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giovedì 17 luglio 2008

Immigrazione: la sinistra usa le istituzioni Ue per polemizzare


di Antonio Maglietta - 12 luglio 2008

Il Parlamento europeo ha adottato giovedì una risoluzione che boccia le misure del governo italiano per il censimento delle persone che vivono nei campi nomadi presenti sul territorio nazionale. Con 226 voti a favore, 220 contrari e 77 astenuti, l'Europarlamento ha accolto il testo presentato dal gruppo socialista, il Pse, dalla sinistra europea del Gue e dai liberali dell'Alde in cui si chiede alle autorità italiane «di astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori e dall'utilizzare le impronte digitali già raccolte». Questo, precisa la risoluzione, «in attesa dell'imminente valutazione delle misure prevista dalla Commissione europea, in quanto la misura costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l'origine etnica».

Bene hanno fatto i ministri Frattini, Maroni e Ronchi ad indire subito una conferenza stampa per spiegare i termini della questione (Frattini: «Solo la Commissione europea può valutare la legittimità del provvedimento») e ribadire che è in corso un attacco strumentale al governo italiano e che lo stesso andrà comunque avanti sulla strada intrapresa. Nell'ordinanza, infatti, non si parla di prendere le impronte ai rom, ma si parla esclusivamente di un censimento nei campi nomadi dove vivono cittadini italiani, comunitari di varie etnia e cittadini extracomunitari. Il censimento è cosa diversa dalla schedatura ed il voler volutamente circoscrivere la questione ai soli Rom, come fa la citata risoluzione, dimostra tutta la volontà di voler strumentalizzare la questione. Il censimento, concretamente, può avvenire anche attraverso la rilevazione delle impronte digitali ma solo nel caso in cui l'identità non sia verificabile attraverso la normale documentazione. Sapere le generalità di chi vive in un dato territorio è una questione di sicurezza fondamentale sia per i diretti interessati che per la collettività.

L'intera faccenda, poi, è stata degradata a sgradevole polemicuccia pretestuosa nei confronto del governo dopo la lettura dell'intervista rilasciata venerdì a Libero dal presidente dell'Unicef Italia, Vincenzo Spadafora: «Siamo stati i primi a lanciare un allarme quando si era parlato di rilevare le impronte ai bimbi ma dopo un incontro con il ministro abbiamo avuto rassicurazioni sulle sue reali intenzioni». E ancora: «Quello che si sta dicendo distorce le reali intenzioni del governo e mi dispiace che anche le posizioni dell'Unicef siano strumentalizzate». Il presidente di Unicef Italia dice di aver letto il testo dell'ordinanza del ministro, e che «non c'è discriminazione. L'obiettivo è unicamente quello di riconoscere i diritti civili dei bambini. Non stanno prendendo impronte ma scattano solo fotografie, non si ledono in alcun modo i diritti del minore». E alla domanda se il governo deve dunque andare avanti, Spadafora risponde sibillino: «sì, il ministro ha centrato il problema, l'azione è assolutamente corretta. La vera battaglia è di tipo culturale».

Alla fine della fiera, dunque, si è rilevato più che palese l'atteggiamento barricadero dei parlamentari europei di centrosinistra che, per venire in soccorso dei loro compagni in netta difficoltà in Italia, hanno pensato bene di usare in maniera strumentale il Parlamento Europeo, già sapendo che l'effetto reale della loro azione sarebbe stata sola una sterile polemica fine a se stessa e non un qualcosa di concreto perché solo la Commissione europea può valutare la legittimità del provvedimento. Sono abituati così a sinistra: invece di fare cose concrete, perdono tempo polemizzando. La cosa grave che va sottolineata, invece, è che il voler a tutti i costi esternalizzare la battaglia politica nazionale perché dentro i confini si è deboli, soli, divisi ed invisi alla stragrande maggioranza dei cittadini (urne docet), così come stanno cercando di fare alcune anime del centrosinistra, ha solo l'effetto di danneggiare l'immagine del nostro Paese a tutto vantaggio dei nostri competitors. I sinistri nostrani sembrano tanti bimbetti impauriti che corrono dalla mammina Pse perché il governo Berlusconi e la maggioranza di centrodestra gli fanno continuamente la bua. Gli stessi, però, è bene che si rendano conto che i singoli eurodeputati sono portatori anche dei loro interessi nazionali, e che cercare di infangare l'immagine del nostro Paese per interessi politici interni è un esercizio che trova sponde interessate anche e soprattutto per questo motivo.

Antonio Maglietta

mercoledì 30 aprile 2008

Immigrazione illegale e criminalità



di Antonio Maglietta - 29 aprile 2008

Circa il 35% dei reati in Italia sono commessi da stranieri, con i romeni al primo posto. E sono soprattutto i clandestini a delinquere, mentre tra gli immigrati regolari il tasso di criminalità è, in media, in linea con quello degli italiani. Questi gli ultimi dati del Viminale, dopo che negli ultimi giorni diversi episodi di criminalità hanno visto come autori proprio degli stranieri: l'ultimo caso l'omicidio della coppia veronese, per cui è stato arrestato un giovane romeno che ha confessato il delitto.

Nel periodo gennaio-agosto 2007 sono state denunciate o arrestate complessivamente 567.000 persone, di cui circa 364.000 italiani e 203.000 stranieri (pari appunto al 35% del totale). Tra questi ultimi, 32.468 sono di nazionalità romena. Nei primi otto mesi dell'anno, il totale delle segnalazioni riguardanti i romeni corrisponde al 5,71% del totale dei reati ed al 16% del totale di quelli commessi da stranieri. Da poco più di un anno, da quando è entrato in vigore l'accordo di collaborazione tra le polizie italiana e romena, sono stati oltre 1.100 i cittadini romeni arrestati in Italia e più di 2.000 i denunciati.

La quota di stranieri autori dei reati è cresciuta con l'aumentare della presenza degli immigrati in Italia: ad esempio, nel 1988 la quota di stranieri sul totale dei denunciati per omicidio era del 6%, contro una popolazione straniera residente in Italia pari allo 0,8%; dieci anni dopo, gli immigrati denunciati per omicidio salgono al 18%, contro l'1,7% degli stranieri in Italia; nel 2006 la quota di stranieri denunciati per omicidio balza al 32%, contro una popolazione straniera del 5%. Sono romeni, marocchini ed albanesi a commettere più reati, anche perché sono numericamente le nazionalità più numerose tra quelle presenti in Italia.

Per quanto riguarda gli omicidi, i romeni sono al primo posto (il 15,4% del totale degli stranieri denunciati per questo reato), seguiti dagli albanesi (11,9%) e dai marocchini (9,1%). Anche per le violenze sessuali i romeni sono in testa (rappresentano il 16,2% del totale degli stranieri denunciati per questo reato), seguiti dai marocchini (15,9%) e dai croati (13,9%). Per le rapine in casa, ancora romeni al comando (19,8%), seguiti da albanesi (13,8%) e marocchini (8,7%). Per gli scippi, i marocchini sono al primo posto (20,6%), seguiti da romeni (19,3%) e albanesi (6%). Per quanto riguarda i furti d'auto, i romeni tornano in testa (29,8%), seguiti da marocchini (13,2%) e albanesi (8,8%). Per le estorsioni, infine, ancora romeni primi (15%), seguiti da albanesi (11,2%) e marocchini (10,7%).

Nel frattempo è stato raggiunto l'accordo tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue sulle regole comuni per il rimpatrio dei clandestini: si attende solo il via libera definitivo dell'europarlamento (il 4 giungo prossimo) e poi la direttiva, che cerca di dare omogeneità alle diverse politiche sul rimpatrio degli immigrati illegali, si applicherà a tutti gli Stati membri. Il testo proposto dalla Ue ha lo scopo di rendere più semplice e trasparente il processo di rimpatrio di quanti giungono in uno dei 27 Paesi dell'Unione senza permesso di soggiorno. Ai clandestini saranno garantiti dai 7 ai 30 giorni per fare ritorno in patria spontaneamente, dopodichè, e solo come secondo passo, sarà emesso un provvedimento di rimpatrio. Inoltre, un clandestino rimpatriato da uno Stato membro non potrà fare ritorno in nessuno degli Stati dell'Unione europea, in forza di un bando provvisorio che potrà essere reso permanente in caso di grave pericolo per la sicurezza nazionale. La direttiva stabilisce poi un limite per la detenzione dei clandestini nei centri di permanenza temporanei (Cpt) e obbliga i Governi a garantire alle organizzazioni non governative l'accesso a tutti i Cpt.

Antonio Maglietta

venerdì 25 aprile 2008

Gli amici «disobbedienti» di Rutelli



di Antonio Maglietta - 24 aprile 2008

Il ballottaggio tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli per la guida del Campidoglio ha trasformato le strade di Roma, dal centro alla periferia, nel crocevia della politica nazionale. Per il centrosinistra il risultato della Capitale è diventato uno snodo fondamentale; una sconfitta o una vittoria inciderebbero in maniera decisiva sulle future carriere di buona parte della classe dirigente del Partito Democratico, in una sorta di sliding doors politico dai risultati imprevedibili. Tutti i big del partito di Prodi e Veltroni sono in questi giorni a Roma, in giro per le vie della città, per appoggiare la candidatura di Rutelli. Visto, però, che si tratta in gran parte di ministri o sottosegretari del governo uscente, quello che entrerà negli annali come l'esecutivo con il più basso indice di gradimento della storia repubblicana, ancora non è chiaro se si tratta di presenze per sostenere o per avversare la candidatura del già due volte sindaco della Capitale. Infatti, non dovrebbe fare proprio un bell'effetto sentirsi fare il predicozzo sui «faremo» da chi, nella realtà, ha fatto poco e male negli ultimi due anni alla giuda del paese.

Soprattutto in tema di sicurezza e immigrazione. Su quest'ultima materia sia il Pd che la Sinistra Arcobaleno vorrebbero l'introduzione, nel nostro ordinamento, degli istituti della sponsorizzazione e dell'auto-sponsorizzazione per far venire liberamente nel nostro paese gli immigrati senza un pregresso contratto di lavoro. Senza contare, poi, la volontà pervicace con cui hanno cercato in tutti i modi di affossare la legge Bossi-Fini nel corso di tutta l'ultima legislatura attraverso la chiusura dei Cpt (introdotti dalla legge Turco-Napolitano) e la dilatazione dei flussi di ingresso. Ma è sulla sicurezza che il centrosinistra ha dato e continua a dare il peggio di sé. I due anni di governo, infatti, si sono caratterizzati per gli annunci che poi, nella realtà, si sono tradotti in un nulla di fatto. L'esempio lampante è stato il famoso decreto-sicurezza, adottato sull'onda emotiva della morte della signora Reggiani a Roma, fatto decadere dallo stesso governo per errori grossolani presenti nel testo (un riferimento sbagliato ad un trattato internazionale) e per convenienza politica dettata da beghe di cortile e liti di Palazzo (la sinistra antagonista era nettamente contraria al varo). Forse anche memore di questa figuraccia, Veltroni, da neo-segretario del Partito Democratico, aveva detto «no» all'alleanza con la Sinistra Arcobaleno.

Nella Capitale, invece, Rutelli, per la corsa a sindaco, è riuscito a rimettere insieme tutto l'arco dei partiti che sosteneva in parlamento il governo Prodi, riportando all'ombra del Cupolone tutte le laceranti contraddizioni politiche interne mai risolte, ma solamente sopite dalla voglia di mantenere a tutti i costi il controllo del Campidoglio. Tra le note stonate più evidenti ed imbarazzanti per l'ex sindaco di Roma, un nome di battaglia su tutti: Tarzan, al secolo Andrea Alzetta, leader di Action, associazione che opera nel campo delle politiche abitative in maniera spicciola, cioè occupando le case, sia quelle sfitte di alcuni complessi residenziali privati che quelle di edilizia pubblica, senza tener conto di alcuna graduatoria, della proprietà privata e, in generale, delle leggi. Alzetta, grazie al suo attivismo, in questa tornata elettorale, è stato il primo consigliere comunale eletto nelle liste della Sinistra Arcobaleno nella Capitale con più di 2.000 preferenze. Un risultato di tutto rispetto che dimostra anche il seguito non indifferente che c'è a Roma dietro Action.

In uno scontro elettorale che si giocherà su una manciata di voti, Rutelli ha bisogno in maniera vitale di avere anche il supporto di un gruppo che non fa mistero di agire nell'illegalità, tanto che, per fugare ogni dubbio, sui manifesti elettorali affissi per tutta Roma Alzetta ha fatto scrivere a caratteri cubitali: «Occupare case è reato? ...Ma Tarzan lo fa!». Ma se l'apporto di Action è fondamentale per mantenere vive le speranze di Rutelli nella corsa per il Campidoglio, è ovvio che la stessa associazione, se il centrosinistra guiderà Roma, avrà un ruolo di primo piano nella gestione politico-amministrativa della Capitale. Viene da chiedersi: ma una volta le istituzioni non combattevano l'illegalità? Qui sembra che il centrosinistra voglia portare nelle istituzioni chi agisce nell'illegalità. Francamente, con tutti i problemi di sicurezza che affliggono la Capitale, non ci sembra che questa possa essere la scelta migliore. A questo punto, dopo 15 anni di governo della sinistra, Roma ha bisogno di cambiare in meglio su tanti fronti, e a maggior ragione su quello della sicurezza.

Gianni Alemanno, candidato del Pdl nella corsa al Campidoglio, forte anche del «Patto con Roma», firmato nei giorni scorsi anche da Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Alfredo Antoniozzi (candidato del Popolo della Libertà alla guida della Provincia di Roma), è l'uomo giusto per avere quella svolta positiva nella gestione politico-amministrativa della Capitale che i romani attendono oramai da troppo tempo.

Antonio Maglietta

domenica 23 dicembre 2007

Sicurezza e integrazione

di Antonio Maglietta - 22 dicembre 2007

L'Accordo di Schengen del 14 giugno 1985, sottoscritto da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, intendeva eliminare progressivamente i controlli alle frontiere comuni e introdurre un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità o di Paesi terzi. La Convenzione di Schengen completò l'Accordo e definì le condizioni di applicazione e le garanzie inerenti all'attuazione della libera circolazione. Firmata il 19 giugno 1990 dagli stessi cinque Stati membri, entrò in vigore solo nel 1995. L'Accordo e la Convenzione di Schengen, le regole adottate sulla base dei due testi e gli accordi connessi formarono l'«acquis di Schengen». Dal 1999 esso venne integrato nel quadro istituzionale e giuridico dell'Unione Europea in virtù di un protocollo allegato al Trattato di Amsterdam.
Gli accordi di Schengen si estesero, nel tempo, all'insieme dei quindici vecchi Stati membri dell'UE: l'Italia firmò gli accordi nel 1990, la Spagna e il Portogallo nel 1991, la Grecia nel 1992, l'Austria nel 1995 e la Finlandia, la Svezia e la Danimarca (con uno statuto adattato) nel 1996. L'Irlanda e il Regno Unito, dal canto loro, decisero di partecipare solo parzialmente all'acquis di Schengen e di mantenere i controlli alle loro frontiere. Anche due Paesi terzi - l'Islanda e la Norvegia - fanno parte dello spazio di Schengen dal 1996. La loro partecipazione al processo decisionale è tuttavia limitata.
L'aggettivo «storico» ha contrassegnato le celebrazioni per l'estensione di Schengen a Estonia, Repubblica Ceca, Lituania, Ungheria, Lettonia, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia, avvenuta il 21 dicembre. In effetti, la vita cambierà per molti milioni di cittadini, che potranno spostarsi liberamente in 24 Paesi, con ricadute economiche positive dovute soprattutto alla crescita del turismo e dell'attività commerciale transfrontaliera. Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha affermato: «Da oggi possiamo viaggiare liberi tra i 24 Paesi dello spazio Schengen senza subire controlli alle frontiere interne, terrestri e marittime, dal Portogallo alla Polonia e dalla Grecia alla Finlandia. Desidero congratularmi con i nove nuovi Stati Schengen, con la presidenza portoghese e con tutti gli Stati membri dell'Unione per tutto il lavoro svolto. Assieme abbiamo superato i controlli alle frontiere come tanti ostacoli artificiali alla pace, alla libertà e all'unità in Europa, creando i presupposti di una maggiore sicurezza».
Tuttavia, come succede sempre quando si aprono le porte di casa, c'é anche chi teme che tale apertura delle frontiere interne possa rendere più difficile la lotta all'immigrazione clandestina e alla criminalità. Ad esprimersi in questo senso, nei giorni scorsi, è stato Ilkka Laitinen, direttore generale di Frontex, l'Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea, il quale ha spiegato che a suo giudizio l'eliminazione delle frontiere interne significa la perdita di uno strumento molto efficace per la lotta all'immigrazione clandestina. L'Agenzia è stata istituita con il regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio del 26 ottobre 2004 (GU L 349 del 25.11.2004). Frontex ha il compito di coordinare la cooperazione operativa tra gli Stati membri in materia di gestione delle frontiere esterne; assistere gli Stati membri nella formazione di guardie nazionali di confine, anche elaborando norme comuni in materia di formazione; preparare analisi dei rischi; seguire l'evoluzione delle ricerche in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne; aiutare gli Stati membri che devono affrontare circostanze tali da richiedere un'assistenza tecnica e operativa rafforzata alle frontiere esterne; fornire agli Stati membri il sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte; opera in stretto collegamento con altri organismi comunitari e dell'UE responsabili in materia di sicurezza alle frontiere esterne, come Europol (l'Ufficio europeo di polizia), Cepol (l'Accademia europea di polizia), Olaf (l'Ufficio europeo per la lotta antifrode), e di cooperazione nel settore delle dogane e dei controlli fitosanitari e veterinari, al fine di garantire la coerenza complessiva del sistema.
In un quadro in cui le frontiere interne perdono la loro funzione di barriere frangiflutti, per la lotta all'immigrazione clandestina e alla criminalità diventerà sempre più importante la cooperazione interna tra i Paesi membri e tra Europa e Paesi confinanti, oltre ad una buona legislazione interna che sia in grado di coniugare il più possibile il binomio sicurezza-integrazione.
Antonio Maglietta

venerdì 21 dicembre 2007

Immigrazione: possibile sanatoria senza controllo

di Antonio Maglietta - 20 dicembre 2007

Nuovo assalto, ma inferiore a quello di sabato scorso, al sistema telematico del Viminale nel secondo appuntamento, martedì, dedicato alle domande on line per colf e badanti provenienti da tutte le nazionalità non comprese tra i 14 Paesi del primo «click day». Le richieste sono state 136.567 (63.478 quelle inviate da singole persone e 73.089 quelle inviate da patronati e associazioni) che, aggiunte a quelle arrivate in precedenza, portano il totale a circa 500.000, a fronte dei 170.000 posti disponibili. Il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, ha chiesto che le domande in esubero non decadano, ma vengano acquisite in una grande lista. Le nazionalità dei lavoratori extracomunitari che hanno fatto registrare il maggior numero di domande nella seconda tornata sono Ucraina (34.089), Cina (23.995), India (23.415), Perù (16.963), Ecuador (5.464). Le richieste più numerose sono giunte dalla Lombardia (41.600), dall'Emilia Romagna (15.221), dal Veneto (13.909), dal Lazio (11.815), dalla Campania (11.259), dal Piemonte (9.224) e dalla Toscana (8.419). Venerdì ci sarà l'ultimo «click day», riservato alle altre tipologie di lavoratori (57.900 ingressi programmati).
Le richieste di lavoratori extracomunitari, dunque, superano abbondantemente l'offerta e Ferrero sottolinea che «i 170.000 posti che abbiamo stabilito sono un numero inferiore rispetto alle necessità del mercato italiano. Ma, d'altra parte, il decreto flussi è una toppa e deve solo garantire il passaggio ad una forma più seria». Bisognerà - osserva - «fare una riflessione su quale strada intraprendere per dare una risposta ai tanti che restano fuori dal decreto flussi. Nel 2006 abbiamo scelto di fare un secondo decreto flussi, ma con l'attuale legge, la Bossi-Fini, si è visto che le procedure farraginose creano lungaggini. Io credo che non possiamo fare quello. Forse la risposta più snella è la nuova legge». Sulla stessa lunghezza d'onda il sottosegretario all'Interno, Marcella Lucidi, che, nella Giornata mondiale del migrante, auspica l'approvazione del disegno di legge Amato-Ferrero, la cui utilità, osserva, «è palese soprattutto in questi giorni in cui si sta svolgendo la corsa telematica per i 170.000 posti del decreto flussi 2007 e in cui si sta evidenziando la sproporzione tra la domanda di lavoro migrante e le quote effettive».
Insomma, sembra essere alle porte una nuova sanatoria, ma - cosa ancor più grave - ambienti istituzionali cercano di spingere per la celere approvazione del disegno di legge governativo che vorrebbe scardinare la Bossi-Fini e mettere una pietra tombale sul concetto di «immigrazione economica», cioè su quella regolata dallo stretto legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno. In pratica, si vogliono allargare le maglie degli ingressi degli stranieri in Italia senza il minimo accenno ai controlli, per poi arrivare alla seconda sanatoria, ancora non accennata ma passo successivo inevitabile alla luce di questi presupposti di fatto: l'approvazione del disegno di legge governativo che porta a 5 anni, rispetto agli attuali 10, il dato temporale che permette all'immigrato che vive regolarmente in Italia di poter accedere alle procedure per la richiesta della cittadinanza. E' evidente che il governo trascuri il dato della sicurezza quando parla di immigrazione.
Prendendo spunto dalle cronache provenienti da altri Paesi, ben più organizzati del nostro nelle politiche di accoglienza e prevenzione dei rischi, è palese che le maglie della sicurezza non sono mai abbastanza strette e necessitano sempre di una costante attenzione. Dalla Gran Bretagna arriva la notizia che un clandestino nigeriano ha lavorato per 19 mesi come guardia al ministero dell'Interno. La scoperta è stata fatta venerdì scorso da ufficiali dell'immigrazione nel corso di controlli dei documenti relativi a 11.000 stranieri con permessi di lavoro sospetti. L'uomo, ora in stato di arresto, lavorava alla reception del quartier generale del dipartimento governativo di Marsham Street, nel quartiere di Westminster, dal maggio dello scorso anno, ma non aveva accesso ad alcun documento o ufficio ministeriale. Il nigeriano era stato assunto dalla Security Industry Authority, un'azienda subappaltatrice che lavora per l'Home Office (il ministero dell'Interno britannico), grazie a documenti contraffatti.
In una dichiarazione scritta, il ministro Smith ha fatto sapere ieri che «il segretario generale ha preso provvedimenti immediati per irrigidire le procedure di controllo dello status degli immigrati che lavorano per il ministero dell'Interno, sia nel ruolo di funzionari pubblici assunti da un subappaltatore, sia in qualsiasi altra capacità». Smith ha insistito sul fatto che la responsabilità dei controlli dei documenti di possibili impiegati è dei subappaltatori che si occupano delle assunzioni. Ma il ministro ombra dell'Interno, il conservatore David Davis, ha respinto questa spiegazione: «Se Smith vuole evitare di prendersi responsabilità in questo modo dovrebbe almeno controllare prima che ci sia ordine in casa sua. Chi perseguirà legalmente e multerà ora l'Home Office? Se stesso? E' chiaro che il governo è parte del problema e non della soluzione». La rivelazione dell'impiego del clandestino nel servizio di sicurezza dell'Home Office è il colpo di grazia per il ministero, già nell'occhio del ciclone, in questi giorni, per la concessione di una sanatoria di emergenza a 165.000 immigrati richiedenti asilo nel Regno Unito dopo che membri del personale addetti al servizio avevano per errore dimenticato per troppo tempo, su scaffali impolverati, i documenti relativi ai rifugiati.
Insomma, il problema del delicato rapporto tra sicurezza ed immigrazione è un elemento su cui occorre vigilare costantemente. Le decisioni da prendere in materia necessitano di raziocinio, dibattito, idee e lungimiranza e non certamente di fretta, emotività ed approssimazione. Speriamo che Ferrero e Lucidi prendano spunto dalle notizie provenienti dalla Gran Bretagna e cambino idea sul fatto che la sicurezza sia un dato da ritenere marginale quando si parla di immigrazione.

Antonio Maglietta

mercoledì 19 dicembre 2007

Le incaute rimozioni del governo di centrosinistra


di Antonio Maglietta - 18 dicembre 2007

E' da un pò di tempo evidente che qualcuno, nel governo, ha perso la bussola del senso del dovere istituzionale e, pur di innescare un gioco di potere e di poltrone che gli permetta di sopravvivere alle intemperie che si stanno per abbattere su Palazzo Chigi e dintorni, ha deciso irresponsabilmente di calpestare tutto e tutti: uomini, leggi e, più in generale, lo stesso stato di diritto. Le figuracce inanellate da Prodi e Padoa-Schioppa con i casi Petroni (CdA Rai) e Speciale (Guardia di Finanza), che hanno fatto perdere il proverbiale sorriso al ministro dell'Economia, sembrano non aver insegnato nulla a chi pensa che le istituzioni possano essere usate a proprio uso e consumo.
Ora, forse si profila un altro caso simile. Questa volta, però, il protagonista è il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero. Spesso fortemente critico con le scelte del governo, ma nei fatti mai coerente con le sue parole, Ferrero ha forse deciso di seguire il non proprio edificante esempio del collega del ministero di Via XX settembre, e sta cercando di forzare un po' la mano - tanto per usare un eufemismo - per cambiare gli assetti dirigenziali che fanno riferimento al suo dicastero. «Per cacciarmi, il governo, con il ministro Ferrero, cambia nome e statuto all'Ente che presiedo, l'Istituto Italiano di Medicina Sociale, dopo il tentativo di commissariamento andato a vuoto per l'intervento del Consiglio di Stato: il mio caso è analogo al caso Speciale nella Guardia di Finanza e al caso Petroni al CdA della Rai». Sono dure le accuse lanciate da Antonio Guidi, ex ministro per le Politiche Familiari nel governo Berlusconi, da tre anni presidente del citato Istituto, poi commissariato nel maggio scorso e a fine novembre reintegrato dal Consiglio di Stato al vertice di quello che ora, secondo le intenzioni comunicate da Ferrero, dovrebbe diventare l'Istituto per gli Affari Sociali, perdendo la qualifica sanitaria e cambiando dunque in parte la sua ragione sociale e l'attuale dirigenza.
«Contro di me sono scesi in azione i "bombardieri"», protesta Guidi. «Forse non vogliono che continui ad indagare sulle tante malefatte del passato, a cominciare dall'eccesso di contratti esterni firmati dall'Istituto. Alla magistratura, alla Corte dei Conti e ai carabinieri ho già esposto elementi di grandissima preoccupazione in merito. Io - spiega - non ne faccio una questione di lesa maestà, ma in nome di uno spoil-system scriteriato e scellerato si arriva, pur di sostituirmi, addirittura ad attaccare un Istituto che vanta una tradizione lunga ottant'anni». E sulle aspettative Guidi è chiaro: «Spero che il presidente del Consiglio Romano Prodi venga a conoscenza di quello che sta accadendo, perché credo non ne sappia ancora nulla. E' un uomo saggio e non credo che permetterà di fare scempio di un Istituto solo per togliere di mezzo il suo presidente. Quanto a me, che fui nominato presidente da Berlusconi circa tre anni fa, non voglio certo esserlo a vita. Ma intendo resistere, anche alla luce della sentenza del Consiglio di Stato, per portare a termine l'operazione di pulizia e di trasparenza che ho iniziato e per la quale forse sono adesso attaccato».
Già Libero di Vittorio Feltri aveva denunciato il caso in un articolo del 7 dicembre scorso: «Lo hanno prima emarginato. Poi commissariato. Infine, dopo la pronuncia del Consiglio di Stato che restituiva al professor Guidi la sua carica illegittimamente revocata, lo hanno mobbizzato. Gli hanno tolto il fax, staccato il telefono, impedito l'accesso ai documenti, militarizzato l'ufficio. Gli hanno persino tolto l'auto di servizio, conoscendo le sue difficoltà motorie. Per giorni, Antonio Guidi, pur di lavorare ha dovuto utilizzare il suo telefonino personale». Insomma, un trattamento con i fiocchi.
Ma Guidi resiste e va avanti nella sua battaglia. Dopo Petroni e Speciale, si prospetta una ennesima figuraccia per il governo con il caso Guidi? Non c'è due senza tre, tanto dalle parti di Palazzo Chigi, da quando c'è il Professore, sono abituati a fare brutte figure e tirare avanti come se nulla fosse. Poco importa, se c'è né una in più o una in meno, a chi non ha rispetto per il ruolo istituzionale che ricopre.

Antonio Maglietta
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