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lunedì 17 marzo 2008

Precariato: le colpe del centrosinistra



di Antonio Maglietta - 16 marzo 2008

Mercoledì scorso, durante la trasmissione «Punto di vista» del Tg2, una ragazza aveva chiesto a Silvio Berlusconi come possano farsi una famiglia i giovani precari. Pronta la battuta di Berlusconi: «Lei mi dice dei problemi delle giovani coppie di precari. Io, da padre - ha risposto il Cavaliere sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere». Subito dopo la battuta, Berlusconi ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa. Apriti cielo. L'innocente battuta, che ha divertito la stessa diretta interessata («Probabilmente voterò per il Pdl, ma certamente non sono stata convinta dai complimenti di Berlusconi sul mio sorriso. Ho motivazioni più profonde. Ieri è stato uno scherzo, un gioco. Tuttavia, se andrà al governo, mi aspetto che mantenga le promesse fatte a me e a tutti i precari che ieri ho rappresentato») ha invece fatto esplodere i livori dei finti perbenisti radical-chic della sinistra di lotta e salotto e di falce e secchiello di champagne. Le agenzie di stampa sono state inondate da fiumi di dichiarazioni di esponenti del Pd e della Sinistra Arcobaleno che hanno messo a dura prova i poveri giornalisti, costretti a sorbirsi una polemicuccia nata per nascondere il vuoto pneumatico del programma dell'hollywoodiano Walter e gli errori, orrori ed omissioni fatte dal centrosinistra proprio sul tema del precariato.

Lavoro Pubblico. A chi oggi dalle parti del centrosinistra parla di lotta al precariato, andrebbe ricordato, semmai ce ne fosse bisogno, che il governo in carica, con ben due Finanziarie (2007 e 2008), è riuscito, con l'operazione «stabilizzazione», nella mirabolante impresa di soffocare quel briciolo di meritocrazia ancora esistente nel pubblico impiego con la doppia penalizzazione dei vincitori di concorso e degli idonei, che da anni aspettano l'assunzione, prima scavalcati dai lavoratori con contratti flessibili nell'accesso in pianta stabile nella Pa e poi beffati da chi aveva già il posto fisso, perché il decreto per le assunzioni in deroga al blocco ha previsto quest'anno solo 2.135 vere assunzioni su un totale di circa 4.497 autorizzazioni concesse, su una platea di circa 140.000 persone; il resto è andato tutto alle progressioni interne che formalmente risultano come nuove assunzioni. La stessa sanatoria, poi, così come è stata strutturata, ha paradossalmente penalizzato anche gli stessi lavoratori della Pa con un contratto flessibile, perché la promessa del governo di centrosinistra del paradiso del posto fisso per tutti si è alla fine concretizzata con una semplice stabilizzazione per pochi intimi, a causa dell'esiguità del fondo che avrebbe dovuto finanziare la sanatoria (50 milioni di euro). Come a dire: prima sedotti e poi abbandonati.

Lavoro privato. Nel privato il centrosinistra ha dato il meglio di sé. Il primo governo Prodi, di cui Veltroni era il vice (http://www.governo.it/Governo/Governi/prodi1.html), ha introdotto nell'ordinamento italiano il lavoro interinale (Legge 24 giugno 1997, n. 196 - http://www.parlamento.it/leggi/97196l.htm. Precedentemente vietato dalla Legge n. 1369 del 1960 (Divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro - http://www.italgiure.giustizia.it/nir/1960/lexs_36635.html), che è stato poi abolito poi con la legge Biagi a favore della somministrazione di lavoro a tempo determinato. Lo stesso governo, non domo, ha avuto anche il merito, si fa per dire, di tirare fuori dal cilindro i co.co.co. (poi sostituiti con i co.co.pro. dalla Legge Biagi per evitare abusi) ma, soprattutto, i lavori socialmente utili (decreto legislativo n. 468 del 1997 - http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/97468dl.htm), per i quali una sentenza del Consiglio di Stato (n. 3664/2007), ricalcando oramai una giurisprudenza costante (vedi da ultimo la sentenza del Consiglio di Stato n. 1253/2007), ha sottolineto che si tratta di un impegno lavorativo certamente precario: «le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne consentono la qualificazione come rapporto di impiego; e ciò per la considerazione che il rapporto dei lavoratori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali (rientrando nel quadro dei c.d. ammortizzatori sociali); e riguarda un impegno lavorativo certamente precario; non comporta la cancellazione dalle liste di collocamento; presenta caratteri del tutto peculiari quali l'occupazione per non più di ottanta ore mensili, il compenso orario uguale per tutti (sostitutivo della indennità di disoccupazione) versato dallo Stato e non dal datore di lavoro, la limitazione delle assicurazioni obbligatorie solo a quelle contro gli infortuni e le malattie professionali. (in tal senso Cons. St. VI, 10.3. 2003, n. 1301-1307; 18.3.2003, n. 1424; 17.9. 2003, n. 5278; 31.8.2004 n. 5726)».

Dulcis in fundo, gli stessi esponenti del centrosinistra (Pd ed attuale Sinistra Arcobaleno) dopo aver fortemente voluto in commissione Lavoro alla Camera, nel corso dell'attuale legislatura, una indagine conoscitiva sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro (http://www.camera.it/_dati/lavori/bollet/chiscobollt.asp?content=/_dati/lavori/stencomm/11/indag/precariato/elenco.htm) , con la convinzione di reperire dati che confermassero la loro assurda equazione flessibilità = precariato, appena si sono resi conto che i lavori stavano dando indicazioni esattamente opposte alle loro idee, hanno deciso di non redigere una relazione finale conclusiva di tutta l'attività. Insomma, capiamo che dopo aver esaurito gli effetti speciali, un po' opachi a dire il vero, sulle liste dei candidati, l'unico modo per risollevare gli animi tra le fila un po' depresse del Partito Democratico sia quello di provocare una gazzarra, ma proprio su un tema come quello del precariato dovrebbero avere almeno il buon senso di fare un bel mea culpa per gli errori del passato prima di parlare.

Antonio Maglietta

venerdì 14 marzo 2008

Veltroni contro la legge Bossi-Fini. Come Prodi e Ferrero


di Antonio Maglietta - 14 marzo 2008

«Braccia aperte per chi viene a lavorare, ma chi viene per favorire la prostituzione o per spacciare droga deve essere messo in condizioni di non farlo». E' il doppio binario indicato dal leader del Pd, Walter Veltroni, durante la manifestazione, svoltasi mercoledì a Verona per presentare il programma sicurezza del Partito democratico. «La Bossi-Fini - sostiene Veltroni - non ha assolutamente funzionato e si è imbarcata una quantità altissima di immigrazione clandestina». Durezza, dunque, con chi sbaglia ma integrazione «degli immigrati onesti che vengono a lavorare, come noi sappiamo perché siamo stati un popolo di emigranti».

E' curioso, però, che proprio Veltroni parli di porre un freno al flusso migratorio clandestino e di essere duri con chi sbaglia. Forse non ricorda che il governo del presidente del suo stesso partito, Romano Prodi, sotto la spinta emotiva del tragico omicidio della signora Reggiani, avvenuto proprio nella città amministrata da Veltroni, prima adottò un decreto sicurezza e poi lo fece decadere per grossolani errori tecnici e beghe di cortile interne al centrosinistra.

Sul lato dell'immigrazione clandestina, poi, Veltroni, come Prodi e Ferrero, pensa che la panacea ai problemi sia l'istituto della «sponsorizzazione» (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e quello dell'«autosponsorizzazione» (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie). Insomma, due strumenti giuridici in grado di trasformare l'Italia nella «più grande lavanderia mondiale del denaro sporco» e nella direttrice preferita per la tratta degli esseri umani. Infatti è molto probabile che, per quanto riguarda la sponsorizzazione, le organizzazioni criminali sfruttino semplici prestanome incensurati o società di comodo che, facendo da garanti agli immigrati, legalizzerebbero di fatto la tratta degli esseri umani.

L'autosponsorizzazione, invece, potrebbe diventare ben presto per le organizzazioni criminali un comodo strumento per riciclare il denaro sporco: l'organizzazione, infatti, presterebbe del denaro all'immigrato che, agli occhi della legge italiana, sarebbe perfettamente in regola, salvo poi farselo restituire con le buone o con le cattive all'arrivo dello stesso nel nostro Paese, magari inducendolo anche a delinquere pur di ripagare il debito. Per il candidato premier del Pd, inoltre, «la sicurezza va coniugata con una politica di riduzione delle diseguaglianze e delle ingiustizie e una politica di integrazione per impedire che chi ha di meno resti ai margini». Ma da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire. Ma Veltroni, in qualità di sindaco di Roma, che iniziative concrete ha preso in tema di politiche d'integrazione? Ha dato qualche impulso in materia negli organi nei quali siede in virtù della carica istituzionale che ha ricoperto fino a pochissimo tempo fa? Occorre premettere che in tema di programmi concreti per l'integrazione degli stranieri in Italia va segnalato il ruolo del Consiglio Territoriale per l'Immigrazione, che è un organismo collegiale che opera nel territorio provinciale, come previsto dall'art. 57 del DPR n. 394/99 (regolamento di attuazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Il Prefetto è responsabile della formazione e del funzionamento del Consiglio, che ha il compito di analizzare le problematiche dell'immigrazione e di promuovere interventi finalizzati all'inserimento dell'immigrato nel contesto sociale locale. Nel Consiglio, oltre a varie figure pubbliche e private, siede anche il sindaco del Comune capoluogo di Provincia.

Tra gli interventi più significativi che dovrebbero essere promossi dai Consigli, che vengono sostenuti da protocolli d'intesa o da accordi di programma, troviamo l'istituzione di sportelli polifunzionali attivati per orientare gli stranieri, per indirizzarli sulle procedure, per informarli su diritti e doveri, per favorire il loro accesso ai pubblici servizi, o anche per dare visibilità a corsi di formazione professionale. Ora, il Consiglio Territoriale della Provincia di Roma, in cui siede anche il sindaco di Roma, non si è certo contraddistinto per il lavoro svolto. La sua inerzia è palese se si scorre il sito che pubblica le iniziative dei consigli territoriali del Lazio: quelle della Provincia di Roma non ci sono. Scorrendo, invece, il sito della Prefettura di Roma, scopriamo che il consiglio in questione, dalla data di istituzione (1 febbraio 2007 - http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=37.html) si è riunito in tutto 2 volte: il 5 marzo 2007 per la discussione rispettivamente del problema «abitativo» e della «mutilazione genitale femminile» (http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=42.html) e il 30 novembre 2007 per discutere delle nuove procedure di inoltro telematico delle domande di nulla osta al lavoro per cittadini extracomunitari e della gestione dei procedimenti di competenza dello Sportello Unico per l'immigrazione (http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=78.html). Insomma, un pò poco per un consiglio fondamentale come quello della provincia di Roma (53/mo posto tra le province per i servizi in tema di integrazione secondo gli ultimi dati del Cnel), soprattutto se si pensa che nell'ultimo rapporto del Cnel sull'immigrazione c'è scritto chiaramente che: sulla provincia di Roma è d'obbligo dire che la lettura negativa di determinati indicatori (devianza, ospedalizzazione) andrebbe riferita a una popolazione ben più ampia di quella registrata come regolare dal momento che, essendo l'area della capitale un centro metropolitano di primaria importanza, attira di fatto un numero di presenze ben più alto di quello ufficiale, mentre, al contrario, la popolazione di riferimento dovrebbe essere ridotta, essendo presente in provincia un numero oltremodo considerevole di religiosi (V Rapporto degli [link="http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/15/0834_V_Rapporto_indici_di_integrazione.pdf - pag. 35" ext]Indici di integrazione degli immigrati in Italia [/link]).

Insomma, dove era Veltroni quando in qualità di sindaco di Roma aveva il potere di intervenire concretamente sulle politiche di integrazione degli stranieri? E come fa a parlare di sicurezza se, come Prodi e Ferrero, ripropone gli istituti della sponsorizzazione e dell'autosponsorizzazione?

Antonio Maglietta

mercoledì 12 marzo 2008

Gli italiani chiedono sicurezza, ma il Pd non può rispondere



di Antonio Maglietta - 11 marzo 2008

La sicurezza personale va considerata una priorità del nuovo governo - addirittura al primo o al secondo posto - per otto persone su dieci: il dato emerge da una ricerca di Confcommercio con riferimento ai programmi degli schieramenti politici per le prossime elezioni. L'83,6% degli italiani, secondo la ricerca, si sente esposto a tutti i tipi di reati «comuni» (rapina, furto, scippo e borseggio); la stragrande maggioranza, tra il 70 e l'80%, ritiene che l'aumento del fenomeno della criminalità sia legato all'aumento dell'immigrazione. Ma, allo stesso tempo, il 54% ritiene che il modo migliore per contrastare l'immigrazione clandestina sia quello di agevolare la regolarizzazione (anche se a questo dato fa in qualche modo da contrappeso quel 38,6% che ritiene l'intensificazione delle espulsioni la migliore «medicina» per curare l'immigrazione clandestina).

Se si vuole sottolineare un dato politico, il programma del Partito Democratico (pagina 22), che ripropone il progetto del governo Prodi (pagine 5, 7 e 15) sull'introduzione della figura dello sponsor (garanti pubblici o privati per gli immigrati che vengono in Italia per motivi di lavoro senza avere un contratto pregresso) e dell'autosponsorizzazione (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie), non soddisfa né il bisogno di migliorare il canale della regolarizzazione sicura e né quello della lotta al riciclaggio del denaro sporco che ruota intorno al fenomeno dell'immigrazione. Infatti, i due istituti non danno alcuna garanzia in merito perché i garanti privati potrebbero essere facilmente infiltrati da prestanome e servire da vere e proprie lavanderie del denaro frutto dell'economia criminale.

Quali gli strumenti per combattere la criminalità? Secondo la ricerca, circa il 26% degli intervistati mette al primo posto l'aumento delle forze dell'ordine, al quale si aggiunge un 6% che individua nel poliziotto di quartiere uno strumento ulteriormente utile (questo dato va comunque interpretato alla luce del fatto che l'80% del campione intervistato risiede in centri con meno di 200 mila abitanti). Da considerare, poi, che quasi un italiano su due (43,5%) pensa che la ricetta giusta sia mettere al primo posto la certezza della pena. Pena che sempre uno su due (51,1%) considera adeguata per furto, borseggio e scippo (ora fino a tre anni). Per tutti gli altri reati la maggioranza chiede un aumento, a volte anche rilevante, degli anni di carcere. Sul fronte delle reazioni e delle pene da comminare, si assiste peraltro ad una certa moderazione: due italiani su tre (63,2%) non ritengono utile armarsi (anche se un significativo 29,5% ritiene necessario farlo); e la pena di morte è vista con favore da appena il 9,4%.

Un ultimo dato sulla violenza sessuale: mentre il 61% è favorevole all'inasprimento della pena e quasi il 18% addirittura all'ergastolo, circa il 14% chiede la castrazione chimica per gli stupratori. Aumenti che schizzano alle stelle quando la violenza sessuale è perpetrata sui minori: a chiedere il semplice inasprimento della pena è il 35,5%, mentre la castrazione chimica la invoca il 25,7%, l'ergastolo ben il 26,6% e quasi il 10% addirittura la pena di morte. Sulla castrazione chimica per gli stupratori va rilevato che Veltroni, che si è espresso ultimamente a favore della stessa, dovrebbe pagare i diritti d'autore al leghista Calderoli, che l'ha proposta con quasi tre anni di anticipo rispetto all'ex sindaco di Roma. Nel frattempo aspettiamo che Piero Fassino e Antonio Di Pietro prendano posizione anche questa volta e che alla proposta di Veltroni rispondano come fecero qualche anno con Calderoli. Fassino: «Castrazione? Sciocchezze». Antonio Di Pietro: «Un'Italia da Medioevo». Lo faranno?

Mettendo a confronto, infine, le risposte dei commercianti e quelle dei privati si registrano alcune differenze: l'immigrazione, clandestina e non, è vista come la principale causa della microcriminalità per il 79% dei commercianti contro il 75% dei privati; nel contrasto all'immigrazione, oltre la metà dei cittadini privati (53,6%) si schiera per un'agevolazione della regolarizzazione, mentre i commercianti mettono quasi sullo stesso piano agevolazione (44%) ed espulsione (46,6%); tra i reati più temuti, l'aggressione fisica è al primo posto per entrambi i campioni, ma nel caso dei commercianti si riscontra un timore altrettanto elevato anche per la rapina (22,1%); l'autodifesa armata, infine, non è ritenuta necessaria da oltre il 60% degli intervistati di entrambi i campioni, anche se il 35,5% dei commercianti, a differenza del 29,5% dei privati, ritiene utile detenere un'arma.

Insomma, una cosa è chiara: la questione sicurezza è un problema ineludibile e molto sentito dagli italiani e certamente il Partito Democratico non è in grado di dare una risposta sul tema, sia per il recente passato (legato alla famosa vicenda del decreto sicurezza prima strombazzato dopo la morte della signora Reggiani a Roma e poi lasciato decadere per beghe di cortile all'interno della coalizione di centrosinistra) che per il presente (riproposizione della figura dello sponsor e dell'autosponsorizzazione in tema di immigrazione).

Antonio Maglietta

venerdì 7 marzo 2008

La balcanizzazione del Pd



di Antonio Maglietta - 7 marzo 2008

L'operazione «Isola dei Famosi» nella scelta dei candidati delle liste del Pd sta portando ad una vera e propria balcanizzazione della piattaforma programmatica del partito di Veltroni. I candidati del Pd, quelli che dovevano essere uno dei migliori biglietti da visita del nuovo soggetto, rappresentano tutto ed il contrario di tutto: un vero melting pot di storie, tradizioni e, soprattutto, idee profondamente discordanti tra loro. Oggi nella formazione politica guidata da Prodi e Veltroni non solo è possibile trovare per ogni candidato ed idea il loro perfetto opposto all'interno dello stesso partito, ma anche i candidati «foglie di fico» (quelli che dovrebbero far dimenticare agli italiani le sciagurate scelte di Romano Prodi e del suo governo).

Lavoro pubblico e privato: il governo Prodi, nei quasi due anni di attività, si è contraddistinto per le politiche di gestione del personale della Pubblica Amministrazione tendenti al rigonfiamento delle basse qualifiche professionali ed alla mortificazione degli asset dirigenziali. A livello locale, poi, una recente inchiesta giornalistica de Il Sole24 Ore ha assegnato le palme di leaders della classifica degli Enti locali con il maggior tasso di assenteismo tra i loro dipendenti a tre amministrazioni rette dal centrosinistra: il Comune di Roma, la Provincia di Brindisi e la Regione Lazio. La foglia di fico in questo caso si chiama Pietro Ichino, il giuslavorista dell'Università Statale di Milano, ex Cgil, padre mediatico della lotta al fenomeno della nullafacenza nel pubblico impiego, candidato nelle liste del Pd in Lombardia. Ma il professore è anche uno dei sostenitori dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. E a questo punto viene spontaneo chiedersi: dove erano gli esponenti dei Ds e della Margherita, oggi uniti nel Pd, quando la Cgil fece lo sciopero generale nel 2002 proprio contro quello che oggi vorrebbe fare Ichino dalle file del partito di Veltroni? Con la Cgil. Dopo 6 anni Veltroni ed il suo partito hanno cambiato idea? Bene. Aspetteremo pazientemente che arrivi il mea culpa per le scelte passate.

Sicurezza sul lavoro: per un Matteo Colaninno, ex presidente dei giovani di Confindustria (organizzazione che in questi giorni, attraverso la sua dirigenza, si oppone duramente all'emanazione dei decreti attuativi della legge in materia di sicurezza sul lavoro - legge 3 agosto 2007, n. 123 - perché giudica la legge-delega troppo punitiva), c'è un Antonio Boccuzzi, l'unico operaio superstite del rogo delle acciaierie ThyssenKrupp a Torino del 6 dicembre scorso. Indipendentemente dal merito del contendere, come ha recentemente sottolineato Fausto Bertinotti, uno è di troppo.

Temi etici: i problemi del Partito Democratico in materia erano già grossi. Ma c'è stato il salto di qualità: ora sono diventati enormi e laceranti da quando nelle liste sono stati imbarcati anche i Radicali di Marco Pannella. Poi è arrivata anche la candidatura di Umberto Veronesi, noto non solo per la sua encomiabile attività professionale, ma anche per le sue posizioni a favore dell'eutanasia (Umberto Veronesi, Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Milano, 2005). Nel frattempo, forse per marcare le differenze, la teodem Paola Binetti scrive nel suo sito che nel suo personale programma c'è «la tutela della vita e della salute, dal concepimento fino alla morte naturale».

Dulcis in fundo, la delicata gestione mediatica, in campagna elettorale, del rapporto tra il Pd ed il governo Prodi: fino ad ora i maggiorenti del partito, compreso Veltroni, hanno tenuto una posizione morbida, con toni soft che promuovevano velatamente l'operato del Professore e, soprattutto, l'azione del viceministro Visco. Ma ecco che nell'ultima puntata di Ballarò Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica e candidato «foglia di fico» di Veltroni per le relazioni industriali, ha sparato a zero sia su Prodi che su Visco («San Clemente Mastella ha fatto bene al Paese, perché ha fermato il governo», e sul viceministro dell'Economia: «Per carità di Dio, spero non lo ricandidino».

Il 26 gennaio scorso Walter Veltroni aveva dichiarato: «E' tempo della chiarezza, della governabilità, della serenità». Bene, allora storicamente non è il suo momento.

Antonio Maglietta

mercoledì 5 marzo 2008

Assenteismo record negli enti governati dal centrosinistra



di Antonio Maglietta - 5 marzo 2008

Il Sole 24 Ore torna a parlare di assenteismo e, in una inchiesta richiamata in prima pagina, denuncia che cresce negli enti locali. «Secondo le ultime rilevazioni riferite al 2006 del ministero dell'Economia - scrive il quotidiano economico -, il tasso di assenza è cresciuto del 9,3 per cento nei Comuni e del 13,8 nelle Province», evidenziando come «in vetta alla graduatoria degli uffici vuoti si trova il Comune di Roma, dove sono totalizzati 39 giorni di assenza per dipendente, escluse le ferie e permessi non retribuiti». Roma capitale d'Italia e dell'assenteismo nel pubblico impiego. Con una media di quasi 39 diserzioni pro capite, ferie escluse, i dipendenti del Campidoglio sono quelli che in Italia mancano di più dal posto di lavoro.

Nel 2006 ogni impiegato del Comune capitolino è rimasto a casa 38,9 giorni, quasi due settimane in più rispetto alla media nazionale di 25,6 giorni. Un vero boom, se confrontato con i dati del 2005, inferiori del 40 per cento. Come confermato recentemente dall'assessore al Personale Lucio D'Ubaldo, l'assenteismo costa ogni anno alle casse del Comune di Roma oltre cento milioni di euro.

Lo scorso anno (i dati si riferivano al 2005), in una analoga classifica pubblicata sempre dallo stesso quotidiano, l'amministrazione romana era al 15° posto, con 28,1 giorni di assenza pro capite dei suoi dipendenti. In un anno c'è stato un bel balzo in classifica e circa 10 giorni di assenza in più per ogni dipendente. Tutto compreso, in generale, le giornate senza scrivania di un dipendente comunale medio sono 56, il 22 per cento delle giornate lavorative di un anno. Il suo alter ego in Provincia arriva fino 50 giorni. Ma la palma assoluta spetta ai dipendenti degli enti di ricerca, che evitano di recarsi sul posto di lavoro per 58 giorni all'anno.

Se consideriamo le province, il primo posto in classifica spetta all'amministrazione brindisina, retta da una coalizione di centrosinistra, che registra un tasso di assenteismo tra i suoi dipendenti del 32,4 per cento. Sul piano regionale, invece, il Lazio si conferma in cima alla classifica delle assenze facili. Negli uffici dell'ente amministrato da Piero Marrazzo (Partito Democratico) i dipendenti mancano in media 32,5 giorni l'anno, con un leggero miglioramento rispetto al 2005 (- 4 per cento). Secondo gli ultimi dati Istat, relativi però al 2005, il tasso di assenze nel comparto pubblico si attesta sul 20,1%, in pratica il 54% in più rispetto alla media nelle grandi aziende (fermo al 13.1). Un rapporto di cinque a uno. Nonostante i sindacati confederali neghino anche l'evidenza, è chiaro che i conti non tornano.

Ma c'è anche un dato politico da sottolineare. Le amministrazioni locali che conquistano il poco invidiabile primato nella classifica sul tasso di assenteismo dei propri impiegati (il Comune di Roma,la Provincia di Brindisi e la Regione Lazio) sono rette tutte e tre dal centrosinistra. E' questa la buona politica di gestione del personale pubblico del Partito Democratico di Veltroni?

Antonio Maglietta

lunedì 3 marzo 2008

Le scelte demagogiche di Veltroni


di Antonio Maglietta - 1 marzo 2008

E' risaputo che Walter Veltroni sia un amante del cinema. Forse lo è anche degli effetti speciali. Sicuramente ha una voglia matta di stupire gli italiani, di intontirli con trovate a sorpresa per far dimenticare le pessima gesta del governo Prodi, presidente e padre nobile riconosciuto del Partito Democratico. Ogni giorno il mago Walter tira fuori la sua personale mandrakata: una candidatura a sorpresa spacciata come la panacea dei mali che affliggono l'Italia. Ma venghino siore e siori! Ecco a voi il candidato che risolverà il problema! Il nostro Paese è diventato una repubblica politicamente gerontoiatrica, nel senso che il nostro Parlamento è pieno zeppo di persone che ricoprono ininterrottamente incarichi politici da almeno quarant'anni, peraltro con risultati alquanto discutibili? Nessun problema: Veltroni candida alle elezioni politiche Marianna Madia, ventisettenne dal viso angelico, come capolista del Partito Democratico nel Lazio. Problema risolto. Gli infortuni e le morti sul lavoro sono diventati una piaga insopportabile che sta assumendo i contorni di una vera e propria vergogna? Ecco che spunta la candidatura di Antonio Boccuzzi, uno degli operati sopravvissuti al tragico incidente alla fabbrica della ThyssenKrupp di Torino. In Italia c'è un problema di salari troppo bassi che colpisce soprattutto i giovani che, oltre alla frustrazione del non poter andare a vivere fuori dalla casa dei genitori, perché pagarsi un affitto porterebbe via i 2/3 dello stipendio, si devono sentire anche chiamare «bamboccioni» dal ministro dell'Economia del governo di centrosinistra? No problem, direbbe l'hollywoodiano Walter: ecco la candidatura di Loredana Ilardi, operatrice di un call center di Palermo, che a 33 anni guadagna 700 euro al mese. La piattaforma programmatica del centrosinistra è storicamente carente sul lato dello sviluppo del tessuto imprenditoriale italiano e poco attenta alle richieste di quel mondo che a gran voce chiede meno tasse per essere più competitivo? Direttamente dalla poltrona della presidenza dei giovani di Confindustria arriva Matteo Colannino. Il mercato del lavoro italiano è troppo ingessato, stretto come è nella morsa soffocante delle tasse e della burocrazia? Il pubblico impiego italiano ha bisogno di una scossa all'insegna di una maggiore produttività? Walter Veltroni per tutta risposta candida in Lombardia il professor Pietro Ichino, promotore della campagna contro i nullafacenti del pubblico impiego nonché, udite udite, uno dei sostenitori dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questo è in contrasto con la politica degli ultimi 60 anni del centrosinistra italiano e Ichino è un paravento, una voce fuori dal coro nel Partito Democratico su questi temi? Nessun problema, al massimo se ne parlerà in futuro.

Dopo le decisioni di candidare il professor Umberto Veronesi e di dare il via libera all'ingresso dei Radicali di Emma Bonino e Marco Pannella nel Partito Democratico, che hanno sollevato pubbliche critiche da parte di alcuni esponenti dell'area cattolica dello stesso partito e l'attacco frontale del periodico «Famiglia Cristiana», c'è un problema sul come affrontare determinati temi etici che rischiano di minare il mai trovato equilibrio tra ex Ds ed ex della Margherita? La soluzione alle polemiche suscitate da alcune candidature è un'altra candidatura: quella di Andrea Sarubbi, popolare conduttore della trasmissione televisiva Rai «A Sua Immagine».

Insomma, a furia di stupire Veltroni sta imbarcando nelle liste del Partito Democratico tutto ed il contrario di tutto, con il risultato che oggi la piattaforma programmatica del suo partito è un frullato di proposte contraddittorie potenzialmente indigeste per il nostro Paese che, invece, ha bisogno di scelte precise. Indipendentemente dalle qualità di questi candidati, per carità tutti rispettabilissimi, non è così che si affrontano i problemi.

Da tempo ci sono segnali negativi sull'andamento dell'economia mondiale. Servono scelte di polso, chiare e realistiche. «La situazione è molto, molto difficile e gli italiani devono essere consapevoli di questo»: così Silvio Berlusconi che ospite di Maurizio Belpietro venerdì su Canale 5, nella trasmissione «Panorama del giorno», ha spiegato che, una volta al governo, sarà difficile fare miracoli. «Nel programma c'è una frase precisa - ha detto il cavaliere - ossia che non promettiamo e non facciamo miracoli». Parole sacre.

Antonio Maglietta

venerdì 29 febbraio 2008

Immigrazione. Il problema del denaro sporco



di Antonio Maglietta - 28 febbraio 2008

Quello dei money transfer si propone sempre più come «un sistema bancario alternativo, che rischia di mettere in crisi anche quello legale, essendo stati identificati circa 25 mila punti di raccolta di denaro presenti in Italia, dei quali si stima che il 30% - circa 8 mila - siano illegali». A lanciare l'allarme è la Relazione conclusiva dell'attività della Commissione parlamentare Antimafia, presentata mercoledì a Roma, nel capitolo dedicato al riciclaggio. Il servizio money transfer consente di inviare e/o ricevere denaro presso una qualsiasi location nel mondo (con riferimento all'agenzia presso la quale si effettua il trasferimento dei soldi) nel giro di pochissimi minuti (anche solo 20). E' pensato per chi, per varie ragioni, ha la necessità di spedire o ricevere piccole somme di denaro in modo veloce, sicuro e riservato e senza troppi impacci burocratici. Chiunque, infatti, senza particolari controlli, può inviare o ricevere denaro in contanti, in qualsiasi paese. E' sufficiente presentare un documento d'identità e non è necessario essere titolari di un conto bancario o postale, né possedere una carta di credito. Questi punti di raccolta - segnala il documento della Commissione - utilizzano anche i tabaccai, gli internet point, i phone center: nel solo 2005 sono transitati, attraverso i money transfer italiani, come rimesse effettuate dagli immigrati, circa 1,4 miliardi di euro, a fronte dei 750 milioni di euro del sistema bancario ufficiale. Un fiume di denaro che «nella maggioranza dei casi non si sa da dove provenga e dove vada a finire».

Ben 400 agenzie di trasferimento di denaro completamente abusive sono state scoperte a conclusione dell'indagine «Easy money» condotta dalla Procura di Ancona ed è emerso che, in questo movimento internazionale di soldi, l'Italia è seconda al mondo dopo gli Stati Uniti. Il procuratore Grasso ha citato quello che potrebbe essere definito il modello che ricalca quello reso famoso dal film «La stangata»: ad Ancona, infatti, è stata aperta un'agenzia che in quattro mesi ha fatto viaggiare 1,5 milioni di euro verso la Colombia. Soldi che servivano a pagare una partita di stupefacenti. L'agenzia era stata creata ad hoc e subito dopo è scomparsa. I problemi che pone questo tipo di agenzie sono seri. «Causa di ciò - conclude la Commissione - è stata rintracciata nella possibilità di operare abusivamente in questo settore e nella difficoltà dei controlli dovuta alla proliferazione dei punti di raccolta. Appare ormai evidente che le agenzie che svolgono trasferimenti di denaro possono rappresentare un canale per convogliare flussi di denaro che proviene da attività illecite».

L'Antimafia propone di definire con una norma chiara il concetto di «operazione sospetta», attraverso il ricorso a «indicatori di anomalie finanziarie». Tra le altre proposte, quella di incrementare la potenzialità dissuasiva della sanzione penale a fronte del mancato rispetto degli obblighi di segnalazione e identificazione, attualmente affidata a una sanzione pecuniaria. Infatti - afferma la relazione dell'Antimafia sul tema - «appare quanto mai paradossale il fatto che, allo stato, in Italia i dati sul reato di riciclaggio siano ben poco significativi, poiché in tale ambito si producono poche indagini e ancor meno processi si concludono con sentenze di condanna».

Senza criminalizzare il sistema dei money transfer, strumento utile se usato per scopi legali, è evidente che intorno al tema dell'immigrazione gira un mare di soldi e che molte volte si tratta di denaro sporco gestito da organizzazioni criminali. Anche alla luce di questi dati di fatto appare ancora più inconcepibile la proposta del governo Prodi (pagine 5, 7, 15), presente anche nel programma del Partito Democratico di Veltroni (pagina 22), di introdurre nell'ordinamento italiano l'istituto della cosiddetta «sponsorizzazione» (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e quello dell'«autosponsorizzazione» (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie). E' facile pensare, infatti, che tali istituti, così come sono stati proposti nel cosiddetto disegno di legge delega Amato-Ferrero e ripresi nel programma del partito dell'ex sindaco di Roma, essendo privi di un sistema di controlli adeguato, che sarebbe peraltro difficilmente realizzabile, rischierebbero di diventare ben presto delle vere e proprie lavanderie del denaro sporco proveniente dai più disparati traffici dell'economia criminale mondiale. Insomma, se come sistema-paese vogliamo scalare i vertici delle classifiche economiche internazionali, non facciamolo certo partendo da quelle criminali.

Antonio Maglietta

mercoledì 27 febbraio 2008

Veltroni boccia la classe dirigente del suo partito al Sud



di Antonio Maglietta - 26 febbraio 2008

Achille Serra sarà candidato nelle liste del Partito Democratico alle prossime elezioni. Lo annuncia Walter Veltroni, intervenendo a «Radio anch'io». Continua, quindi, l'operazione «Isola dei famosi»: «Voglio annunciare qui un'altra candidatura di cui siamo particolarmente orgogliosi, la candidatura del prefetto Achille Serra, che oggi è a capo della struttura che si occupa della lotta alla corruzione». Così orgogliosi di quel ruolo da volerlo eliminare. Sì perché il ministro Bersani aveva inserito il commissario anticorruzione nella lista degli enti inutili da tagliare con la Finanziaria 2008. Poi la struttura, con sede nella centralissima piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, venne graziata, insieme a tanti altri enti che di colpo, da un giorno all'altro, vennero riabilitati e giudicati utili da Prodi ed i suoi ministri. Dice ancora Veltroni: «Achille Serra è un uomo con cui ho lavorato nel corso di questi anni, con il quale è maturato - sottolinea il leader del Pd- un rapporto di grande stima e di grande lealtà nell'affrontare problemi drammatici. Sono stato molto contento quando lui ha accettato la nostra proposta, e lo considero una parte di quello sforzo di fare un grande rinnovamento delle nostre liste». Con tutta la stima per Achille Serra, rinnovamento fino ad un certo punto. Veltroni forse dimentica che Serra non è certo nuovo alle avventure politiche. Infatti è stato già parlamentare, eletto nelle liste di Forza Italia nella circoscrizione III LOMBARDIA 1, nella XIII Legislatura (l'Assemblea accettò poi le sue dimissioni il 31 marzo 1998, dopo che le aveva già respinte una prima volta il 17 febbraio dello stesso anno - http://legislature.camera.it/altre_sezioni/leg13/).

Ma dopo la candidatura di Luigi De Sena (in Calabria) e ora quella di Serra (probabilmente in Campania), due alti funzionari dello Stato, non si può osservare che c'è una sorta di commissariamento della Calabria e della Campania? chiede l'intervistatore durante la trasmissione radiofonica. «No, il prefetto De Sena è stata una scelta molto meditata. E' stato un protagonista della lotta alla ndrangheta - replica Veltroni - e per noi ha un significato che va oltre l'esperienza regionale. E poi pensiamo che in queste regioni serva una forte e radicale innovazione del modo di porsi delle istituzioni e dei governi e su questo ci dovremo impegnare». Se quella di Veltroni non è una bocciatura piena e senza appello alla classe dirigente del Pd nelle due regioni meridionali e, soprattutto, ai loro vertici istituzionali, Antonio Bassolino e Agazio Loiero, poco ci manca. Ma allora perché Veltroni non prende le distanze in maniera aperta e palese dalla gestione politica del suo stesso partito in queste regioni? E' chiaro che presentarsi mediaticamente come il nuovo che avanza e poi riscoprirsi a livello locale come il vecchio che resiste allo tsunami del nuovismo imperante, abbarbicato tenacemente alla poltrona del potere, è un problema serio per Veltroni e per l'immagine «nuova e giovane» del Pd che i media amici vogliono far bere all'opinione pubblica. Tuttavia ci si aspettava almeno un qualche gesto chiaro in più dall'ex sindaco di Roma, dopo i due micidiali dietrofront del «lascio la politica» e «il Pd corre da solo» clamorosamente smentiti dai fatti. Ma oramai ci abbiamo fatto l'abitudine.

Il leader del Pd boccia la classe dirigente del suo stesso partito in Campania e Calabria ma anche no. Il ragionamento è semplice e lineare: in fondo anche due vecchie volpi della politica come Bassolino e Loiero, seppur nascosti dall'ex sindaco di Roma come si fa con la polvere sotto il tappeto quando si hanno ospiti in casa, portano voti e quelli, nella mente del neofuturista Veltroni che parla di velocità e nuovismo, non sono né vecchi e né impresentabili, sono voti in più che fanno comodo e basta.

Antonio Maglietta

mercoledì 20 febbraio 2008

I 12 punti di Prodi e Veltroni



di Antonio Maglietta - 20 febbraio 2008

Nei giorni scorsi Walter Veltroni, dopo aver nascosto per bene dal punto di vista mediatico Romano Prodi, ha sciorinato il suo vago e fumoso programma di governo. Vediamo quali sono le novelle XII Tavole veltroniane, che tanto ricordano i famosi 12 punti «non negoziabili» del programma presentato dal Professore dopo la crisi di governo del febbraio 2007.

1. Infrastrutture ed energia. Basta con l'ambientalismo Nimby (Not In My Back Yard, ndr), che cavalca «ogni protesta», dice Veltroni. Sì all'ambientalismo «del fare»: ai termovalorizzatori per trattare i rifiuti, anche alla Tav. Belle parole, ma l'ambientalismo del fare di cui parla Veltroni è quello dell'attuale presidente della regione Campania, nonché esponente di spicco del Partito Democratico, Antonio Bassolino?
2. Sud. Al secondo punto del programma del Pd c'é il Mezzogiorno. Qui - bacchetta il segretario - bisogna cambiare velocità. E lo stesso bisogna fare per i trasporti. Entro il 2013 il passo deve essere quello del resto dell'Europa sviluppata. Belle parole anche in questo caso: se il neofuturista Veltroni, che parla di velocità, ci dicesse pure come intende realizzarla, sarebbe meglio. Nel frattempo, guardando ai fatti, la velocità del Partito Democratico al Sud è modulata dai presidenti delle Regioni Campania e Calabria, Antonio Bassolino e Agazio Loiero. Non ci risulta che l'amministrazione di governo delle citate Regioni possa essere presa a modello di efficienza e di velocità.
3. Spesa pubblica. Spendere meglio, spendere meno. Uno slogan che riassume bene gli obiettivi che vuole centrare il Pd. La spesa pubblica è «il banco di prova decisivo» del nuovo governo, afferma Veltroni. Peccato che qualche giorno fa il Sole 24 Ore abbia pubblicato uno studio secondo cui sul bilancio pubblico del 2008 peserà un «buco» di 7 miliardi di euro: spese che il governo di Romano Prodi, presidente del partito di Veltroni, ha rinviato dal 2007 al 2008. Si tratta delle risorse necessarie al rinnovo dei contratti pubblici (fra i 2 ed i 6 miliardi), di quelle destinate alle Ferrovie dello Stato (2 miliardi), del miliardo ed 800 milioni di rinvio di spese varie, dei 600 milioni per l'emergenza rifiuti in Campania e dei 300 milioni di costo delle elezioni anticipate. Nel complesso, appunto, 7 miliardi di euro: lo 0,4-0,5% del Pil. Inoltre dai 1.575,4 miliardi del dicembre 2006, il debito pubblico è salito di circa 51,8 milioni con un incremento del 3,3%. Lo ha rilevato nei giorni scorsi il supplemento Finanza Pubblica di Bankitalia.
4. Tasse. Fisco più leggero per tutti. Meno tasse per famiglie, imprese e lavoratori: dal 2009 Veltroni promette un taglio delle aliquote Irpef di un punto l'anno per tre anni. Ma il segretario del Pd ne ha già parlato con Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa («Le tasse? Bellissime»)? La pressione fiscale sugli italiani, che alla fine del 2005 era al 40,6% del Prodotto interno lordo, nel 2006 è cresciuta al 42,3% e nel 2007 è schizzata al record decennale del 43% (L'economia italiana nel 2008. Relazione Previsionale e Programmatica per il 2008, del 28 settembre 2007, pagina 8 - fonte: Ministero dell'Economia).
5. Donne. Idee chiare su nodi delicati come la 194. «E' una buona legge, che va difesa», afferma Veltroni. Nessuno ha ancora capito, però, se quando parla di difesa della legge 194 si riferisce anche alle parti inattuate della norma e se, soprattutto, concorda con le idee dei cosiddetti «teodem» del Partito Democratico e della loro tenace leader Paola Binetti: «Giusto salvare il feto anche se la madre dice no».
6. Affitti. Il Pd propone un grande piano di social housing per aumentare l'offerta di case in affitto e un fisco più amico, con la possibilità, tra l'altro, di sgravi fino a 250 euro al mese. Tutte belle parole, ma nel frattempo, con la Finanziaria 2008 di Prodi, ai giovani sono arrivati un insulto (il famoso «bamboccioni» del ministro dell'Economia) e una misera mancia per gli affitti: chi ha un reddito fino a 15.494 potrà avere una detrazione di 300 euro all'anno (25 euro al mese), mentre chi rientra nei 30.987 euro avrà diritto a 150 euro.
7. Bambini. Dote fiscale per i figli da 2.500 euro annui e più asili nido: raddoppiare il numero nei prossimi 5 anni. Non solo lotta alle violenze contro i più piccoli, in primis contro la pedofilia. Questa parte è copiata dai 12 punti del programma di Prodi. E poi: esiste qualcuno, nel mondo politico, che sia favorevole della pedofilia?
8. Scuola e università. Creare 100 campus entro il 2010; poi, test periodici per valutare gli studenti. Parola d'ordine: favorire e premiare il merito. Ci si è già dimenticati delle parole del ministro Mussi sui tagli a scuola e ricerca?
9. Lotta alla precarietà. Veltroni la spara grossa: salario minimo di 1.000 euro per i precari e poi percorsi per rendere stabile il lavoro, anche attraverso incentivi alle imprese. Qui viene fuori la rigidità ideologica della sinistra, che non tramonta mai. Come ha ben ricordato Maurizio Sacconi, «la legge Biagi ha introdotto il criterio della congruità della remunerazione rispetto alla prestazione, ma stabilire una soglia minima è un non senso perché significa dimenticare che devono essere prestazioni autonome al risultato per cui possono essere anche rare ovvero di bassa intensità lavorativa. Basti pensare a quelle collaborazioni degli studenti o delle madri di famiglia che sono interessate ad attività limitate nel tempo per conciliarle con gli altri impegni».
10. Sicurezza. E' uno dei primi, forse il primo diritto di ciascuno, dice il segretario. E allora, il futuro prevede più agenti per le strade e nuove tecnologie. Non solo. «La sicurezza dipende anche dalla certezza della pena», afferma Veltroni. Già dimenticate le parole del Papa sul degrado della Capitale amministrata da Veltroni?
11. Giustizia e legalità. Il Pd chiede trasparenza per le nomine, interne e esterne. Niente candidature in parlamento, poi, per chi è stato condannato per reati «gravissimi», dalla mafia alla concussione. Non manca un impegno sui tempi della giustizia, ovviamente per accelerarli. Ma perché, c'è qualcuno che voglia rallentarli? E poi, tralasciando la genericità degli impegni presi da Veltroni, che vogliono dire tutto e niente, va rilevato che il Pd dovrà fare i conti con la politica giustizialista imposta dall'alleanza con Di Pietro: più che un apparentamento tra Partito Democratico e Italia dei Valori, si tratta di un ammanettamento.
12. Riforma tv. Doppia ricetta del Pd: superare il duopolio Rai-Mediaset e poi, per la tv di Stato, via libera a una fondazione titolare delle azioni che nomini un amministratore unico del servizio. Un amministratore unico di area Pd, vero? La storia insegna che è bene andare con i piedi di piombo quando la sinistra parla di televisioni.

In conclusione, va aggiunto che lunedì, dalle pagine del quotidiano La Repubblica, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ha dato la sua benedizione al programma del Partito Democratico di Walter Veltroni: «No, non dico che il programma di Veltroni è il nostro programma. Porta male», però «vedo un'attenzione nelle proposte del Pd al tema del lavoro, dai precari alla questione dei redditi, che rappresenta un segnale positivo e interessante». Viste le storiche posizioni regressiste del sindacato rosso, l'appoggio di Epifani toglie anche gli ultimi dubbi sul fatto che il programma di Veltroni-Prodi sia quello che serve all'Italia.

Antonio Maglietta

lunedì 2 luglio 2007

Veltroni delude su lavoro e pensioni


di Antonio Maglietta - 28 giugno 2007

E' la lotta alla precarietà la grande frontiera attuale che il Partito democratico ha davanti a sé. Lo ha affermato Walter Veltroni, secondo il quale «è la precarietà, soprattutto la precarietà dei giovani quella che noi dobbiamo combattere. In un tempo fantastico della loro vita - ha detto tra gli applausi dei sostenitori che riecheggiavano nel Lingotto di Torino - a loro viene detto solo di aspettare, aspettare di avere un lavoro serio, un mutuo per la casa. Ma la vita non può essere saltuaria, non può essere part-time. Un imprenditore - ha proseguito - può assumere così all'inizio, ma poi spetta alla comunità rendere certo l'incerto».

E toccando il tema spinoso della riforma del sistema pensionistico: «Serve un nuovo patto generazionale» dal momento che la vita degli italiani si è allungata e dunque occorre garantire che il sistema pensionistico regga. «Lo stato sociale fu pensato per far fronte alle esigenze degli italiani riguardo alla malattia e alla vecchiaia». Quindi Veltroni ha ricordato il discorso del governatore della Banca d'Italia riguardo all'allungamento della vita degli italiani: «E' una buona notizia ma sarà una disgrazia se saremo conservatori pretendendo di far fronte ai problemi con delle vecchie ricette», quindi ha osservato che è necessario «un rinnovato rapporto tra le generazioni che anche oggi deve ispirarsi alla solidarietà ma modificare gli strumenti per attuarla, su questo siamo in ritardo».

Il sindaco di Roma aveva promesso di voler smettere i panni oramai stretti del «buonista» per indossare quelli più consoni di un vero leader decisionista. Insomma, dopo il lancio dello slogan pseudo-buonista I care ci aspettavamo qualcosa di più coraggioso, una sorta di my way chiaro, duro e di parte ma comunque innovativo rispetto ai vecchi schemi, oramai logori, delle «sinistre regressiste» (copyright di Giampaolo Pansa) o di quelle pseudo-riformiste. Ed invece no. La platea politica, dal lato del centrosinistra, si deve accontentare di un più semplice ed opportunistico «un colpo al cerchio ed uno alla botte».

Infatti Walter Veltroni, nella suo personale d-day politico, sul tema del lavoro ha cercato di accontentare la sinistra radicale riproponendo il vecchio schema, oramai superato, secondo cui la flessibilità e il precariato sarebbero sostanzialmente la stessa cosa; dal lato delle pensioni ha rispolverato, invece, la vecchia soluzione buonista del «patto generazionale» riuscendo, da vero equilibrista, a trovare una inutile e qualunquista sintesi tra i moniti di tutte le organizzazioni nazionali ed internazionali, che invitano a mantenere lo «scalone Maroni», ed i dicktat dei sindacati nostrani che chiedono l'esatto contrario.

Il «lavoro» e le «pensioni» sono un terreno politicamente minato. Sono probabilmente i temi più caldi tra quelli storici (in generale lo è il tema del welfare) perché una qualsiasi riforma in quei campi incide direttamente sul quotidiano delle persone e, quando si tocca la quotidianità, la percezione del cambiamento da parte della gente comune è immediata e la reazione talvolta irrazionale. Inoltre stiamo parlando dei due temi «giovani» per eccellenza, ossia di quelle questioni che farebbero risvegliare anche il giovane più svogliato e politicamente distratto. Insomma, si tratta di temi in cui un vero leader decisionista non può tracheggiare o navigare a vista, lanciare il sasso e vedere l'effetto che fa. Veltroni lo ha fatto. Non è stato capace di dare una linea convincente ed innovativa. Un leader che si ispira alla politica statunitense, immolata all'osservanza del dogma del pragmatismo ma anche ad una forte logica decisionista, aveva il dovere di essere più coraggioso.

Le scelte possibili erano due: 1.(modello socialdemocratico europeo) spostare a sinistra la linea politica del nascente Pd, teorizzando un attacco alla flessibilità nel mercato del lavoro e la centralità assoluta del contratto a tempo indeterminato (compreso il primo impiego e le tipologie più dinamiche come, ad esempio, quelle riscontrabili nel settore del turismo o nel lavoro cosiddetto stagionale) e, dal lato delle pensioni, accettare le proposte dei sindacati. 2. (Modello Partito Democratico statunitense) Accettare «la flessibilità» come strumento utile per aumentare il tasso di occupazione, soprattutto tra i giovani, e lanciare una sfida innovativa al centrodestra sul tema dei nuovi ammortizzatori sociali e sulla riforma dello statuto dei lavoratori. Sul lato delle pensioni, invece, tranciare di netto il cordone ombelicale con i sindacati confederali. Niente di tutto questo. Veltroni ha scelto la via mediana e l'attendismo. Una vera delusione.

Antonio Maglietta
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