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mercoledì 27 aprile 2011

L'iniziativa italo-francese per porre un argine all'immigrazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 27 aprile 2011

Il vertice italo-francese ha sancito una posizione comune tra i due paesi sulla necessità di aggiornare il trattato di Schengen in materia di libera circolazione, uno dei pilastri su cui si regge l'Unione europea. Dalle parole emerse durante e dopo l'incontro sembra che ci sia l'intenzione di promuovere un'iniziativa comune in ambito comunitario per rinnovare le parti più datate del trattato, già entrata in una fase operativa con l'invio di una lettera congiunta di Berlusconi e Sarkozy ai presidenti della Commissione e del Consiglio europeo, José Manuel Barroso e Herman Van Rompuydi, dove, tra le altre cose, si toccava proprio questo argomento.

Un portavoce dell'Esecutivo comunitario, Olivier Bailly, ha assicurato che la Commissione si impegna a presentare già il 4 maggio prossimo delle «piste di riflessione», in risposta alla richiesta franco-italiana. Quando nel 1985 solo 5 paesi (Belgio, Francia, Lussemburgo, Germania e Paesi Bassi) stipularono quell'accordo era evidente che l'unico obiettivo strategico era di creare uno spazio dove era possibile la libera circolazione, e non si prese nella dovuta considerazione l'ipotesi di inserire strumenti normativi idonei per fronteggiare adeguatamente eventi straordinari legati ad una massiccia immigrazione di massa dai paesi vicini. Lo scenario si era evoluto già dall'elaborazione della Convenzione nel 1990 (entrata in vigore 5 anni dopo) e dall'inserimento dell'accordo nel quadro legislativo dell'Unione europea attraverso il trattato di Amsterdam del 1997, e la progressiva adesione di altri paesi, con il conseguente allargamento dello spazio di libera circolazione e lo spostamento dei confini dell'Unione su tutta la sponda mediterranea e, quindi, a maggior contatto con il continente nero e con le direttrici dell'immigrazione di massa.
Le rivoluzioni in corso in nord-Africa e in alcuni paesi del Medioriente impongono ora alcune modifiche al trattato per permettere al Vecchio Continente di rispondere con reattività ed efficacia agli eventi in corso nei paesi vicini, che potrebbero avere ripercussioni dirette su di noi. In questo quadro, la richiesta di modificare l'accordo di Schengen, insieme con le altre formalizzate congiuntamente da Italia e Francia (politica comune europea sull'asilo; avvio di un nuovo partenariato fra l'Ue e la sponda sud del Mediterraneo per sostenere lo sviluppo delle democrazie nascenti nei paesi che ne fanno parte; rafforzamento dell'agenzia per le frontiere esterne) mira a porre un argine a una probabile migrazione di massa verso l'Europa e a fornire gli strumenti idonei per fronteggiare questa evenienza ai paesi frontalieri come il nostro.
Si tratta di chiarire la definizione di «minaccia all'ordine pubblico» (oggi di competenza dei soli Stati membri) e di aggiungere eventualmente altri criteri, come l'afflusso massiccio di migranti irregolari, fra le motivazioni che si possono invocare per attivare la clausola di sospensione della libera circolazione. La lettera congiunta su questo punto non contiene criteri o condizioni particolarmente precise e, quindi, permette alla Commissione europea di avanzare una serie di proposte per cercare di arrivare a un accordo tra gli Stati membri nei due Consigli Affari interni e di giustizia di maggio e giugno, o anche nel vertice Ue del 24 e 25 giugno, in modo da presentare in estate le vere e proprie modifiche normative.
Oggi tutti i casi di sospensione del trattato si sono avuti per motivi di ordine pubblico in relazione allo svolgimento di grandi eventi. Non basta più. I pericoli portati dal terrorismo internazionale, la lotta contro il traffico degli esseri umani, la salvaguardia dei confini dei paesi frontalieri dell'Unione e, di conseguenza, di quelli europei, impongono una modifica di quegli accordi.

FONTE

venerdì 5 novembre 2010

Da una parte il fango, dall’altra la politica del fare

di Antonio Maglietta – 5 novembre 2010

I media italiani, e non solo, sono pieni di gossip. Quello che in genere era relegato nelle ultime pagine, ora diventa tema di dibattito politico. Non è certo la prima volta che avviene nella storia recente o remota. Alcuni giornalisti spesso dicono che la colpa di tutto questo è dell’agone politico e non la loro perché il loro mestiere è anche quello di raccontare e spiegare. Se la politica si occupa di chi entra o esce dalle stanze da letto, loro non possono fare altro che annotare e riferire al grande pubblico. Ora, in parte, quest’analisi è vera. Da qualche tempo, una parte politica, quella che una volta si poteva definire la sinistra, oramai incapace di fare proposte concrete condivisibili da almeno un numero di persone pari a quelle che in genere partecipano a un’assemblea di condominio, ha deciso di portare la lotta politica sul piano delle questioni private. Non si parla quasi più di proposte sul lavoro, sull’immigrazione, sulla politica estera, sulla sicurezza. A una certa parte della sinistra, oramai, piace parlare solo di quello che avviene nella vita privata delle persone. Questa pruriginosa attenzione è rilanciata e amplificata da alcuni media che, è bene dirlo, cavalcano l’onda per questioni politiche e commerciali. Il gossip è usato come arma di lotta politica contro gli avversari ma anche come uno strumento per stimolare la morbosità delle persone e convincerle a recarsi in edicola o a guardare un programma televisivo. Non c’è alcuna novità a riguardo perché questa tecnica non è certo nuova e non è usata solo nel nostro paese. La differenza è che altrove si parla anche di contenuti politici. Qui da noi assolutamente no.
Quello che più fa ridere, però, perché dimostra la pochezza di questa gente, è l’accusa che alcuni commentatori muovono alle televisioni commerciali, ree a loro supremo giudizio di essere la causa di tutto questo fango. Il teorema sinistro è che se il dibattito politico si occupa di queste cose, e non dei bisogni della gente, è a causa delle emittenti televisive create dal Berlusconi-imprenditore che hanno imbarbarito questa società e calpestato la morale. Il Berlusconi-politico, sempre a loro supremo e incontestabile giudizio, non ha fatto altro che cogliere i frutti del lavoro svolto dal Berlusconi-imprenditore. Questi ridicoli discendenti di Catone il Censore si cullano nell’idea che la fonte del male sia tutta lì. Le televisioni commerciali sono portatrici di un verbo che ha corrotto la società italiana, sono il nuovo ellenismo da combattere e contro cui scagliarsi con forza. Un po’ lo stesso quadro dipinto dal grande Dino Risi nel 1962 nel celebre film ‘Il Sorpasso’, dove, secondo il regista, il materialismo del boom economico aveva sedotto e corrotto la società italiana. L’onestà e l’ingenuità con il tempo avevano ceduto il passo in maniera traumatica all’individualismo, all’arroganza, alla furbizia.
Insomma, alcuni commentatori e certi politici, non sapendo a che santo rivolgersi per liberarsi di Berlusconi, usano il fango per cercare di impantanarlo e, per restare con le mani pulite, affermano che chi ha portato la melma nell’agone politico è stato lo stesso Berlusconi e non certo loro. La ricerca e l’individuazione del capro espiatorio o dell’untore è diventata oggi, per certi versi, una forma di rassicurazione in Italia. Con la scusa dell’influenza negativa della televisione commerciale si coprono fallimenti personali, politici e culturali. E’ molto più semplice incolpare dell’insuccesso qualcun altro invece che se stessi, la propria carriera o la propria visione del mondo. E più questo insuccesso è grande e più è veemente la furia cieca con cui ci si scaglia contro il presunto colpevole di tutti i mali.
Dall’altra parte, la risposta a quest’ondata di fango non può che essere la politica del fare spesso evocata da Berlusconi. Ezra Pound diceva “credo nelle idee che diventano azioni”. La fiducia di tanta gente si conquista così. In quest’ottica è stato fatto un passo positivo da parte del governo quando giovedì si è deciso di voler anticipare i contenuti del decreto per lo sviluppo che, comunque, sarebbe stato varato il 16 novembre, inserendoli all’interno della legge di stabilità. In Parlamento, quindi, si discuterà di mezzi di intervento e finanziamento fondamentali sugli ammortizzatori sociali, proroga dei contratti di produttività, università, interventi per il fabbisogno residenziale nel 2011 e piano per il sud. Una certa sinistra, quindi, avrà ampio materiale su cui confrontarsi con la controparte politica e, se ne ha le capacità, anche di fare proposte alternative che siano credibili e condivisibili. Se, però, sceglieranno di continuare a concentrare i loro sforzi sul piano del gossip, sarà ancora più chiaro che queste persone non hanno niente da dire sul futuro di questo paese. Dall’altro canto, inoltre, i media avranno un bel po’ di atti concreti da analizzare e spiegare al grande pubblico. Qualora invece dovessero cimentarsi ancora in quello che già fanno benissimo alcune riviste specializzare nel settore del pettegolezzo, allora sarà chiaro che avranno scelto la strada dello stimolo della morbosità e della curiosità pruriginosa delle persone per continuare ad attaccare il governo su un piano extrapolitico e cercare di vendere di più.

martedì 26 ottobre 2010

Il dossier Caritas-Migrantes sull'immigrazione conferma la bontà dell'azione del governo



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 26 ottobre 2010

Piace, agli organismi della Cei Caritas e Migrantes, il piano per l'integrazione nella sicurezza denominato «Identità e Incontro», proposto dal governo Berlusconi come modello italiano d'integrazione, perché lontano dall'assimilazionismo e dal multiculturalismo. «Nel documento - sottolinea il dossier statistico sull'immigrazione - vengono individuati percorsi imperniati su diritti e doveri, responsabilità e opportunità, in una visione di relazione reciproca, facendo perno sulla persona e sulle iniziative sociali piuttosto che sullo Stato e individuando cinque assi di intervento: l'educazione e l'apprendimento, dalla lingua ai valori; il lavoro e la formazione professionale; l'alloggio e il governo del territorio; l'accesso ai servizi essenziali; l'attenzione ai minori e alle seconde generazioni». Il rapporto critica però il fatto che «al di là della ricorrente insistenza, tanto nel documento governativo come in ambito comunitario, sulle migrazioni a carattere rotatorio», gli aiuti allo sviluppo che potrebbero favorire i ritorni in patria e fermare l'esodo siano arrivati a collocarsi nel frattempo «a livello veramente minimo».

Secondo lo studio, nel 2009 sono state allontanate dall'Italia ben 18.361 persone: 4.298 respingimenti e 14.063 rimpatri forzati. Mentre le persone rintracciate in posizione irregolare, ma non ottemperanti all'intimazione di lasciare il territorio italiano, sono state 34.462. Nel rapporto si sottolinea, inoltre, che risulterà inefficace il controllo delle frontiere se non si incentiveranno i percorsi regolari dell'immigrazione e che non è in discussione la necessità di regole, bensì la loro funzionalità.

Insomma, il dossier Caritas-Migrantes promuove a grandi linee il progetto del governo in materia di immigrazione e, cosa più importante, non si scaglia ferocemente contro respingimenti e rimpatri. Non usa, come hanno fatto alcuni, parole davvero improprie, ma cerca di porre l'accento in modo razionale e costruttivo sulle criticità presenti nella gestione degli ingressi regolari e non. Lo stesso Benedetto XVI, nel suo messaggio sul tema «Una sola famiglia umana» per la 97esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 16 gennaio 2011, ha affermato che «accogliere i rifugiati e dare loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell'intolleranza e del disinteresse». Ha aggiunto, però, che gli immigrati «hanno il dovere di integrarsi nel Paese di accoglienza, rispettandone le leggi e l'identità nazionale».
La doverosa accoglienza e la necessaria solidarietà si possono conciliare benissimo con la salvaguardia effettiva delle frontiere e con il contrasto, anche duro, all'immigrazione clandestina. E' giusto confrontarsi sulla gestione dei rifugiati, ma questa è una questione che l'Italia non può risolvere da sola: è un problema di cui si devono far carico obbligatoriamente tutti e 27 gli Stati Ue. Il nostro Paese, insomma, deve fare la sua parte, ma non può fare tutto in solitudine, perché la massa di persone con cui ci si dovrebbe confrontare, giacché l'Italia è una delle porte d'ingresso per l'Europa, rischierebbe di far saltare il principio dell'accoglienza sostenibile, che è la base per iniziare un virtuoso cammino per l'integrazione, e di conseguenza - cosa ancora più rischiosa - la pace sociale sul territorio.

Per quanto riguarda inoltre l'integrazione, la via italiana sembra aver trovato, almeno dal punto di vista delle linee generali, il giusto equilibrio tra quello che possono fare le istituzioni (servizi, canali per l'accesso al mondo del lavoro, formazione professionale, priorità all'integrazione dei minori stranieri presenti sul territorio e loro tutela piena e incondizionata) e quello che deve fare l'immigrato. Il processo d'integrazione è anche, e soprattutto, un percorso personale, spesso difficile e complicato, in cui è decisiva la volontà, da parte dello straniero, di aderire ai valori che definiscono l'ordine normativo del Paese in cui ha scelto di vivere. Non c'è altra via diversa da quella della piena responsabilizzazione dell'immigrato e lo abbiamo visto con il fallimento di modelli, come quello assimilazionista o multiculturalista, che partivano da presupposti totalmente sbagliati e che non hanno fatto altro che condurre in un vicolo cieco. In Francia immigrati di seconda generazione e giovani cittadini figli degli assimilati di origine maghrebina sposano il separatismo culturale contro l'appartenenza francese e arrivano polemicamente a fischiare la Marsigliese durante le partite di calcio della nazionale transalpina contro Marocco, Tunisia e Algeria. In Gran Bretagna, invece, le politiche di riconoscimento proprie del modello multiculturalista hanno creato ghettizzazioni, separatismo culturale e tensioni nella società. Mentre in Germania il fallimento è stato ammesso pubblicamente nei giorni scorsi dal cancelliere Angela Merkel.

Ben venga, quindi, un modello sperimentale italiano lontano anni luce da queste esperienze osannate negli anni scorsi e anche in tempi recenti. Qualche commentatore nostrano poco accorto, sulla scia dei successi della nazionale di calcio francese tra il 1998 e il 2002 e della buona prova offerta da quella tedesca nell'ultimo mondiale, entrambe piene di «nuovi cittadini», aveva esaltato il modello d'integrazione francese e tedesco dimenticando colpevolmente che il mondo dorato del calcio è cosa ben diversa dalla vita di tutti i giorni.

mercoledì 21 ottobre 2009

DALLA PARTE DEI LAVORATORI



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 20 ottobre 2009

«Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia». Lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, chiudendo i lavori di un convegno organizzato dalla Bpm. «La variabilità del posto di lavoro, l'incertezza, la mutabilità - ha aggiunto il ministro - per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no». Una nota del ministero ha poi precisato che Tremonti «ha espresso a voce idee scritte negli anni passati». In particolare: «il primato darwinista del lavoro precario e mobile sul lavoro fisso e stabile è sempre stato contrastato dal prof. Tremonti. Oggi il prof. Tremonti ha espresso a voce idee che ha scritto negli anni passati e da ultimo nel volume La paura e la speranza».

Le parole del ministro, com'era prevedibile, hanno aperto una discussione su quale tipo di contratto sia meglio avere nel mondo del lavoro. Sul tema è intervenuto anche il premier Silvio Berlusconi, che ha dichiarato: «Per noi, come dimostrano i provvedimenti presi in questi mesi a tutela dell'occupazione, è del tutto evidente che il posto fisso è un valore e non un disvalore. Così come sono un valore le cosiddette partite Iva». Il presidente del Consiglio ha poi aggiunto che «il governo è a fianco dei milioni di italiani che lavorano come collaboratori dipendenti così come è a fianco di milioni di italiani che intraprendono, rischiano e producono ricchezza per sé e per i loro collaboratori, nell'interesse dell'Italia. Il governo lavora per una società fatta di libertà, di sviluppo economico e di solidarietà. A questi principi dell'economia sociale di mercato si ispira anche la tutela della famiglia come prezioso elemento di stabilità sociale ed economica, in piena sintonia con la Carta dei Valori del Popolo della Libertà, Carta che è esattamente la stessa della grande famiglia della libertà e della democrazia in Europa che è il Partito del Popolo Europeo».

Innanzitutto partiamo dai numeri per capire i termini della questione. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, su 17,328 milioni di lavoratori dipendenti 15,113 milioni hanno il posto fisso (13,012 a tempo pieno e 2,101 a tempo parziale) con un tasso di incidenza sul totale degli occupati in crescita nel secondo trimestre del 2009 (65,1%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (63,8%). I lavoratori dipendenti con un contratto a termine, invece, sono 2,214 milioni (1,699 milioni a tempo pieno e 515 mila a tempo parziale) con un tasso di incidenza sul totale degli occupati nel secondo trimestre del 2009 (9,5%) inferiore rispetto allo stesso periodo del 2008 (10,4%). I lavoratori indipendenti sono 5,875 milioni (5,145 milioni a tempo pieno e 730 mila a tempo parziale) con un tasso di incidenza sul totale degli occupati nel secondo trimestre dell'anno in corso (25,3%) inferiore rispetto allo stesso periodo del 2008 (25,8%).

I dati disponibili ci dicono che nel confronto tra il secondo trimestre 2009 e il secondo trimestre 2008, nel pieno della crisi economica mondiale, il tasso di incidenza dei lavoratori con il posto fisso sul totale degli occupati è cresciuto, mentre quello dei dipendenti con contratto a termine e degli indipendenti è diminuito. Il totale degli occupati nel nostro paese nel secondo trimestre dell'anno in corso è pari a 23,203 milioni di persone, con una flessione di 378 mila lavoratori rispetto allo stesso periodo del 2008. L'emorragia di posti di lavoro, secondo l'Istat, nel periodo di riferimento, quindi, è stata pari all'1,6%. Un dato confortante se paragonato a quelli degli altri paesi. Secondo l'ultimo bollettino della Commissione Europea sulla situazione dell'occupazione, infatti, a luglio in Spagna i disoccupati erano 4,3 milioni (18,5%), in Francia 2,8 milioni (9,8%), nel Regno Unito 2,4 milioni (7,7%), in Italia 1,9 milioni (7,4%), in Germania 3,3 milioni (7,7%), in Polonia 1,4 milioni (8,2%).

Ma, guardando al nostro paese, dove c'è stata l'emorragia dei posti di lavoro? Sempre secondo gli ultimi dati Istat, nel secondo trimestre 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008, si registrano meno 168 mila lavoratori dipendenti (più 61 mila posti fissi e meno 229 mila persone con contratti a termine) e meno 210 mila lavoratori indipendenti (meno 119 mila a tempo pieno e meno 91 mila a tempo parziale). I dati ci dicono, quindi, che la crisi ha colpito il lavoro dipendente a termine e, in misura maggiore, quello indipendente. A questo punto, però, bisogna aggiungere che il nostro sistema di protezione sociale, e cioè le prestazioni a sostegno del reddito, non coprono ancora tutti i lavoratori. Il governo in carica e le regioni hanno fatto uno sforzo notevole allargando le protezioni sociali con gli ammortizzatori in deroga per l'anno 2009 ad una parte di lavoratori che prima non ne beneficiavano (l'esecutivo ha stanziato risorse nazionali per 5,35 miliardi, di cui 1,4 dal fondo per l'occupazione e 3,95 dal fondo per le aree sottoutilizzate, mentre le regioni 2,65 miliardi a valere sui programmi regionali Fse). E proprio i dati Inps, che indicano che le richieste per la Cigs in deroga sono state pari a 16,2 milioni di ore, il fattore di crescita più dinamico di tutto il sistema, segnalano la bontà del percorso intrapreso.

Il governo, come ha dichiarato il ministro Claudio Scajola a Ballarò, si impegnerà affinché non si sforino determinate livelli di flessibilità e perché non diventi sinonimo di precarietà, bensì di progressiva stabilizzazione. In ogni caso la flessibilità, come ha ricordato il ministro dello Sviluppo Economico, ha consenstito di creare 3 milioni di posti di lavoro in più, di passare da un livello di disoccupazione del 12% ad un 7%. E' interesse degli imprenditori che investono sulla qualità e sulla professionalità dei ruoli stabilizzare figure professionali che essi stessi, con il tempo, hanno contributito a formare.

venerdì 24 luglio 2009

Dopo l’oracolo di Gallipoli, ecco il Nostradamus di Ferrara



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 23 luglio 2009

Dopo l'oracolo di Gallipoli Massimo D'Alema, esperto in sismologia, ora è la volta di Dario Franceschini, nelle inedite vesti del Nostradamus di Ferrara, esperto in traumatologia. Nel corso di una intervista rilasciata al Corriere della Sera, l'attuale segretario del Partito Democratico ha detto, con riferimento alla leadership di Berlusconi, che «ci sono tutti gli ingredienti per una fine traumatica anticipata». Non è dato sapere quali siano gli ingredienti cui si riferisce Franceschini, anche perché è un dato oggettivo che, guardano ai fatti che contano, per Berlusconi l'avventura politica della legislatura in corso è iniziata con la vittoria alle elezioni politiche, è passata per l'ottimo risultato registrato alle amministrative ed è proseguita con il successo del vertice del G8 da lui presieduto. Se poi diamo uno sguardo alla durata dei governi italiani, il record, con 1.410 giorni, spetta proprio a quello Berlusconi (2001-2006) mentre è risaputo che i governi di centrosinistra durano e cambiano come le stagioni. Ne è un fulgido esempio la XIII legislatura, che ha visto all'opera ben quattro governi (Prodi, D'Alema, D'Alema II e Amato, per poi presentarsi alle elezioni politiche con Rutelli) o la XV legislatura, in cui, dopo mille litigi, il governo Prodi durò meno di due anni.

Nel frattempo, lo stesso Franceschini ha trovato il tempo per fare una cosa positiva, e cioè prendere le distanze da Di Pietro dopo le accuse dell'ex pm al capo dello Stato. Il segretario del Pd ha infatti affermato che «il presidente della Repubblica svolge una funzione di garanzia. E' nella sua discrezione mandare messaggi al parlamento, e ci sono precedenti di leggi promulgate con lettere di accompagnamento. Penso che una forza di opposizione in questo momento non dovrebbe spostare l'attenzione su Napolitano. In queste ultime settimane Di Pietro è stato più concentrato a criticare il capo dello Stato che non il capo del governo. Non mi pare il modo utile per fare opposizione. E' molto strano, per non dire altro, vedere un leader di opposizione che fa un sit-in davanti al Quirinale».

La replica di Di Pietro non s'è fatta attendere: «Va bene il rispetto delle istituzioni, ma non accettiamo la codardia e l'accondiscendenza a decisioni contraddittorie e incomprensibili, anche se provenienti dalla più alta carica dello Stato. Il segretario del Pd non si preoccupi del "come" fa opposizione l'Italia dei Valori, pensi piuttosto a fare un po' di seria opposizione al governo Berlusconi, invece di stare con la maggioranza a spartirsi le poltrone della Rai. Il Pd faccia la sua scelta: se vuole accodarsi all'Udc e rinunciare all'alleanza con l'Italia dei Valori non deve fare altro che dirlo».

A ben vedere, alla luce delle carinerie che si scambiano Franceschini e Di Pietro, è possibile dire - per usare le parole del segretario del Pd - che ci sono tutti gli ingredienti per una formale rottura del rapporto politico tra il Partito Democratico e l'Italia dei Valori. Sarebbe una novità positiva per il panorama politico italiano, che sicuramente contribuirebbe ad abbassare i toni eccessivamente alti del dibattito e a far concentrare tutte le energie e le attenzioni dei partiti sui temi che davvero interessano le persone e cioè il lavoro, la previdenza, l'assistenza sanitaria, la sicurezza, la scuola, le opere pubbliche, le politiche abitative, l'immigrazione. Se Franceschini davvero vuole dare un seguito concreto alle sue condivisibili affermazioni contro Di Pietro ed il suo movimento, porti questo tema al Congresso del Pd e ne faccia un cavallo di battaglia, magari da condividere con i suoi competitori Bersani e Marino.

mercoledì 27 maggio 2009

Dal «Capitale» a «Novella 2000»



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 25 maggio 2009

C'è un dato evidente che nessuno può contestare: la sinistra non ha più un'idea chiara della società e non ha proposte politiche adeguate da offrire alla gente, proposte che siano in grado di attrarre quei cittadini che sono fuori dal corpo elettorale identitario. In un'epoca in cui la politica si declina in modo vincente attraverso le forti leadership carismatiche (Berlusconi in Italia, Obama negli Usa, Zapatero in Spagna, Sarkozy in Francia, fino a poco tempo fa Blair in Gran Bretagna), rappresenta un deficit difficilmente colmabile la mancanza di una figura forte, in grado di fare una sintesi efficace degli input provenienti dalle varie anime della sinistra, capace di tradurre questa sintesi in un'offerta politica precisa e ben identificabile, di dare la rassicurante sensazione ai cittadini di avere le idee chiare su che cosa si vuole fare per lo sviluppo del sistema-paese, di fare da parafulmine in tempi di crisi e da trascinatore nelle fasi successive ai momenti difficili.

Sono 15 anni che la sinistra italiana si trova in questa situazione: senza idee e senza leadership carismatiche. Ma i vuoti, in politica, vengono sempre colmati, e in Italia il vuoto pneumatico della sinistra è stato riempito dalle inchieste delle magistratura nei confronti di Berlusconi e, soprattutto, dalle campagne di stampa aggressive, fondate sull'odio personale e sul disprezzo di tutto quello che può essere definito di centrodestra; un odio feroce che si è scagliato contro idee e uomini, tacciati sdegnosamente, tra le righe, di non avere la dignità necessaria per poter apparire sul palcoscenico della politica nazionale prima e di entrare nelle sistema istituzionale poi.

Chi guarda al centrodestra oggi può vedere un quadro chiaro: un forte leader carismatico e un'offerta politica precisa, in cui è possibile identificarsi. A sinistra, in mancanza di tutto questo, si pesca dove si può. L'ultimo terreno di caccia è quello del gossip: gli eredi del Pci sono passati dalla lettura de Il Capitale a quella di Novella 2000, dall'analisi della società a quella sulla vita privata delle persone in chiave scandalistica, dall'appoggio e all'attenzione al mondo operaio e al pubblico impiego alle morbose domande sulla privacy del presidente del Consiglio.

Così fa specie vedere una persona rispettabile come Enrico Letta usare toni scomposti, con riferimento al premier, in un'intervista all'Unità («Smettiamola di essere pudici e inchiodiamolo», 25 maggio, pag. 9); oppure vedere tutta la carica di odio di Rosy Bindi in un'intervista a La Stampa (25 maggio, pag. 7): «Niente più imbarazzi, l'antiberlusconismo deve essere un valore»; o ancora leggere le parole del direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, che attacca a testa bassa il presidente del Consiglio dicendo che egli deve chiarire, perché «i media si fanno portatori di una domanda che viene dall'opinione pubblica». No, caro don Sciortino, scendiamo sulla terra, perché qui gli interessi in gioco sono molto meno nobili e quei media a cui lei si riferisce si fanno portatori di tutte le istanze possibili ed immaginabili, ma non certo di quelle che più interessano alla gente comune.

Insomma, uscita sconfitta nella battaglia delle idee per il governo del paese, la sinistra ora cerca di rifarsi sul terreno della chiacchiera gossippara, passando così dal poco al nulla. Dobbiamo decidere se sprecare energie cimentandoci tutti nel gossip e vivere in una soap opera permanente, dove a farla da padrone sono i rotocalchi scandalistici e gli esperti del pettegolezzo, oppure se il primo punto all'ordine del giorno debba essere il nostro futuro e quello del paese in cui viviamo.

mercoledì 1 aprile 2009

Il pacchetto precari nel decreto sugli incentivi alle imprese



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 31 marzo 2009

In questi giorni è in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge n. 5 del 2009 recante «Misure di sostegno dei settori industriali in crisi». Nel corso del passaggio del testo presso le Commissioni riunite VI (finanze) e X (attività produttive) di Montecitorio è stato introdotto l'art. 7-ter che reca una serie di misure urgenti in materia di occupazione.

I primi 3 commi intervengono su alcune procedure riguardanti la concessione degli strumenti di tutela del reddito, allo scopo di semplificare e razionalizzare le stesse e agevolare i soggetti beneficiari. In particolare si autorizza l'Inps al pagamento diretto contestualmente all'autorizzazione del trattamento di CIGS; si stabilisce un termine di 20 giorni dall'inizio della sospensione o riduzione dell'orario di lavoro per la richiesta di pagamento diretto da parte delle imprese all'Inps, in caso di CIG straordinaria e di CIG in deroga, per le sospensioni successive al 1° aprile 2009; si autorizza l'Inps ad anticipare i trattamenti di integrazione salariale in deroga (quindi per coloro che non ne usufruivano prima e cioè lavoratori atipici e precari) con richiesta di pagamento diretto sulla base della domanda corredata dagli accordi conclusi dalle parti sociali e dell'elenco dei beneficiari.

I commi da 4 a 10 recano modifiche alla disciplina degli ammortizzatori sociali in deroga con la previsione, tra le altre cose, dell'erogazione, da parte dell'Inps, di un incentivo per i datori di lavoro, le cui aziende non siano interessate da trattamenti di CIGS (quindi non con personale in esubero), che assumano lavoratori destinatari, per il 2009-2010, di ammortizzatori sociali in deroga, che siano stati licenziati o sospesi da specifiche imprese. E' previsto anche che possono essere disposte proroghe delle concessioni degli ammortizzatori sociali in deroga con durata non superiore a 12 mesi, nel limite degli stanziamenti previsti.

Si interviene, inoltre, sull'istituto sperimentale di tutela del reddito per i lavoratori a progetto in possesso di specifici requisiti (limitatamente al triennio 2009-2011, nei limiti di specifiche risorse e nei soli casi di fine lavoro), introdotto dal comma 2 dell'articolo 19 del D.L. 185/2008, che riconosce una somma liquidata in un'unica soluzione pari al 20% del reddito percepito l'anno precedente (in precedenza era il 10%).

Insomma il governo, in attesa della auspicabile riforma degli ammortizzatori sociali, è intervenuto una seconda volta per allargare le maglie delle coperture sociali a favore di chi ne era rimasto sempre fuori e cioè la galassia dei lavoratori atipici ed i precari. Cosa aveva fatto invece il governo di centrosinistra a favore di questi giovani lavoratori? Nulla a favore. Anzi gli aveva messo le mani in tasca all'epoca della traduzione in legge del famoso protocollo sul welfare, aumentandogli l'aliquota contributiva, per finanziare con quei soldi il superamento del cosiddetto scalone Maroni delle pensioni. In pratica hanno agevolato la comoda e ben remunerata uscita dal lavoro di qualche 55enne con contratto a tempo indeterminato (quindi fortemente tutelato) con i soldi dei giovani lavoratori atipici (la stragrande maggioranza dei casi al di sotto dei 35 anni).

L'esecutivo di centrodestra ha quindi iniziato a porre fine ad una ingiustizia palese che esiste da oramai troppo tempo nel mondo del lavoro, dove ci sono giovani lavoratori con poche coperture sociali, in caso di perdita del posto di lavoro, ed altri che hanno tutte le garanzie possibili ed immaginabili. L'idea è quella di iniziare ad allargare le garanzie a tutela del reddito a chi prima non ne aveva, ovviamente sempre nel limite delle risorse disponibili. Il centrosinistra, invece, a parole si riempie la bocca di slogan a tutela delle medesime categorie ma nei fatti, ed è quello che conta, quando è stato al governo ha solo allargato i privilegi di chi già ne aveva tanti e per pagarli ha messo le mani in tasca proprio a coloro che dice di voler difendere (atipici e precari).

giovedì 3 luglio 2008

Immigrazione. Il governo sta agendo in maniera celere e razionale



di Antonio Maglietta - 3 luglio 2008

Sul tema dell'immigrazione e dell'integrazione il governo Berlusconi starebbe commettendo «un errore di fondo». Quale? «Pensare che l'Italia possa fare meglio da sola, quando invece è interesse del paese richiamare su questi temi un grande impegno sovranazionale». Bisognerebbe seguire il modello europeo: «Integrazione e severità, non solo severità». E' quanto ha affermato martedì a Roma il ministro dell'Interno del governo ombra del Partito Democratico, Marco Minniti, durante un convegno sui temi dell'accoglienza, dell'integrazione e della sicurezza, in cui si sono confrontati diversi parlamentari del Pd eletti all'estero. Per Minniti il governo deve essere «esigente nel chiedere all'Europa una coerenza su questi temi», perché «o vengono affrontati in maniera intelligente o diventeranno insormontabili», e non muoversi con «un'impostazione emotiva».

Ma ecco che, nella stessa giornata in cui Minniti pontificava sull'immigrazione con la bacchetta rossa in mano, da Vicenza il capo della Polizia, Antonio Manganelli, ha ricordato che «il 30% degli autori di reato in Italia sono clandestini» e che se il dato viene disaggregato per regioni mostra che «in certe aree, come nel Nord, si arriva anche al 60% o 70% dei reati commessi da clandestini». Manganelli ha anche reso noto che dei 34.800 immigrati clandestini bloccati ed espulsi dall'Italia lo scorso anno 27.000 sono stati immediatamente rilasciati dalle forze dell'ordine. «I rilasci - ha spiegato Manganelli - non sono stati eseguiti per dire "abbiamo scherzato", ma sono stati dettati dal fatto che i centri di accoglienza sono insufficienti per ospitare i fermati... Tutti abbiamo colto gli aspetti positivi dell'immigrazione, anche per la nostra economia - ha concluso Manganelli - ma abbiamo rilevato anche molte criticità».

Insomma, non è certo una novità, tra gli studiosi del rapporto tra immigrazione clandestina e criminalità, il dato riportato dal capo della Polizia. Lo è invece per gli esponenti del centrosinistra che ancora pensano che il governo agisca in maniera emotiva e non sulla base di dati scientifici. Stupisce che un politico esperto, informato e molto bravo nelle analisi in materia come Minniti intraveda nell'operato dell'esecutivo una spinta emotiva e non razionale e, soprattutto, non colga la volontà governativa di cercare in maniera ragionevole di arginare il più possibile il fenomeno nell'interesse di tutti, stranieri compresi.

Manganelli ha fatto anche riferimento ai rilasci immediati dei clandestini fermati, dettati dall'insufficienza dei centri di accoglienza, ponendo quindi un problema concreto; il governo, dal canto suo, nel suo piano ha già previsto un aumento di questi centri proprio perché ha deciso di affrontare la questione in maniera non ideologica, come invece avveniva con l'esecutivo di Romano Prodi. Basta ricordare, ad esempio, le richieste di sanatorie indiscriminate per tutti i clandestini avenzate dell'ex ministro Ferrero oppure il disegno di legge in materia di immigrazione attraverso il quale si volevano introdurre nel nostro ordinamento gli istituti della sponsorizzazione (ossia garanti pubblici e privati per gli immigrati che vengono sul nostro territorio per motivi di lavoro pur non avendo un contratto) e dell'autosponsorizzazione (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie), dicendo «addio» a qualsiasi sistema di controllo realistico dei flussi in entrata.

Sempre il capo della Polizia ha fatto giustamente riferimento agli effetti positivi dell'immigrazione sul nostro sistema economico. Su questo punto occorre precisare che la leva dell'immigrazione, magari anche clandestina, non può diventare il motore della nostra economia. I propulsori devono essere necessariamente altri fattori, in primis la qualità del lavoro e la ricerca scientifica. E su questo punto la politica può fare molto, ma non tutto. Serve anche l'apporto delle parti sociali e cioè delle associazioni datoriali e sindacali. Solo con il loro contributo il nostro sistema economico può imboccare la via della competitività virtuosa. Una sistema produttivo che si dimostra competitivo sul mercato globale grazie allo sfruttamento del lavoro degli immigrati (clandestini o regolari che siano) e degli italiani, oltre che moralmente inaccettabile, ritorna utile solo per qualche datore di lavoro senza scrupoli; per il resto della collettività diventa solo un salatissimo costo sociale che non può che alimentare tensioni di ogni genere. Allora, indipendentemente dalle leggi, le parti sociali sono oggi chiamate a dare il loro contributo, anche perché il governo, nonostante siano passate solo poche settimane dall'insediamento, si è già mosso in maniera celere e costruttiva. Non si può aspettare in maniera passiva che lo Stato intervenga in maniera onnicomprensiva. Serve uno scatto in avanti virtuoso da parte di tutti.

Antonio Maglietta

venerdì 16 maggio 2008

In arrivo nuove regole sull’immigrazione

di Antonio Maglietta – 16 maggio 2008

Entrerà in vigore dal 19 maggio prossimo il nuovo regolamento comunitario (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità europea il 29 aprile scorso) che innova il modello di permesso di soggiorno per i cittadini extracomunitari in vigore in tutti i Paesi membri, con il quale è consentita la libera circolazione in ambito Ue.
In sostanza i futuri permessi diventano 'biometrici', ovvero dovranno riportare i rilievi dei tratti caratteristici del viso, non camuffabili, e impronte del titolare, anche dei minori sopra i sei anni di età, il tutto grazie ad un microchip che dovrà contenere le impronte di due dita e una 'fotografia' del volto dell'intestatario, con l'obiettivo di ridurre i rischi di contraffazione del documento e quindi contrastare l'immigrazione clandestina e il soggiorno irregolare.
La normativa, che aggiorna quella in vigore che aveva introdotto il permesso di soggiorno elettronico, dovrebbe consentire una più efficace condivisione di informazioni sui visti tra i Paesi Ue nell'ambito del sistema Schengen e ricalca, in materia di rilievi biometrici, le caratteristiche del modello di passaporto in adozione da parte delle nazioni dell'Unione.
Il nuovo permesso di soggiorno dovrà essere distinto dal documento di identità, ed il suo modello è 'elastico', nel senso che se la Ue indica il minimo degli elementi biometrici che dovrà contenere non ne indica però il massimo e, quindi, i governi nazionali avranno la possibilità di inserire anche altri dati aggiuntivi nel microchip.
Fra gli effetti collaterali del nuovo regolamento il probabile allungamento dei tempi di concessione materiale del documento. Quanto al capitolo privacy, il nuovo regolamento consente agli Stati di immagazzinare ed utilizzare i dati del permesso di soggiorno anche per servizi telematici come l'accesso on-line a prestazioni della pubblica amministrazione, purché trasferiti in un diverso microchip.
In Italia, invece, il pacchetto sicurezza, già annunciato dal nuovo ministro dell'interno Roberto Maroni, dovrebbe introdurre il reato di immigrazione clandestina, nonché prevedere il blocco del trattato di Shengen contro rom e rumeni. E ancora rigidi pattugliamenti per contrastare gli sbarchi, permanenza nei Cpt fino a 18 mesi, invece degli attuali 60 giorni, smantellamento definitivo dei campi rom abusivi, inasprimento sulle richieste di asilo e sui ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno solo a chi garantisce un reddito di sussistenza. Tra le novità contenute nel testo, che l'esecutivo dovrebbe approvare durante il prossimo Consiglio dei ministri, anche quella di trasformare i Cpt in centri di detenzione temporanea, per evitare di far scoppiare le carceri. Gli stranieri, arrivati senza permesso, dovrebbero essere rinchiusi nelle strutture finora utilizzate per la prima accoglienza, in attesa del processo che dovrà essere celebrato con rito direttissimo e dell’espulsione con accompagnamento alla frontiera.
E’ evidente che, se il pacchetto sarà strutturato in questo modo, il governo avrà già raggiunto il primissimo obiettivo prefissato: quello di dare seguito alle promesse elettorali in materia di sicurezza ed immigrazione. Una netta differenza con il precedente esecutivo, molto prolisso a parlare ma per nulla propenso ad agire. Altra questione fondamentale è quella del segnale da dare sia ai cittadini italiani che agli stranieri. Basta con “l’Italia ventre molle dell'immigrazione clandestina” (Cassazione penale, sez. I, sentenza 08.02.2008 n. 6398) ed eden per i criminali comunitari e non. E’ importante far capire che il nostro Paese è accogliente con chi rispetta le regole ma inflessibile con i delinquenti. Questo è un segnale che deve necessariamente trovare delle sponde negli immigrati onesti che lavorano e sono penalizzati dai connazionali criminali, perché a causa dei loro comportamenti si ritrovano indistintamente nel calderone delle accuse sull’aumento dei crimini nel nostro Paese insieme ai delinquenti. Questa è una questione fondamentale perché è bene capire che tutte le problematiche connesse all’immigrazione si affrontano sia sul lato della sicurezza che su quello dell’inclusione sociale.
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