di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 04 aprile 2012
Negli ultimi tempi il dibattito politico si è focalizzato sulle varie ipotesi di riforma del mercato del lavoro. E’ chiaro che quando si tocca un argomento così vasto e complesso, l’attenzione spesso rischia di incentrarsi sugli aspetti che generano maggiore conflitto politico, com’è avvenuto ad esempio in merito alla volontà da parte del governo di riformare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori in materia di licenziamenti individuali.
Tutti i riflettori sono stati puntati su quest’aspetto e poco o niente su altri che, peraltro, non sono certo secondari per la modernizzazione di questo Paese. Uno degli argomenti rimasti nascosti nell’ombra è certamente quello della riforma degli ammortizzatori sociali e cioè di quel complesso di misure e prestazioni a sostegno del reddito dei lavoratori che si trovano nella condizione di disoccupati o sospesi dal lavoro. Sappiamo da qualche tempo oramai, perché ci sono studi, statistiche e ricerche di ogni tipo, e per ognuno il proprio vissuto e la percezione di quello che avviene nella vita di tutti i giorni ad amici, parenti o semplici conoscenti, che i giovani lavoratori italiani siano in genere fuori dalle maglie del sistema di protezione sociale garantito dallo Stato.
Il direttore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, ha affermato nel suo intervento nel convegno a Genova ‘La famiglia un pilastro per l'economia del Paese’ che «nel nostro paese nel 2009 il tasso di occupazione è diminuito di 1,2 punti percentuali rispetto a un anno prima; nel 2010 di ulteriori 0,6 punti; nel 2011 ha ristagnato. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali estesi anche a chi ha storie lavorative discontinue, il ruolo della famiglia è divenuto essenziale». Secondo Bankitalia, infatti, «il reddito dei genitori è stato in molti casi l'unico sostegno per i componenti più giovani. Se si distinguono gli occupati in base alla loro posizione all'interno della famiglia, nel luglio del 2011 il tasso di occupazione dei figli conviventi con i propri genitori era inferiore di 5,8 punti percentuali al valore precedente la crisi; quello dei genitori di mezzo punto. Si stima che nella tarda primavera del 2009, nel momento di massimo impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione».
L’ipotesi di riforma in materia di ammortizzatori sociali, proposta dal governo Monti, quindi, doveva tra le altre cose dare ai giovani quelle garanzie che oggi non hanno ed eliminare quegli sprechi di sistema di cui tutti parlano, ma che nessuno tocca. In attesa di leggere il testo che arriverà in Parlamento, al momento possiamo solo analizzare quanto trapelato ufficialmente da Palazzo Chigi. Sappiamo che la riforma si articola su tre pilastri: assicurazione sociale per l’impiego (ASpI), a carattere universale; tutele in costanza di rapporto di lavoro (Cigo, Cigs, fondi di solidarietà); strumenti di gestione degli esuberi strutturali. Diciamo subito che si tratta di una riforma abbastanza innovativa per il panorama italiano e che le note positive sono il primo e il terzo pilastro perché sono strumenti che vengono incontro alle esigenze reali dei giovani lavoratori che hanno bisogno di diritti universali e non di un sistema fatto di garanzie riconosciute solo ad alcuni. Tuttavia andrebbe rivisto il sistema di protezione dei collaboratori coordinati e continuativi, esclusi dall’ambito di applicazione dell’ASpI. Nelle dichiarazioni del governo, infatti, si fa riferimento al rafforzamento e alla messa a regime del meccanismo una tantum previsto oggi ma resta ancora un mistero quali saranno le coperture economiche di un provvedimento del genere poiché attualmente questa forma di protezione viene concessa, a certe specifiche condizioni, nei limiti delle risorse disponibili e non certo a tutti. Molto meno soddisfacente, invece, è il secondo pilastro in merito alla cassa integrazione perché è vero che il nuovo sistema potrebbe essere in grado di prevenire usi impropri perché le tutele scatterebbero in costanza di rapporto di lavoro, ma è altrettanto noto che lo strumento della cassa integrazione, così com’è, non tutela appieno il lavoratore.
Il sistema dovrebbe mettere al centro della tutela la persona. La politica passiva degli incentivi economici dovrebbe essere sostituita, quindi, da forme attive ossia da strumenti per il ricollocamento come forme di riqualificazione o servizi di ricerca del lavoro.
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giovedì 5 aprile 2012
martedì 21 febbraio 2012
Quanto è difficile riformare il mercato del lavoro
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 21 febbraio 2012
Il tema del lavoro è «molto importante» e anche per questo «il governo molto impegnato». Lo ha detto il ministro Corrado Passera in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha spiegato che l'esecutivo «conta di far fare una serie di passi molto importanti al Paese».
Nei giorni scorsi il premier Mario Monti aveva affermato, inoltre, che entro la fine di marzo il Governo presenterà in Parlamento un provvedimento con o senza l'accordo delle parti sociali. E’ certo che riformare il mercato del lavoro e il sistema degli ammortizzatori in Italia è un’impresa ciclopica per qualsiasi governo. I motivi sono tanti: una parte del mondo sindacale e politico si trova su posizioni retrograde e ci sono sacche di privilegio e chi trae profitto da questa situazione, oltre ad essere ben organizzato e rappresentato, non ne vuole sapere di mollare l’osso. E' facile scaricare i costi sociali sui giovani e le donne e le lobby piccole e grandi si oppongono a qualsiasi modifica strutturale che apra il mercato alla concorrenza e altro ancora.
Insomma mettere mano all’impianto delle norme in materia non è certamente un esercizio da poco anche perché le modifiche dovranno riguardare sia le politiche attive per il lavoro sia l’attuale assetto degli ammortizzatori sociali. E’ evidente che queste due riforme dovranno per forza di cose andare di pari passo se vogliamo avere un sistema moderno in grado di offrire più opportunità di lavoro a chi oggi ne ha poche, giovani e donne in primis, e al contempo garantire un efficiente sistema di protezione sociale capace di tutelare tutti senza spreco di denaro pubblico.
Partiamo dal presupposto che oggi praticamente tutti nel mondo delle istituzioni, del sindacato, delle imprese, delle professioni sono concordi a parole e pubblicamente nel voler raggiungere questi obiettivi: più opportunità di lavoro e più tutele. E’ un buon inizio. Il problema è declinare queste lodevoli intenzioni in proposte articolate e, in seguito, in norme.
Guardiamo al dibattito sul mercato del lavoro.
Tanto per essere chiari: l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, così come è, è un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo? Secondo molti si perché la cosiddetta tutela reale, che tra l’altro si applica solo ad una cerchia di lavoratori, è anti-economica perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Per non parlare del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, dove oggi il mezzo migliore resta il passaparola, e i fenomeni di precariato.
Ben venga la valorizzazione dell’apprendistato, che con la riforma voluta dall’ex ministro Sacconi è diventato un contratto a tempo indeterminato (dopo la scadenza del termine previsto dalla legge, infatti, il rapporto continua se le parti non decidono espressamente in modo diverso), i controlli sulle partite iva con monocommitente e la volontà di rendere più onerose alcune tipologie contrattuali a termine.
Altra questione delicata sono gli ammortizzatori sociali. Sappiamo tutti che oggi ci sono iper-tutelati e persone che, invece, di tutele ne hanno poche o nulla. Sappiamo anche che certe volte alcuni strumenti di protezione sociale, come la cassa integrazione, sono usati in modo improprio per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Si tratta, infatti, di un vero e proprio spreco di denaro pubblico al pari dei sussidi elargiti anche in mancanza di un serio processo di formazione e riqualificazione e alla ricerca attiva di un posto di lavoro.
In questi giorni si parla dell'ipotesi di revisione dell'attuale sistema della cassa integrazione straordinaria e il superamento della cassa in deroga e l’introduzione di una indennità di disoccupazione involontaria, un sussidio unico che sostituirebbe la disoccupazione ordinaria, speciale, con requisiti ridotti ed anche la mobilità. Il punto è che qualsiasi riforma dovrà mettere al centro del sistema la persona e non il posto di lavoro che occupava. Bisogna aiutare chi perde il lavoro a ricollocarsi nel mercato senza lasciare nessuno in mezzo ad una strada e farlo cercando di non sprecare i soldi per la collettività perseguendo duramente gli abusi.
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 21 febbraio 2012
Il tema del lavoro è «molto importante» e anche per questo «il governo molto impegnato». Lo ha detto il ministro Corrado Passera in un videomessaggio inviato al convegno di Federmeccanica in corso a Firenze, dove ha spiegato che l'esecutivo «conta di far fare una serie di passi molto importanti al Paese».
Nei giorni scorsi il premier Mario Monti aveva affermato, inoltre, che entro la fine di marzo il Governo presenterà in Parlamento un provvedimento con o senza l'accordo delle parti sociali. E’ certo che riformare il mercato del lavoro e il sistema degli ammortizzatori in Italia è un’impresa ciclopica per qualsiasi governo. I motivi sono tanti: una parte del mondo sindacale e politico si trova su posizioni retrograde e ci sono sacche di privilegio e chi trae profitto da questa situazione, oltre ad essere ben organizzato e rappresentato, non ne vuole sapere di mollare l’osso. E' facile scaricare i costi sociali sui giovani e le donne e le lobby piccole e grandi si oppongono a qualsiasi modifica strutturale che apra il mercato alla concorrenza e altro ancora.
Insomma mettere mano all’impianto delle norme in materia non è certamente un esercizio da poco anche perché le modifiche dovranno riguardare sia le politiche attive per il lavoro sia l’attuale assetto degli ammortizzatori sociali. E’ evidente che queste due riforme dovranno per forza di cose andare di pari passo se vogliamo avere un sistema moderno in grado di offrire più opportunità di lavoro a chi oggi ne ha poche, giovani e donne in primis, e al contempo garantire un efficiente sistema di protezione sociale capace di tutelare tutti senza spreco di denaro pubblico.
Partiamo dal presupposto che oggi praticamente tutti nel mondo delle istituzioni, del sindacato, delle imprese, delle professioni sono concordi a parole e pubblicamente nel voler raggiungere questi obiettivi: più opportunità di lavoro e più tutele. E’ un buon inizio. Il problema è declinare queste lodevoli intenzioni in proposte articolate e, in seguito, in norme.
Guardiamo al dibattito sul mercato del lavoro.
Tanto per essere chiari: l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, così come è, è un ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo? Secondo molti si perché la cosiddetta tutela reale, che tra l’altro si applica solo ad una cerchia di lavoratori, è anti-economica perché in questa fattispecie non si ha un'interruzione né del rapporto di lavoro né di quello assicurativo e previdenziale, così che al lavoratore spettano i contributi anche per il periodo tra il licenziamento e la reintegrazione e il datore di lavoro non ha alcuna facoltà di scelta (con la riassunzione prevista dalla tutela obbligatoria, invece, al lavoratore non spetta alcun emolumento per il periodo intercorso tra il licenziamento e il rientro in azienda e si instaura un nuovo rapporto di lavoro). Per non parlare del sistema di incontro tra domanda e offerta di lavoro, dove oggi il mezzo migliore resta il passaparola, e i fenomeni di precariato.
Ben venga la valorizzazione dell’apprendistato, che con la riforma voluta dall’ex ministro Sacconi è diventato un contratto a tempo indeterminato (dopo la scadenza del termine previsto dalla legge, infatti, il rapporto continua se le parti non decidono espressamente in modo diverso), i controlli sulle partite iva con monocommitente e la volontà di rendere più onerose alcune tipologie contrattuali a termine.
Altra questione delicata sono gli ammortizzatori sociali. Sappiamo tutti che oggi ci sono iper-tutelati e persone che, invece, di tutele ne hanno poche o nulla. Sappiamo anche che certe volte alcuni strumenti di protezione sociale, come la cassa integrazione, sono usati in modo improprio per scaricare sulla collettività i costi sociali delle delocalizzazioni o delle cessioni dei rami d’azienda. Si tratta, infatti, di un vero e proprio spreco di denaro pubblico al pari dei sussidi elargiti anche in mancanza di un serio processo di formazione e riqualificazione e alla ricerca attiva di un posto di lavoro.
In questi giorni si parla dell'ipotesi di revisione dell'attuale sistema della cassa integrazione straordinaria e il superamento della cassa in deroga e l’introduzione di una indennità di disoccupazione involontaria, un sussidio unico che sostituirebbe la disoccupazione ordinaria, speciale, con requisiti ridotti ed anche la mobilità. Il punto è che qualsiasi riforma dovrà mettere al centro del sistema la persona e non il posto di lavoro che occupava. Bisogna aiutare chi perde il lavoro a ricollocarsi nel mercato senza lasciare nessuno in mezzo ad una strada e farlo cercando di non sprecare i soldi per la collettività perseguendo duramente gli abusi.
lunedì 16 maggio 2011
Segnali positivi per il mercato del lavoro e le attività usuranti


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 16 maggio 2011
Certe volte sembra che qualcuno viva sulla luna. Escono i dati sul mercato del lavoro, tutti con tendenze positive e con segnali di ripresa per il nostro paese, ma la Cgil dice che non è così e che tutto va male. Il Governo Berlusconi vara il tanto atteso decreto legislativo sui lavoratori che svolgono attività usuranti e il Pd dice che è merito suo. Misteri della politica italiana.
Andiamo con ordine. Guardiamo gli ultimi dati ufficiali per testare l'andamento degli effetti della crisi economica mondiale sul mercato del lavoro nazionale. Abbiamo a disposizione i numeri dell'Inps e dell'Istat. Secondo l'istituto di previdenza, nello scorso aprile è stata registrata una forte diminuzione delle ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate e il calo riguarda sia il dato congiunturale (- 10,1%) sia quello tendenziale (- 19,7%). Diminuiscono sia su base annuale sia mensile le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria e straordinaria mentre per quella in deroga si registrano una contrazione congiunturale (- 17,3%) e un aumento tendenziale (14,1%). In pratica abbiamo una congiuntura positiva per il mercato del lavoro per tutti i tipi di cassa integrazione e lo stesso si può dire per la tendenza, fatta eccezione per la cassa integrazione in deroga.
A questi dati molto positivi, bisogna aggiungere, poi, anche il calo tendenziale delle domande di disoccupazione (-7%) e mobilità (- 30,25%). Secondo i dati dell'Istat, inoltre, il numero dei disoccupati a marzo è diminuito del 2,5% (53 mila disoccupati in meno) su base tendenziale mentre quello delle persone occupate risulta in aumento sia rispetto al mese (+0,5%) che all'anno precedente (+ 0,6%) di quello della rilevazione.
Dati alla mano, non siamo ancora fuori dalla perturbazione ma i dati congiunturali (andamento mensile) e tendenziali (annuale) ci dicono che il nostro mercato del lavoro si sta rialzando dopo il duro colpo subito dalla crisi economica mondiale.
Passiamo alla questione dei lavori usuranti. E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo che dispone condizioni più favorevoli per il pensionamento di quei lavoratori che svolgono attività usuranti. La nuova normativa riconosce il diritto ad avere in anticipo la pensione a quei lavoratori che hanno svolto (per almeno sette degli ultimi dieci anni e, dal 2018, per almeno metà della vita lavorativa) alcune attività lavorative specifiche: lavori in galleria, lavori nelle cave (ad alte temperature), lavorazione del vetro, addetti alla catena di montaggio, conducenti di autobus e pullman turistici. Sono ammessi a questo beneficio anche i lavoratori notturni, a condizione che abbiano svolto lavoro notturno per almeno 64 notti l'anno (che diventano 78 per chi matura i requisiti pensionistici tra il 1° gennaio 2008 e il 30 giugno 2009). Dovrebbero essere interessati 36.395 lavoratori.
Subito dopo la pubblicazione, l'ex Ministro del lavoro dell'ultimo governo Prodi, Cesare Damiano, ha dichiarato che questo è il risultato di una lunga battaglia del Partito democratico. Cioè, paradossalmente, un atto del governo Berlusconi non è, a parere suo, merito di chi l'ha varato, ma del Pd. E perché, quando il centrosinistra era al governo del paese, non è stato fatto alcun decreto? La storia è molto semplice. Durante il governo Prodi fu approvata la legge-delega (Legge 24 dicembre 2007, n. 247 «Norme di attuazione del Protocollo del 23 luglio 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l'equità e la crescita sostenibili, nonché ulteriori norme in materia di lavoro e previdenza sociale») cui, però, non fece seguito il decreto legislativo perché tutto il caravanserraglio di partiti, partitini e strapuntini che sosteneva quel governo non raggiunse un accordo per la copertura economica del provvedimento e per la qualificazione del lavoro notturno. Purtroppo l'opposizione ha la memoria corta e ha pure la faccia tosta di rivendicare meriti certamente non suoi.
FONTE
venerdì 4 febbraio 2011
Diminuisce la cassa integrazione, cresce la speranza nella ripresa

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 03 febbraio 2011
Secondo gli ultimi dati dell'Inps, a gennaio sono stati chiesti ed autorizzati 60,3 milioni di ore di cassa integrazione. L'istituto ha segnalato che questo dato «segna un calo significativo, sia a livello congiunturale (-30,3% rispetto a dicembre 2010, quando sono stati chiesti 86,5 milioni di ore di cig), sia a livello tendenziale (-25,5% rispetto a gennaio 2010, quando vennero autorizzati 80,9 milioni di ore)». Secondo l'Inps questi numeri «confermano clamorosamente una tendenza alla diminuzione della richiesta di cig in atto dal mese di giugno 2010. Si tratta di una flessione generalizzata per tutti e tre gli istituti: -14,6% di richieste di cassa integrazione ordinaria (cigo) rispetto a dicembre; -44,9% per la cassa integrazione straordinaria (cigs); -16,8% per la cassa integrazione in deroga (cigd)».
Per i settori produttivi il calo più significativo riguarda industria e artigianato (-31,6% rispetto a dicembre 2010) e il commercio (-36%). L'industria segnala anche il crollo delle richieste di cigs (-44,2%) e cigd (-10%). A livello territoriale la diminuzione di richieste di cig è quasi equamente distribuita, con la punta per le regioni del Centro, che hanno registrato una flessione nelle richieste dell'ordine del 45,6%.
Tutti questi numeri ci forniscono la possibilità di fare qualche considerazione sullo stato di salute del nostro tessuto produttivo e sul protrarsi degli effetti della crisi economica mondiale. Sono almeno un paio d'anni che l'andamento delle richieste di cassa integrazione servono per monitorare gli effetti della crisi. La cassa integrazione ordinaria segnala le difficoltà legate a eventi o situazioni temporanee di mercato, quella straordinaria, tra le altre cose, le crisi industriali, mentre quella in deroga la tenuta di chi ha un contratto atipico. Quando le richieste di cig aumentavano, era giusto sottolineare che il sistema di protezione sociale aveva mantenuto vivo il nostro tessuto produttivo ma anche che la crisi mordeva e provocava grosse difficoltà al sistema delle imprese, costrette a ricorrere a questo strumento. Almeno fino a tre mesi fa, la progressiva diminuzione della cig ordinaria e di quella straordinaria e, di contro, l'aumento di quella in deroga introdotta dal governo Berlusconi, delineava una situazione che confermava che nei periodi di crisi ad essere colpite con più durezza sono sempre le persone più deboli, e in questo caso si trattava di quelle con un contratto atipico (nello specifico tutti i lavoratori subordinati, compresi apprendisti, lavoratori con contratto di somministrazione e lavoranti a domicilio, dipendenti da aziende che operino in determinati settori produttivi o specifiche aree regionali, individuate in accordi governativi). Ora la decisa diminuzione di tutti e tre i tipi di cassa integrazione fotografa realisticamente una chiara inversione di tendenza non episodica, perché sono diversi mesi che si registrano indicazioni positive sul tema; continua, dato che da qualche tempo ogni mese e senza interruzioni ci sono diminuzioni nelle richieste; infine rilevante sul piano dei numeri, sia a livello congiunturale che tendenziale.
I numeri ci dicono che la crisi non è ancora passata e che la sua scia continua a produrre effetti negativi. Per questo motivo è giusto non abbassare la guardia. Tuttavia questi stessi dati ci permettono di guardare al futuro con maggiore speranza e serenità alla luce dell'aumento delle ore lavorate e dei segnali di ripresa che s'intravedono, seppur ancora troppo timidi e selettivi.
FONTE
lunedì 6 dicembre 2010
Dati positivi dal mondo del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 06 dicembre 2010
Nel mese di novembre 2010 le ore autorizzate di cassa integrazione sono diminuite rispetto allo stesso mese del 2009: -8%. Ancora più sensibile il calo tendenziale, cioè rispetto al mese precedente (ottobre 2010): -10%. A novembre sono stati autorizzate 90,7 milioni di ore di Cig, contro i 100,8 milioni di ottobre 2010 e contro i 98,6 milioni di novembre 2009. La flessione tendenziale è generalizzata: le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria si sono fermate a 20,8 milioni (-12,7% rispetto a ottobre); le ore di cassa integrazione straordinaria sono state 38,9 milioni (-8,6%); le ore di cassa integrazione in deroga sono state poco meno di 31 milioni (-9,9%).
«È una frenata forse inattesa per le dimensioni - ha commentato il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua - ma che era stata anticipata, attraverso alcuni segnali più deboli, da maggio, quando il valore delle autorizzazioni ha cominciato a diminuire. A novembre, per la prima volta, le ore autorizzate sono addirittura meno di quelle richieste nel novembre 2009». È nell'industria che si registra il maggior decremento negli interventi ordinari (-64,3%) rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. La forte diminuzione si evidenzia anche nel periodo gennaio-novembre rispetto agli stessi undici mesi del 2009: -44,4%. Dato negativo tendenziale per Cigs (Cassa integrazione guadagni straordinaria) e Cigd (Cassa integrazione in deroga), che rimangono invece in crescita rispetto al novembre 2009 (rispettivamente del 36,1% e del 56,6%).
Il dato sulla diminuzione delle ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria, sia su base mensile che annuale, e quello su base mensile di Cigs e Cigd, dimostrano che c'è una ripresa in atto, soprattutto nel mondo dell'industria. La situazione poteva essere anche peggiore senza il ruolo attivo e positivo svolto dal ministero del Lavoro e da quello dello Sviluppo Economico per contenere gli effetti della crisi mondiale sul mercato del lavoro italiano. Bisogna ricordare che già lo scorso anno l'allora ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, mise in piedi una task force che aprì più di 150 tavoli di confronto tra imprenditori, rappresentanze sindacali e istituzioni, per gestire crisi aziendali in settori che, nel corso di quell'anno, coinvolsero oltre 300 mila lavoratori. E questo lavoro è stato portato avanti con profitto anche nell'anno in corso.
Insomma, la flessione tendenziale delle ore autorizzate di cassa integrazione è un segnale inequivocabile del fatto che la ripresa, seppur con segnali timidi ma confortanti, stia iniziando a prendere forma. Anche l'aumento su base annuale delle ore autorizzate di cassa integrazione in deroga può essere letto in chiave positiva. Questa forma di sostegno al reddito è una tra le migliori cose ideate dal governo Berlusconi per fronteggiare la crisi economica mondiale. Una vera e propria breccia nel muro dell'iniquo welfare State italiano, visto che per la prima volta anche alcuni soggetti esclusi dal cosiddetto «paracadute sociale» (i lavoratori subordinati, compresi gli apprendisti, lavoratori con contratto di somministrazione e lavoranti a domicilio, dipendenti da aziende che operino in determinati settori produttivi o specifiche aree regionali, individuate in specifici accordi governativi) sono riusciti ad avere il loro posto al sole.
In conclusione si può dire che gli ultimi dati dell'Inps sulle ore autorizzate di cassa integrazione sono certamente positivi e segnalano una ripresa ancora debole ma che, seppur tra tante difficoltà, sta prendendo forma. I problemi non sono certamente risolti, ma è bene guardare al futuro con una certa dose di ottimismo. All'ottimo lavoro svolto dalle prestazioni a sostegno del reddito dovrà necessariamente affiancarsi un rilancio delle politiche occupazionali attraverso l'investimento sulle competenze e la diffusione dei contratti di apprendistato.
giovedì 11 novembre 2010
Immigrazione. I dati Istat impongono un nuovo modello d'integrazione


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 11 novembre 2010
Tra quarant'anni in Italia ci saranno 61,6 milioni di abitanti, dai 60 milioni attuali, e di questi circa dieci milioni saranno stranieri. E' uno dei dati che Enrico Giovannini, presidente dell'Istat, ha riferito a Bassano del Grappa (Vicenza) al convegno «Benevenuti al capodanno 2050: ecco l'anteprima». Per Giovannini la componente straniera dovrebbe aumentare dal 7% al 17% della popolazione, trasformando l'Italia in un Paese sempre più multietnico. Un dato disomogeneo, però, per quanto riguarda le aree geografiche, con un'incidenza di cittadini stranieri, pari a quasi un quarto dei residenti, nel Nord-Ovest e ad appena il 3% in Sicilia e in Sardegna. In un futuro non lontano, quindi, la componente straniera arriverà ad avere una percentuale di incidenza molto forte sulla popolazione residente in Italia, con punte, in alcune zone del Paese, mai viste prima d'ora. Questo significa che prima prenderemo coscienza dei pro e dei contro di questa situazione e meglio saremo in grado di affrontare tutti i temi connessi con questo dato di fatto.
La crescente presenza stanziale di stranieri in Italia ci obbliga a confrontarci con temi complessi come l'accoglienza e l'integrazione, e con questioni culturalmente interessanti come la ricerca di un saggio e razionale punto di equilibrio tra l'irresponsabile radicalismo dell'apertura senza limiti delle frontiere e la cupa utopia isolazionista delle frontiere sigillate.
Partiamo da un dato di fatto. I grandi modelli d'integrazione fin qui conosciuti (assimilazionismo e multiculturalismo) sono miseramente falliti e sono stati solo in grado di produrre odio, ghettizzazioni e separatismo culturale. La politica dell'assimilazionismo non solo è fallita perché fondata su un do ut des insostenibile nella realtà (la concessione della cittadinanza in cambio della negazione della propria identità culturale e religiosa), ma ha creato in Francia cittadini di serie A e di serie B e un risentimento diffuso da parte di questi ultimi, che spesso è sfociato nel separatismo culturale e nell'avversione contro la stessa nazione di cui, almeno sulla carta, sono cittadini a tutti gli effetti. Il multiculturalismo è fallito, invece, perché le politiche di riconoscimento delle minoranze non hanno portato all'integrazione ma, al contrario, all'esaltazione degli egoismi, al separatismo culturale e alla disgregazione sociale.
La via italiana, invece, si chiama «Identità e Incontro». E' il piano per l'integrazione del governo Berlusconi, che parte già con un presupposto positivo poiché propone un modello lontano dall'assimilazionismo e dal multiculturalismo. Il piano si fonda su cinque principi basilari (la scuola come primario luogo di intervento; programmazione dei flussi misurata con le effettive capacità di assorbimento della forza lavoro; attenzione alle politiche abitative e al governo del territorio; accesso ai servizi essenziali; priorità all'integrazione dei minori stranieri presenti sul territorio e loro tutela piena ed incondizionata) e su una sorta di scambio dove l'immigrato è responsabilizzato e si impegna ad intraprendere un percorso d'integrazione, e lo Stato ad agevolare questo cammino riconoscendo l'immigrato come persona e non più come semplice forza-lavoro.
Il piano non è ovviamente una bacchetta magica in grado di risolvere tutte le problematiche concernenti il fenomeno dell'immigrazione, ma sicuramente è un ottimo strumento che, in prospettiva, può aiutare il nostro sistema-Paese ad integrare più facilmente i 10 milioni di stranieri che vivranno in Italia nel 2050.
martedì 26 ottobre 2010
Il dossier Caritas-Migrantes sull'immigrazione conferma la bontà dell'azione del governo


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 26 ottobre 2010
Piace, agli organismi della Cei Caritas e Migrantes, il piano per l'integrazione nella sicurezza denominato «Identità e Incontro», proposto dal governo Berlusconi come modello italiano d'integrazione, perché lontano dall'assimilazionismo e dal multiculturalismo. «Nel documento - sottolinea il dossier statistico sull'immigrazione - vengono individuati percorsi imperniati su diritti e doveri, responsabilità e opportunità, in una visione di relazione reciproca, facendo perno sulla persona e sulle iniziative sociali piuttosto che sullo Stato e individuando cinque assi di intervento: l'educazione e l'apprendimento, dalla lingua ai valori; il lavoro e la formazione professionale; l'alloggio e il governo del territorio; l'accesso ai servizi essenziali; l'attenzione ai minori e alle seconde generazioni». Il rapporto critica però il fatto che «al di là della ricorrente insistenza, tanto nel documento governativo come in ambito comunitario, sulle migrazioni a carattere rotatorio», gli aiuti allo sviluppo che potrebbero favorire i ritorni in patria e fermare l'esodo siano arrivati a collocarsi nel frattempo «a livello veramente minimo».
Secondo lo studio, nel 2009 sono state allontanate dall'Italia ben 18.361 persone: 4.298 respingimenti e 14.063 rimpatri forzati. Mentre le persone rintracciate in posizione irregolare, ma non ottemperanti all'intimazione di lasciare il territorio italiano, sono state 34.462. Nel rapporto si sottolinea, inoltre, che risulterà inefficace il controllo delle frontiere se non si incentiveranno i percorsi regolari dell'immigrazione e che non è in discussione la necessità di regole, bensì la loro funzionalità.
Insomma, il dossier Caritas-Migrantes promuove a grandi linee il progetto del governo in materia di immigrazione e, cosa più importante, non si scaglia ferocemente contro respingimenti e rimpatri. Non usa, come hanno fatto alcuni, parole davvero improprie, ma cerca di porre l'accento in modo razionale e costruttivo sulle criticità presenti nella gestione degli ingressi regolari e non. Lo stesso Benedetto XVI, nel suo messaggio sul tema «Una sola famiglia umana» per la 97esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 16 gennaio 2011, ha affermato che «accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell'intolleranza e del disinteresse». Ha aggiunto, però, che gli immigrati «hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale».
La doverosa accoglienza e la necessaria solidarietà si possono conciliare benissimo con la salvaguardia effettiva delle frontiere e con il contrasto, anche duro, all'immigrazione clandestina. E' giusto confrontarsi sulla gestione dei rifugiati, ma questa è una questione che l'Italia non può risolvere da sola: è un problema di cui si devono far carico obbligatoriamente tutti e 27 gli Stati Ue. Il nostro Paese, insomma, deve fare la sua parte, ma non può fare tutto in solitudine, perché la massa di persone con cui ci si dovrebbe confrontare, giacché l'Italia è una delle porte d'ingresso per l'Europa, rischierebbe di far saltare il principio dell'accoglienza sostenibile, che è la base per iniziare un virtuoso cammino per l'integrazione, e di conseguenza - cosa ancora più rischiosa - la pace sociale sul territorio.
Per quanto riguarda inoltre l'integrazione, la via italiana sembra aver trovato, almeno dal punto di vista delle linee generali, il giusto equilibrio tra quello che possono fare le istituzioni (servizi, canali per l'accesso al mondo del lavoro, formazione professionale, priorità all'integrazione dei minori stranieri presenti sul territorio e loro tutela piena e incondizionata) e quello che deve fare l'immigrato. Il processo d'integrazione è anche, e soprattutto, un percorso personale, spesso difficile e complicato, in cui è decisiva la volontà, da parte dello straniero, di aderire ai valori che definiscono l'ordine normativo del Paese in cui ha scelto di vivere. Non c'è altra via diversa da quella della piena responsabilizzazione dell'immigrato e lo abbiamo visto con il fallimento di modelli, come quello assimilazionista o multiculturalista, che partivano da presupposti totalmente sbagliati e che non hanno fatto altro che condurre in un vicolo cieco. In Francia immigrati di seconda generazione e giovani cittadini figli degli assimilati di origine maghrebina sposano il separatismo culturale contro l'appartenenza francese e arrivano polemicamente a fischiare la Marsigliese durante le partite di calcio della nazionale transalpina contro Marocco, Tunisia e Algeria. In Gran Bretagna, invece, le politiche di riconoscimento proprie del modello multiculturalista hanno creato ghettizzazioni, separatismo culturale e tensioni nella società. Mentre in Germania il fallimento è stato ammesso pubblicamente nei giorni scorsi dal cancelliere Angela Merkel.
Ben venga, quindi, un modello sperimentale italiano lontano anni luce da queste esperienze osannate negli anni scorsi e anche in tempi recenti. Qualche commentatore nostrano poco accorto, sulla scia dei successi della nazionale di calcio francese tra il 1998 e il 2002 e della buona prova offerta da quella tedesca nell'ultimo mondiale, entrambe piene di «nuovi cittadini», aveva esaltato il modello d'integrazione francese e tedesco dimenticando colpevolmente che il mondo dorato del calcio è cosa ben diversa dalla vita di tutti i giorni.
giovedì 6 maggio 2010
Lavoro: segnali positivi per l’Italia dall’Ocse e dall’Inps


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 05 maggio 2010
Il tasso di occupazione in Italia «è ancora ampiamente inferiore alla media dei paesi Ocse per diverse fasce di età». Lo sottolinea la stessa Ocse nel rapporto sulla riforma della regolamentazione in Italia presentata martedì, precisando tuttavia come «il tasso di partecipazione sia cresciuto stabilmente e il tasso ufficiale di disoccupazione sia passato da oltre l'11% nel 1998 al 6% dell'inizio del 2008, prima della crisi economica». Nel nostro Paese, spiega l'organizzazione di Parigi, «l'innovazione influisce positivamente sulla crescita economica ma la spesa in ricerca e sviluppo rimane bassa e questo è risultato, ad esempio, nella lenta introduzione del Itc in molti settori». I fattori «determinanti» per l'Ocse «comprendono la dimensione ridotta delle aziende italiane, gli ostacoli posti dalla regolamentazione, ad esempio nella distribuzione commerciale, un limitato accesso al capitale esterno e il sottosviluppo degli istituti di ricerca». Un altro aspetto problematico segnalato è quello dell'istruzione, poiché, si legge nel rapporto, «il capitale umano, misurato per il numero di anni di studio, influisce fortemente sulla produttività, ma il livello di conseguimento scolastico in Italia resta comparativamente basso, con significative variazioni regionali nei risultati raggiunti dagli studenti». L'Ocse riconosce infine che «l'integrazione di forti numeri d'immigranti nella forza lavoro ha rappresentato una successo per il mercato del lavoro e l'economia del Paese. L'immigrazione - conclude l'organizzazione - sembra aver in parte contribuito al notevole aumento dei tassi medi di partecipazione in Italia e quindi anche al sostegno della produzione».
L'Ocse, inoltre, ha riconosciuto l'impegno del governo italiano ed i conseguenti buoni risultati ottenuti in campo economico. Lo studio condotto dall'Ocse è confermato anche dagli ultimi dati disponibili sulla cassa integrazione. Per le richieste di cassa integrazione ad aprile, infatti, c'è stata una frenata congiunturale: rispetto a marzo si è registrato un calo del 5,7%, passando dai 122,6 milioni di ore autorizzate a 115,6 milioni. Più significativa la diminuzione per le autorizzazioni di cassa integrazione ordinaria (cigo): -22,5% rispetto a marzo. E ancora di più nel comparto industria, dove la flessione congiunturale della cigo è stata del 27,3% (solo nell'edilizia si è registrato un lieve incremento: +2,3%). Ad aumentare è invece la cassa integrazione straordinaria (+8% su base mensile e +192% rispetto a un anno prima).
Su base annua però le ore autorizzate di cig sono complessivamente aumentate del 52,9% (erano state 75,6 milioni), in gran parte a causa della cassa integrazione in deroga (cigd), che come tutti gli ammortizzatori in deroga fu varata proprio nell'aprile 2009. Nel solo mese di aprile 2010 sono state 25,6 milioni le ore di cigd autorizzate, che valgono quasi il 25% del totale del mese (in leggero calo rispetto a marzo: -5,9%). Per circa due terzi si tratta di ore autorizzate nel comparto commercio e artigianato (rispettivamente il 19,9% e il 44%). «A conferma del fatto che la rete di protezione degli ammortizzatori sociali si è stesa su imprese e settori produttivi che fino all'anno scorso erano privi di sostegno», ha sottolineato giustamente il presidente dell'Inps Mastrapasqua.
Insomma, seppur la crisi economica morde ed ai lavoratori che perdono il proprio posto non interessa certo che le dinamiche in Italia vadano meglio che altrove, è comunque opportuno segnalare ai fini del dibattito sullo stato di salute del mercato del lavoro di questo paese che il nostro sistema, dati alla mano, ha retto la pressione. E' ovvio che siamo ancora molto lontani dall'avere un meccanismo universale e meritocratico in cui tutti hanno la copertura sociale che si sono pagati con il proprio lavoro, fermo restando i meccanismi di solidarietà. Tuttavia, il dato della cassa integrazione in deroga, che ha allargato la base dei beneficiari degli ammortizzatori sociali ed ha aperto una breccia nell'iniquo welfare state italiano, è un primo segnale positivo cui certamente dovrà far seguito una riforma di ben più ampia portata.
Anche sui dati su base mensile ed annuale delle ore autorizzate di cassa integrazione va fatta una analisi intellettualmente onesta. E' chiaro che l'aumento del 52,9% su base annuale non fa altro che tradurre in cifre l'impatto della crisi economica sul mercato del lavoro ma è pur vero che la diminuzione su base mensile (-5,7%) dimostra come il trend negativo si stia arrestando.
mercoledì 7 ottobre 2009
Dai dati Inps segnali di normalizzazione della crisi


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 06 ottobre 2009
Aumenta in settembre il ricorso alla cassa integrazione. Lo comunica l'Inps precisando però che si tratta del mese di settembre con la crescita congiunturale più bassa degli ultimi cinque anni. In valore assoluto, si legge in una nota, il numero di ore di cassa integrazione autorizzate aumenta sia nei confronti del settembre 2008 (+437,05%), sia nei confronti del mese di agosto 2009 (+95,30%). Tuttavia negli anni scorsi, segnala l'Inps, la velocità di questo incremento si presentava con tassi congiunturali assai più alti del 95,3% del settembre di quest'anno rispetto al mese precedente. Nel 2005 fu oltre il 250% e negli anni successivi si è sempre collocato tra il 100 e il 130%.
A livello tendenziale, invece, si stanno riproducendo gli incrementi di luglio e di agosto: «Si conferma una sorta di normalizzazione della crisi - commenta il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua - il comportamento delle aziende sta assumendo atteggiamenti analoghi a quelli degli anni passati, anche se i volumi delle richieste di cig sono ovviamente non paragonabili a quelli precedenti alla crisi esplosa circa un anno fa. Settembre mostra una ripresa delle richieste di cassa integrazione, rispetto ad agosto, ma in misura percentuale molto minore degli ultimi anni. Aspettiamo tra qualche giorno il dato del tiraggio per vedere se anche il consumo reale di cassa integrazione, al 61% fino al mese di agosto, si confermerà di molti punti percentuali inferiore a quello del 2008, quando si consumava il 77% delle ore richieste di cassa integrazione».
Anche le domande di disoccupazione mostrano una sensibile frenata nella dinamica di crescita: +32,8% in agosto 2009 rispetto ad agosto 2008. Diminuiscono anche i beneficiari delle indennità di disoccupazione: nel mese di maggio, ultimo dato disponibile stabilizzato tra entrate e uscite, sono stati poco più di 440.000 contro i 450.000 di aprile. Insomma, i dati emersi sono incoraggianti ma è opportuno non abbassare la guardia. Nel dettaglio le ore richieste di cassa integrazione a settembre si suddividono in poco più di 69 milioni di ore per la cassa ordinaria (cigo), 19.5 milioni di ore per la cassa straordinaria (cigs) e 16.2 milioni di ore per la cigs in deroga, che rappresenta il fattore di crescita più dinamico di tutto il sistema, e sostanzialmente, di impossibile confronto con lo scorso anno: con la «deroga» si è allargata di fatto la cig a una platea di aziende e lavoratori che prima non poteva accedervi.
L'applicazione degli ammortizzatori sociali in deroga per l'anno 2009 e seguenti trova riscontro normativo nell'art. 2, comma 36, della legge n. 203/2008, nell' art. 19 della legge n. 2/2009 e nell'art. 7-ter della legge n. 33/2009. Inoltre il 12 febbraio scorso Governo, Regioni e Province autonome hanno concluso un accordo in materia con riferimento al biennio 2009-2010: il Governo ha stanziato risorse nazionali per 5,35 miliardi (di cui 1.4 dal fondo per l'occupazione e 3.95 dal fondo per le aree sottoutilizzate), mentre le Regioni 2.65 miliardi, a valere sui programmi regionali Fse. L'articolo 19, comma 8, della legge n. 2/2009, dispone che «le risorse finanziarie destinate agli ammortizzatori sociali in deroga alla vigente normativa (...) possono essere utilizzate con riferimento a tutte le tipologie di lavoro subordinato, compresi i contratti di apprendistato e di somministrazione». Inoltre, il comma 10 del medesimo articolo 19 sancisce che il diritto a percepire qualsiasi trattamento di sostegno al reddito, ivi compresi quelli «in deroga», «è subordinato alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale».
Ed è proprio questa la vera e positiva novità introdotta dal governo in carica nel vetusto sistema nazionale degli ammortizzatori sociali. Finalmente è stata allargata, seppur in parte, la platea dei potenziali beneficiari ma, allo stesso tempo, si è cercato di creare un sistema di erogazione legato a situazioni dinamiche e non parassitarie. Siamo sulla buona strada; la speranza è che questa breccia creata all'interno dell'iniquo welfare italiano, che da sempre penalizza i lavoratori più giovani, porti nel più breve tempo possibile a una grande riforma del sistema degli ammortizzatori sociali che allarghi il mantello protettivo del welfare nostrano a tutti i giovani lavoratori che oggi ne sono sprovvisti.
mercoledì 30 settembre 2009
Elementi positivi nella relazione dell'Inps


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 29 settembre 2009
Il presidente dell'INPS, Antonio Mastrapasqua, ha spiegato che dal mese di settembre 2008 alla fine di agosto del 2009 le ore totali di cassa integrazione ordinaria hanno registrato una crescita del 409,4% (+660% nell'industria e +66,7% nell'edilizia). Le ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate hanno invece fatto segnare una crescita dell'86,7%. Un aumento impetuoso che, tuttavia, dimostra come il sistema produttivo italiano sia riuscito fino ad ora a reggere all'onda d'urto della crisi economica mondiale. La prova è nell'enorme differenza tra le ore totali di cassa integrazione ordinaria e quelle straordinarie. La CIG ordinaria è attivabile in caso di sospensione o contrazione dell'attività produttiva per situazioni aziendali dovute a eventi temporanei e non imputabili all'imprenditore o ai lavoratori, mentre quella straordinaria in caso di ristrutturazione, di riorganizzazione, di conversione, di crisi aziendale e nei casi di procedure concorsuali. E' quindi possibile affermare che, seppur i dati sono preoccupanti, come lo sono quelli che arrivano da tutto il mondo, le aziende italiane, nella maggior parte dei casi, soffrono la crisi ma non falliscono.
Dalle stime dell'INPS emerge poi che le uscite dell'istituto nel 2010 dovrebbero ammontare a 231 miliardi complessivi, con un aumento di 6 miliardi rispetto all'esercizio precedente. Di questi, il 50% (3 miliardi di euro) saranno destinati alla perequazione delle pensioni, mentre il restante 50% al sistema degli ammortizzatori. Inoltre, secondo il presidente dell'INPS, con l'attuale andamento del «tiraggio» (il consumo reale di cassa integrazione) il 2009 potrebbe costare meno di 4,5 miliardi di euro, contro i 16 miliardi (compresi i 4 per la CIG in deroga) messi a disposizione da governo e regioni. Insomma, le cifre stanziate dallo Stato sarebbero di quasi 4 volte superiori a quanto effettivamente speso nel corso del 2009.
L'altra buona notizia è che ammontano a 1,5 miliardi di euro i contributi recuperati grazie alla lotta al lavoro nero condotta dall'INPS negli ultimi 12 mesi e che l'incremento dei contributi evasi accertati rispetto all'anno precedente è di 24,531 milioni di euro. Questi importanti obiettivi sono stati raggiunti grazie all'attenzione che l'istituto ha rivolto verso la costruzione e l'ottimizzazione di strumenti di intelligence a supporto dell'attività di vigilanza e attraverso la reingegnerizzazione dell'intero processo.
Sono un milione le domande di disoccupazione ricevute in un anno dall'INPS: di queste sono 984.286 quelle accolte e liquidate tra l'inizio di agosto 2008 e la fine di luglio 2009, con un incremento del 52,2% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. In totale, le domande presentate all'INPS sono 1.172.659, per un importo medio annuo elargito di 5.292 euro, per alleviare il periodo di disoccupazione che può variare da sei mesi a un anno. Tuttavia bisogna aggiungere che il trend è ampiamente sotto controllo. Il numero dei beneficiari di sussidio di disoccupazione ad aprile 2009 era di 450.000 soggetti, in marzo erano più di 460.000. Il numero dei beneficiari, infatti, non corrisponde mai al numero delle domande presentate e accolte. Il numero di domande ricevute e lavorate nel corso degli ultimi dodici mesi, poco più 1,1 milioni, di cui circa 980mila accolte, è la sommatoria di richieste che si sono accumulate nel tempo. Non offrono la fotografia di un momento, ma la sequenza di fatti successivi. Il rapporto è di circa 1 a 2: un beneficiario ogni due domande. Il beneficio ha una durata variabile tra i sei e gli otto mesi e non tutti i beneficiari ne godono per l'intero periodo, e non appena un beneficiario trova nuova occupazione decade dal diritto di ricevere il sussidio. E' lecito quindi - secondo l'istituto - stimare il numero attuale dei disoccupati tra i 450mila di aprile, accertati dall'INPS, e i circa 500mila previsti entro fine anno dal recente rapporto del CNEL. Sempre il presidente dell'INPS ha fatto sapere che il bilancio previsionale dell'istituto nel 2010 prevede un risultato di esercizio positivo per 3 miliardi di euro e un avanzo finanziario superiore ai 4,5 miliardi.
Sono numeri che possono dare una certa tranquillità al welfare italiano e che premiano il lavoro svolto in un anno dall'INPS (con riferimento soprattutto alla lotta al lavoro nero) e dal governo che, in collaborazione con le regioni, dati alla mano, ha stanziato soldi a sufficienza per rispondere agli effetti della crisi.
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