triplice», anche alla luce degli ultimi eventi, è davvero rappresentativa degli interessi dei lavoratori attivi, oppure lo è solo dei pensionati, vista anche la composizione dei suoi iscritti? A questo punto è giusto che i sindacati confederali siedano al tavolo delle trattative con il governo, parlando a nome di categorie che non rappresentano, come ad esempio i giovani lavoratori? E se al governo non è bastato il voto quasi plebiscitario dei lavoratori sindacalizzati per legittimare politicamente il protocollo sul welfare, allora che senso ha avuto indire una consultazione referendaria come quella dei giorni scorsi?
Tutto questo, ovviamente, dà per scontato il fatto che un esecutivo serio e degno di questo nome, una volta sottoscritti degli accordi, alla fine cerchi di rispettarli a tutti i costi. Tuttavia, in quest'anno e mezzo di governo di centrosinistra si è promesso, anche solennemente, tutto ed il contrario di tutto per poi fare nulla, o alla meglio la cosa peggiore. Quindi l'ultimo voltafaccia, benché molto grave nell'ottica dei rapporti con le parti sociali, non fa altro che cristallizzare l'assoluta mancanza di credibilità di ci sta governando. Perciò la vera novità non è il tradimento dei patti sottoscritti e la mancanza di credibilità del governo; quella semmai è una conferma. La novità, invece, è che i leaders del centrosinistra, Prodi in testa, pur di restare attaccati alle poltrone non guardano in faccia neanche gli (ex?) amici della «Triplice». Forse dalle parti di Palazzo Chigi, incuranti del fatto che la vicenda rappresenti un colpo mortale alla credibilità degli stessi sindacati confederali, avranno pensato: «Mors tua, vita mea».


Antonio Maglietta

sabato 6 ottobre 2007

Finanziaria senz'anima



di Antonio Maglietta - 6 ottobre 2007

Si sa che nel governo di Romano Prodi un sì di oggi può benissimo trasformarsi, senza colpo ferire, in un no domani. Se si dà qualcosa per certo, l'unica cosa certa è che non si farà o, alla meglio, si farà in maniera totalmente diversa rispetto a quanto era stato annunciato. Si promette di tutto e di più, per poi fare nulla. Si contratta su tutto e con tutti e l'accordo al ribasso è diventato la norma. Gli interlocutori del governo che avanzano pretese «irrinunciabili», in cambio di un voto favorevole sui singoli provvedimenti, si moltiplicano in maniera esponenziale. Prima c'erano solo i «quattro dell'ave maria» (Giordano, Mussi, Pecoraro Scanio e Diliberto); ora i «malpancisti» sono un vero e proprio esercito. Prodi, per non scontentare nessuno, sembra aver finalmente deciso di tenere una linea autonoma ed equidistante tra le varie anime inquiete della sua variopinta e instabile coalizione. Il decisionismo sembra essere diventata la quintessenza di Palazzo Chigi: decidere sì, ma di fare nulla e rimandare sempre all'infinito. Insomma, se non è la paralisi del sistema, poco ci manca.
Un classico esempio ci viene fornito dalla Finanziaria 2008 (disegno di legge n. 1817, in discussione al Senato). Innanzitutto, a norma di legge, dovrebbe essere presentata alle Camere entro il 30 settembre. In realtà il testo è stato reso disponibile solo il 3 ottobre e l'incongruenza è stata anche palesata a mezzo stampa dalle giuste lamentele di vari senatori. Quanto al contenuto, è evidente che si tratta di una Finanziaria senz'anima, visto che i nodi centrali del welfare e della sicurezza sono stati elusi, e contemplati in testi autonomi che saranno portati all'attenzione delle Camere non si sa bene quando. La questione previdenziale è quella maggiormente paradossale. Ad oggi, a meno di 3 mesi dall'entrata in vigore del sistema previsto dalla riforma del governo Berlusconi, gli italiani ancora non sanno se rientreranno nel modello-Maroni oppure in quello previsto dal protocollo sul welfare del 23 luglio scorso che - è bene ricordalo - dev'essere ancora tradotto in legge. Non sembra essere da meno l'affaire «pubblico impiego». Doveva essere il fiore all'occhiello di una strategia che mirava a conquistare tutti i dipendenti pubblici con regalie come il posto fisso ed intoccabile a vita (per tutti e nessuno escluso, nullafacenti e assenteisti compresi), rinnovi contrattuali migliori in termini economici rispetto ai colleghi del settore privato, sanatorie indiscriminate per tutti e contratti a tempo indeterminato distribuiti a pioggia (ex articolo 1, comma 417, della Finanziaria 2007).
Purtroppo la dea bendata sembra aver mollato Romano Prodi ed il suo famoso «fattore C» sembra essersi trasformato in «fattore D» (disastro). Nel tentativo di accontentare tutti, il governo non sta accontentando nessuno. I precari, sedotti e abbandonati, per essere stabilizzati dovranno far riferimento solo alle norme della Finanziaria 2007 (depotenziata dall'affossamento del «tana libera tutti», l'articolo 1, comma 417), visto che in quella del 2008 nulla si dice in proposito. Qualcosa per loro c'è nella manovra economica, come ad esempio la riserva di posti del 20% nei concorsi, sempre comunque a discrezione delle Amministrazioni (articolo 93, comma 11), oppure la priorità data alle stabilizzazioni qualora l'Amministrazione decidesse di assumere a tempo pieno (articolo 93, comma 6), ma si tratta di poco o nulla. Il rigido rispetto dei limiti delle piante organiche, un parere dato dal ministero della Funzione Pubblica alla Regione Veneto (Parere Uppa n. 11/07 - Prot. n. DFP-0031444-03/08/2007-1.2.3.4: secondo il Dipartimento della Funzione Pubblica non si può procedere alla stabilizzazione, ai sensi dell'articolo 1, comma 558, della legge 296/2006, del personale dipendente a tempo determinato che consegua il requisito dei tre anni di servizio in virtù di una proroga successiva alla data del 29 settembre 2006) e, da ultimo, la novella previsione di future assunzioni nella Pubblica Amministrazione solo attraverso contratti a tempo indeterminato, stanno fissando paletti decisivi che, probabilmente, faranno restare fuori migliaia di precari dalle procedure di stabilizzazione. I manifesti propagandistici del partito dei Comunisti Italiani, che annunciavano baldanzosamente 350.000 stabilizzazioni, suonano come una beffa alla luce della realtà dei fatti.
Non è andata meglio ai vincitori di concorso non ancora assunti. Già la Finanziaria 2007 aveva previsto, per il biennio 2008-2009, il blocco parziale del turnover con la previsione di sole 2 assunzioni ogni 10 cessazioni dal servizio. Ora, quella del 2008 ha previsto che il blocco, nell'ordine di 6 assunzioni ogni 10 cessazioni, sarà prorogato fino al 2010 (ancora non è dato sapere se nelle stesse forme di quello già previsto dalla Finanziaria 2007: 2 assunzioni da concorso e 4 stabilizzazioni, ogni 10 cessazioni dal servizio). E che dire del personale in ruolo? Anche qui si prevedono tempi bui. Le risorse necessarie per i rinnovi dei contratti, peraltro già promessi, non ci sono e la «Triplice» sindacale ha già preannunciato uno sciopero generale per il 26 ottobre se i soldi non verranno fuori. Padoa-Schioppa ha fatto sapere che alla fine ci saranno ma, comunque, come al solito, pone in avanti la risoluzione del problema. Come se non bastasse, è arrivata anche un'indagine dell'Eurispes ad agitare le acque. Secondo l'Istituto, i dipendenti pubblici italiani sono quelli pagati meno in ambito europeo. I lavoratori meglio pagati sono i francesi, che in un anno guadagnano 35.665,9 euro pur avendo la Francia un forte cuneo fiscale che supera di poco il 50%. Anche in Germania il cuneo fiscale è alto (47,4%), ma il reddito netto medio dei lavoratori tedeschi è di 27.110,8 euro annui. Poco più dei tedeschi guadagnano i lavoratori pubblici spagnoli, che in un anno percepiscono 27.622 euro. Nel Regno Unito si ha il cuneo fiscale più basso, pari al 30,4%, e il reddito netto annuo pro-capite ammonta a 26.492 euro. In Italia, i lavoratori pubblici in media percepiscono un reddito annuo netto pro-capite di 23.476,9 euro: oltre 12.000 euro in meno rispetto ai colleghi francesi, oltre 4.100 euro se messi a confrontato con gli spagnoli, oltre 3.600 euro con i tedeschi e circa 3.000 euro in meno dei colleghi britannici.
Insomma, ci sono problemi dappertutto e Prodi gira la testa dall'altra parte per non guardare. Ci sono situazioni delicate da risolvere e non si fa altro che rimandare tutte le decisioni a data da destinarsi, anche quella che risolverebbe gran parte dei problemi: le dimissioni.

Antonio Maglietta

sabato 23 giugno 2007

L'anno che verrà


di Antonio Maglietta - 23 giugno 2007


Caro amico ti scrivo così mi distraggo un pò e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Iniziava così l'Anno che verrà di Lucio Dalla. A 20 anni di distanza, quasi riprendendo le parole del cantautore bolognese dal punto di vista metaforico, 4 ministri (Alfonso Pecoraro Scanio, Fabio Mussi, Paolo Ferrero e Alessandro Bianchi: i cosiddetti esponenti dell'area radicale di lotta e di governo) hanno preso carta e penna ed hanno scritto una bella lettera. In questo caso il «caro amico» altro non è che il presidente del Consiglio, Romano Prodi. Nella missiva, dal tono amichevole nell'intestazione ma poco nelle intenzioni e nelle richieste, i 4 ministri, invocando un cambio di rotta, denunciano tutta la loro insoddisfazione riguardo alla trattativa con le parti sociali sul Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef).
«Caro Romano - si legge nella lettera - scriviamo innanzitutto per segnalarti la nostra forte preoccupazione relativamente al modo in cui viene condotta la trattativa con le parti sociali. Non condividiamo la posizione con cui il governo, e segnatamente il ministro dell'Economia, affronta questa trattativa. Da un lato, le risorse messe a disposizione per affrontare i temi sul tappeto sono troppo limitate e, dall'altro, il balletto delle cifre determina un quadro francamente incomprensibile per il Paese tutto». Dopo aver ricordato la «drammatica emergenza sociale ereditata» e le «sciagurate politiche del governo Berlusconi», nella lettera si chiede che «le questioni siano affrontate di petto: a partire dalla lotta alla precarietà attraverso il superamento della Legge 30, dalla definizione di un serio intervento di edilizia pubblica, dal rilancio della ricerca scientifica alla abolizione dell'iniquo scalone sulle pensione». «La questione sicurezza che attraversa il Paese - proseguono i ministri - deve essere affrontata prima di tutto con la ricostruzione di un sistema di sicurezza sociale e ambientale». «La redistribuzione delle risorse recuperate dalla lotta all'evasione fiscale - puntualizzano ancora - deve essere netto e inequivoco, non acconsentendo a quelle richieste di riduzione del debito a tappe forzate che provocherebbero solo danni al paese, sia sul piano sociale che economico». «Ti chiediamo quindi di imprimere al confronto con le parti sociali la necessaria svolta capace di rispondere positivamente alle ragioni che ci hanno portato a vincere la sfida elettorale dell'anno scorso».
Pecoraro Scanio, Mussi, Ferrero e Bianchi concludono avvertendo che sono nettamente contrari ad una «frettolosa ratifica» del Dpef, e chiedono a Prodi che gli venga mandato il testo un «congruo numero» di giorni prima della data prevista per la sua approvazione. La lettera dei quattro ministri al presidente del Consiglio sul Dpef è stata scritta dopo un vertice, convocato venerdì mattina al ministero degli Affari Sociali, a cui hanno partecipato tutti gli esponenti della sinistra radicale al governo. Oltre agli autori della missiva erano presenti alla riunione quasi tutti i sottosegretari e vice-ministri dell'ala «massimalista» tra i quali Alfiero Grandi, Patrizia Sentinelli, Laura Marchetti, Paolo Cento, Chiara Acciarini, Rosa Rinaldi e Danielle Mazzonis e quindi sarebbe inutile l'eventuale tentativo, da parte della stampa amica, di voler minimizzare l'accaduto dato che in questo caso ci troviamo dinanzi ad una vero e proprio lacerante bivio politico. Insomma se non siamo all'avviso di sfratto poco ci manca.
Prodi ha due possibilità: o accetta di sottomettersi al radicalismo ideologico della sinistra oppure si dimette, esce di scena, e consente finalmente agli italiani di scegliere da chi farsi realmente rappresentare. La prossima lettera di cui sentiremo parlare sarà quella di dimissioni di Romano Prodi oppure la voglia di restare al potere farà ingoiare questo ennesimo boccone amaro?
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