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giovedì 12 gennaio 2012
Rispettiamo la volontà degli immigrati senza forzature
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 gennaio 2012
Durante una audizione nella commissione affari costituzionali della Camera, il ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, caldeggiando l'adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia, ha sostenuto la necessità di adottare come criterio «non lo ius sanguinis, non lo ius soli, che esporrebbe un paese poroso come il nostro a eventi che non sono nella nostra cultura giuridica e umanistica, ma lo ius culturae», perché «pensarsi italiani ed essere italiani aiuta ad integrarsi» e aspettare il compimento del 18esimo anni può essere tardi perché «mi chiedo se a 18 anni la personalità non è già strutturata». In questo senso Riccardi ha definito come «molto opportuna» la ripresa dei lavori in materia di cittadinanza nella prima commissione di Montecitorio, «per affrontare il tema dei bambini nati in Italia e figli di genitori stranieri». Ma, ha aggiunto, «sono consapevole che il Governo non può che sostenere e appoggiare quello che maturerà all'interno del Parlamento. Una commissione presso il mio ministero sta studiando tutti i buoni progetti presentati in proposito. Faccio presente - ha aggiunto il ministro - cha dall'Unione europea vengono richieste di implementazione sui temi discussi in questa commissione, e che il 2013 sarà l'anno europeo della cittadinanza».
Nell’ambito della stessa occasione ha affermato anche che la cooperazione allo sviluppo «può anche servire a qualificare i migranti» e che il processo di integrazione ha inizio «fin dai Paesi di origine dei migranti».
Prima di parlare delle affermazioni fatte dall’attuale ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, bisogna fare una piccola ma fondamentale premessa. Andrea Riccardi è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, un movimento laicale dedito da più di 40 anni alla comunicazione del Vangelo e alla carità in Italia, e in altri 73 paesi nel mondo, ed è spesso impegnato a fornire forme di aiuto anche agli immigrati. Quando uno come Riccardi parla di immigrazione, con questa importante storia personale alle spalle e con una esperienza diretta sul campo che in pochi possono vantare, bisogna sicuramente prestare molta attenzione a quanto dice, seppur nel rispetto di una fisiologica differenza di vedute, perché questi pensieri vengono da una persona che ha un bagaglio culturale e di fatti vissuti in materia enorme e, soprattutto, una visione di insieme del tema.
Fatta questa debita premessa, è possibile affermare che, con riferimento a coloro che arrivano in Italia per lavoro, un sano processo di integrazione passa necessariamente per il rafforzamento della cooperazione allo sviluppo (quella reale e proficua e non quella dei soldi sprecati) e che, almeno fino ad ora, per vari motivi, questo strumento è stato utilizzato poco e talvolta male. Quindi ben vengano tutte le iniziative per implementare la cooperazione allo sviluppo, magari anche mirata ai paesi di provenienza della maggior parte degli immigrati in Italia e alle richieste del nostro mercato del lavoro, nell’ambito del miglioramento del processo di integrazione degli stranieri nel nostro Paese. Detto questo, tuttavia, bisogna fissare il punto fermo che la leva dell’immigrazione non debba essere assolutamente usata per reperire manodopera a basso costo, perché questo atto incivile serve solo per arricchire le tasche di pochi e comporta, di contro, una miriade di effetti negativi sugli stessi stranieri (lavoro nero, paghe da fame, ecc.), sugli italiani (concorrenza al ribasso sul salario) e, più in generale, sul nostro sistema di assistenza sociale e sul mercato del lavoro nazionale.
Per quanto riguarda, invece, l’adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia sarebbe opportuno ricordare che se uno straniero si sente italiano, nell’ambito del tema trattato, può acquistare la nostra cittadinanza al compimento dei 18 anni. La ratio della legge in vigore è che il figlio di un immigrato residente in Italia, consapevolmente, di sua sponte e nel momento in cui acquista la capacità di agire, ha la possibilità di diventare un cittadino italiano. Anzi proprio perché a 18 anni una persona ha una personalità abbastanza strutturata è meglio che faccia la scelta a quell’età, senza imposizioni da parte dei genitori o, peggio ancora, dello Stato. Se vogliamo che queste persone aderiscano ai valori che definiscono l'ordine normativo del nostro paese, dobbiamo rispettare innanzitutto la loro volontà di scegliere o no di acquistare la cittadinanza. Se integrarsi vuol dire aderire ai valori, stiamo parlando in primis di un processo tutto personale, che ovviamente investe tutto quello che in sociologia rientra nella definizione dei cosiddetti gruppi primari e secondari, ma che riguarda fondamentalmente la sfera della volontà personale.
La scuola, la famiglia, le istituzioni, magari anche l'ambiente di lavoro sono importanti nel processo di integrazione, ma l'aspetto fondamentale risiede nella volontà dell'individuo di accettare i valori del paese in cui vive. Per questo motivo, proprio perché l’attuale legge rispetta la volontà dell’individuo, le ipotesi di modifica che prevedano l’introduzione di automatismi nella concessione della cittadinanza è meglio che siano accantonate.
venerdì 8 aprile 2011
Immigrazione. Ah, les français!


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 08 aprile 2011
C'è tensione tra Italia e Francia dopo le dichiarazioni di Claude Gueant, ministro dell'Interno del governo transalpino, il quale ha affermato che «i permessi di soggiorno temporanei italiani dati agli immigrati per motivi umanitari non escludono la possibilità che i migranti stessi siano respinti dalla Francia e rinviati in Italia». Non solo: «Per il governo francese - ha sottolineato Gueant - sono necessari documenti di identità e, soprattutto, una giustificazione di risorse». Cioè soldi a sufficienza (quantificati in almeno 65 euro al giorno) per essere autonomi sul territorio francese.
E' ovvio che i francesi stiano cercando di metterci i bastoni tra le ruote, stravolgendo addirittura l'accordo di Schengen sulla libera circolazione di cittadini dei Paesi terzi. La posizione della Francia vuole chiaramente colpire l'idea italiana secondo cui, con un permesso di soggiorno provvisorio, i tunisini avrebbero lasciato celermente la Penisola per dirigersi altrove, a iniziare dalla Francia, in cerca di ricongiungimenti famigliari.
Tuttavia, nonostante la tensione, l'incontro avvenuto a Milano tra il ministro Maroni e il suo omologo transalpino ha prodotto comunque un importante accordo tra Italia e Francia. Esso prevede iniziative comuni per bloccare le partenze dei clandestini dalla Tunisia attraverso un pattugliamento congiunto navale ed aereo. Nell'intesa sono previsti anche programmi di rimpatrio con il sostegno dell'Unione Europea. Restano, però, posizioni distanti sulla normativa di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Il ministro francese ha affermato, infatti, che «i permessi temporanei di soggiorno rilasciati dal governo italiano aprono la possibilità di libera circolazione, ma nel rispetto dell'articolo 5 che prevede il possesso di risorse finanziarie e documenti».
L'accordo di Schengen è stato fatto prima di tutto per garantire la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri e poi, di rimando, anche per i cittadini di Paesi terzi titolari di un visto uniforme, entrati regolarmente nel territorio di una delle parti contraenti. Non è un caso che proprio la libera circolazione di questi ultimi sia garantita solo a certe condizioni (essere in possesso di un documento o di documenti validi che consentano di attraversare la frontiera, quali determinati dal comitato esecutivo; essere in possesso di un visto valido, se richiesto; esibire, se necessario, i documenti che giustificano lo scopo e le condizioni del soggiorno previsto e disporre dei mezzi di sussistenza sufficienti, sia per la durata prevista del soggiorno, sia per il ritorno nel Paese di provenienza o per il transito verso un terzo Stato nel quale la sua ammissione è garantita, ovvero essere in grado di ottenere legalmente detti mezzi; non essere segnalato ai fini della non ammissione; non essere considerato pericoloso per l'ordine pubblico, la sicurezza nazionale o le relazioni internazionali di una delle parti contraenti.).
Si vuole giustamente evitare che l'Europa diventi terra di conquista. E fin qui tutto bene. Il problema è che, secondo l'interpretazione francese, per attraversare le frontiere i tunisini con permesso provvisorio di soggiorno italiano dovrebbero poter esibire anche un passaporto valido rilasciato dalle loro autorità nazionali e non certo un documento d'identità delle autorità italiane. Si tratta di una precisazione puntigliosa, non presente all'interno del trattato. Schengen fornisce, infatti, solamente un quadro giuridico, ma è chiaro che debba esserci un coordinamento politico fra gli Stati membri sull'interpretazione delle norme applicative della convenzione ed è su questo punto che i francesi cercano di fare i furbi, sollevando cavilli impropri pur di non prendersi in casa gli stranieri arrivati in Italia.
Tuttavia è fin troppo ovvio che né la Francia né l'Italia possono accogliere tutte le persone provenienti dall'Africa e che è necessario arrivare quanto prima alla suddivisione degli oneri sull'accoglienza a livello comunitario ed a predisporre un piano politico per evitare l'invasione del vecchio Continente.
Lunedì prossimo, comunque, nell'ambito del Consiglio dei ministri dell'Europa, secondo quanto riferito dal ministro Maroni, l'Italia chiederà l'attivazione della direttiva 55 del 2001 che stabilisce forme di protezione internazionale diverse rispetto alla protezione dell'asilo e che consentirebbe ad ogni Stato dell'Unione, eventualmente disponibile, di accogliere una quota dei migranti anche dopo il loro ingresso in Italia. L'art. 25 della direttiva è chiaro e recita che «gli Stati membri accolgono con spirito di solidarietà comunitaria le persone ammissibili alla protezione temporanea. Essi indicano la loro capacità d'accoglienza in termini numerici o generali. Queste indicazioni sono inserite nella decisione del Consiglio di cui all'articolo 5. Dopo l'adozione di tale decisione, gli Stati membri possono indicare le eventuali capacità di accoglienza aggiuntive mediante comunicazione rivolta al Consiglio ed alla Commissione. Tali indicazioni vengono rapidamente comunicate all'Unhcr». Ora bisognerà valutare, al netto delle chiacchiere, se questa solidarietà concreta degli Stati europei scatterà o meno, e se l'Unhcr (l'agenzia Onu per i rifugiati) denuncerà con forza e pubblicamente gli atteggiamenti di chi si mostrerà ondivago davanti ai propri obblighi di solidarietà.
FONTE
giovedì 31 marzo 2011
Lampedusa non sarà lasciata sola


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 31 marzo 2011
Nella seduta straordinaria della conferenza unificata di mercoledì 30 marzo, il governo e gli enti locali hanno sancito un accordo, sulla base della richiesta avanzata dall'esecutivo per affrontare l'emergenza migratoria attraverso uno sforzo comune e condiviso, per accogliere fino ad un massimo di 50 mila profughi sul territorio nazionale e distribuendoli equamente in ciascuna regione, escluso l'Abruzzo. Tale flusso territoriale sarà definito nei prossimi giorni da una cabina di regia nazionale, coordinata dal governo e dagli enti locali ed articolata nelle diverse realtà regionali, coinvolgendo le prefetture. Per quanto riguarda il problema dei minori stranieri non accompagnati, il governo si è impegnato ad individuare risorse stabili e pluriennali al sostegno della collocazione nelle case famiglia attraverso i Comuni. L'esecutivo, inoltre, si è impegnato anche ad assicurare un criterio di equa e sostenibile attribuzione in tutto il territorio nazionale degli immigrati che risultassero clandestini, sentiti gli enti territoriali interessati. Ovviamente si tratterà di una distribuzione temporanea, legata alle procedure d'identificazione ed espulsione di chi non dovesse avere le carte in regola per restare nel nostro Paese. Le risorse finanziarie necessarie a gestire la situazione emergenziale saranno totalmente a carico del governo.
L'accordo raggiunto è un passo fondamentale per rendere operativo il piano già annunciato dal ministro Maroni per affrontare l'eccezionale ondata migratoria in arrivo sulle nostre coste a causa delle rivolte in Nord Africa. Chi parla di eventuali ritardi da parte del governo nella gestione di questa situazione sbaglia di grosso. Fino ad ora sono arrivate circa 15 mila persone in Italia a seguito delle note vicende in corso nei Paesi nord africani e, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di tunisini che non scappano dalla guerra e che sono entrati nel nostro Paese in violazione delle nostre disposizioni in materia di immigrazione. Non stiamo parlando di profughi, quindi, ma di clandestini che vanno identificati ed espulsi.
Ora, nessuno vuole criminalizzare queste persone che certamente vanno via dal proprio territorio in cerca di una vita migliore, affrontando una traversata in mare densa di pericoli per ritrovarsi, poi, in un Paese straniero senza alcuna prospettiva certa. Tuttavia non possiamo dimenticare che la tutela dei nostri confini e della coesione sociale ci impone l'applicazione delle regole che prevedono l'espulsione per i clandestini. E' molto più umano e utile per tutti aiutare queste persone a migliorare le proprie condizioni di vita a casa propria, utilizzando magari bene gli stessi soldi che avremmo speso per tenerli nel nostro Paese, che prenderli in giro facendoli restare in Italia con la prospettiva di una vita migliore. Dove sarebbe, allora, la mancata reattività da parte del governo evocata da qualcuno? Proprio per evitare di essere colti di sorpresa, e impreparati a fronteggiare una futura situazione di emergenza, il nocciolo dell'accordo con gli enti locali ha previsto un piano di accoglienza preventivo per i profughi che potrebbero arrivare soprattutto dalle coste libiche ma che, al momento, non si sono ancora visti.
Mercoledì a Lampedusa il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha promesso che l'isola non sarà lasciata al suo destino e che in brevissimo tempo tutti gli stranieri arrivati saranno trasferiti altrove. Infatti, già nella mattinata di giovedì è partita dal porto di Lampedusa la nave da crociera Excelsior con a bordo circa 1.700 immigrati tunisini, che dovrebbero essere portati a Taranto e poi trasferiti a Manduria. E' la prima delle sei navi, tra cui una militare, arrivate mercoledì al porto di Lampedusa per trasferire fino a 10 mila migranti. Le operazioni di imbarco sono particolarmente laboriose, anche perché è necessario identificare i passeggeri uno per uno. Si tratta di un'attività lunga e laboriosa, che viene svolta con grande professionalità e umanità all'interno del centro dalla polizia scientifica.
FONTE
«I francesi facciano gli umanitari anche a casa loro»

Rischio di ondate di immigrati clandestini dal Maghreb. Il Predellino ha intervistato Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro cresciuto alla "scuola" di don Gianni Baget Bozzo, per cercare di capire qualcosa di più di un fenomeno sempre più preoccupante.
di Andrea Camaiora
La situazione di instabilità politica in Tunisia e il conflitto in Libia stanno provocando un esodo verso l'Italia. Quali iniziative dovrebbe intraprendere il nostro paese per affrontare questo evento?
Bisogna distinguere tra profughi e richiedenti asilo da un lato e clandestini dall'altro. Chi scappa dalla guerra ha diritto alla protezione internazionale. Chi arriva in Italia in violazione delle nostre leggi in materia d'immigrazione, invece, deve essere rimpatriato. Il nostro governo ha ben chiara questa distinzione e si è mosso prontamente di conseguenza.
Per i primi ha predisposto un piano di accoglienza, per un massimo di 50 mila persone suddivise in ogni regione con un tetto di 1 profugo ogni mille abitanti. Per i secondi, invece, è in corso l'individuazione di siti idonei da parte del Ministero della Difesa, in aree militari dismesse, per avviare le procedure d'identificazione ed espulsione di chi non avesse le carte in regola per restare. Mi sembra un giusto equilibrio tra rispetto delle regole e doverosa accoglienza.
E' davvero sorprendente che nessuna organizzazione internazionale che opera per scopi umanitari in questo campo, sempre pronte a bacchettare impropriamente l'Italia quando si parla d'immigrazione, abbia speso una buona parola per la generosità concreta espressa dal nostro paese e, al contempo, non abbia in alcun modo censurato il comportamento di tutti quei paesi che sfuggono dai propri obblighi di natura umanitaria.
Qualcuno ha criticato il comportamento del nostro governo, giudicato troppo duro nei confronti dei clandestini. Lei cosa ne pensa?
Più che di atteggiamento duro si dovrebbe parlare di atteggiamento giusto. Chi non è in regola con le nostre leggi in materia d'immigrazione deve essere espulso. Su questo tema non si può essere ondivaghi perché qui è in gioco la salvaguardia dei confini nazionali e la coesione sociale nel nostro paese.
Si tratta di due questioni fondamentali che potrebbero essere colpite duramente se da un lato chiudiamo un occhio sui clandestini che arrivano nel nostro paese, magari anche solo temporaneamente, e dall'altro subiamo l'atteggiamento egoistico di alcuni Stati europei che rifiutano il principio del burden sharing per l'accoglienza di chi scappa dalla guerra.
I francesi hanno alzato un muro immaginario al confine con l'Italia e hanno respinto senza tanti fronzoli un centinaio di tunisini che volevano attraversare il confine per ricongiungersi con i loro cari perché, secondo le autorità transalpine, non erano in regola con le disposizioni in materia d'ingresso sul loro territorio. Non mi risulta che chi abbia mosso critiche al nostro governo abbia anche protestato con i francesi per questo fatto.
Come giudica l'atteggiamento dell'Europa di fronte a questa emergenza?
L'Europa è la grande assente e l'atteggiamento ondivago delle sue istituzioni non fa che accentuare questo giudizio: da un lato promettono solidarietà all'Italia nella gestione di questi eccezionali flussi migratori e dall'altro sono latitanti quando si tratta di rendere concreta questa promessa. Si sentono molte parole e buoni propositi ma si vedono pochi fatti.
Il Governo italiano ha spesso evocato il principio del burden sharing (suddivisione del peso) nella gestione di questi flussi migratori eccezionali ma i nostri partner comunitari non sembrano essere disposti a fare la propria parte.
Anche in questo caso va fatta la distinzione tra chi scappa dalla guerra e i clandestini. Nessuno ha chiesto agli altri paesi comunitari di ammorbidire le proprie disposizioni in materia d'immigrazione e di prendersi in casa i clandestini.
L'applicazione del principio del burden sharing riguarda coloro che scappano dalla guerra. In sostanza si chiede ai paesi europei di suddividersi i profughi e i richiedenti asilo a seconda delle proprie capacità di accoglienza.
Sarebbe pericoloso per il nostro paese, terra di confine a causa della propria posizione geografica e, quindi, spesso punto di passaggio quasi obbligato per entrare in Europa, far passare il concetto che se queste persone arrivano in Italia, magari solo come tappa intermedia prima della destinazione finale in qualche altro paese, debbano essere accolte solo qui da noi.
I francesi, ad esempio, hanno detto che i bombardamenti in Libia sono a scopo umanitario. Poiché sono mossi da così nobili principi, iniziassero a mostrare questa profonda umanità anche nei confronti di chi scappa dalla guerra, magari accogliendo questa gente nel proprio territorio.
31 marzo 2011
FONTE
mercoledì 23 marzo 2011
Immigrazione: solidarietà e sussidiarietà in Europa


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 22 marzo 2011
La situazione nei paesi nord africani non ancora stabilizzata e i combattimenti in Libia non fanno che aumentare il traffico dei clandestini nel Mediterraneo. In questo quadro, l'Italia è una delle mete di approdo preferito. E' chiaro a tutti che il nostro paese non può aiutare adeguatamente tutte le persone che arrivano dall'Africa ma, come noi, nessuno sarebbe in grado di reggere una ondata di immigrati del genere. Fino ad ora, con circa 15 mila arrivi dall'inizio dell'anno, quasi tutti clandestini, abbiamo avuto solo un antipasto. I Cie sono saturi e l'intensità con cui sono avvenuti questi sbarchi sta creando forti disagi a Lampedusa. Per questo motivo tutti i paesi dell'Ue, in base al principio della solidarietà e sussidiarietà, si devono fare carico dell'assistenza agli immigrati in arrivo in Europa per l'attuazione del burden sharing letteralmente «suddivisione del peso».
In questo quadro va segnalato che c'è anche un vero e proprio pericolo sicurezza. E' necessario che i flussi di persone in arrivo siano gestiti in maniera tale da vigilare e bloccare qualche malintenzionato che si mischia con la brava gente. Il pericolo terrorismo è concreto e la situazione incandescente in tutto il nord Africa non fa altro che alimentarlo.
Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo in una trasmissione radiofonica, ha affermato che il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell'Unione europea ha approvato un documento importante sulla Libia, nel quale lui stesso ha chiesto e ottenuto che si inserisse un paragrafo dedicato all'immigrazione. Lo stesso Frattini ha fatto sapere che «i colleghi europei lo hanno condiviso: non può essere l'Italia il paese in prima linea, quello che si prende da solo il peso di un eventuale impatto migratorio dalla Libia. A questo proposito- ha aggiunto il titolare della Farnesina - abbiamo pianificato anche l'avvio di una missione marittima mediterranea dell'Unione europea».
Sono anni che l'Italia chiede un intervento congiunto di tutti i paesi europei sul tema, ma puntualmente c'è sempre qualcuno che si oppone pensando che non sia un problema comunitario ma dei singoli stati. Forse dalle capitali del centro e del nord Europa non si vede bene quello che sta avvenendo sulla sponda africana del Mediterraneo e i flussi di persone in movimento nel continente nero. Non è chiaro se si tratti di miopia politica o di semplice ma fastidioso egoismo nazionale. Fatto sta che se l'Europa è ancora politicamente irrilevante lo dobbiamo anche a questo.
La stessa Francia dovrebbe capire che nessuno può comportarsi da padrone nel mar Mediterraneo, anche perché i danni maggiori di un intervento maldestro in Libia ricadrebbero sull'Italia sia in termini di massiccia immigrazione che di rischio terrorismo. Sarebbe davvero molto gradita, quindi, una maggiore coralità negli obiettivi che si vogliono raggiungere e nelle azioni che si intendono mettere in campo. Non si può partire all'arrembaggio pensando che poi siano gli altri a doversi sobbarcare tutte le ricadute negative di queste operazioni.
Nei prossimi giorni il ministro dell'interno, Roberto Maroni, presenterà un piano alle Regioni, all'Anci e all'Upi per accogliere, gestire e distribuire su tutto il territorio nazionale fino a un massimo di cinquantamila profughi libici, che potrebbero sbarcare in Italia in seguito alla delicata situazione della propria terra. Se le cose dovessero complicarsi ulteriormente in Libia, nonostante l'apprezzabile sforzo del governo italiano, quei numeri potrebbero essere rivisti al rialzo. In questa situazione, bisognerà premere su tutti i nostri partners continentali e sui rappresentanti delle istituzioni europee per capire i reali margini di manovra per arrivare a una gestione comunitaria di quella massa di immigrati che si potrebbe riversare sul nostro territorio.
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venerdì 18 febbraio 2011
Immigrazione. Serve un forte impegno di Frontex


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 17 febbraio 2011
Sull'aumento dei flussi di immigrati diretti in Europa a seguito dei noti fatti in corso in Egitto e Tunisia, va fatta chiarezza su chi deve fare cosa e su quali siano le prospettive di questi interventi. Innanzitutto dobbiamo tener presente che si tratta di una situazione di emergenza: casi del genere non possono essere affrontati con strumenti ordinari. Serve qualcosa di più in termini di idee, azioni, mezzi, uomini, risorse e tempi di reazione.
I Paesi maggiormente colpiti dall'aumento dei flussi sono certamente quelli (come l'Italia, la Francia, la Spagna, la Grecia, Malta e Cipro) che, a causa della propria posizione geografica, sono la porta d'ingresso in Europa. Per questo motivo essi vivono l'emergenza in corso con uno stato d'animo diverso rispetto agli altri Stati del Vecchio Continente. Spetta infatti a loro fare pressione sulle istituzioni europee, in modo unitario, per far capire a Frontex e alla Commissione Ue che si tratta di un problema di tutti e non solo dei Paesi frontalieri, spesso solo tappa di passaggio per arrivare in Germania o nei Paesi del nord. Va quindi giudicata molto positivamente la riunione voluta dal ministro Maroni il 23 febbraio a Roma, con i colleghi degli Stati già citati in precedenza, allo scopo di sostenere la posizione espressa dall'Italia in seno all'Unione Europea e di affermare una linea comune in vista del Consiglio Giustizia e Affari Interni in programma il giorno successivo a Bruxelles.
Lascia perplessi, al riguardo, l'intervista rilasciata a Repubblica da Ilkka Laitinen, direttore di Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere. Laitinen ha affermato che a Lampedusa «svolgeremo un ruolo complementare a quello delle autorità italiane. Non possiamo sostituirci al loro lavoro. Daremo un aiuto nella gestione dei clandestini sbarcati e nell'eventuale rimpatrio nei Paesi di origine. Svolgiamo solo un ruolo di appoggio alle autorità del Paese ospitante. La responsabilità maggiore è, come sembra ovvio, dell'Italia». Insomma, il direttore di Frontex sembra voler dire che un aiutino lo darà, ma in sostanza dobbiamo vedercela da soli perché siamo noi il Paese ospitante. Come se l'Italia, ma a questo punto anche Francia, Spagna e tutti gli altri Paesi interessati, non fossero Europa ma altro. E che vuole dire Laitinen quando parla di ruolo di appoggio? Secondo il regolamento del Consiglio istitutivo dell'agenzia, essa ha il compito di coordinare la cooperazione operativa tra gli Stati membri in materia di gestione delle frontiere esterne; assistere gli Stati membri nella formazione di guardie nazionali di confine, anche elaborando norme comuni in materia di formazione; preparare analisi dei rischi; seguire l'evoluzione delle ricerche in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere esterne; aiutare gli Stati membri che devono affrontare circostanze tali da richiedere un'assistenza tecnica e operativa rafforzata alle frontiere esterne; fornire agli Stati membri il sostegno necessario per organizzare operazioni di rimpatrio congiunte. Frontex ha fatto o farà tutto questo? Altro che il semplice aiutino che promette Laitinen!
Per quanto riguarda gli interventi utili e le prospettive, in primo luogo, nel breve periodo, serve parare il colpo aumentando i pattugliamenti nel Mediterraneo per tenere sotto controllo la situazione e intervenire per evitare tragedie in mare. Al contempo è necessario garantire che la situazione a terra continui ad essere regolata attraverso la normale procedura: identificazione, vaglio delle singole posizioni e conseguente azione. Nessuno si sogni di chiedere all'Italia di farsi carico da sola di tutte le eventuali richieste di asilo che dovessero arrivare. Si tratta di un problema comune e tutti i Paesi europei dovranno fare la propria parte. Queste operazioni rischiano però di rivelarsi insufficienti nel lungo periodo se non si affronta con la diplomazia il vero problema che è la stabilizzazione della Tunisia, dell'Egitto e di tutti quei Paesi che si dovessero trovare nella stessa situazione. La proposta di un piano Marshall lanciata dal ministro Frattini va sostenuta da tutti gli Stati europei e dalle istituzioni comunitarie. Se 32 milioni di egiziani continueranno a vivere con 2 dollari al giorno, qualunque sarà l'evoluzione politica delle rivolte, i flussi di immigrati diretti in Europa non si arresteranno.
FONTE
lunedì 13 dicembre 2010
Possibili scenari in tema d’immigrazione


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 13 dicembre 2010
Secondo il XVI rapporto sulle migrazioni 2010 della Fondazione Ismu ci sono due scenari possibili in un futuro prossimo venturo: rallentamento dei flussi migratori e possibile boom della presenza africana in Italia nel 2030. Se le aree di origine dell'immigrazione verso l'Italia rimarranno quelle di adesso, e cioè se più della metà degli immigrati stranieri continuerà a provenire dall'Est Europa, in tal caso nei prossimi 20 anni i residenti stranieri aumenterebbero a una media di 187mila unità annue, cifra notevolmente inferiore rispetto ai 431mila mediamente registrate negli ultimi sette anni.
Il secondo scenario introduce l'eventualità che la caduta dei flussi provenienti dai paesi dell'est sia interamente compensata da quelli provenienti dall'Africa Sub-sahariana. D'altra parte le premesse per un boom d'immigrati da tale area non mancano, se si considera che gli scenari demografici più accreditati (United Nations, 2008) calcolino che l'Africa Sub-sahariana tra il 2010 e il 2030 avrà un surplus annuo di 15-20 milioni di potenziali lavoratori. Se non saranno pienamente assorbiti dai mercati locali, potranno farsi tentare dalla scelta migratoria ed emigrare, almeno in parte, tanto in Italia quanto nel resto d'Europa.
Tra i due scenari prospettati dal rapporto Ismu quello più realistico sembra essere proprio il secondo. I motivi sono diversi. E' naturale che lo sviluppo economico, seppur tra mille difficoltà, dei paesi dell'Est Europa porterà nel tempo a una riduzione rilevante dei flussi migratori provenienti da quelle zone. E' altrettanto prevedibile, però, che questo vuoto sia riempito velocemente, magari anche con numeri superiori, dai flussi provenienti dall'Africa.
In questo quadro le istituzioni comunitarie e tutti i governi europei dovranno decidere se mettere in piedi da subito un piano per evitare di essere sommersi da questi flussi o se vorranno continuare a vivacchiare pensando che gli eventuali problemi di questi scenari siano solo dei paesi rivieraschi del sud e, quindi, dell'Italia, della Spagna e della Grecia.
A fine novembre il terzo vertice Africa-Unione europea a Tripoli si era chiuso tra qualche divisione e possibili rilanci in tema di cooperazione. Le parole-guida erano state: investimenti, crescita economica, posti di lavoro. Tranne il leader sudanese erano presenti tutti i capi di stato e di governo africani mentre da parte europea ci furono le pesanti assenze politiche dei leader di Francia, Germania e Gran Bretagna, che parteciparono solamente a livello ministeriale. Non si è trattato certamente di un buon segnale.
Oggi l'Africa ha il più grande potenziale mondiale in termini di crescita e questo è un motivo in più che dovrebbe spingere tutti i paesi europei a partecipare in maniera più attiva allo sviluppo economico di quella parte del mondo. Si tratterebbe di una scelta lungimirante e strategica. Lungimirante perché lo sviluppo economico dell'Africa ridurrebbe il numero delle persone pronte a partire verso l'Europa in cerca di un futuro migliore. Sappiamo tutti che il Vecchio Continente, e in primis l'Italia, non si può permettere di essere l'approdo d'imponenti flussi migratori che rischierebbero di far affogare il nostro territorio in un mare di problemi.
Strategica perché l'Europa non può assolutamente lasciare alla Cina e, in parte, anche agli Stati Uniti, di fare la parte del leone nelle partnership commerciali con i paesi africani. I paesi del Vecchio Continente si muovono divisi e questo non è certamente un bene nella concorrenza serrata in corso in Africa con il colosso asiatico e quello americano. Le istituzioni comunitarie dovrebbero organizzare il prima possibile una cabina di regia che indirizzi gli sforzi dei singoli paesi nell'ambito di un piano strategico sul lungo periodo che veda coinvolti sia soggetti istituzionali che privati. La cooperazione allo sviluppo, così come la conosciamo, non va più bene perché spesso ha portato più risultati negativi che positivi. Occorre un maggior coinvolgimento delle imprese che vogliono investire in quei territori su progetti di lungo periodo evitando che i soldi della cooperazione vadano a finire su cose di corto respiro o, peggio ancora, in qualche buco nero.
martedì 16 novembre 2010
Immigrazione e mercato del lavoro in Italia


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 16 novembre 2010
Secondo uno studio dell'Irpps-Cnr, molti italiani considerano positivo il ruolo svolto dagli immigrati, soprattutto se qualificati, ma c'è anche una fetta consistente di nostri connazionali che considera l'immigrazione nel nostro Paese eccessiva. La curatrice dell'indagine, Maria Carolina Brandi, ha affermato che «il 30% degli intervistati considera positivo il ruolo svolto dagli immigrati per alcuni settori della nostra economia, e il 26% circa lo ritiene tale anche per la nostra cultura, mentre il 23,7% dichiara che genera insicurezza e il 15,4 teme che aumenti la disoccupazione. Solo il 9,8% ritiene che l'immigrazione costituisca un "grave problema", mentre molti la ritengono eccessiva, specialmente le persone meno istruite (il 47%)». In questo quadro, l'atteggiamento degli italiani verso gli immigrati ad alta qualificazione è molto più favorevole rispetto a quello sull'immigrazione in generale. Secondo Brandi, lo studio conferma come il mercato del lavoro qualificato italiano sia molto meno ampio di quello della maggioranza dei Paesi Ocse, tanto che anche gli stessi laureati italiani scelgono la migrazione, mentre sono disponibili posti non qualificati per i quali la manodopera nazionale è insufficiente. Tuttavia, una volta che l'immigrato laureato occupa per necessità questa fascia del mercato del lavoro, non viene più riconosciuto come appartenente all'emigrazione di élite a cui, pure, larga parte degli italiani concede fiducia, finché non riesce a collocarsi in una posizione che lo renda riconoscibile come «intellettuale» e quindi accettato.
E' proprio quello indicato da Maria Carolina Brandi uno dei punti nevralgici nella discussione sull'immigrazione in Italia. Partiamo dai numeri. Secondo uno studio condotto dall'Istat («L'integrazione nel lavoro degli stranieri e dei naturalizzati italiani», 2009), il 38,7% degli stranieri in Italia lavora nel settore dell'industria (22,1% nell'industria in senso stretto e 16,6% nelle costruzioni), il 59% nei servizi (8,2% nel commercio, 8,8% nei servizi alle famiglie e 22,1% in alberghi e ristoranti) e il 2,3% nell'agricoltura. E ancora: solo l'8,1% degli stranieri presenti in Italia svolge una professione qualificata. Sempre secondo uno studio dell'Istat («Gli stranieri nel mercato del lavoro. I dati della rilevazione sulle forze di lavoro in un'ottica individuale e familiare», 2009) la diffusa disponibilità dell'offerta di lavoro straniera sopperisce alla continua e insoddisfatta domanda di lavoro non qualificato. Nonostante i livelli d'istruzione piuttosto elevati, la dequalificazione professionale riguarda la gran parte del lavoro degli stranieri presenti nell'industria a bassa tecnologia e innovazione e nel variegato mondo dei servizi.
I numeri a disposizione certificano con certezza che la maggior parte degli stranieri che hanno deciso di venire a vivere nel nostro Paese per motivi economici occupa, in genere, posti di lavoro non qualificati. L'offerta di questi lavori nel mercato italiano non è soddisfatta dalla manodopera nazionale e la leva dell'immigrazione è usata per coprire questo fabbisogno. Tuttavia, così com'è oggi, questa situazione favorisce soltanto alcuni «caporali» e chi assume, spesso in nero, queste persone, mentre chi ci perde sono tutti gli altri e cioè in primis gli stessi immigrati e i comuni cittadini, e poi anche le istituzioni, che devono fronteggiare una realtà incandescente dal punto di vista sociale.
La ricetta per curare questo male che affligge il mercato del lavoro nazionale potrebbe essere da un lato la modernizzazione del lavoro in Italia, attraverso la ricerca tecnologica, la formazione continua (che non può più essere quella che arricchisce solo i formatori), la flessibilità, gli incrementi salariali (solo a chi lavora di più e meglio) e la contrattazione decentrata e, dall'altro, la qualificazione dei lavoratori stranieri sul territorio di provenienza. Tutto questo, fermo restando che le istituzioni devono continuare a colpire sempre più duramente chi offre lavoro e affitti in nero. La strada da percorrere, comunque già intrapresa da questo governo attraverso l'opera meritoria del ministro Sacconi, non può che essere questa.
lunedì 15 novembre 2010
“Berlusconi ha un modello per l’immigrazione”


Il Predellino intervista Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro. Cresciuto alla “scuola” di don Gianni Baget Bozzo, Maglietta riflette con noi di come il governo Berlusconi sta affrontando il fenomeno dell’immigrazione.
di Andrea Camaiora
Secondo gli ultimi dati dell’Istat, tra 40 anni avremo 10 milioni di stranieri in Italia con una incidenza sulla popolazione residente pari al 17%. Che impatto potrebbero avere questi numeri sul sistema paese?
Partiamo dal presupposto che questo è un processo inevitabile e che prima prendiamo coscienza di questo dato di fatto e meglio saremo in grado di affrontare tutti i temi connessi con questo evento. Oggi nessuno è in grado di dire se questi numeri porteranno in termini generali benefici o meno. Dipende da quale modello d’integrazione saremo in grado di offrire come sistema Paese e, soprattutto, dalla personale voglia di ogni singolo immigrato di voler aderire ai valori che definiscono il nostro ordine normativo. Una cosa è certa. Questi numeri ci dicono che dobbiamo trovare alla svelta un modello alternativo all’assimilazionismo e al multiculturalismo.
Perché l’assimilazionismo e il multiculturalismo sono falliti?
In Francia l’assimilazionismo è fallito perché si fondava su un patto in cui lo Stato francese s’impegnava a concedere la «cittadinanza repubblicana», con i suoi diritti di libertà, in cambio del divieto di far valere le appartenenze religiose. Il patto è fallito perché i nuovi cittadini, comprese le nuove generazioni nate in Francia, non si sono mai sentite parte integrante della società francese e rivendicano la mancanza di pari opportunità.
Il multiculturalismo, da parte sua, attraverso le generose politiche di riconoscimento delle minoranze, invece che integrare, ha portato all’esaltazione massima dei peggiori egoismi culturali e religiosi e, di conseguenza, alla disgregazione sociale.
Paradossalmente due modelli contrapposti, non solo sono falliti, ma hanno anche prodotto le medesime cose: odio, ghettizzazione e separatismo culturale.
Esiste un modello d’integrazione alternativo a quelli già falliti?
Certo, si tratta proprio del nuovo modello italiano. Il governo Berlusconi ha presentato un piano che si chiama “Identità e Incontro” e ha tre grandi meriti: l’essere lontano dalle esperienze fallimentari del multiculturalismo e dell’assimilazionismo, l’aver responsabilizzato l’immigrato e di occuparsi dello straniero che viene a vivere nel nostro paese mettendo al centro la persona e non solo la forza-lavoro.
Recentemente la maggioranza parlamentare è stata battuta alla Camera su alcune mozioni che mettevano in discussione il rapporto bilaterale Italia-Libia in materia di immigrazione. Come giudica questo rapporto di collaborazione tra i due paesi?
Lasciamo stare le polemiche e guardiamo ai fatti. Numeri alla mano, lo giudico positivamente. Prima dell’accordo con la Libia, l’Italia era il ventre molle dell’Europa. Dopo l’accordo, com’è stato riconosciuto ultimamente anche da Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, quindi una fonte comunitaria più che autorevole, la pressione migratoria sulle nostre coste è passata dal 12% del 2009 al 4%.
Nei primi 8 mesi del 2010, inoltre, si è registrata una drastica diminuzione degli ingressi illegali, scesi dai 7.863 del primo semestre 2009 a 2.233 dello stesso periodo del 2010, pari a un -72% del totale. In conformità a questi fatti, va detto forte e chiaro che chi è contro quel trattato forse rimpiange i tempi andati in cui l’Italia era il ventre molle d’Europa e la destinazione preferita per le direttrici dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani. Io, personalmente, non li rimpiango. Altro discorso, sempre connesso con questo, è quello dei diritti umani. Nessuno li vuole calpestare ma è chiaro che l’Italia non si può fare carico da sola di tutti i richiedenti asilo africani. Il tema è già stato portato dai nostri rappresentanti istituzionali nelle sedi comunitarie perché su quest’argomento molto delicato tutti i paesi europei si devono muovere all’unisono e parlare la stessa lingua. Non ci sono altre scelte percorribili.
A Brescia ci sono alcuni immigrati che sono saliti per protesta su una gru e non vogliono scendere perché dichiarano di avere un lavoro, di vivere da alcuni anni in Italia e, per questi motivi, chiedono di avere il permesso di soggiorno. Le autorità hanno risposto che chi è stato colpito da provvedimenti di espulsione non può accedere ad alcuna sanatoria. Come se ne esce?
Il caso particolare di questa vicenda va prima inquadrato in un contesto generale per capire meglio cosa sta succedendo e cosa si potrebbe fare. Queste persone sulla gru, ma tantissime altre insieme a loro in altre zone d’Italia, fanno parte di quella moltitudine di immigrati che viene spesso sfruttata come forza-lavoro a basso costo da alcuni sciacalli del sistema produttivo nazionale. Si tratta di una barbarie che ha attraversato sotto varie forme la storia e che ritroviamo tale e quale anche in altri paesi occidentali. Lo schema è molto semplice. Ci sono da un lato questi stranieri che partono dalla loro terra natia in cerca di lavoro e dall’altro alcuni soggetti, operanti nel mercato del lavoro nazionale (i famosi ‘caporali’ e alcuni pseudo imprenditori), che hanno bisogno delle braccia di questa gente, svendute per necessità a quattro soldi, per abbassare i costi di produzione e restare competitivi sul mercato globale. Chi ci guadagna in tutto questo sono i ‘caporali’ e alcuni pseudo imprenditori mentre chi ci perde sono tutti gli altri (istituzioni, comuni cittadini, gli stessi immigrati).
In questo quadro, il compito delle istituzioni deve essere duplice: da una parte stanare e colpire duramente chi offre lavoro e affitti in nero e dall’altra far rispettare le regole sull’ingresso e la permanenza dello straniero in Italia. A mio avviso a Brescia le istituzioni devono far rispettare la legge, avendo il massimo rispetto possibile per le vicende umane ma senza cedere ad alcuna forma di pressione. Si cerchi di risolvere la situazione vagliando con cura le singole posizioni di queste persone, cosa che comunque andrebbe sempre fatta, avendo come punto di riferimento le disposizioni vigenti in materia. E’ vero che non c’è altra strada utile se non quella del dialogo, ma uno Stato che si rispetti dopo aver dialogato deve anche prendere una decisione e agire nel rispetto delle regole.
15 novembre 2010
tratto da IL PREDELLINO
martedì 26 ottobre 2010
Il dossier Caritas-Migrantes sull'immigrazione conferma la bontà dell'azione del governo


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 26 ottobre 2010
Piace, agli organismi della Cei Caritas e Migrantes, il piano per l'integrazione nella sicurezza denominato «Identità e Incontro», proposto dal governo Berlusconi come modello italiano d'integrazione, perché lontano dall'assimilazionismo e dal multiculturalismo. «Nel documento - sottolinea il dossier statistico sull'immigrazione - vengono individuati percorsi imperniati su diritti e doveri, responsabilità e opportunità, in una visione di relazione reciproca, facendo perno sulla persona e sulle iniziative sociali piuttosto che sullo Stato e individuando cinque assi di intervento: l'educazione e l'apprendimento, dalla lingua ai valori; il lavoro e la formazione professionale; l'alloggio e il governo del territorio; l'accesso ai servizi essenziali; l'attenzione ai minori e alle seconde generazioni». Il rapporto critica però il fatto che «al di là della ricorrente insistenza, tanto nel documento governativo come in ambito comunitario, sulle migrazioni a carattere rotatorio», gli aiuti allo sviluppo che potrebbero favorire i ritorni in patria e fermare l'esodo siano arrivati a collocarsi nel frattempo «a livello veramente minimo».
Secondo lo studio, nel 2009 sono state allontanate dall'Italia ben 18.361 persone: 4.298 respingimenti e 14.063 rimpatri forzati. Mentre le persone rintracciate in posizione irregolare, ma non ottemperanti all'intimazione di lasciare il territorio italiano, sono state 34.462. Nel rapporto si sottolinea, inoltre, che risulterà inefficace il controllo delle frontiere se non si incentiveranno i percorsi regolari dell'immigrazione e che non è in discussione la necessità di regole, bensì la loro funzionalità.
Insomma, il dossier Caritas-Migrantes promuove a grandi linee il progetto del governo in materia di immigrazione e, cosa più importante, non si scaglia ferocemente contro respingimenti e rimpatri. Non usa, come hanno fatto alcuni, parole davvero improprie, ma cerca di porre l'accento in modo razionale e costruttivo sulle criticità presenti nella gestione degli ingressi regolari e non. Lo stesso Benedetto XVI, nel suo messaggio sul tema «Una sola famiglia umana» per la 97esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 16 gennaio 2011, ha affermato che «accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell'intolleranza e del disinteresse». Ha aggiunto, però, che gli immigrati «hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale».
La doverosa accoglienza e la necessaria solidarietà si possono conciliare benissimo con la salvaguardia effettiva delle frontiere e con il contrasto, anche duro, all'immigrazione clandestina. E' giusto confrontarsi sulla gestione dei rifugiati, ma questa è una questione che l'Italia non può risolvere da sola: è un problema di cui si devono far carico obbligatoriamente tutti e 27 gli Stati Ue. Il nostro Paese, insomma, deve fare la sua parte, ma non può fare tutto in solitudine, perché la massa di persone con cui ci si dovrebbe confrontare, giacché l'Italia è una delle porte d'ingresso per l'Europa, rischierebbe di far saltare il principio dell'accoglienza sostenibile, che è la base per iniziare un virtuoso cammino per l'integrazione, e di conseguenza - cosa ancora più rischiosa - la pace sociale sul territorio.
Per quanto riguarda inoltre l'integrazione, la via italiana sembra aver trovato, almeno dal punto di vista delle linee generali, il giusto equilibrio tra quello che possono fare le istituzioni (servizi, canali per l'accesso al mondo del lavoro, formazione professionale, priorità all'integrazione dei minori stranieri presenti sul territorio e loro tutela piena e incondizionata) e quello che deve fare l'immigrato. Il processo d'integrazione è anche, e soprattutto, un percorso personale, spesso difficile e complicato, in cui è decisiva la volontà, da parte dello straniero, di aderire ai valori che definiscono l'ordine normativo del Paese in cui ha scelto di vivere. Non c'è altra via diversa da quella della piena responsabilizzazione dell'immigrato e lo abbiamo visto con il fallimento di modelli, come quello assimilazionista o multiculturalista, che partivano da presupposti totalmente sbagliati e che non hanno fatto altro che condurre in un vicolo cieco. In Francia immigrati di seconda generazione e giovani cittadini figli degli assimilati di origine maghrebina sposano il separatismo culturale contro l'appartenenza francese e arrivano polemicamente a fischiare la Marsigliese durante le partite di calcio della nazionale transalpina contro Marocco, Tunisia e Algeria. In Gran Bretagna, invece, le politiche di riconoscimento proprie del modello multiculturalista hanno creato ghettizzazioni, separatismo culturale e tensioni nella società. Mentre in Germania il fallimento è stato ammesso pubblicamente nei giorni scorsi dal cancelliere Angela Merkel.
Ben venga, quindi, un modello sperimentale italiano lontano anni luce da queste esperienze osannate negli anni scorsi e anche in tempi recenti. Qualche commentatore nostrano poco accorto, sulla scia dei successi della nazionale di calcio francese tra il 1998 e il 2002 e della buona prova offerta da quella tedesca nell'ultimo mondiale, entrambe piene di «nuovi cittadini», aveva esaltato il modello d'integrazione francese e tedesco dimenticando colpevolmente che il mondo dorato del calcio è cosa ben diversa dalla vita di tutti i giorni.
venerdì 22 ottobre 2010
L’Europa promuove l’azione italiana contro l’immigrazione clandestina


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 22 ottobre 2010
In Italia non esiste alcuna emergenza immigrazione per quanto riguarda gli arrivi di clandestini, ormai scesi al 4% dell'intera pressione migratoria sui confini esterni dell'Ue. Una diminuzione che, d'altronde, segue il trend europeo che fa registrare un -24% di arrivi. Ad affermarlo è stato il vicedirettore dell'agenzia Frontex, Gil Arias Fernandez. L'alto dirigente dell'agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne ha avuto stamane un incontro con i giornalisti mentre, in contemporanea, si svolgeva un incontro tra il direttore di Frontex e una delegazione di parlamentari italiani del Comitato Schengen.
Per quanto riguarda in particolare l'Italia, Fernandez ha affermato che, rispetto all'intera percentuale dei paesi Ue, la pressione migratoria sulle nostre coste è passata dal 12% del 2009 al 4%. In Europa, se il primo semestre 2009 aveva fatto registrare 53.600 ingressi illegali, nello stesso periodo di quest'anno gli arrivi sono scesi a 40.900. Gli arresti di scafisti o persone coinvolte nel traffico e nel passaggio di immigrati clandestini sono passati dai 4.600 del 2009 ai 4.700 di quest'anno.
In diminuzione anche i cosiddetti «overstayers» (-22%), stranieri entrati regolarmente e rimasti sul territorio oltre la scadenza prevista dal visto, ed i richiedenti asilo calati nel corso dell'ultimo anno del 17%. In questo momento, ha poi detto il responsabile di Frontex - la vera zona critica per l'ingresso in Europa è costituita dalla Grecia e dalle frontiere di questo paese con Turchia e Albania. «Più' del 91% di tutti gli ingressi illegali in Europa - ha infatti detto Fernandez - transitano dal confine greco-turco e greco-albanese mentre altre rotte attive sono quelle dei Balcani occidentali, del Mediterraneo occidentale mentre la rotta dell'Africa occidentale, verso le Canarie, è praticamente chiusa».
Per quanto riguarda l'Italia nei primi 8 mesi del 2010 si è registrata una «drastica diminuzione» degli ingressi dei passaggi illegali, scesi dai 7.863 del primo semestre 2009 a 2.233 dello stesso periodo del 2010, pari a un -72% del totale. Praticamente bloccati gli ingressi nelle aree insulari mentre si denota la creazione di nuove rotte con sbarchi aumentati in Puglia e Calabria. Nelle due regioni meridionali se nel 2009, infatti, vi erano state 242 intercettazioni, nel 2010 si e' passati a 1.307 con un più 440%.
Insomma, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne del vecchio continente ha promosso la politica italiana in tema di contrasto all'immigrazione clandestina. I risultati ottenuti hanno permesso non solo al nostro paese di diminuire i numeri dei clandestini in arrivo sul nostro territorio ma ha anche evitato che l'Italia continuasse a essere una sicura zona di transito illegale per arrivare, poi, ad altre destinazioni nel Nord e nel Centro-Europa. Questi risultati non arrivano a caso, ma sono il frutto di una seria azione intrapresa già da qualche tempo dal nostro Governo, che ha puntato con decisione, soprattutto grazie all'accordo con la Libia, sulla prevenzione del fenomeno. L'azione dell'Italia nella lotta all'immigrazione clandestina funziona e la riprova è nei numeri e non nelle chiacchiere. C'è ancora tanto da fare, soprattutto sul tema del miglioramento dello strumento della cooperazione allo sviluppo per scoraggiare le partenze per motivi economici, ma è giusto accogliere positivamente questo risultato e questo pubblico riconoscimento.
lunedì 27 settembre 2010
Rapporto ABI-Cespi 2010: aumentano i correntisti stranieri


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 27 settembre 2010
Secondo il rapporto Abi-Cespi 2010, negli ultimi due anni, pur in un contesto di crisi, c'è stato un ulteriore aumento dei conti correnti intestati agli immigrati, passati da 1,404 milioni a 1,514 (+7,9%). Nel frattempo gli immigrati residenti nel nostro Paese sono divenuti 3,891 milioni (+32,4% rispetto al 2007). Il marcato aumento della popolazione straniera, cresciuta con un tasso quattro volte superiore al numero dei conti correnti intestati ai migranti, ha leggermente abbassato il tasso di bancarizzazione: dal 67% del 2007 al 61% di fine 2009.
Gli immigrati si rivolgono al sistema bancario o per esigenze familiari o per questioni legate all'attività imprenditoriale che svolgono. Si tratta di clienti consolidati, poiché il 20% ha un c/c da più di cinque anni, con un indice di fedeltà peraltro superiore rispetto a quello osservato nel segmento di clientela «retail» (dove il 18% ha un c/c da più di cinque anni), cui e' riconducibile il 96% dei conti correnti intestati a stranieri residenti in Italia.
Non c'è dubbio che il contributo degli immigrati al sistema produttivo nazionale, come dimostra anche da ultimo questo rapporto, è importante, solido e continuativo. Questo stesso dato, inoltre, può anche essere letto come un importante segnale sul fatto che il nostro paese, al netto delle polemiche politiche e delle facili drammatizzazioni a uso e consumo di alcuni media, è in generale un posto accogliente, dove mettere radici. Nell'indagine, infatti, si rimarca che il processo di bancarizzazione è strettamente connesso al tempo di permanenza in Italia ed è dunque ragionevole ipotizzare che il processo non avvenga immediatamente all'ingresso nel nostro paese, ma richieda un arco temporale minimo - stimato in almeno cinque anni - per acquisire una prima, pur se ancora precaria, stabilità economica e lavorativa, perché si avverta il bisogno di un rapporto bancario e si abbiano i documenti necessari per l'accesso in banca. Ora, come segnalato dal rapporto, seppur in un periodo di crisi, i conti correnti intestati agli stranieri che vivono nel nostro paese sono aumentati del 7,9%. Insomma ci sono almeno 100mila soggetti in più che hanno deciso di investire, umanamente o economicamente, nel nostro paese. Questo significa che l'Italia non sarà certamente il paradiso terrestre, ma neanche un posto dove gli immigrati sono trattati male. Chi vivrebbe, infatti, in un posto ostile per sé e per la propria famiglia? Chi deciderebbe di comprare casa e accollarsi un mutuo, con tutto quello che questa scelta significa anche e soprattutto in tempo di crisi, in un paese dove si vive male? E' giusto, come affermato da Emma Bonino, vicepresidente del Senato, che ha aperto il Convegno dell'Abi presso Palazzo Altieri a Roma, che «oggi occorre respingere senza tentennamenti il paradigma immigrato uguale criminale, mentre occorre rivedere al rialzo quello immigrato uguale forza lavoro», ed è vero quello che ha aggiunto, e cioè che gli immigrati sono una risorsa e che non hanno scippato posti di lavoro. Tutto giusto, tutto vero, ma è doveroso aggiungere qualcosa in più e cioè che la forza lavoro straniera, con riferimento a quella meno qualificata, è stata usata nel sistema produttivo, non solo italiano ma anche altrove, per abbattere il costo del lavoro a danno dei lavoratori autoctoni per rispondere impropriamente alle sfide dettate dalla globalizzazione.
Non è un caso che in tutto il mondo, eccetto che in Australia, come segnalato dall'International Migration Outlook Ocse/Sopemi, gli immigrati guadagnino meno dei lavoratori nazionali e non lo è neanche il dato di un'indagine dell'Istat (L'integrazione nel lavoro degli stranieri e dei naturalizzati italiani, 14 dicembre 2009), secondo cui solo l'8,1% degli stranieri presenti in Italia svolge una professione qualificata. Sempre un'altra indagine dell'Istat (Gli stranieri nel mercato del lavoro. I dati della rilevazione sulle forze di lavoro in un'ottica individuale e familiare, 2009), inoltre, aveva segnalato quello che accadeva sotto gli occhi di tutti, e cioè che la diffusa disponibilità dell'offerta di lavoro straniera sopperisce alla continua e insoddisfatta domanda di lavoro non qualificato. Quindi è vero che gli immigrati che vengono nel nostro paese non rubano il lavoro ma è anche vero che spesso vengono usati per far pagare meno il lavoro a qualche datore senza scrupoli che pensa di aver trovato così, a costi competitivi, la via alternativa all'innovazione tecnologica e al miglioramento della qualità del lavoro.
martedì 14 settembre 2010
Gli italiani di fronte ai fenomeni migratori


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 14 settembre 2010
Secondo la quarta edizione dell'indagine Doxa «Barometro della solidarietà internazionale degli italiani», presentata a Roma da Focsiv e riferita agli ultimi 12 mesi, l'83% degli italiani (+2% rispetto al 2007, data dell'ultima rilevazione) ritiene che non si possano più accogliere immigrati nel nostro Paese, perché «sono già troppi per le possibilità economiche e sociali di assorbimento dell'Italia». Il 56% (+9% rispetto al 2007) pensa che gli stranieri siano una risorsa economica importante per lo sviluppo del Paese.
La Focsiv è la Federazione di 64 organizzazioni non governative (Ong) cristiane di servizio internazionale volontario, impegnate nella promozione di una cultura della mondialità e nella cooperazione con i popoli dei Sud del pianeta, con l'obiettivo di contribuire alla lotta contro ogni forma di povertà e di esclusione, all'affermazione della dignità e dei diritti dell'uomo, alla crescita delle comunità e delle istituzioni locali. «L'idea che la situazione economica dell'Italia sia tale da non permetterci più di accogliere immigrati, rafforzata dall'opinione che si può ridurre l'immigrazione dalle aree più povere solo aiutando economicamente i Paesi da cui provengono gli immigrati, è fatta propria dal 78% degli intervistati», osserva Focsiv. A contrasto, emerge un 45% di italiani (il 36% nel 2007) che ritiene i flussi «un modo indiretto di aiuto ai Paesi poveri».
In generale, secondo l'indagine, due italiani su tre hanno un atteggiamento inquieto nei confronti dell'immigrazione: «Pur riconoscendo la complessità dei problemi della diseguaglianza tra Nord e Sud del mondo e dei flussi migratori - spiega Focsiv nell'indagine -, gli italiani temono per la propria sicurezza e per il proprio benessere, non arrivando però a richiedere una completa chiusura dell'accoglienza». Il 25% ha un atteggiamento ostile, il 9% aperto.
L'indagine non fa che dimostrare, da ultimo, che le questioni riguardanti l'immigrazione generano inquietudine nella popolazione autoctona ed anche - ma questo esula dallo studio promosso da Focsiv ed elaborato da Doxa - una certa difficoltà di approccio da parte di tutti i governi occidentali che si cimentano con la gestione del fenomeno. Il motivo è presto detto: tutti i grandi modelli d'integrazione sono miseramente falliti e i flussi migratori dai Paesi poveri verso quelli ricchi diventano sempre più imponenti. Che fare? I Paesi che accolgono queste persone devono aiutare a casa propria chi parte dalla terra natia in cerca di una vita migliore, creando le condizioni per lo sviluppo di quel territorio, e al contempo cercare di calibrare i flussi in entrata secondo le reali capacità di accoglienza. Questo vuol dire che il parametro non può essere solo il posto di lavoro, ma anche la casa, i servizi sanitari, quelli socio-assistenziali, la scuola, ecc...
Ci si deve chiedere, per esempio, se un immigrato che arriva in Italia con la sua famiglia e guadagna 800 euro può permettersi di pagare un affitto e, in generale, riuscire a vivere dignitosamente. Proprio perché lo straniero, come giustamente emerge dalla citata indagine, è visto sempre più come una ricchezza, non deve essere sfruttato dai pochi che ci guadagnano in questo sistema (dal datore di lavoro e dal padrone di casa). Senza considerare che i costi sociali di quest'operazione vanno tutti a danno della collettività, e in quest'ultima realtà devono essere considerati sia gli autoctoni che lo stesso immigrato vittima di questa situazione. E allora inserire altri parametri utili per calibrare al meglio l'accoglienza degli stranieri che vengono a vivere nel nostro Paese non è un atto di chiusura, ma di civiltà e di doveroso rispetto nei confronti di queste persone. Senza considerare, inoltre, i benefici per la collettività. Questa, ovviamente, non è la soluzione a tutti i problemi legati all'accoglienza, perché il convivere tra diversi è una cosa difficile di per sé, giacché comporta percorsi personali e collettivi fatti di reciproche rinunce, tolleranza e accettazione stessa della diversità. La diversità è da valorizzare e non da temere. E' questa la vera e interessante sfida culturale: essere fieri e consapevoli delle proprie radici e curiosi e aperti verso l'altro.
venerdì 10 settembre 2010
Tensioni in Europa sulle dinamiche migratorie


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 08 settembre 2010
Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha chiesto all'Unione europea di dotarsi, in materia di immigrazione, di un sistema uniforme da un punto di vista legislativo, che comprenda anche le espulsioni e i rimpatri di cittadini comunitari che non rispettano la legge. Maroni ha aggiunto che «ci sono regole che governano la libera circolazione dei cittadini e questo è un principio sacro che non ha limiti, mentre il diritto di risiedere stabilmente in un paese oltre tre mesi incontra dei limiti. La direttiva va bene - ha aggiunto il ministro -, il problema è che non ci sono sanzioni nel caso in cui i cittadini comunitari non rispettino queste condizioni». E allora «bisogna intervenire per rendere più efficaci le regole che già ci sono». Per questo motivo lo stesso Maroni ha annunciato che chiederà alla Commissione europea di prevedere sanzioni che consentano l'espulsione e il rimpatrio anche in caso di cittadini comunitari che non rispettano le norme previste dalla direttiva.
In Francia, invece, sono scoppiate polemiche furibonde, che hanno investito anche altri paesi del Vecchio Continente e le istituzioni comunitarie, dopo che le autorità transalpine avevano chiuso un centinaio di campi nomadi illegali ed espulso un migliaio di Rom. Trattandosi però, nella gran parte dei casi, di cittadini comunitari, molti degli espulsi nel corso di operazioni simili lanciate negli anni precedenti sono riusciti a fare ritorno, potendo circolare liberamente all'interno dell'Unione. Per questo motivo il governo francese ha messo a punto uno schedario biometrico con il quale sarà possibile censire gli espulsi e impedirne il rientro.
In Gran Bretagna non se la passano meglio e da qualche tempo, nell'ambito del dibattito pubblico, si mette sempre più in discussione l'eccessiva facilità concessa agli stranieri dalla normativa britannica di poter risiedere sul territorio di Sua Maestà. Da ultimo, il sottosegretario per l'Immigrazione Damian Green ha affermato che il numero di studenti stranieri ai quali viene consentito di trasferirsi nel Regno Unito «non è sostenibile» (dai risultati di una ricerca del ministero dell'Interno emerge che, cinque anni dopo essersi trasferito in Gran Bretagna, un quinto degli studenti extracomunitari è ancora nel Paese). «Non voglio interferire con il successo delle nostre università», ha dichiarato Green, sottolineando che è tuttavia necessario rivedere le iscrizioni a corsi più brevi o di minor valore di quelli di laurea e chiedersi perché questi studenti restino in Gran Bretagna. «Tutto questo rientra nella revisione più ampia del sistema dell'immigrazione», ha aggiunto.
Insomma, è evidente che, per un motivo o per un altro, in Europa c'è una certa tensione nella gestione delle dinamiche migratorie, e la mancanza di reciproca solidarietà tra i Paesi del Vecchio Continente, unita a una certa lentezza da parte delle istituzioni comunitarie a intervenire sul tema, determina uno stato di ansia e d'incertezza che certo non aiuta ad affrontare un fenomeno che è già di per sé complesso. Fa benissimo il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ad affermare che «in Europa non c'è posto per il razzismo e la xenofobia» e aggiungere che «tutti i cittadini devono rispettare la legge e i governi devono rispettare i diritti umani, compresi quelli delle minoranze». Ma va anche detto che, al momento, nonostante qualche eccesso, non sembra che qualcuno in Europa abbia mandato in soffitta il principio del rispetto dei diritti umani. Di contro, invece, sembra che nessun Paese sia in grado da solo di contrastare l'immigrazione clandestina e la tratta degli esseri umani, e tutti, chi più chi meno, hanno difficoltà a gestire anche la stessa immigrazione legale. Ora questo vuol dire che l'immigrazione diventerà sempre di più uno dei primi punti nell'agenda di qualsiasi governo, che la clandestinità si combatte con la cooperazione con i Paesi di provenienza e transito degli stranieri e la solidarietà tra gli Stati ospitanti, che l'irregolarità va combattuta con lo strumento dell'espulsione senza inutili isterismi legislativi (fermo restando il divieto delle espulsioni collettive e la doverosa valutazione dei singoli casi) e che le stesse dinamiche dell'immigrazione legale dovrebbero essere oggetto di monitoraggio e di rapide riforme nel caso in cui non siano più funzionali all'obiettivo prefissato.
mercoledì 14 luglio 2010
Criminalità e immigrazione. I dati sulle denunce e sulla popolazione carceraria


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 14 luglio 2010
Secondo il VII Rapporto sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia del Cnel, nel 1991 c'erano 350 mila immigrati, mentre oggi, secondo stime ufficiali, ce ne sono 5 milioni. Sono passati dallo 0,6% al 7,1% della popolazione totale. Illustrando i contenuti del Rapporto, il presidente Marzano ha sottolineato che l'integrazione è potenzialmente più facile nelle località più piccole (nessuna delle provincie che ha come capoluogo una città metropolitana rientra nella top ten per il potenziale di integrazione; la prima è Verona al dodicesimo posto) e che la regione che offre più lavoro agli immigrati è la Lombardia (seguita da Toscana, Lazio e Friuli Venezia Giulia).
Secondo il Rapporto l'aumento degli immigrati non si traduce in un automatico aumento proporzionale delle denunce penali nei loro confronti ed è falso affermare, quindi, che la loro maggiore presenza in Italia corrisponde ad un aumento della criminalità. «In valori assoluti, il numero di denunce complessivo, riguardanti cioè italiani e stranieri insieme, è stato nel 2005 di 2.579.124, nel 2006 di 2.771.440, nel 2007 di 2.993.146 e nel 2008 di 2.694.811. Di queste, il numero di quante hanno riguardato cittadini stranieri è di 248.291 nel 2005, 275.482 nel 2006, 299.874 nel 2007 e 297.708 nel 2008. Si osserva dunque - sono le conclusioni a cui giunge il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro - che nel periodo 2005-2008, mentre i residenti stranieri sono incrementati del 45,7%, le denunce contro stranieri sono aumentate solo del 19%. Se poi si tiene conto che queste denunce non riguardano solo gli stranieri iscritti in anagrafe, ma anche quelli in attesa di registrazione, gli irregolari e quanti sono temporaneamente presenti in Italia per turismo, affari o altro, il parallelismo tra aumento dell'immigrazione e aumento della criminalità viene definitivamente smontato». Inoltre, ancora in riferimento all'equazione «più immigrazione uguale più criminalità», il Cnel, ipotizzando che il maggior livello di denunce riscontrato nel 2008 rispetto al 2005 (49.417) sia per intero addebitabile agli stranieri registrati nel quadriennio come nuovi residenti (1.220.779), arriva alla conclusione che a carico dei nuovi venuti vi è un denunciato ogni 25 individui (pur senza includere gli irregolari, gli stranieri di passaggio e le altre categorie sopra ricordate), mentre a carico di tutte le persone residenti in Italia (italiani e stranieri insieme) vi è un denunciato ogni 22 individui.
I dati del Cnel ci dicono che se prendiamo come riferimento il periodo dal 2005 al 2008, il tasso d'incidenza degli stranieri sul numero delle denunce è stato del 9,6% nel 2005, 9,9% nel 2006, 10% nel 2007 e 11% nel 2008. Con tutti i distinguo del caso, si tratta di un livello leggermente superiore al tasso d'incidenza degli stranieri sul totale della popolazione residente in Italia. Secondo l'Istat, gli immigrati regolari non delinquono più degli italiani. Infatti, sul totale dei denunciati, la quota di stranieri in regola è del 6%. La maggior parte dei denunciati stranieri risulta non essere in regola con il permesso di soggiorno e, verosimilmente, non l'ha neppure richiesto. E' in condizioni d'irregolarità l'80% degli stranieri denunciati per reati contro la proprietà.
Diverso il discorso se si osservano i dati riguardanti la popolazione carceraria. Secondo le ultime rilevazioni del ministero della Giustizia, su un totale di 68.258 detenuti 24.966 sono stranieri (36,6%). Si tratta di un'incidenza nettamente superiore a quella della popolazione straniera sul totale degli abitanti nel nostro paese (secondo il Cnel 7,1%). In questo caso, se il metro di paragone diventa l'incidenza dei denunciati (in media, negli ultimi anni, 1 su 10 è immigrato), il fenomeno assume proporzioni preoccupanti, visto che almeno 1 detenuto su 3 è straniero.
Come mai questa vistosa discrepanza tra l'incidenza degli stranieri sul totale dei denunciati e quella sul complesso della popolazione carceraria che affolla i nostri 206 istituti penitenziari? Le ragioni potrebbero essere essenzialmente tre: innanzitutto una larga parte degli stranieri, soprattutto irregolari, non può accedere alle misure alternative al carcere, tra cui gli arresti domiciliari, poiché sprovvista di un valido certificato di residenza. Secondo i dati del ministero della Giustizia, gli immigrati detenuti in attesa di giudizio sono più di un quinto del totale degli stranieri in carcere (5.715) mentre i condannati definitivi sono circa la metà (12.283). Un altro fattore è quello che i reati violenti hanno visto aumentare in maniera esponenziale l'incidenza degli stranieri; secondo l'Istat gli immigrati sono autori del 39% dei casi di violenza sessuale, del 36% degli omicidi, del 27% dei denunciati per lesioni dolose. Senza considerare, inoltre, l'altissima incidenza nei cosiddetti «reati predatori». Inoltre, già il Rapporto sulla criminalità in Italia presentato nel 2007 dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato, segnalava che, per quanto riguarda i dati sul numero di persone coinvolte nel traffico degli stupefacenti, distinte tra italiani e stranieri, essi evidenziavano che mentre nel decennio 1987-1996 le percentuali degli italiani erano nettamente superiori (82,7%) a quelle degli stranieri (17,3%), nel decennio 1997-2006 la percentuale di italiani è diminuita (70,8%) ed è aumentata quella degli stranieri (29,2%). Il terzo fattore è stato denunciato dal ministro Alfano nei giorni scorsi: «Il fatto che occorra ancora il consenso del detenuto per il suo trasferimento per scontare la pena in patria significa che i Trattati bilaterali non stanno funzionando».
martedì 29 giugno 2010
Mito e realtà delle nazionali multietniche


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 29 giugno 2010
I buoni risultati ai mondiali in Sud Africa della nazionale tedesca, infarcita di diversi giocatori naturalizzati, hanno fatto dire a qualche commentatore che la Germania sarebbe un modello da seguire in tema di integrazione nel calcio e nella vita di tutti i giorni. Siamo al dejà vu, visto che già la Francia multietnica, campione del mondo nel 1998 e d'Europa nel 2000 con la propria nazionale di calcio, fu elevata subito a modello d'integrazione. Poi sono arrivate, nel 2005, le rivolte nelle banlieues, i fischi dei giovani francesi di origine maghrebina durante l'esecuzione della Marsigliese prima delle partite di calcio della nazionale transalpina contro Tunisia, Marocco e Algeria, e i fallimenti della squadra diretta dal ct Domenech nelle ultime apparizioni ai mondiali e agli europei. Messa da parte la Francia, ora tocca alla Germania essere identificata come esempio da seguire.
Nel mondiale in corso 25 nazionali su 32 hanno almeno un naturalizzato nella propria rosa. In questa rassegna il loro numero è salito a 74; quattro anni fa in Germania erano 65, mentre otto anni fa, in Giappone e Corea, erano 43. Insomma, il numero è quasi raddoppiato nel giro di soli 8 anni. Il fenomeno non riguarda solo le nazionali dei grandi paesi occidentali. La rosa della nazionale di calcio dell'Algeria conta 17 giocatori che sono nati in Francia ma hanno preferito naturalizzarsi algerini. Qualche commentatore, infatti, ha parlato addirittura di «Francia 2». Nell'Italia campione del mondo nel 1934 c'erano 5 giocatori naturalizzati (Demaria, Guaita, Guarisi, Monti, Orsi), tanti quanti ce ne sono oggi nella nazionale tedesca. Come si vede, il fenomeno nel calcio non è nuovo, non è limitato a qualche paese, non è sempre vincente e non va di pari passo con quello che succede nella vita di tutti i giorni. Se poi guardiamo ad altri sport, la situazione non è certo diversa.
Lo sport moderno non è lo specchio fedele della società. In quel mondo si usa lo strumento della naturalizzazione per accaparrarsi le prestazioni dei migliori talenti in circolazione. Tutto qui. Non c'è alcun collegamento con il tema più ampio dell'integrazione degli stranieri. La vita di tutti i giorni è qualcosa di più complesso di una semplice partita. Lo sport può rappresentare uno spicchio della vita ma non certo esserne lo specchio fedele. Lasciamo stare, quindi, le suggestioni dettate dal calcio o da qualche altro sport. Le vittorie o le sconfitte di una rappresentativa nazionale non possono essere un modello vincente da esportare per forza nella vita di tutti i giorni. Prendiamo la nostra nazionale di calcio. La vittoria ai mondiali disputati in Germania aveva esaltato la compattezza del gruppo, lo spirito di sacrificio, la fame di vittorie a discapito della classe dei singoli. Tutte virtù utili anche nella vita, sempre e comunque, ma a distanza di quattro anni quello stesso modello, con tutte le varianti del caso, non è servito né a ripetere il successo e neppure ad uscire dalla rassegna in modo dignitoso.
Quando si parla d'integrazione, inoltre, non si può e non ci si deve limitare al solo strumento della naturalizzazione. La normativa non è tutto e sarebbe davvero molto riduttivo e pericoloso racchiudere il mondo in una norma. La materia è molto complessa. Secondo la definizione data dall'enciclopedia Treccani, l'integrazione sociale è «un processo attraverso il quale gli individui diventano parte integrante di un sistema sociale, aderendo ai valori che ne definiscono l'ordine normativo. Sul piano microsociologico, è una funzione del processo di socializzazione, consistente nella formazione della personalità sociale dell'individuo attraverso la trasmissione dei modelli culturali e di comportamento dominanti, cui provvedono la famiglia, la scuola e i gruppi primari. Sul piano macrosociologico, nell'approccio struttural-funzionalista di T. Parsons, è un prerequisito del sistema sociale, volto ad assicurare legami stabili fra i suoi membri mediante il rafforzamento dei meccanismi di controllo sociale». Che cosa c'entra tutto questo con lo sport? Poco o niente.
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