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giovedì 31 marzo 2011

«I francesi facciano gli umanitari anche a casa loro»


Rischio di ondate di immigrati clandestini dal Maghreb. Il Predellino ha intervistato Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro cresciuto alla "scuola" di don Gianni Baget Bozzo, per cercare di capire qualcosa di più di un fenomeno sempre più preoccupante.

di Andrea Camaiora

La situazione di instabilità politica in Tunisia e il conflitto in Libia stanno provocando un esodo verso l'Italia. Quali iniziative dovrebbe intraprendere il nostro paese per affrontare questo evento?
Bisogna distinguere tra profughi e richiedenti asilo da un lato e clandestini dall'altro. Chi scappa dalla guerra ha diritto alla protezione internazionale. Chi arriva in Italia in violazione delle nostre leggi in materia d'immigrazione, invece, deve essere rimpatriato. Il nostro governo ha ben chiara questa distinzione e si è mosso prontamente di conseguenza.

Per i primi ha predisposto un piano di accoglienza, per un massimo di 50 mila persone suddivise in ogni regione con un tetto di 1 profugo ogni mille abitanti. Per i secondi, invece, è in corso l'individuazione di siti idonei da parte del Ministero della Difesa, in aree militari dismesse, per avviare le procedure d'identificazione ed espulsione di chi non avesse le carte in regola per restare. Mi sembra un giusto equilibrio tra rispetto delle regole e doverosa accoglienza.

E' davvero sorprendente che nessuna organizzazione internazionale che opera per scopi umanitari in questo campo, sempre pronte a bacchettare impropriamente l'Italia quando si parla d'immigrazione, abbia speso una buona parola per la generosità concreta espressa dal nostro paese e, al contempo, non abbia in alcun modo censurato il comportamento di tutti quei paesi che sfuggono dai propri obblighi di natura umanitaria.

Qualcuno ha criticato il comportamento del nostro governo, giudicato troppo duro nei confronti dei clandestini. Lei cosa ne pensa?
Più che di atteggiamento duro si dovrebbe parlare di atteggiamento giusto. Chi non è in regola con le nostre leggi in materia d'immigrazione deve essere espulso. Su questo tema non si può essere ondivaghi perché qui è in gioco la salvaguardia dei confini nazionali e la coesione sociale nel nostro paese.

Si tratta di due questioni fondamentali che potrebbero essere colpite duramente se da un lato chiudiamo un occhio sui clandestini che arrivano nel nostro paese, magari anche solo temporaneamente, e dall'altro subiamo l'atteggiamento egoistico di alcuni Stati europei che rifiutano il principio del burden sharing per l'accoglienza di chi scappa dalla guerra.

I francesi hanno alzato un muro immaginario al confine con l'Italia e hanno respinto senza tanti fronzoli un centinaio di tunisini che volevano attraversare il confine per ricongiungersi con i loro cari perché, secondo le autorità transalpine, non erano in regola con le disposizioni in materia d'ingresso sul loro territorio. Non mi risulta che chi abbia mosso critiche al nostro governo abbia anche protestato con i francesi per questo fatto.

Come giudica l'atteggiamento dell'Europa di fronte a questa emergenza?
L'Europa è la grande assente e l'atteggiamento ondivago delle sue istituzioni non fa che accentuare questo giudizio: da un lato promettono solidarietà all'Italia nella gestione di questi eccezionali flussi migratori e dall'altro sono latitanti quando si tratta di rendere concreta questa promessa. Si sentono molte parole e buoni propositi ma si vedono pochi fatti.

Il Governo italiano ha spesso evocato il principio del burden sharing (suddivisione del peso) nella gestione di questi flussi migratori eccezionali ma i nostri partner comunitari non sembrano essere disposti a fare la propria parte.
Anche in questo caso va fatta la distinzione tra chi scappa dalla guerra e i clandestini. Nessuno ha chiesto agli altri paesi comunitari di ammorbidire le proprie disposizioni in materia d'immigrazione e di prendersi in casa i clandestini.

L'applicazione del principio del burden sharing riguarda coloro che scappano dalla guerra. In sostanza si chiede ai paesi europei di suddividersi i profughi e i richiedenti asilo a seconda delle proprie capacità di accoglienza.

Sarebbe pericoloso per il nostro paese, terra di confine a causa della propria posizione geografica e, quindi, spesso punto di passaggio quasi obbligato per entrare in Europa, far passare il concetto che se queste persone arrivano in Italia, magari solo come tappa intermedia prima della destinazione finale in qualche altro paese, debbano essere accolte solo qui da noi.

I francesi, ad esempio, hanno detto che i bombardamenti in Libia sono a scopo umanitario. Poiché sono mossi da così nobili principi, iniziassero a mostrare questa profonda umanità anche nei confronti di chi scappa dalla guerra, magari accogliendo questa gente nel proprio territorio.

31 marzo 2011

FONTE

lunedì 28 marzo 2011

La concretezza del Governo sull'emergenza immigrazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 28 marzo 2011

La situazione a Lampedusa e dintorni non sembra ancora avviata sulla via della normalizzazione e gli sbarchi continuano a un ritmo incessante. Dopo gli arrivi in massa dei tunisini ora è la volta di gruppi di somali ed eritrei provenienti con tutta probabilità dalle coste libiche. Forse si tratta di un'avanguardia di quella moltitudine di persone in fuga dal corno d'Africa che ha nella Libia una tappa di passaggio obbligata, nelle direttrici oramai consolidate del traffico di esseri umani, e nell'Europa la destinazione preferita.

Bisogna fare una distinzione tra profughi e clandestini. Chi scappa dalla guerra, con riferimento a somali ed eritrei, ha diritto alla protezione internazionale; non solo l'Italia, ma tutti gli altri paesi europei dovranno farsi carico di accogliere queste persone. Su come affrontare questa evenienza non possono esserci mezze misure o sotterfugi. Bisogna cominciare a sondare la concreta solidarietà offerta dalle istituzioni comunitarie all'Italia e mettere da parte tutti gli egoismi nazionali.
Non è un buon segno, a riguardo, il muro immaginario innalzato dal governo di Sarkozy al confine italo-francese e i respingimenti a raffica delle autorità francesi nei confronti degli immigrati tunisini che volevano entrare in territorio transalpino attraverso il nostro paese. Ma come? I francesi dichiarano di partire lancia in resta in Libia per scopi esclusivamente umanitari, destabilizzando un'intera regione e provocando un probabile esodo di massa verso l'Italia, e poi fanno la faccia feroce nei confronti di un po' di tunisini che vogliono ricongiungersi con i loro cari in Francia? Se la Francia è mossa da un sincero spirito umanitario, è bene che lo dimostri con atti concreti di solidarietà, magari aprendo le proprie frontiere per accogliere una parte dei profughi in arrivo in Italia. Nessuno può chiedere a uno Stato di annacquare le disposizioni nazionali in materia d'immigrazione, magari chiudendo un occhio sui clandestini, ma certamente in ambito comunitario è possibile arrivare a un'equa ripartizione dei profughi e dei richiedenti asilo secondo il principio del «burden sharing» (condivisione degli oneri).
Il Governo italiano sta facendo senza indugio la propria parte, mostrando una concreta solidarietà verso chi scappa dalla guerra. Il piano italiano prevede di accogliere fino a 50 mila profughi suddivisi per ogni regione con un tetto massimo di mille persone ogni milione di abitanti. Peccato che nessuna delle organizzazioni umanitarie sempre pronte a bacchettare ingiustamente e impropriamente l'Italia, quando si parla d'immigrazione, abbia speso una buona parola sulla generosità del nostro paese e sull'atteggiamento ambiguo e ondivago di altri Stati europei.

Altro discorso è quello su chi arriva in Italia in violazione delle nostre leggi in materia d'immigrazione. Innanzitutto il piano messo in piedi dal nostro governo è obiettivamente l'unica strada possibile e perseguibile in tempi brevi per arrivare a risultati soddisfacenti. L'iniziativa prevede l'individuazione di siti da parte del Ministero della Difesa, in aree militari dismesse, dove attuare le procedure di identificazione ed eventuale espulsione nei confronti di chi non dovesse avere le carte in regole per restare. Il problema, semmai, non è il nostro piano ma l'accordo tra l'Italia e la Tunisia che, visti gli arrivi in massa di persone da quel paese, non sembra ancora funzionare al meglio per l'inerzia delle autorità del paese nord africano. Le loro procedure per il nullaosta sono ancora troppo lente e, qualora la situazione non dovesse sbloccarsi, l'Italia sarebbe assolutamente legittimata a procedere con i rimpatri forzati per salvaguardare l'integrità dei propri confini nazionali.

Tuttavia è nell'interesse di tutti, anche della Tunisia, arrivare ad una proficua collaborazione tra i due paesi in materia di gestione delle dinamiche migratorie. Bisognerà magari anche forzare la mano con le autorità tunisine, usando la diplomazia e gli interessi commerciali che legano i due paesi, soprattutto in campo turistico, per migliorare i meccanismi di rimpatrio e valutare la proficuità di quelli assistiti. In merito a questi ultimi, è necessario precisare che si tratta di programmi finanziati dall'Europa nell'ambito della cooperazione con gli Stati di provenienza degli immigrati e sono gestiti dalle organizzazioni internazionali.
Insomma, non si tratta di procedure che prevedono l'elargizione di denaro ai singoli immigrati da parte del governo italiano sul modello del fallimentare programma promosso dalla Spagna. Bisogna ricordare, infatti, che stando alle cifre del Ministero del Lavoro spagnolo, dopo un anno dal varo, solo mille immigrati disoccupati extracomunitari in Spagna avevano aderito al piano di rientro volontario nei paesi di origine promosso alla fine del 2008 dal Governo del premier socialista Jose' Luis Zapatero per ridurre il numero altissimo di manodopera straniera senza lavoro nel paese. Al momento del varo della misura, nel novembre del 2008, il governo spagnolo aveva inizialmente parlato di un bacino di 1,2 milioni persone interessate, salvo poi realisticamente attestarsi su una previsione di adesione al piano da parte di 100 mila immigrati. Il piano di rientro prevedeva il pagamento in due soluzioni di tutte le indennità di disoccupazione agli immigrati che avrebbero accettato di tornare nel loro paese, di rinunciare al permesso di soggiorno e di impegnarsi a non cercare di tornare per almeno tre anni. Tra i motivi per il cui il piano è miseramente fallito c'era il divieto di reingresso per un periodo di tre anni e l'esiguità dell'indennità di disoccupazione, che non permetteva di avviare alcun progetto di vita nel paese di origine.

mercoledì 23 marzo 2011

Immigrazione: solidarietà e sussidiarietà in Europa



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 22 marzo 2011

La situazione nei paesi nord africani non ancora stabilizzata e i combattimenti in Libia non fanno che aumentare il traffico dei clandestini nel Mediterraneo. In questo quadro, l'Italia è una delle mete di approdo preferito. E' chiaro a tutti che il nostro paese non può aiutare adeguatamente tutte le persone che arrivano dall'Africa ma, come noi, nessuno sarebbe in grado di reggere una ondata di immigrati del genere. Fino ad ora, con circa 15 mila arrivi dall'inizio dell'anno, quasi tutti clandestini, abbiamo avuto solo un antipasto. I Cie sono saturi e l'intensità con cui sono avvenuti questi sbarchi sta creando forti disagi a Lampedusa. Per questo motivo tutti i paesi dell'Ue, in base al principio della solidarietà e sussidiarietà, si devono fare carico dell'assistenza agli immigrati in arrivo in Europa per l'attuazione del burden sharing letteralmente «suddivisione del peso».
In questo quadro va segnalato che c'è anche un vero e proprio pericolo sicurezza. E' necessario che i flussi di persone in arrivo siano gestiti in maniera tale da vigilare e bloccare qualche malintenzionato che si mischia con la brava gente. Il pericolo terrorismo è concreto e la situazione incandescente in tutto il nord Africa non fa altro che alimentarlo.
Il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo in una trasmissione radiofonica, ha affermato che il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell'Unione europea ha approvato un documento importante sulla Libia, nel quale lui stesso ha chiesto e ottenuto che si inserisse un paragrafo dedicato all'immigrazione. Lo stesso Frattini ha fatto sapere che «i colleghi europei lo hanno condiviso: non può essere l'Italia il paese in prima linea, quello che si prende da solo il peso di un eventuale impatto migratorio dalla Libia. A questo proposito- ha aggiunto il titolare della Farnesina - abbiamo pianificato anche l'avvio di una missione marittima mediterranea dell'Unione europea».
Sono anni che l'Italia chiede un intervento congiunto di tutti i paesi europei sul tema, ma puntualmente c'è sempre qualcuno che si oppone pensando che non sia un problema comunitario ma dei singoli stati. Forse dalle capitali del centro e del nord Europa non si vede bene quello che sta avvenendo sulla sponda africana del Mediterraneo e i flussi di persone in movimento nel continente nero. Non è chiaro se si tratti di miopia politica o di semplice ma fastidioso egoismo nazionale. Fatto sta che se l'Europa è ancora politicamente irrilevante lo dobbiamo anche a questo.
La stessa Francia dovrebbe capire che nessuno può comportarsi da padrone nel mar Mediterraneo, anche perché i danni maggiori di un intervento maldestro in Libia ricadrebbero sull'Italia sia in termini di massiccia immigrazione che di rischio terrorismo. Sarebbe davvero molto gradita, quindi, una maggiore coralità negli obiettivi che si vogliono raggiungere e nelle azioni che si intendono mettere in campo. Non si può partire all'arrembaggio pensando che poi siano gli altri a doversi sobbarcare tutte le ricadute negative di queste operazioni.
Nei prossimi giorni il ministro dell'interno, Roberto Maroni, presenterà un piano alle Regioni, all'Anci e all'Upi per accogliere, gestire e distribuire su tutto il territorio nazionale fino a un massimo di cinquantamila profughi libici, che potrebbero sbarcare in Italia in seguito alla delicata situazione della propria terra. Se le cose dovessero complicarsi ulteriormente in Libia, nonostante l'apprezzabile sforzo del governo italiano, quei numeri potrebbero essere rivisti al rialzo. In questa situazione, bisognerà premere su tutti i nostri partners continentali e sui rappresentanti delle istituzioni europee per capire i reali margini di manovra per arrivare a una gestione comunitaria di quella massa di immigrati che si potrebbe riversare sul nostro territorio.

FONTE

mercoledì 2 marzo 2011

Immigrazione: in Europa poca solidarietà e molto egoismo



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 02 marzo 2011

Parigi guarda con preoccupazione al potenziale flusso di immigrati provenienti dal Nord-Africa e assicura di condividere la linea dell'Italia a questo proposito. Il ministro per gli Affari Europei, Laurent Wauquiez, ha parlato oggi di afflusso in provenienza della Libia in termini di «un vero rischio per l'Europa, che non deve essere sottovalutato». «La Libia è l'imbuto dell'Africa. Paesi come la Liberia, la Somalia, l'Eritrea hanno flussi di immigrazione illegale che passano attraverso la Libia. E' un vero rischio per l'Europa che non deve essere sottovalutato», ha affermato, parlando a France Info. «Dobbiamo difendere a livello europeo le nostre frontiere - ha aggiunto - e non possiamo accogliere flussi di immigrazione illegali che l'Europa non è in grado di integrare». La Francia, ha poi aggiunto il ministro, si trova «esattamente sulle stesse posizioni» dell'Italia. «Ciò di cui si parla non è di qualche decina di migliaia di immigrati illegali che potrebbero arrivare in Europa, ma potenzialmente di 200-300mila persone che lungo l'anno potrebbero cercare di attraversare il Mediterraneo in direzione dell'Europa».

Sbaglia o mente, quindi, chi parla di Italia isolata nel contesto europeo sulla questione dei flussi di immigrati che potrebbero arrivare dalle coste del nord Africa, con particolare riguardo alla situazione in Libia e in Tunisia. Il problema, tuttavia, non è neanche questo perché le beghe di cortile sollevate da qualcuno in Italia sul fatto che le posizioni del nostro governo siano sostenute o no da altri partners comunitari non sono neanche degne di attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica. I fatti dicono che non è così e che i paesi rivieraschi del sud stanno facendo fronte comune. Chi dice il contrario o è poco informato o mente sapendo di farlo.

La questione fondamentale, invece, è la poca solidarietà espressa da alcuni paesi del nord Europa, la lentezza di riflessi delle istituzioni comunitarie e la mancanza di una posizione comune da parte degli Stati del Vecchio Continente. Si chiama o no Unione europea? E allora dove è quest' unione? Se qualcuno pensa che le conseguenze della situazione in Tunisia e Libia siano un affare solo dei paesi del sud dell'Europa si sbaglia di grosso. Qualora dovesse abbattersi sulle nostre coste una marea incontrollata di clandestini provenienti dal nord Africa, il problema sarà non solo di chi dovrà accoglierli nel breve periodo ma anche di chi se ne dovrà fare carico nel lungo, perché i paesi rivieraschi del meridione d'Europa sono spesso solo una tappa di passaggio. Nessuno ha chiesto ai paesi del nord di farsi carico di tutti i possibili richiedenti asilo ma, molto più semplicemente, che ognuno accolga tante persone quante ne può sostenere il proprio sistema nazionale. E' una richiesta di buon senso che, tuttavia, visti gli atteggiamenti, sembra essere stata respinta quasi con sdegno. La miopia di questi Stati, che non riescono a vedere cosa sta succedendo alle porte dell'Europa, forse cesserà solo quando i clandestini saranno ben in vista sul proprio territorio.

Il Commissario Ue responsabile dell'immigrazione e della sicurezza, Cecilia Malmstrom, ha ricordato nei giorni scorsi che è già disponibile in caso di gravi crisi umanitarie un fondo di emergenza di 25 milioni di euro. La cifra è davvero esigua e serve solo a dimostrare l'inadeguatezza dei mezzi in campo per fronteggiare in maniera reattiva una possibile emergenza umanitaria.

La grande assente è la politica europea comune nel Mediterraneo. Il prossimo 11 marzo il consiglio europeo straordinario potrebbe essere il luogo ideale per mettere da parte l'egoismo, la miopia e l'ottusità e far trionfare finalmente la solidarietà e l'unità.

FONTE

martedì 22 febbraio 2011

Crisi libica: la demagogia della sinistra



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 21 febbraio 2011

Le rivolte in Tunisia, Egitto, e ora anche in Libia, hanno avuto come effetto immediato quello di aumentare il numero di persone in partenza da quei luoghi e dirette verso l'Europa alla ricerca di un futuro migliore. A Lampedusa, dall'inizio del 2011, sono sbarcate quasi 6mila persone. Nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati solamente una cinquantina e, se prendiamo in considerazione l'intero anno, gli arrivi avevano raggiunto quota 3mila. Negli ultimi anni il 2008 è stato quello più complicato, con 37mila arrivi. L'Italia era diventata il ventre molle d'Europa. L'accordo stretto dal nostro paese con la Libia, uno dei primi atti del governo in carica, una volta divenuto operativo (maggio 2009) aveva invertito questa dinamica e gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. Questo è un dato di fatto e non certo una considerazione oggetto di speculazione politica.

La rivolta scoppiata ora in Libia, dopo quella in Tunisia, rischia di far aumentare gli arrivi sulle nostre coste in modo vertiginoso, visto che l'Italia è il paese più vicino ai due stati nord africani. Qualcuno, come Bersani ad esempio, si è rimesso a criticare l'accordo stretto dal nostro paese con la Libia nell'estate del 2008, definendolo una scelta sbagliata e affermando che, con le rivolte in corso in quel paese, il patto verrà meno. A queste persone bisogna rispondere che il solo controllo di polizia da parte del paese ospitante è un pannicello caldo, che può fare poco o nulla e che gli unici strumenti utili per combattere l'immigrazione clandestina sono proprio gli accordi bilaterali e i progetti di cooperazione allo sviluppo. Si tratta di una strategia che ha già dato i suoi frutti con l'Albania e che li stava dando anche con la Libia che, bisogna sempre ricordarlo, è la base delle partenze della maggior parte degli immigrati che arrivano clandestinamente via mare nel nostro paese. Con chi dovevamo firmare gli accordi se non con chi deteneva l'autorità nel paese e cioè con Gheddafi? Queste accuse sono davvero risibili. L'unica strada che andava intrapresa con coraggio per combattere efficacemente le direttrici della tratta degli esseri umani era proprio quella scelta dal governo Berlusconi. Quale, altrimenti, l'alternativa? Non certo continuare a far restare Lampedusa solo un «luogo di soccorso e primissima identificazione», come ad esempio chiesto da Amnesty International nel Rapporto Annuale 2009 sulla situazione dei diritti umani, e cioè un luogo dove chiunque possa sbarcare in sfregio alle leggi sull'ingresso legale nel nostro Paese.

Sono ridicole le affermazioni di Franceschini e Veltroni, che chiedono al nostro governo di intervenire nella rivolta in corso in Libia lamentando l'inerzia del nostro paese. I due non sono scesi nel dettaglio, ma si sono limitati a dichiarazioni generiche; non si sono fatti certo portatori di una proposta concreta e realizzabile. Sarebbe chiedere troppo. L'unica cosa sensata da fare in questo momento nel brevissimo periodo è: tenere per quanto possibile la situazione sotto controllo con i pattugliamenti nel Mediterraneo, non solo con mezzi e uomini italiani, ma a anche con l'intervento europeo in toto e nello specifico di Frontex, l'agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea, e condannare le violenze in Libia con una sola voce per tutta l'Europa. La condanna deve essere forte e unanime.
Giusto, quindi, l'appello dei 27 ministri degli Esteri Ue, che hanno chiesto «a tutte le parti» di astenersi da ogni forma di violenza: spetterà al popolo libico scegliere il proprio futuro e tutti i governi europei dovranno rispettare questo processo con l'augurio che la stabilizzazione di quel paese avvenga in tempi rapidi e con modi meno cruenti possibili, cosa che, comunque, non sembra essere all'orizzonte visti gli scontri violenti e sanguinosi in corso. Ci aspettano giorni duri e situazioni complesse da affrontare.
Il ministro Frattini al momento si è mosso molto bene, con la giusta e necessaria prudenza e in coordinamento con i suoi colleghi europei. La prudenza è d'obbligo, anche perché nessuno oggi è in grado dire come si evolverà la situazione. Nessuno, tra i governi europei, ha parteggiato ufficialmente solo per una parte nella crisi tunisina e in quella egiziana. E' stata solamente chiesta dapprima la cessazione delle violenze e, successivamente, è stata accettata quella che è stata l'evoluzione della situazione. Lo stesso avviene ora per la Libia. Secondo il ministro Frattini bisogna «rispettare la ownership nazionale della riconciliazione. Non possiamo pensare che alla fine del processo vi sia una divisione in due del Paese» (in una delle quali finisca per prevalere l'estermismo islamico). Un Paese che, ha sottolineato il capo della diplomazia italiana, «è sulla soglia di una guerra civile». Lo stesso ministro ha giustamente sottolineato che sulla situazione in Libia la posizione dell'Italia coincide con quella europea: «Sono il ministro degli Esteri di un paese europeo e le richieste alle autorità libiche le abbiamo fatte insieme, come Europa. Ora aspettiamo la risposta da Tripoli». «Il consiglio - si legge nelle conclusioni che anche Frattini ha riportato in conferenza stampa - chiede un'immediata fine dell'uso della forza contro i dimostranti, e moderazione da parte di tutte le parti in causa». Inoltre, «alle legittime aspirazioni e richieste di riforme da parte del popolo si deve rispondere attraverso un dialogo guidato dai libici» che sia «aperto, completo, significativo e nazionale, che porti a un futuro costruttivo per il paese e per la popolazione».

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giovedì 10 giugno 2010

Gli organismi internazionali dovrebbero aiutare gli Stati nazionali



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 09 giugno 2010

Secondo la portavoce dell'Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati), Melissa Fleming, l'Onu ritiene che l'Italia e altri Paesi europei, che guardano alla Libia «come un luogo dove la gente che fugge da persecuzioni può essere accolta», dovrebbero riflettere «molto attentamente» se l'ufficio Unhcr a Tripoli dovesse rimanere chiuso. «Tutti i governi europei che considerano la Libia come un luogo dove la gente che fugge da persecuzioni può essere accolta, dovrebbero riesaminare la loro posizione molto attentamente se l'Unhcr non sarà più presente nel Paese», ha detto Fleming. Alla luce di questo nuovo sviluppo i Paesi europei, ha aggiunto, dovrebbero riesaminare le loro politiche» in materia d'immigrazione. La portavoce ha ribadito la «posizione molto critica» dell'Unhcr sulla politica del governo italiano sui respingimenti delle imbarcazioni di immigrati.

Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, interpellato sull'argomento, ha chiesto alla Libia di avviare il negoziato per un accordo in grado di garantire l'immunità diplomatica alla sede dell'organizzazione dell'Onu e farla funzionare. Sulla vicenda - ha spiegato Frattini conversando con i giornalisti a Berlino martedì - «abbiamo chiesto spiegazioni. Ci è stato detto che mancava un accordo di sede finalizzato a regolare la vicenda. Ora chiediamo alla Libia - ha ribadito - di avviare il negoziato» per arrivare a quell'accordo mancante.
E' chiaro che se l'ufficio dell'Unhcr in Libia resterà chiuso, questo sarà certamente un fatto negativo. Tuttavia sarebbe bene che negli uffici delle Nazioni Unite si mettano d'accordo perché uno stesso Paese (in questo caso la Libia) non può nel giro di un mese entrare prima a far parte nel Consiglio dei diritti umani, con ben 155 voti, e poi essere accusato dall'Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) di essere un luogo dove la gente viene perseguitata. Un po' di coerenza nei giudizi, su una materia così delicata come quella dei diritti umani, non guasterebbe.
Il ruolo di questi organismi dovrebbe essere quello di aiutare gli Stati e non quello di essere nel peggiore dei casi dei «poltronifici» e nei migliori delle postazioni di privilegio per dare giudizi di natura politica. Il buon senso vorrebbe che i vari funzionari di quest' ufficio collaborino con gli Stati nazionali per raggiungere gli obiettivi prefissati e non perseguire un disegno politico che delinea un mondo dove da una parte ci sono i buoni (loro, le Ong e pochi altri eletti) e dall'altra i cattivi (tutti gli altri).
Uno Stato nazionale ha il diritto-dovere di salvaguardare l'integrità dei propri confini se questi rischiano di diventare una groviera alla mercé delle direttrici dell'immigrazione clandestina e del traffico degli esseri umani. E questo dovrebbe essere uno sforzo apprezzato anche da quegli organismi internazionali che si battono per la salvaguardia dei diritti umani. Invece di puntare il dito dovrebbero porgere la mano.
Al posto di chiedere agli Stati che intendessero proseguire i loro rapporti con la Libia di fare un passo indietro, non sarebbe stato meglio chiedere in modo riservato alle autorità diplomatiche di questi stessi paesi di intervenire su quelle libiche per cercare una soluzione alla questione? L'interesse da perseguire è quello di fare la lista dei buoni e dei cattivi, a uso e consumo della politica, o salvaguardare i diritti umani? E' nell'interesse di tutti, Unhcr compreso, avere nella Libia un interlocutore serio e affidabile. In quel paese, inoltre, è bene ricordarlo, operano anche altre organizzazioni umanitarie (non dell'Onu) come l'Iopcr, (International Organization for Peace), l'Icmpd (International Centre for igration Policy Development) e il Cir (Consiglio Italiano per i Rifugiati). Nessuno vuole calpestare i diritti di chi scappa dalla propria terra natia per fame, guerra o, più semplicemente, alla ricerca di un futuro migliore.
L'Italia, da sola e senza alcun aiuto, fedele alla normativa comunitaria in materia, sta cercando di contrastare come può le direttrici dell'immigrazione clandestina e, com'è noto, ha stretto un accordo con la Libia (paese dalle cui coste partivano la maggior parte delle carrette del mare dirette verso il nostro Paese). L'accordo funziona e gli sbarchi sono drasticamente diminuiti. In Libia è stato chiuso l'ufficio dell'Unhcr? Gli Stati nazionali che hanno rapporti con la Libia si attivino per cercare una soluzione (come ha fatto l'Italia) ma i funzionari dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati cerchino di collaborare dosando le parole e senza mettere altra legna nel fuoco.

mercoledì 20 maggio 2009

Caso Unhcr: serve buon senso, non chiacchiere inutili


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 19 maggio 2009

Non si placa la polemica tra l'Italia e le Nazioni unite sul tema dei rimpatri dei clandestini. Lunedì scorso l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati, Antonio Guterres, ha definito «negativi e infondati» i commenti rivolti all'Unhcr e «a singoli funzionari da un esponente del governo italiano». Il governo italiano non cede e resta compatto nel dire che l'Unhcr sbaglia nel criticare duramente l'Italia sui riaccompagnamenti.

Non esiste un caso La Russa-Unhcr e l'Italia chiederà alla Libia di riconoscere a tutti gli effetti l'ufficio dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati presente sul suo territorio. Lo ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini nel corso di un incontro su immigrazione ed Expo 2015 a Milano. Il ministro ha ricordato che l'alto commissariato dell'Onu ha un ufficio in Libia, ma manca di un «accreditamento formale». «Sosterremo con forza il riconoscimento di questo ufficio - ha detto Frattini - e inoltre chiederemo a Tripoli che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) organizzi con fondi europei programmi di rimpatrio degli immigrati dalla Libia ai loro Paesi di provenienza».

Insomma, il nostro governo non vuole certo peccare di inumanità ma solo agire come sempre con il massimo buon senso in una vicenda che per certi versi sta sfiorando il ridicolo viste le posizioni espresse da alcuni funzionari dell'Unhcr. Infatti non risultano prese di posizioni analoghe da parte dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati nei confronti di altri Stati europei non certo teneri nella salvaguardia delle loro frontiere come Spagna, Francia e Grecia. E' bello pontificare sul cosa fare dalle comode poltrone dell'Onu (diverso il discorso per quei tanti uomini e donne delle organizzazioni Onu impegnati seriamente in zone difficili del mondo e a sostegno di chi soffre). Molto più difficile è invece cercare di regolare al meglio, sul campo e con responsabilità dirette, i flussi degli immigrati e di respingere o espellere chi viola le leggi che disciplinano l'ingresso legale nel nostro paese. E' opportuno comunque fare dei distinguo e delle precisazioni perché temi così complessi e articolati non possono essere trattati con sufficiente genericità.

In sostanza l'Unhcr contesta all'Italia una politica troppo dura nei respingimenti dei clandestini, affermando che non si terrebbe conto di coloro che avrebbero i titoli per la richiesta del diritto di asilo. La Costituzione Italiana all'art.10, comma 3, sancisce che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». In Italia non esiste una legge organica che disciplini il diritto di asilo.

I richiedenti asilo sono persone che, trovandosi fuori dal Paese in cui hanno residenza abituale, non possono o non vogliono tornarvi per il timore di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello «status di rifugiato». Secondo il «Rapporto annuale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Anno 2007/2008», sono 6.284, tra richiedenti asilo e rifugiati, le persone accolte nel 2007 dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), costituito dalla rete degli enti locali che realizzano progetti territoriali di accoglienza, con le risorse del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'Asilo.

Il problema dei richiedenti asilo c'è e non si può certo banalizzare, ma lo stesso rigore si deve avere nel rispetto delle leggi di questo Paese e della sua integrità, che certo non può essere messa a rischio dalle direttrici, sempre più affollate, dell'immigrazione illegale. E allora come sempre occorre dare spazio al buon senso. Come ha giustamente ricordato il ministro Frattini in Libia c'è già un ufficio dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati e mancano solo alcune formalità burocratiche per attivarlo. La Libia si faccia carico di questa incombenza e collabori con l'Unhcr visto che ne può trarre solo benefici in termini di migliore gestione dei flussi di persone in transito nel proprio territorio. Allo stesso tempo l'Ue incominci a fare la sua parte nelle politiche di prevenzione e repressione del fenomeno dell'immigrazione clandestina e per promuovere una equa distribuzione tra tutti i paesi europei dei richiedenti asilo e, soprattutto, dei richiedenti protezione internazionale (persone che hanno presentato richiesta di protezione internazionale e sono in attesa della decisione sul riconoscimento dello status di rifugiato o di altra forma di protezione).

Ed infine un appello ai singoli funzionari delle istituzioni internazionali che, invece di esternare a mezzo stampa, farebbero bene a collaborare «attivamente» alla risoluzione del problema e ad usare carta e penna, il telefono o l'email per interloquire con gli organi di governo nazionale, evitando inoltre di assumere posizioni capziose e poco rispettose dell'encomiabile lavoro svolto dai nostri militari nella salvaguardia delle frontiere nazionali e nelle operazioni di soccorso in mare delle persone in difficoltà.
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