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martedì 23 novembre 2010

Sicurezza: il governo risponde con i fatti a paure e ansie dei cittadini



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 23 novembre 2010

Secondo il rapporto Istat «Reati, vittime, percezione della sicurezza», riguardante gli anni 2008-2009 e presentato lunedì a Roma, il 48,5% degli italiani è influenzato dalla criminalità, il 25,2% non esce mai di casa da solo la sera per paura di esserne vittima. I più insicuri di tutti sono i cittadini del Sud (33,2%), in particolare quelli campani, e ad avvertire più paura sono le donne (37%), soprattutto le giovanissime tra i 14 e i 24 anni (addirittura il 60,3%). Nel corso dei 12 mesi precedenti l'intervista, nel biennio 2008-2009 i cittadini rimasti vittime sono stati il 5,7 per cento del totale. Per quanto riguarda i reati contro la proprietà si è trattato in primo luogo di furti di oggetti personali (2,2%), seguiti dai borseggi (1,6%) e dagli scippi (0,5%). Tra i reati violenti al primo posto si collocano le minacce (0,9 per cento), seguite dalle aggressioni (0,6 per cento) e dalle rapine (0,4 per cento). Le paure e le ansie dei cittadini quando si parla di criminalità non si affrontano, come spesso si sente dire da alcuni esponenti di sinistra, dicendo che sono solo frutto di una percezione e, quindi, non motivate da quella che è la realtà dei fatti. La risposta deve essere la lotta senza quartiere al crimine. E' questa la grande differenza che crea un abisso, sul tema di come affrontare la questione, tra la sinistra e il centrodestra.

Gli indubbi successi messi a segno dallo Stato in quest'ambito non sono arrivati certo per caso. Sono il frutto di una serie di fattori tra cui lo straordinario impegno di tutti gli uomini delle istituzioni che lavorano quotidianamente nell'ombra, lontano dalle luci della ribalta, e la produzione normativa del Governo, frutto dell'adempimento dell'impegno preso in campagna elettorale per le politiche del 2008 dal Popolo della Libertà, ha approvato, su proposta del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del Ministro dell'interno, Roberto Maroni, un altro pacchetto di disposizioni in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità organizzata che va ad arricchire la ricca produzione normativa di questo governo in queste delicate materie.
Dall'inizio di questa legislatura si contano ben 26 provvedimenti (considerando solo quelli approvati definitivamente e attualmente in vigore) da parte del Governo Berlusconi in questo ambito. Quasi un intervento normativo al mese da quando è entrato in carica. L'elenco:

Decreto-Legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, poi convertito dal Parlamento nella Legge 24 luglio 2008, n. 125;

Decreto-Legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, poi convertito dal Parlamento nella Legge 6 agosto 2008, n. 133;

Decreto del ministro dell'Interno 5 agosto 2008 - Incolumità pubblica e sicurezza urbana. Interventi del sindaco;

Decreto-Legge 2 ottobre 2008, n. 151 - Misure urgenti in materia di prevenzione e accertamento di reati, di contrasto alla criminalità organizzata e all'immigrazione clandestina, poi convertito dal Parlamento nella Legge 28 novembre 2008, n. 186;

Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento della Gioventù - Decreto 30 dicembre 2008 - Bando di concorso per la sicurezza stradale;

Direttiva del Ministro dell'Interno per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili 26 gennaio 2009 - Circolare ai Prefetti della Repubblica;

Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 - Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, poi convertito dal Parlamento nella Legge 23 aprile 2009, n. 38;

Decreto legislativo 11 maggio 2009, n. 54 - Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 22 giugno 2007, n. 109, recante attuazione della direttiva 2005/60/CE, concernente misure per prevenire, contrastare e reprimere il finanziamento al terrorismo e l'attività di Paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale;

Decreto-legge 15 giugno 2009, n. 61 - Disposizioni urgenti in materia di contrasto alla pirateria, convertito dal Parlamento nella Legge 22 luglio 2009, n. 100;

Legge 30 giugno 2009, n. 85 (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008) - Adesione della Repubblica italiana al Trattato concluso il 27 maggio 2005 tra il Regno del Belgio, la Repubblica federale di Germania, il Regno di Spagna, la Repubblica francese, il Granducato di Lussemburgo, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica d'Austria, relativo all'approfondimento della cooperazione transfrontaliera, in particolare allo scopo di contrastare il terrorismo, la criminalità transfrontaliera e la migrazione illegale (Trattato di Prum). Istituzione della banca dati nazionale del Dna e del laboratorio centrale per la banca dati nazionale del Dna. Delega al Governo per l'istituzione dei ruoli tecnici del Corpo di polizia penitenziaria. Modifiche al codice di procedura penale in materia di accertamenti tecnici idonei ad incidere sulla libertà personale;

Legge 15 luglio 2009, n. 94 - Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (il disegno di legge è stato deliberato dal Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008);

Decreto ministro dell'Interno 8 agosto 2009 - Determinazione degli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari, requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio e modalità di tenuta dei relativi elenchi, di cui ai commi da 40 a 44 dell'articolo 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Direttiva del ministro dell'Interno 14 agosto 2009 - Disposizioni per la stagione calcistica 2009/2010;

Direttiva del ministro dell'Interno 14 agosto 2009 - Direttiva per garantire un'azione coordinata di prevenzione e contrasto dell'eccesso di velocità sulle strade;

Decreto ministro dell'Interno 15 agosto 2009 - Accertamento, da parte delle questure, della sussistenza dei requisiti ostativi al rilascio di accesso ai luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive;

Decreto ministro dell'Interno 15 settembre 2009, n. 154 - Regolamento recante disposizioni per l'affidamento dei servizi di sicurezza sussidiaria nell'ambito dei porti, delle stazioni ferroviarie e dei relativi mezzi di trasporto e depositi, delle stazioni delle ferrovie metropolitane e dei relativi mezzi di trasporto e depositi, nonché nell'ambito delle linee di trasporto urbano, per il cui espletamento non è richiesto l'esercizio di pubbliche potestà, adottato ai sensi dell'articolo 18, comma 2, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155;

Decreto del ministro dell'Interno 6 ottobre 2009 - Determinazione dei requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, le modalità per la selezione e la formazione del personale, gli ambiti applicativi e il relativo impiego, di cui ai commi da 7 a 13 dell'articolo 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 19 ottobre 2009 - Autorizzazione ad assumere, a tempo indeterminato, personale dei Vigili del fuoco, dell'Arma dei carabinieri, del Corpo di polizia penitenziaria, della Polizia di Stato e del Corpo della guardia di finanza, ai sensi dell'articolo 66, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133;

Decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4 - Istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, convertito dal Parlamento nella Legge marzo 2010, n. 50;

Decreto del ministro dell'Interno 4 febbraio 2010 - Modifica al decreto del Ministro dell'interno 8 agosto 2009, concernente la determinazione degli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari, requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio e modalità di tenuta dei relativi elenchi;

Decreto-Legge 12 febbraio 2010 , n. 10 - Disposizioni urgenti in ordine alla competenza per procedimenti penali a carico di autori di reati di grave allarme sociale, convertito dal Parlamento nella Legge 6 aprile 2010, n. 52;

Decreto del ministro dell'Interno 24 febbraio 2010 - Modifiche al decreto 8 agosto 2007 in materia di organizzazione e servizio degli assistenti sportivi, denominati «steward», negli impianti sportivi;

Legge 2 luglio 2010, n. 108 - Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, fatta a Varsavia il 16 maggio 2005, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 4 febbraio 2010);

Decreto del ministro dell'Interno 6 luglio 2010 - Modalità di funzionamento del registro delle persone senza fissa dimora, a norma dell'articolo 2, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, come modificato dall'articolo 3, comma 39, della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Legge 13 agosto 2010, n. 136 - Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 28 gennaio 2010);

Decreto legge 12 novembre 2010, n. 187 - Misure urgenti in materia di sicurezza.

A tutto questo vanno aggiunti tutti i decreti sul carcere duro per i criminali firmati dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ai sensi dell'art. 41 bis della Legge n. 354 del 1975. Atti, questi ultimi, che oltre a confermare che la lotta al crimine si fa con i fatti, diventano ancora più rilevanti dopo la notizia che l'ex ministro della giustizia del governo Ciampi, Giovanni Conso, nell'audizione alla Commissione Antimafia dell'11 novembre scorso, ha dichiarato di non aver rinnovato, il 4 novembre 1993, il 41-bis per 140 mafiosi detenuti nel carcere palermitano dell'Ucciardone dopo l'offensiva stragista della mafia nel biennio 92-93.

giovedì 18 febbraio 2010

Sicurezza e integrazione


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 17 febbraio 2010

I noti fatti di via Padova a Milano, che hanno portato alla morte di un diciannovenne nordafricano, Ahmed El Sayed, e a una notte di guerriglia in quella zona, hanno riacceso il dibattito pubblico sulle tematiche relative all'integrazione. Occorre dire, innanzitutto, che le forze dell'ordine hanno fatto un lavoro esemplare sia nella gestione del focolaio di guerriglia a via Padova, che si era scatenato dopo la morte del giovane, sia nell'immediata opera di presidio massiccio del territorio per stroncare sul nascere il possibile ripetersi di questi atti di violenza contro persone e cose. Non è una questione da poco. La presenza dello Stato in loco, anche e soprattutto in queste situazioni, dev'essere ben visibile e percepita come l'inizio del percorso di pacificazione dopo la parentesi delle violenze.

I fatti in questione hanno scatenato una serie di polemiche da parte di alcuni esponenti politici dei partiti di centrosinistra contro la politica del centrodestra in materia di immigrazione. La principale accusa, in estrema sintesi, è stata quella di pensare solo alla sicurezza e poco all'integrazione. Tralasciando il caso di specie, è bene ricordare che le due questioni vanno insieme e non possono essere affrontate in maniera separata, e che mantenere l'asticella elevata in entrambe le materie non può che portare effetti positivi.

In primis bisogna riempire di significato le parole, perché il rischio concreto è di parlare del nulla. Secondo l'enciclopedia Treccani, con il termine «integrazione» si intende il «processo attraverso il quale gli individui diventano parte integrante di un sistema sociale, aderendo ai valori che ne definiscono l'ordine normativo. Sul piano microsociologico, è una funzione del processo di socializzazione, consistente nella formazione della personalità sociale dell'individuo attraverso la trasmissione dei modelli culturali e di comportamento dominanti, cui provvedono la famiglia, la scuola e i gruppi primari. Sul piano macrosociologico, nell'approccio struttural-funzionalista di T. Parsons, è un prerequisito del sistema sociale, volto ad assicurare legami stabili fra i suoi membri mediante il rafforzamento dei meccanismi di controllo sociale».

Qualsiasi seria politica d'integrazione non può non passare attraverso l'azione della scuola (innanzitutto con il rispetto dell'obbligo scolastico) e degli enti locali (dall'erogazione di servizi specifici come i punti informativi per gli immigrati fino agli interventi della polizia municipale). L'amministrazione centrale dello Stato, a sua volta, nelle sue varie articolazioni e nell'ambito delle azioni di sua competenza, non può certamente mettere in secondo piano il mantenimento dell'ordine pubblico. Cercare di far rispettare le leggi non vuol dire solo reprimere, ma anche difendere i valori che definiscono il nostro ordine normativo e, talvolta, anche iniziare un percorso di integrazione. A Roma un'amministrazione di centrodestra ha fatto chiudere e demolire il campo nomadi più grande d'Europa e trasferito i suoi 600 abitanti in posti più puliti e sicuri: sono state rispettate la legge e la dignità delle persone che vivevano in quel posto, con la prospettiva di una sempre maggiore integrazione sociale da parte di questa gente nel tessuto cittadino. Nei giorni scorsi, inoltre, dopo i noti fatti di Rosarno in Calabria, il governo ha deciso non solo di operare sul piano dell'ordine pubblico, ma anche di varare un piano straordinario di vigilanza nei territori del Meridione più sensibili alle problematiche del lavoro irregolare.

Quando si parla di immigrazione è ovvio che non si può parlare solo di sicurezza, ma è altrettanto scontato che, se non si esplicita bene che cosa si intende per integrazione, ci si ritrova a parlare del nulla e, di conseguenza, a non agire o a farlo male, così come hanno fatto i governi di centrosinistra con la politica delle porte aperte per tutti e l'immobilismo in materia di sicurezza. Nella ricerca di una via italiana nella costruzione di un efficiente sistema d'integrazione, alla luce dei fallimenti nel mondo di tutti i modelli conosciuti, capaci di creare solo tensioni e violenze nella società, occorrerà trovare un ragionevole equilibrio tra sicurezza e integrazione, partendo dal presupposto che entrambe le questioni investono tanto gli italiani quanto gli stranieri che decidono di vivere in maniera stanziale nel nostro paese. La sicurezza pubblica, infatti, è una condizione che consente a tutti (italiani e stranieri) il tranquillo svolgimento delle proprie attività e l'integrazione (nelle intenzioni) dovrebbe essere un patto che si sostanzia in un punto d'incontro dove non si annullano le differenze, si chiede agli immigrati di rispettare la nostra identità nazionale e le regole del nostro ordinamento in cambio della garanzia dell'accesso al lavoro, alla conoscenza e alle prestazioni sociali.

Poi c'è tutta una parte delle dinamiche relative all'integrazione (quelle sul piano microsociologico) dove lo Stato può fare qualcosa (attraverso la scuola) ma non tutto. Il processo di socializzazione, infatti, è un percorso individuale che dipende anche dai gruppi primari.

mercoledì 30 aprile 2008

Immigrazione illegale e criminalità



di Antonio Maglietta - 29 aprile 2008

Circa il 35% dei reati in Italia sono commessi da stranieri, con i romeni al primo posto. E sono soprattutto i clandestini a delinquere, mentre tra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è, in media, in linea con quello degli italiani. Questi gli ultimi dati del Viminale, dopo che negli ultimi giorni diversi episodi di criminalità hanno visto come autori proprio degli stranieri: l'ultimo caso l'omicidio della coppia veronese, per cui è stato arrestato un giovane romeno che ha confessato il delitto.

Nel periodo gennaio-agosto 2007 sono state denunciate o arrestate complessivamente 567.000 persone, di cui circa 364.000 italiani e 203.000 stranieri (pari appunto al 35% del totale). Tra questi ultimi, 32.468 sono di nazionalità romena. Nei primi otto mesi dell'anno, il totale delle segnalazioni riguardanti i romeni corrisponde al 5,71% del totale dei reati ed al 16% del totale di quelli commessi da stranieri. Da poco più di un anno, da quando è entrato in vigore l'accordo di collaborazione tra le polizie italiana e romena, sono stati oltre 1.100 i cittadini romeni arrestati in Italia e più di 2.000 i denunciati.

La quota di stranieri autori dei reati è cresciuta con l'aumentare della presenza degli immigrati in Italia: ad esempio, nel 1988 la quota di stranieri sul totale dei denunciati per omicidio era del 6%, contro una popolazione straniera residente in Italia pari allo 0,8%; dieci anni dopo, gli immigrati denunciati per omicidio salgono al 18%, contro l'1,7% degli stranieri in Italia; nel 2006 la quota di stranieri denunciati per omicidio balza al 32%, contro una popolazione straniera del 5%. Sono romeni, marocchini ed albanesi a commettere più reati, anche perché sono numericamente le nazionalità più numerose tra quelle presenti in Italia.

Per quanto riguarda gli omicidi, i romeni sono al primo posto (il 15,4% del totale degli stranieri denunciati per questo reato), seguiti dagli albanesi (11,9%) e dai marocchini (9,1%). Anche per le violenze sessuali i romeni sono in testa (rappresentano il 16,2% del totale degli stranieri denunciati per questo reato), seguiti dai marocchini (15,9%) e dai croati (13,9%). Per le rapine in casa, ancora romeni al comando (19,8%), seguiti da albanesi (13,8%) e marocchini (8,7%). Per gli scippi, i marocchini sono al primo posto (20,6%), seguiti da romeni (19,3%) e albanesi (6%). Per quanto riguarda i furti d'auto, i romeni tornano in testa (29,8%), seguiti da marocchini (13,2%) e albanesi (8,8%). Per le estorsioni, infine, ancora romeni primi (15%), seguiti da albanesi (11,2%) e marocchini (10,7%).

Nel frattempo è stato raggiunto l'accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue sulle regole comuni per il rimpatrio dei clandestini: si attende solo il via libera definitivo dell'europarlamento (il 4 giungo prossimo) e poi la direttiva, che cerca di dare omogeneità alle diverse politiche sul rimpatrio degli immigrati illegali, si applicherà a tutti gli Stati membri. Il testo proposto dalla Ue ha lo scopo di rendere più semplice e trasparente il processo di rimpatrio di quanti giungono in uno dei 27 Paesi dell'Unione senza permesso di soggiorno. Ai clandestini saranno garantiti dai 7 ai 30 giorni per fare ritorno in patria spontaneamente, dopodichè, e solo come secondo passo, sarà emesso un provvedimento di rimpatrio. Inoltre, un clandestino rimpatriato da uno Stato membro non potrà fare ritorno in nessuno degli Stati dell'Unione europea, in forza di un bando provvisorio che potrà essere reso permanente in caso di grave pericolo per la sicurezza nazionale. La direttiva stabilisce poi un limite per la detenzione dei clandestini nei centri di permanenza temporanei (Cpt) e obbliga i Governi a garantire alle organizzazioni non governative l'accesso a tutti i Cpt.

Antonio Maglietta

venerdì 21 marzo 2008

Questione sicurezza. Gli errori del governo Prodi



di Antonio Maglietta - 21 marzo 2008

«Sono stati due anni di lavoro intenso e difficile, ma con risultati che considero molto positivi». Lo scrive Giuliano Amato in un articolo, che comparirà sul primo numero della nuova serie di Amministrazione civile (la rivista del ministero dell'Interno), che il Corriere della Sera ha anticipato nell'edizione di mercoledì 19 marzo, richiamandolo in prima pagina. Il ministro, rivendicando i successi dell'azione del Viminale (dall'inedita cattura di un intero nucleo di stampo brigatista all'arresto di numeri uno della mafia palermitana e della 'ndrangheta, Salvatore Lo Piccolo e Pasquale Condello, alla decapitazione delle maggiori famiglie criminali siciliane) nota, tuttavia, che «abbiamo anche assistito all'accentuarsi, soprattutto in alcune parti del paese, di un diffuso senso di insicurezza». Una «contraddizione» alimentata - denuncia Amato - dall'opposizione «che ha deciso di avviare la sua campagna contro il governo cavalcando il sentimento di insicurezza», ma anche da una parte del centrosinistra che «non ha saputo accettare la responsabilità delle politiche per la sicurezza nel loro complesso, conservandone una visione limitata esclusivamente agli interventi sociali mirati a eliminare le cause del crimine. La maggioranza ha dato così la sensazione che sulla sicurezza più che essere sicura balbettasse».

Il ministro non nasconde l'aggravarsi di fenomeni di criminalità diffusa che hanno inciso sul comune sentire e che «solo una catalogazione vecchia e sbagliata porta a definire come minore» (dalla violenza negli stadi al crimine straniero, al problema degli incidenti causati da chi guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti), ma ricorda anche le polemiche sorte dopo la firma dei Patti per la sicurezza con i sindaci. «Ancora una volta - denuncia - la politica ha avuto modo di dimostrare quanto possa semplificare e deformare la realtà, un po' per ignoranza vera e propria e un po' per strumentalizzazione di parte. E' quanto è accaduto, in particolare, quando abbiamo citato la dottrina per cui il disordine chiama un disordine sempre maggiore, il piccolo delitto fa da trampolino di lancio per il grande delitto. Ebbene, il solo fatto che sulla base di questa teoria alcuni sindaci americani abbiano poi attuato una politica di "tolleranza zero" ha indotto taluni ad accusare me, e soprattutto i primi cittadini che con me avevano firmato i Patti, di esserci trasformati in sceriffi, attribuendo al termine un valore profondamente negativo». E aggiunge: «Le politiche per la sicurezza hanno bisogno di una condivisione razionale. In questa legislatura la conflittualità tra maggioranza e opposizione, e all'interno della stessa maggioranza, non lo ha consentito. C'è da sperare che nella prossima si scelga una strada diversa».

Insomma, sembra che Giuliano Amato accenni ad un mezzo mea culpa. Francamente, ci aspettavamo qualcosa di più. Infatti l'attuale ministro dell'Interno avrebbe dovuto dire che le incertezze e gli errori del governo Prodi, sul tema della sicurezza, sono tutti attribuibili a beghe di cortile interne al centrosinistra. Non si può gettare la croce addosso al centrodestra se il decreto sicurezza, adottato dopo la tragica morte della signora Reggiani a Roma, è stato fatto decadere perché, all'interno di un pacchetto di disposizioni in materia di espulsioni dei cittadini comunitari, anche discutibili dal punto di vista tecnico, è stato inserito un controverso passaggio sulla discriminazione sessuale su richiesta della sinistra radicale, che nulla aveva a che fare con il provvedimento in questione e peraltro era anche errato nei riferimenti normativi. Infatti, nel decreto sulla sicurezza c'era il richiamo a un articolo sbagliato del Trattato di Amsterdam. Quello giusto, in cui si parla di discriminazioni sulla base dell'orientamento sessuale, non era l'articolo 13, effettivamente citato nel decreto, ma l'articolo 2, comma 7 («Fatte salve le altre disposizioni del presente trattato e nell'ambito delle competenze da esso conferite alla Comunità, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali»). Peraltro il Trattato non ha il valore delle delibere europee, cioè non costituisce indirizzo normativo per gli Stati membri. Il governo se n'è reso conto solo in corso d'opera, facendo orecchie da mercante anche dinanzi alle sollecitazioni in Senato di Marcello Pera, che subito evidenziò l'errore.

E vogliamo parlare delle polemiche, sempre interne al centrosinistra, sui cosiddetti sindaci «sceriffi»? Non furono proprio alcuni degli esponenti del governo Prodi a sollevare pesanti critiche nei confronti di quei sindaci, anche dello stesso centrosinistra (vedi Bologna e Firenze) che adottavano ordinanze per tentare di arginare in qualche modo l'ondata di criminalità diffusa che si era abbattuta nel giro di poco tempo nel nostro paese? E non fu un esponente dello stesso governo, il ministro Ferrero, ad attaccare l'esecutivo sull'impianto del piano sicurezza (sulla microcriminalità l'impostazione è sbagliata «su due piani: da un lato si inverte la causa e l'effetto, questi fenomeni vanno affrontati con la logica dell'integrazione, in secondo luogo si sceglie una gerarchia insolita, si parte dai graffittari, che sarebbero più pericolosi degli speculatori»?

Insomma, capiamo che il finto nuovo corso di Veltroni, che sa tanto di vecchio, ha la necessità di annacquare e far dimenticare il tragicomico biennio prodiano, ma addirittura tentare di sorvolare con non chalanche sull'incapacità manifesta del centrosinistra in tema di sicurezza ci sembra un po' troppo. Ma la migliore risposta da dare a chi ha la memoria corta nel centrosinistra (Amato) e a chi promette mari e monti (Veltroni), è quella di portare alla loro attenzione la dichiarazione del ministro degli Esteri rumeno, Adrian Cioroianu, che martedì scorso, nel corso di un incontro con i giornalisti italiani, ha seraficamente affermato: «Credo che lo Stato italiano abbia interpretato in modo sbagliato la permissività. Quelle baracche a Roma (riferendosi alle baraccopoli dei rom, nda) non le vedete in Romania». Capito il messaggio?

Antonio Maglietta

venerdì 14 marzo 2008

Veltroni contro la legge Bossi-Fini. Come Prodi e Ferrero


di Antonio Maglietta - 14 marzo 2008

«Braccia aperte per chi viene a lavorare, ma chi viene per favorire la prostituzione o per spacciare droga deve essere messo in condizioni di non farlo». E' il doppio binario indicato dal leader del Pd, Walter Veltroni, durante la manifestazione, svoltasi mercoledì a Verona per presentare il programma sicurezza del Partito democratico. «La Bossi-Fini - sostiene Veltroni - non ha assolutamente funzionato e si è imbarcata una quantità altissima di immigrazione clandestina». Durezza, dunque, con chi sbaglia ma integrazione «degli immigrati onesti che vengono a lavorare, come noi sappiamo perché siamo stati un popolo di emigranti».

E' curioso, però, che proprio Veltroni parli di porre un freno al flusso migratorio clandestino e di essere duri con chi sbaglia. Forse non ricorda che il governo del presidente del suo stesso partito, Romano Prodi, sotto la spinta emotiva del tragico omicidio della signora Reggiani, avvenuto proprio nella città amministrata da Veltroni, prima adottò un decreto sicurezza e poi lo fece decadere per grossolani errori tecnici e beghe di cortile interne al centrosinistra.

Sul lato dell'immigrazione clandestina, poi, Veltroni, come Prodi e Ferrero, pensa che la panacea ai problemi sia l'istituto della «sponsorizzazione» (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e quello dell'«autosponsorizzazione» (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie). Insomma, due strumenti giuridici in grado di trasformare l'Italia nella «più grande lavanderia mondiale del denaro sporco» e nella direttrice preferita per la tratta degli esseri umani. Infatti è molto probabile che, per quanto riguarda la sponsorizzazione, le organizzazioni criminali sfruttino semplici prestanome incensurati o società di comodo che, facendo da garanti agli immigrati, legalizzerebbero di fatto la tratta degli esseri umani.

L'autosponsorizzazione, invece, potrebbe diventare ben presto per le organizzazioni criminali un comodo strumento per riciclare il denaro sporco: l'organizzazione, infatti, presterebbe del denaro all'immigrato che, agli occhi della legge italiana, sarebbe perfettamente in regola, salvo poi farselo restituire con le buone o con le cattive all'arrivo dello stesso nel nostro Paese, magari inducendolo anche a delinquere pur di ripagare il debito. Per il candidato premier del Pd, inoltre, «la sicurezza va coniugata con una politica di riduzione delle diseguaglianze e delle ingiustizie e una politica di integrazione per impedire che chi ha di meno resti ai margini». Ma da che pulpito viene la predica, verrebbe da dire. Ma Veltroni, in qualità di sindaco di Roma, che iniziative concrete ha preso in tema di politiche d'integrazione? Ha dato qualche impulso in materia negli organi nei quali siede in virtù della carica istituzionale che ha ricoperto fino a pochissimo tempo fa? Occorre premettere che in tema di programmi concreti per l'integrazione degli stranieri in Italia va segnalato il ruolo del Consiglio Territoriale per l'Immigrazione, che è un organismo collegiale che opera nel territorio provinciale, come previsto dall'art. 57 del DPR n. 394/99 (regolamento di attuazione del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Il Prefetto è responsabile della formazione e del funzionamento del Consiglio, che ha il compito di analizzare le problematiche dell'immigrazione e di promuovere interventi finalizzati all'inserimento dell'immigrato nel contesto sociale locale. Nel Consiglio, oltre a varie figure pubbliche e private, siede anche il sindaco del Comune capoluogo di Provincia.

Tra gli interventi più significativi che dovrebbero essere promossi dai Consigli, che vengono sostenuti da protocolli d'intesa o da accordi di programma, troviamo l'istituzione di sportelli polifunzionali attivati per orientare gli stranieri, per indirizzarli sulle procedure, per informarli su diritti e doveri, per favorire il loro accesso ai pubblici servizi, o anche per dare visibilità a corsi di formazione professionale. Ora, il Consiglio Territoriale della Provincia di Roma, in cui siede anche il sindaco di Roma, non si è certo contraddistinto per il lavoro svolto. La sua inerzia è palese se si scorre il sito che pubblica le iniziative dei consigli territoriali del Lazio: quelle della Provincia di Roma non ci sono. Scorrendo, invece, il sito della Prefettura di Roma, scopriamo che il consiglio in questione, dalla data di istituzione (1 febbraio 2007 - http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=37.html) si è riunito in tutto 2 volte: il 5 marzo 2007 per la discussione rispettivamente del problema «abitativo» e della «mutilazione genitale femminile» (http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=42.html) e il 30 novembre 2007 per discutere delle nuove procedure di inoltro telematico delle domande di nulla osta al lavoro per cittadini extracomunitari e della gestione dei procedimenti di competenza dello Sportello Unico per l'immigrazione (http://www.prefettura.roma.it/index.php/fd=news/ff=read/id=78.html). Insomma, un pò poco per un consiglio fondamentale come quello della provincia di Roma (53/mo posto tra le province per i servizi in tema di integrazione secondo gli ultimi dati del Cnel), soprattutto se si pensa che nell'ultimo rapporto del Cnel sull'immigrazione c'è scritto chiaramente che: sulla provincia di Roma è d'obbligo dire che la lettura negativa di determinati indicatori (devianza, ospedalizzazione) andrebbe riferita a una popolazione ben più ampia di quella registrata come regolare dal momento che, essendo l'area della capitale un centro metropolitano di primaria importanza, attira di fatto un numero di presenze ben più alto di quello ufficiale, mentre, al contrario, la popolazione di riferimento dovrebbe essere ridotta, essendo presente in provincia un numero oltremodo considerevole di religiosi (V Rapporto degli [link="http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/15/0834_V_Rapporto_indici_di_integrazione.pdf - pag. 35" ext]Indici di integrazione degli immigrati in Italia [/link]).

Insomma, dove era Veltroni quando in qualità di sindaco di Roma aveva il potere di intervenire concretamente sulle politiche di integrazione degli stranieri? E come fa a parlare di sicurezza se, come Prodi e Ferrero, ripropone gli istituti della sponsorizzazione e dell'autosponsorizzazione?

Antonio Maglietta

mercoledì 12 marzo 2008

Gli italiani chiedono sicurezza, ma il Pd non può rispondere



di Antonio Maglietta - 11 marzo 2008

La sicurezza personale va considerata una priorità del nuovo governo - addirittura al primo o al secondo posto - per otto persone su dieci: il dato emerge da una ricerca di Confcommercio con riferimento ai programmi degli schieramenti politici per le prossime elezioni. L'83,6% degli italiani, secondo la ricerca, si sente esposto a tutti i tipi di reati «comuni» (rapina, furto, scippo e borseggio); la stragrande maggioranza, tra il 70 e l'80%, ritiene che l'aumento del fenomeno della criminalità sia legato all'aumento dell'immigrazione. Ma, allo stesso tempo, il 54% ritiene che il modo migliore per contrastare l'immigrazione clandestina sia quello di agevolare la regolarizzazione (anche se a questo dato fa in qualche modo da contrappeso quel 38,6% che ritiene l'intensificazione delle espulsioni la migliore «medicina» per curare l'immigrazione clandestina).

Se si vuole sottolineare un dato politico, il programma del Partito Democratico (pagina 22), che ripropone il progetto del governo Prodi (pagine 5, 7 e 15) sull'introduzione della figura dello sponsor (garanti pubblici o privati per gli immigrati che vengono in Italia per motivi di lavoro senza avere un contratto pregresso) e dell'autosponsorizzazione (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie), non soddisfa né il bisogno di migliorare il canale della regolarizzazione sicura e né quello della lotta al riciclaggio del denaro sporco che ruota intorno al fenomeno dell'immigrazione. Infatti, i due istituti non danno alcuna garanzia in merito perché i garanti privati potrebbero essere facilmente infiltrati da prestanome e servire da vere e proprie lavanderie del denaro frutto dell'economia criminale.

Quali gli strumenti per combattere la criminalità? Secondo la ricerca, circa il 26% degli intervistati mette al primo posto l'aumento delle forze dell'ordine, al quale si aggiunge un 6% che individua nel poliziotto di quartiere uno strumento ulteriormente utile (questo dato va comunque interpretato alla luce del fatto che l'80% del campione intervistato risiede in centri con meno di 200 mila abitanti). Da considerare, poi, che quasi un italiano su due (43,5%) pensa che la ricetta giusta sia mettere al primo posto la certezza della pena. Pena che sempre uno su due (51,1%) considera adeguata per furto, borseggio e scippo (ora fino a tre anni). Per tutti gli altri reati la maggioranza chiede un aumento, a volte anche rilevante, degli anni di carcere. Sul fronte delle reazioni e delle pene da comminare, si assiste peraltro ad una certa moderazione: due italiani su tre (63,2%) non ritengono utile armarsi (anche se un significativo 29,5% ritiene necessario farlo); e la pena di morte è vista con favore da appena il 9,4%.

Un ultimo dato sulla violenza sessuale: mentre il 61% è favorevole all'inasprimento della pena e quasi il 18% addirittura all'ergastolo, circa il 14% chiede la castrazione chimica per gli stupratori. Aumenti che schizzano alle stelle quando la violenza sessuale è perpetrata sui minori: a chiedere il semplice inasprimento della pena è il 35,5%, mentre la castrazione chimica la invoca il 25,7%, l'ergastolo ben il 26,6% e quasi il 10% addirittura la pena di morte. Sulla castrazione chimica per gli stupratori va rilevato che Veltroni, che si è espresso ultimamente a favore della stessa, dovrebbe pagare i diritti d'autore al leghista Calderoli, che l'ha proposta con quasi tre anni di anticipo rispetto all'ex sindaco di Roma. Nel frattempo aspettiamo che Piero Fassino e Antonio Di Pietro prendano posizione anche questa volta e che alla proposta di Veltroni rispondano come fecero qualche anno con Calderoli. Fassino: «Castrazione? Sciocchezze». Antonio Di Pietro: «Un'Italia da Medioevo». Lo faranno?

Mettendo a confronto, infine, le risposte dei commercianti e quelle dei privati si registrano alcune differenze: l'immigrazione, clandestina e non, è vista come la principale causa della microcriminalità per il 79% dei commercianti contro il 75% dei privati; nel contrasto all'immigrazione, oltre la metà dei cittadini privati (53,6%) si schiera per un'agevolazione della regolarizzazione, mentre i commercianti mettono quasi sullo stesso piano agevolazione (44%) ed espulsione (46,6%); tra i reati più temuti, l'aggressione fisica è al primo posto per entrambi i campioni, ma nel caso dei commercianti si riscontra un timore altrettanto elevato anche per la rapina (22,1%); l'autodifesa armata, infine, non è ritenuta necessaria da oltre il 60% degli intervistati di entrambi i campioni, anche se il 35,5% dei commercianti, a differenza del 29,5% dei privati, ritiene utile detenere un'arma.

Insomma, una cosa è chiara: la questione sicurezza è un problema ineludibile e molto sentito dagli italiani e certamente il Partito Democratico non è in grado di dare una risposta sul tema, sia per il recente passato (legato alla famosa vicenda del decreto sicurezza prima strombazzato dopo la morte della signora Reggiani a Roma e poi lasciato decadere per beghe di cortile all'interno della coalizione di centrosinistra) che per il presente (riproposizione della figura dello sponsor e dell'autosponsorizzazione in tema di immigrazione).

Antonio Maglietta

giovedì 8 novembre 2007

Il Governo trascura le priorità del Paese


di Antonio Maglietta - 8 novembre 2007

Il disegno di legge recante «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1 ottobre 2007, n. 159, recante interventi urgenti in materia economico-finanziaria, per lo sviluppo e l'equità sociale» (A.C. 3194), dopo l'approvazione al Senato, è stato inviato alla Camera. L'articolo 28 prevede, invece, che il personale dell'Agenzia nazionale per i giovani abbia la priorità per l'immissione in servizio, nell'ambito delle procedure di autorizzazione all'assunzione, mediante utilizzo dell'apposito fondo previsto dall'articolo 1, comma 527, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Finanziaria 2007). Considerato che il predetto fondo può essere utilizzato per superare (nel limite di un contingente complessivo di personale corrispondente ad una spesa annua lorda pari a 75 milioni di euro a regime) il blocco parziale del turnover previsto dalla Finanziaria 2007 che, per il biennio 2008-2009, prescrive due assunzioni da concorso ogni dieci cessazioni dal servizio. La ratio del fondo è quella di permettere alle amministrazioni dello Stato di assumere personale oltre il limite imposto dal blocco parziale del turnover «per fronteggiare indifferibili esigenze di servizio di particolare rilevanza».
Con tutto il rispetto per il ruolo dell'Agenzia nazionale per i giovani, in un momento storico così delicato, che vede lo Stato in sofferenza su materia fondamentali per la vita democratica di un Paese, come la sicurezza, la giustizia o il lavoro, la priorità per l'uso del citato fondo dovrebbe spettare, invece, alle amministrazioni dello Stato che operano in quei settori. Invece no, il Governo pensa che le priorità siano altre. Non contenti della priorità data all'Agenzia sulle assunzioni in deroga al blocco parziale del turnover, è stato previsto che il personale di ruolo della struttura passi da 2, dichiarati nella relazione tecnica allegata al disegno di legge che ne prevedeva l'istituzione, ai 45 attuali. Per non farsi mancare proprio niente, in attesa delle lunghe procedure per le assunzioni in ruolo, è stata prevista la più semplice e veloce assunzione di 15 persone con contratto a tempo determinato (con contratti di durata non superiore a due anni non rinnovabili, nonché il ricorso al fuori ruolo o all'assegnazione temporanea di personale secondo le modalità previste dall'articolo 17, comma 14, della legge 15 maggio 1997, n. 127), addirittura anche in deroga all'articolo 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e cioè alla norma che disciplina i limiti entro i quali poter stipulare questi tipi di contratti, onde evitare abusi da parte delle amministrazioni in ordine alle reali esigenze di assunzione.
Peraltro, sulla questione dell'Agenzia nazionale per i giovani, si sono accese polemiche anche nel recente passato. Alla Camera dei Deputati giace da sei mesi, senza ancora alcuna risposta, una interrogazione (n. 4-03580) dei giovani parlamentari della CdL Simone Baldelli (Forza Italia), Giorgia Meloni (Alleanza Nazionale) e Paolo Grimoldi (Lega Nord) al Presidente del Consiglio dei ministri, con cui gli interroganti chiedono «se il Governo non intenda rivedere le strategie in tema di cosiddette politiche giovanili e chiarire come si coordini l'operato degli organismi competenti in materia, che appaiono sostanzialmente sovrapposti», in riferimento alla non chiara distinzione delle competenze tra il Dipartimento retto da Giovanna Melandri e la citata Agenzia. Da ultimo, inoltre, un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 29 ottobre scorso ha evidenziato, in maniera sarcastica, come a direttore dell'Agenzia, che si dovrebbe occupare di alcuni aspetti riguardanti le politiche giovanili, è stato nominato un 46enne. In risposta all'articolo di Rizzo, ed in difesa del direttore Bergamo, una nota dello stesso giorno del Dipartimento per le politiche giovanili recitava: «I direttori delle corrispondenti agenzie europee hanno mediamente 50 anni. Il dott. Luca Bergamo, che ha una lunga e proficua competenza in materia, risulta uno dei più giovani fra i suoi colleghi europei».
Tuttavia è legittimo chiedersi: quali sono le «indifferibili esigenze di servizio di particolare rilevanza» che dovrebbe sostenere l'Agenzia nazionale per i giovani? Non sarebbe stato meglio dare ad altre amministrazioni la priorità sull'uso del fondo che permette assunzioni in deroga al blocco parziale del turnover, previsto dalla Finanziaria 2007, in tema di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni? Perché le assunzioni di personale con contratto a tempo determinato dovranno essere fatte anche in deroga a quella norma, che prevede dei limiti nell'uso di questi contratti, la cui ratio è quella di evitare abusi a danno della spesa pubblica e quindi delle tasche dei cittadini?

Antonio Maglietta

giovedì 11 ottobre 2007

Caos sulla sicurezza



di Antonio Maglietta - 11 ottobre 2007

Con riferimento alla questione della sicurezza, «la lunghissima coalizione di centrosinistra non è in grado di prendere decisioni su questi temi». A dirlo non è solo il centrodestra. Infatti la frase è stata pronunciata dal ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, lunedì nel corso del suo intervento al termine della serata promossa dal presidente della Provincia di Firenze, Matteo Renzi, in vista del voto per le primarie del Partito Democratico. Nel corso dell'iniziativa, tra i numerosi interventi, c'è stato anche quello dell'assessore del Comune di Firenze, Graziano Cioni, protagonista della recente ordinanza «anti-lavavetri». Cioni, rivolgendosi al ministro Gentiloni, ha chiesto perché non si possano prendere provvedimenti in grado di garantire sicurezza e vivibilità nelle città senza finire al centro delle polemiche. «Il motivo - ha detto il ministro - è che non c'è chiarezza su queste cose. Sono temi che, all'interno della nostra coalizione, diventano oggetto di polemiche, quando invece - ha concluso - sarebbe indispensabile un indirizzo chiaro».
Un semplice sfogo isolato caduto nel nulla? Sembra proprio di no. E' significativo che il malessere e le laceranti contraddizioni all'interno del centrosinistra sulla questione «sicurezza» emergano, con sempre più insistenza, in una Regione chiave del potere istituzionale rosso come la Toscana. Infatti, dopo la sortita di Gentiloni, è stato il turno del sindaco di Firenze, nonché presidente nazionale dell'Anci, Leonardo Domenici. Intervenendo su Radio 24 al programma «Viva Voce», l'esponente diessino non ha usato giri di parole: «Sulla questione sicurezza un problema a sinistra c'è. Se la sinistra cosiddetta "radicale" o "antagonista" non partecipasse al governo, sarebbe quasi meglio anche per loro. Se si sta al governo si sta al governo, non si va a fare cortei contro. In ogni caso ognuno fa le scelte che può: la sinistra radicale nella mia maggioranza non c'è». E con riferimento ad un titolo apparso martedì scorso in prima pagina su «Il Manifesto» («Grilletti d'Italia»), con cui si criticava aspramente l'accordo raggiunto in materia di sicurezza tra il ministero dell'Interno ed una delegazione di sindaci, Domenici ha affermato: «E' un'enorme idiozia e penso che sia anche molto grave. Sono stupito che un giornale pubblichi un titolo del genere, non è una cosa degna de "Il Manifesto"».
Critiche al titolo del quotidiano diretto da Gabriele Polo sono arrivate anche dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari: «E' un titolo che si commenta da sè; è lo sciocchezzaio incarnato. Il problema è che sulla sicurezza, come su tanti altri temi anche più decisivi per le sorti del Paese, ci sono margini ristrettissimi di possibilità di governo efficace con la sinistra radicale, che io definisco invece ultraconservatrice. Governare con loro sarà sempre più difficile. Dopodiché, a livello locale si può fare poco, soprattutto con un governo come questo che sopravvive, diciamocelo fuori dai denti». Non è un caso che al coro unanime di critiche proveniente dal centrodestra si associno anche alcuni sindaci di centrosinistra. Proprio loro, infatti, a causa del ruolo istituzionale che ricoprono, sono costretti a confrontarsi quotidianamente con la realtà e sanno benissimo che pontificare sul nulla senza prendere alcuna decisione concreta, come fa il governo, non aiuta certo i cittadini a sentirsi più sicuri.
Restando alla polemica sollevata da Domenici, va sottolineata la risposta piccata arrivata a stretto giro di posta da Rifondazione Comunista: «Le sue affermazioni sono gravissime, perché assecondano le peggiori pulsioni securitarie che la destra agita nel Paese e perché sono oggettivamente incompatibili con lo svolgimento di una funzione come quella di presidente dell'Anci, che dovrebbe innanzitutto garantire il pluralismo istituzionale. Al contrario, assistiamo negli ultimi mesi a una politica sempre più orientata in senso reazionario, a partire dalla proposta avanzata proprio da Domenici di ampliare a dismisura il ruolo e i compiti della polizia municipale contro immigrati e lavavetri. Inoltre, il presidente dell'Anci pare aver dimenticato in fretta che proprio la tanto vituperata sinistra è stata l'unica a difendere i Comuni in questi ultimi anni, contro i tentativi di strangolamento finanziario, di privatizzazione dei servizi, di immiserimento della loro funzione istituzionale e sociale. Evidentemente, più che dei Comuni italiani, Domenici vuole assumere la rappresentanza di quella pattuglia di sindaci sceriffi del Partito Democratico che sui temi dell'inclusione sociale e dei servizi ai cittadini preferiscono parlare con la Lega e Alleanza nazionale».
A questo punto, diviene chiara la causa della paralisi che attanaglia da circa un anno e mezzo le istituzioni nostrane. Il governo Prodi non è in grado di prendere alcuna decisione perché la coalizione che lo sostiene non è d'accordo su nulla e men che meno su un tema cruciale come quello della sicurezza. Il problema non è la legge elettorale, ma la natura stessa di questo centrosinistra, che è semplicemente un cartello elettorale pronto ad occupare tutte le poltrone e nulla più.

Antonio Maglietta

lunedì 17 settembre 2007

Sulla sicurezza solo parole


di Antonio Maglietta - 15 settembre 2007


Nei giorni scorsi il vice-premier Francesco Rutelli ha rilanciato l'ipotesi dell'istituzione di una banca dati del Dna, ricordando che esiste già in quasi tutti i principali Paesi europei e che questo «ha consentito agli investigatori di identificare con molto più facilità e rapidità i colpevoli dei crimini». Il leader della Margherita ha citato in particolare il caso inglese, sottolineando come da quando in Gran Bretagna è stata creata la banca del Dna l'identificazione dei criminali è «praticamente raddoppiata, passando dal 30 al 58%». A Rutelli fanno eco i sottosegretari alla Giustizia, Daniela Melchiorre, che plaude all'iniziativa, e Luigi Li Gotti, che ricorda come il progetto di creare una banca del Dna per i criminali in realtà sia già contemplato in un disegno di legge messo a punto lo scorso anno, attualmente fermo per ragioni finanziarie. Le risorse necessarie ammontano a circa 10 milioni di euro come spesa iniziale, e 6 per ogni anno (per dovere di cronaca occorre aggiungere che l'idea non è certo recente, ed anche nella scorsa legislatura ci sono state iniziative parlamentari in tal senso da parte del centrodestra). Purtroppo, come già accennato, manca la copertura finanziaria ed il progetto di cui parla il sottosegretario Li Gotti, come egli stesso ha ammesso, è fermo in Parlamento. Tutto condivisibile, tutto giusto. Peccato che siamo alla politica del «vorrei, ma non posso».
Mercoledì il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha annunciato in pompa magna che il suo dicastero ha predisposto un piano per mandare più uomini e mezzi delle forze dell'ordine sul territorio. La richiesta del ministero dell'Interno per la prossima Finanziaria - secondo quanto si apprende - è quella di una conferma dei livelli di assestamento di bilancio del 2007, cioè di poco oltre 25 miliardi. Anche in questo caso è tutto condivisibile, tutto giusto. Peccato però che lo stesso Amato abbia avallato e votato la legge Finanziaria 2007, che ha tagliato di un miliardo di euro i fondi per la sicurezza e che così fa restare ferme la metà delle autovetture delle forze di polizia. Se quella del sottosegretario Li Gotti è la politica del «vorrei, ma non posso», questa è invece quella degli annunci fini a ses stessi.
Al coro non poteva certo mancare il sindaco di Roma, Walter Veltroni, che, intervenendo ad una manifestazione a Padova, ha affermato in maniera serafica: «Io penso che tutto il comparto della sicurezza non possa essere tagliato. La sicurezza è ormai una condizione della competitività del Paese, non si può tagliare lì. Certo, si possono razionalizzare meglio le risorse, ma non si possono mettere le auto della polizia nelle condizioni di non avere la benzina per girare». Di nouvo tutto condivisibile, tutto giusto. Peccato che proprio a Roma, così come documentato con un filmato da Francesco Giro, coordinatore regionale di Forza Italia nel Lazio, il degrado e l'insicurezza sembrino farla da padrone e la questione «cocaina», rilevata in quantità alquanto significativa nell'aria della Capitale, sembri essere diventata una vera emergenza. Peccato ancora che proprio l'amministrazione capitolina abbia fatto spallucce dinanzi all'invito, proveniente da esponenti del partito azzurro di Roma, di predisporre un piano per una serie di iniziative volte a garantire maggiore sicurezza, soprattutto in alcuni quartieri famosi per la movida notturna. Inoltre, sarebbe stato giusto ricordare a Veltroni che i tagli al comparto sicurezza non sono un'ipotesi di scuola ma, purtroppo, come ricordato in precedenza, ci sono già stati e pergiunta ad opera del governo della sua stessa parte politica.
Insomma, in tutto questo tourbillon di dichiarazioni, resta il dato fondamentale: probabilmente, nella prossima Finanziaria, non ci saranno delle buone nuove sul tema della sicurezza e, per coprire le loro magagne, gli esponenti del centrosinistra si serviranno di nuovi, formidabili annunci proiettati sul futuro. Peccato per i cittadini italiani che il presente sia nero e, con il centrosinistra ancora al governo, il futuro non si prospetti certamente migliore.


Antonio Maglietta

venerdì 14 settembre 2007

Immigrazione clandestina e criminalità


di Antonio Maglietta - 13 settembre 2007


Le cronache quotidiane registrano da tempo un crescendo di episodi che gli esperti definiscono di «micro-criminalità». Il senso di legalità all'interno delle nostre città, dalle più piccole alle più grandi, sembra soccombere sotto i colpi della questua molesta; davanti alla fila di macchine che costeggiano i marciapiedi pieni di lucciole; dinanzi all'impotenza di chi è costretto a vivere da recluso nella propria abitazione o ad essere molestato nella propria quiete a causa di spacciatori, tossicodipendenti ed ubriachi che spadroneggiano di fronte ai portoni delle case, soprattutto nelle ore notturne; dinanzi alle aggressioni di sbandati che picchiano a sangue anche per racimolare pochi euro dai vari malcapitati. Nessuno può negare che i cittadini italiani si sentano oramai assediati e chiedano per questo più sicurezza allo Stato.
Se prima si parlava di «emergenze», ora invece, con un pizzico di rassegnazione, si parla di «quotidianità». La raccapricciante regolarità giornaliera con cui vengono commessi i cosiddetti «piccoli reati» sembra quasi aver assopito la capacità di reazione dello Stato centrale. Le forze di polizia fanno quello che possono e spesso non sono neanche supportate dalle leggi, tanto garantiste con i Caino quanto incapaci di tutelare la sicurezza e la tranquillità degli Abele. Gli amministratori locali, in primis i sindaci, stanno cercando di frenare la deriva illegale con i pochi mezzi a loro disposizione. E' un segno dei tempi: nell'Italia retta da Romano Prodi ognuno si arrangia come può. Non è casuale che siano stati proprio i sindaci i primi a sollevare la questione «sicurezza» e a muoversi di conseguenza. Infatti, proprio questa figura istituzionale è l'articolazione dello Stato più vicina ai cittadini, e sono loro - i sindaci - le prime sentinelle degli umori e delle aspettative della gente. Non è un caso che il sindaco di Milano abbia promosso una campagna per la regolamentazione del commercio nella chinatown milanese, che il primo cittadino di Firenze abbia emanato un'ordinanza contro i lavavetri, e che, in molte zone del Paese, si stiano moltiplicando gli interventi dei sindaci per contrastare quella che, da semplice fenomeno di micro-criminalità, sembra essere degenerata in illegalità diffusa. Spesso a soffrire di più sono quegli onesti cittadini che affollano le periferie delle nostre città. Si tira a campare pur se lo stipendio non permette di arrivare a fine mese e la convivenza «forzata» con spacciatori, tossicodipendenti, sbandati e criminali di vario genere non permette di vivere tranquilli neanche tra le quattro mura di casa (spesso neppure di proprietà). Per loro c'è la doppia beffa: senza soldi e senza sicurezza.
Che cosa dicono i dati ufficiali sui cosiddetti «piccoli reati»? Si legge nel Rapporto sulla criminalità in Italia presentato dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato, il 20 giugno scorso: «Negli ultimi vent'anni è cresciuto sensibilmente il contributo fornito dagli stranieri di alcune nazionalità alla diffusione di alcuni reati, in particolare i reati contro la proprietà - ovvero i furti e le rapine - i reati violenti, i reati connessi ai mercati illeciti della droga e della prostituzione. Tale contributo appare sproporzionato per eccesso rispetto alla quota di stranieri residenti nel nostro Paese, anche se si tiene conto della presenza di stranieri non documentata». E ancora: «Il trend degli stranieri denunciati per reati inerenti agli stupefacenti, anche in conseguenza dei crescenti flussi migratori clandestini verso l'Italia, è stato tendenzialmente in crescita, con l'effetto di determinare, con il passare degli anni, un consolidamento territoriale da parte di organizzazioni criminali straniere implicate nel narcotraffico, spesso in collaborazione con le organizzazioni italiane. Al riguardo, i dati sul numero di persone coinvolte distinte tra italiani e stranieri evidenziano che mentre nel decennio 1987-1996 le percentuali degli italiani erano nettamente superiori (82,7%) a quelle degli stranieri (17,3%), nel decennio 1997-2006, pur rimanendo il medesimo rapporto, la percentuale di italiani è diminuita (70,8%) ed è aumentata quella degli stranieri (29,2%)».
«L'incidenza degli stranieri - si legge ancora - tra i denunciati, però, varia molto a seconda dei reati. Si va da incidenze basse, come il 3% per le rapine in banca o il 6% per quelle negli uffici postali, al poco meno del 70% che caratterizza i borseggi, ovvero quelli che la classificazione riportata definisce "furti con destrezza". Tra questi due estremi, gli stranieri costituiscono il 51% dei denunciati per rapina in abitazione o furto in abitazione, il 45% dei denunciati per rapina in pubblica via, il 19% per le estorsioni e il 29% per le truffe e le frodi informatiche. Intorno ad un terzo dei denunciati troviamo gran parte dei reati violenti. La quota di stranieri qui va dal 39% dei denunciati per violenze sessuali al 36% per gli omicidi consumati e al 31% per quelli tentati, al 27% dei denunciati per il reato di lesioni dolose. Simili sono poi le percentuali di stranieri sul totale degli arrestati per alcuni reati predatori strumentali, come i furti di autovetture (38%) e gli scippi (29%). E' importante sottolineare che la netta maggioranza di questi reati viene commessa da stranieri irregolari, mentre quelli regolari hanno una delittuosità non molto dissimile dalla popolazione italiana».
Prosegue il Rapporto: «La maggior parte degli irregolari in Italia è costituita da stranieri entrati regolarmente e rimasti sul territorio oltre la scadenza prevista dal visto, ovvero dai cosiddetti "overstayers": nel 2006 gli overstayers sono stati il 64% del totale degli irregolari, contro il 23% di coloro che hanno varcato fraudolentemente le frontiere e il 13% dei clandestini sbarcati sulle coste... Consideriamo ora le singole nazionalità di chi commette reati. (...)In 11 dei 13 reati presi in considerazione le prime tre nazionalità sono ricorrenti: Romania, Marocco e Albania. E in molti casi queste prime tre nazionalità contribuiscono a oltre la metà dei denunciati per quel tipo di reato: siamo al 52% dei furti di autovetture, al 50% dei furti in abitazione, al 51% dei furti con destrezza. C'è quindi un'elevata concentrazione».
Infine, alcune considerazioni territoriali: «È noto che, dal punto di vista dei reati, il nostro Paese è da tempo marcato dalla differenza tra Italia centro-settentrionale da un lato e sud ed isole dall'altro. Questa differenza vale anche per i reati commessi dagli immigrati. Con la sola eccezione del contrabbando, infatti, nelle regioni centro-settentrionali la quota di stranieri sul totale dei denunciati è stata da sempre di gran lunga superiore a quella registrata nelle regioni del Mezzogiorno. E, soprattutto, è cresciuta più velocemente».
Insomma, sembra chiara la stretta relazione di causa-effetto tra immigrazione clandestina e micro-criminalità; sarebbe quindi opportuno un ulteriore giro di vite in materia di immigrazione, magari mirata a ridurre il buco nero del visto d'ingresso che, oggi, sembra essere la porta privilegiata per la clandestinità. Il governo ha fatto sapere che, entro tre settimane, sarà pronto un pacchetto sicurezza ad hoc per contrastare la deriva illegale. Le iniziative annunciate sono tante, ma nessuna riguarda il contrasto del fenomeno dell'immigrazione clandestina. Anzi, le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, fanno intendere che la volontà dell'esecutivo sia quella di voler modificare la legge Bossi-Fini, rompendo lo stretto legame permesso di soggiorno-contratto di lavoro ed introducendo una serie di sponsor che dovranno fare da garanti per l'immigrato, senza contratto di lavoro, che decide di venire a vivere nel nostro Paese. Nessuna parola invece sul visto d'ingresso. In compenso, nel centrosinistra è già montata una nuova polemica interna, tra massimalisti e riformisti, sull'opportunità di varare un pacchetto sicurezza che preveda sanzioni per lavavetri, mendicanti e lucciole. Si preferisce perdere tempo in dispute ideologiche anziché rispondere alle richieste dei cittadini. E' la loro «cultura del fare»: fare polemiche inutili.

Antonio Maglietta

lunedì 10 settembre 2007

Autunno caldo: welfare e sicurezza


di Antonio Maglietta - 6 settembre 2007


L'agenda politica nel nostro Paese è oggi dettata da due punti: il welfare e la sicurezza. In entrambi i casi il governo ha deciso di spostare l'emanazione delle leggi in materia in autunno, che mai come questa volta sarà davvero caldo. I temi sono scottanti per antonomasia ma il centrosinistra sta facendo di tutto per complicarsi ulteriormente la vita e, purtroppo, per renderla difficile anche ai cittadini italiani.
Sul welfare sappiamo che a luglio è stato firmato un protocollo tra governo e sindacati basato soprattutto sull'introduzione di una serie di scalini, in sostituzione dello scalone previsto dalla riforma Maroni, e su una maggiore rigidità in materia di contratti di lavoro a termine. La sinistra radicale si è dichiarata insoddisfatta e ha minacciato fuoco e fiamme in Parlamento e una grande manifestazione in programma il 20 ottobre. Sembra addirittura che stia cadendo il tabù dell'appoggio esterno di Rifondazione Comunista al governo se un autorevole esponente del partito di Fausto Bertinotti e Franco Giordano, seppur sempre critico con le scelte della dirigenza, come il senatore Fosco Giannini, dalle pagine del quotidiano Liberazione di mercoledì scorso, ha lanciato pubblicamente questa proposta. La summa del Giannini-pensiero è tutte in queste parole: «Se i padroni sono dittatori nelle fabbriche e nella società non c'è verso di spuntargli le unghie in Parlamento». Dal suo punto di vista il ragionamento non fa una grinza. Rifondazione Comunista, espressione della vera sinistra, non è un partito di lotta e di governo, è solo un partito di lotta. Ergo: cosa ci stiamo a fare ancora al governo? Quello di Giannini non è un pensiero qualsiasi. E' quello di un senatore e, visto il chiaro di luna di Palazzo Madama, è da prendere con le molle.
E che dire, se non stendere un velo pietoso, sul balletto del vado-non vado alla manifestazione del 20 ottobre, contro il protocollo sul welfare, di ministri, sottosegretari ed esponenti di spicco del centrosinistra? Tuttavia il vero problema non è nei numeri al Senato ma nella coesione politica. Si potranno trovare mille accordi al ribasso ma resta il fatto che c'è una distanza abissale tra i massimalisti da una parte, che chiedono, senza se e senza ma, di cancellare la legge Biagi sul lavoro e la riforma Maroni sulle pensioni, e i riformisti dall'altra, che parlano solamente di modifiche mirate.
Le cose non vanno meglio sulla questione sicurezza. Una ordinanza contro i lavavetri del sindaco diessino di Firenze, nonché presidente dell'Anci (Associazione nazionale dei comuni italiani), Leonardo Domenici, ha scatenato nuove polemiche all'interno del centrosinistra tra i massimalisti, che ritengono inaccettabile a prescindere sanzionare gli «ultimi della società», e i riformisti, che plaudono all'iniziativa di Domenici all'insegna del sano realismo. L'ultimo Consiglio dei Ministri, sotto la spinta dell'opinione pubblica e dei media, ha deciso di varare un provvedimento ad hoc contro la micro-criminalita entro tre settimane. Tutti d'accordo nel centrosinistra? Ma per carità. Già mercoledì scorso, dopo un solo giorno di distanza dall'annuncio in pompa magna, ecco la dichiarazione controcorrente di Manuela Palermi, capogruppo dei Verdi-Pdncci al Senato: «A questo punto è necessario che sul provvedimento sicurezza ci sia un'intesa più ampia. Se continuano ad insistere per usare il pugno duro contro chi, pur di sopravvivere, è costretto a lavare i vetri, siamo veramente alla frutta». A questo punto, quindi, non è dato neanche sapere se il famoso pacchetto-sicurezza del Governo sarà quello annunciato. Se poi è vero, come dice Manuela Palermi, che siamo alla frutta, la colpa è solo del centrosinistra al governo che, è bene ricordarlo, è ancora in sella anche grazie al suo voto in Senato (senza dimenticare anche quello di Fosco Giannini).
Insomma, gli esponenti della sinistra radicale, così duri e polemici sulla stampa con tutte le scelte del governo, una volta chiamati a votare al Senato i provvedimenti, sembrano smarrire magicamente tutta la vis polemica e continuano a rinnovare sistematicamente la loro fiducia a Romano Prodi. Forse è proprio questo il vero nodo che dovrà essere sciolto in autunno.


Antonio Maglietta
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