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mercoledì 20 aprile 2011

Lavori manuali. Pochi giovani italiani e molti stranieri



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 20 aprile 2011

Secondo una recente indagine del Censis, con 8 milioni e 357 mila addetti nel 2010, il lavoro manuale continua a rappresentare uno dei pilastri del nostro mercato del lavoro, interessando ben il 36,6% degli occupati del Paese. Si tratta di un universo complesso di mestieri, all'interno del quale si trovano artigiani e operai specializzati (4 milioni e 264 mila occupati), addetti agli impianti (1 milione e 798 mila) e lavoratori a bassa o nulla qualificazione (2 milioni e 295 mila). Tra i lavori più diffusi vi sono gli addetti alle pulizie (969.580), muratori, carpentieri e ponteggiatori (705.126), autisti e camionisti (588.262), meccanici, gommisti e carrozzieri (511.636), piastrellisti, idraulici ed elettricisti (472.435), operai agricoli specializzati (354.325).

La ricerca rivela alcuni dati molto interessati sul progressivo abbandono, da parte dei lavoratori italiani, di queste professioni, e sulla conseguente sostituzione con i lavoratori stranieri. Tra il 2005 e il 2010, infatti, a fronte di un crollo del numero dei lavoratori italiani occupati nei lavori manuali (-847 mila, con un decremento dell'11,1%), sono aumentati quelli stranieri (+718 mila, con una crescita dell'84,5%). Il tasso di incidenza degli stranieri in questo tipo di lavoro è passato, negli ultimi cinque anni, dal 10% al 18,8%, raggiungendo quota 52% tra gli addetti ai servizi di pulizia, il 32% tra gli addetti del settore edile, il 30% tra le figure non qualificate che lavorano nel turismo.

Altro rilievo molto interessante: si tratta di mestieri che non attirano i giovani, dato che la presenza degli under 35, sempre tra il 2005 e il 2010, è passata dal 34,3% al 27,6%, mentre, al contrario, è cresciuta quella degli over 45, balzati dal 34,2% al 40,2%.

Il dato ancora più rilevante, in un momento in cui la crisi economica sta riversando i suoi effetti negativi anche sul mercato del lavoro, è che questi mestieri non hanno avuto alcuna flessione. Infatti, secondo le previsioni delle assunzioni delle aziende, il 43,1% di quelle programmate per il 2010 (238 mila nuovi posti di lavoro) avrebbe interessato proprio questo tipo di lavoratori, e in particolare gli addetti ai servizi di pulizia (su 100 previsioni di assunzione, 8 sono destinate a tali figure), muratori (5%), conduttori di camion e macchine (2,6%). E non solo questi lavori non conoscono crisi, ma c'è una seria difficoltà da parte delle aziende a trovare le figure necessarie: sono più di 60 mila, infatti, i posti di lavoro che rischiano di restare vacanti, perché le aziende non trovano persone disposte a svolgere tali lavori o per la scarsa preparazione di quelle individuate. Circa 36 mila riguardano operai specializzati, e in particolare muratori in pietra (6.505 posti), meccanici (3.596), elettricisti (3.408), idraulici (2.469), meccanici e montatori di macchinari (2.330); altri 15 mila i conduttori di impianti, soprattutto camionisti (2.753) e conduttori di macchine per il movimento terra (1.769); e 9 mila lavori non qualificati, tra cui soprattutto personale per le pulizie (4.596).

Questo vuol dire che molti stranieri stanno occupando posti di lavoro che i giovani italiani rifiutano di coprire, nonostante uno sbandierato tasso di disoccupazione, nella fascia tra i 15 e i 24 anni, intorno al 30%. Eppure molti giovani, magari tutti quelli che vivacchiano senza successo nelle nostre università, sia per lo scarso appeal del lavoro manuale sia per l'inadeguata preparazione, non vogliono o non riescono a cogliere queste opportunità. Senza arrivare a scomodare Don Bosco, che parlava di ragazzi che hanno l'intelligenza nelle mani, molti giovani dovrebbero capire che oggi un operaio specializzato, un elettricista, un idraulico guadagna molto di più di un operatore di call center o di un impiegato, e che lasciarsi sfuggire certe opportunità, magari continuando a rimanere parcheggiati a tempo indeterminato in qualche ateneo, significa non guardare in faccia la realtà e rimandare l'obiettivo della tanto sospirata indipendenza economica.

L'altra faccia della medaglia di questa situazione è la mancanza di un sistema formativo adeguato, che calibri le conoscenze e i saperi con le reali richieste del mercato. Questo è un problema cui si dovrà porre rimedio il prima possibile, perché il cosiddetto disallineamento tra domanda e offerta di lavoro è un lusso che, soprattutto di questi tempi, non possiamo davvero più permetterci.

FONTE

giovedì 27 agosto 2009

Puntare sulla cooperazione per gestire i flussi migratori


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 25 agosto 2009

Negli impegni del programma elettorale presentato dal Popolo della Libertà alle elezioni politiche del 2008 c'era scritto testualmente: contrasto dell'immigrazione clandestina, attraverso la collaborazione tra governi europei e con i paesi di origine e transito degli immigrati. A più di un anno di distanza la promessa è stata mantenuta attraverso l'accordo con la Libia promosso dal presidente Berlusconi (uno dei paesi di maggiore transito dei flussi di immigrati provenienti dall'Africa e diretti in Europa) e i tanti progetti di cooperazione allo sviluppo con i paesi di origine dei flussi migratori verso i nostri territori, sostenuti dal Ministero degli Affari Esteri e da quello dello Sviluppo Economico. Ed è proprio la cooperazione con questi paesi lo strumento su cui puntare per mantenere i flussi migratori regolari ad un livello sostenibile per le nostre capacità di accoglienza. Inoltre, tale cooperazione rappresenta un incentivo al processo di internazionalizzazione dei nostri operatori economici. Sul sito della Farnesina, il dicastero storicamente impegnato in questi progetti, si evidenzia infatti la nuova chiave di lettura della cooperazione allo sviluppo in tema di gestione dei flussi migratori. Più di recente le nuove emergenze hanno conferito alla cooperazione un ruolo sempre più fondamentale nella politica estera italiana, in armonia con gli interventi per il mantenimento della pace e la gestione dei flussi migratori. Ma il più importante progetto in materia, ideato dal Ministero dello Sviluppo Economico in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, si chiama «Piano Africa» ed ha l'obiettivo di spingere le imprese italiane a darsi una mossa e individuare le opportunità offerte dai Paesi africani che non si affacciano sul Mediterraneo ed al contempo puntare allo sviluppo economico di quei territori riducendo in questo modo il flusso di persone in partenza verso il nostro paese.

La strada della collaborazione con i paesi di origine degli immigrati, anche in tema di attività legate alla formazione del lavoro (previsti dall'art. 23 del Testo Unico sull'Immigrazione), rientra nelle linee guida comunitarie in materia dettate negli ultimi anni a partire dal Consiglio Europeo del 15 e 16 dicembre 2005 dove si sottolineava la necessità di un approccio equilibrato, globale e coerente, che comprenda le politiche di lotta all'immigrazione clandestina, e, in cooperazione con i paesi terzi, sfrutti i vantaggi della migrazione regolare.

Ma se il nostro governo si è impegnato attivamente ed è passato dalle parole ai fatti, come dimostrano gli accordi sottoscritti ed i progetti in corso, lo stesso non si può dire delle istituzioni comunitarie, così prodighe di buone parole quanto latitanti nelle azioni. L'Europa non ha dato risposte concrete alle richieste di quei paesi come l'Italia che si sentono soli non solo nel contrasto alle direttrici dell'immigrazione clandestina e nella gestione dei soccorsi in mare, ma anche in quella dei richiedenti asilo, che non si capisce bene secondo quale principio dovrebbero essere accolti tutti da noi e non equamente distribuiti in maniera solidale anche negli altri paesi comunitari. Ed è singolare notare che appena si pone questo problema concreto subito si alzano voci sulla poca solidarietà del nostro paese nei confronti di questa povera gente. E' il contrario. Il nostro paese fa bene a sollevare il problema, ed interessare le istituzioni comunitarie, perché fino ad ora l'unica solidarietà concreta è stata la nostra, e lo dimostrano gli innumerevoli soccorsi in mare effettuati dalle nostre encomiabili forze di polizia ed il decoroso ristoro dato a terra a queste persone dai tanti volontari che lavorano nell'ombra con sudore, poca gloria ma con una immensa carica di umanità. Una cosa è la solidarietà, che è bene ricordare che per non essere solo di facciata deve comunque coniugarsi con la sostenibilità, ed altra è l'accoglienza irresponsabile ed indiscriminata che non solo non aiuta a migliorare la vita di queste povere persone, ma genera anche tensioni sociali nel paese che poi diventano difficili da controllare.

venerdì 5 giugno 2009

Funzionano i respingimenti dei clandestini


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 04 giugno 2009

Nell'arco di 48 ore, tra lunedì e mercoledì, sono arrivati in Spagna, sulle coste di Almeria (Andalusia orientale), un totale di 130 immigranti su nove barconi: lo ha riferito l'edizione elettronica del quotidiano spagnolo El Pais. Tutti gli occupanti delle imbarcazioni, tra i quali vi erano due donne incinte e vari minorenni, sono in buone condizioni di salute. Solo nella giornata di martedì sono arrivati sette barconi con 116 persone, tutte accompagnate dal Salvamento Maritimo (il Soccorso Marittimo) al porto di Almeria. Un mercantile ha individuato mercoledì al largo del Cabo de Gata il cadavere di un uomo di apparente origine subsahariana, probabilmente abbandonato da giorni in mare. Il corpo è stato recuperato dalla Guardia Civil spagnola che aspetta adesso i risultati dell'autopsia.

Nel frattempo, secondo le dichiarazioni del ministro Maroni, fatte mercoledì nel corso della trasmissione televisiva «Panorama del Giorno», da 15 giorni non c'è stato più nessuno sbarco sulle coste siciliane di clandestini provenienti dalla Libia, a Lampedusa il Centro di accoglienza è vuoto e gli alberghi sono pieni. «Abbiamo fatto 500 respingimenti ed è venuto giù il mondo - ha detto il ministro dell'interno - la Spagna l'anno scorso 10mila e nessuno ha detto niente. Lo facciamo e lo continueremo a fare».

La politica rigorosa nella regolazione degli ingressi nel nostro paese sta avendo i suoi frutti e i «respingimenti» dei clandestini si stanno rivelando un efficace deterrente che permette di azzerare, o comunque diminuire, gli sbarchi sulle nostre coste. Tuttavia questo strumento dovrà necessariamente far parte di un pacchetto di interventi da mettere in campo sia nel breve che nel lungo periodo. Lo sforzo per migliorare lo status quo dovrà essere fatto sia a livello nazionale (con particolare riguardo alla responsabilizzazione degli enti locali, anche attraverso il rilancio in ogni singola provincia di un organo fondamentale come il consiglio territoriale per l'immigrazione) che in quello comunitario (rafforzamento di Frontex; maggiore solidarietà dei paesi Ue nei confronti dei loro partner più esposti per aiutarli a far fronte ai flussi di immigrati provenienti dalle coste dell'Africa settentrionale, che dovrebbero accettare di accogliere i migranti che hanno ottenuto lo status di rifugiati; accordo di cooperazione Ue e Ua sia nel campo economico che nella politica di gestione dei flussi di immigrati in partenza dal Continente nero e diretti verso l'Europa; una rimodulazione favorevole all'Italia nella ripartizione dei fondi del programma generale «Solidarietà e gestione dei flussi migratori» in aggiunta ad un sensibile incremento dei suddetti fondi).

Insomma serve buon senso per affrontare il problema degli sbarchi dei clandestini, entrando nell'ottica che non può esserci solo uno strumento che possa risolvere il problema hic et nunc, ma una serie di interventi proiettati nel lungo periodo. Nel frattempo bisognerà anche tenere la barra dritta e cercare di rispedire al mittente alcune dichiarazioni, come quelle periodicamente rilasciate da mons. Marchetto, Segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, che tendono a demonizzare la politica del governo in materia di immigrazione.

In merito al pacchetto sicurezza, in un'intervista rilasciata al mensile dei paolini Jesus, mons. Marchetto ha detto che: «C'e' il rischio di creare una società di invisibili, non dobbiamo creare una società parallela di immigrati, prima di tutto per non avere ghetti e poi per rispetto alla dignità della persona umana di ognuno, in situazione regolare o meno».

Con tutto il rispetto possibile per mons. Marchetto, i ghetti si creano quando, con riferimento alle politiche di ingresso, si accolgono irresponsabilmente gli immigrati senza la possibilità di offrirgli una vita dignitosa e quando, con riguardo all'integrazione, si applicano modelli che si sono rivelati fallimentari come quello «assimilazionista» francese, della «Minority policy» olandese o quello pluralista britannico. Tutti i modelli di integrazione sono falliti ed hanno creato dei ghetti, cittadelle identitarie autonome e distinte dal resto degli agglomerati urbani (molto interessante, con riguardo ai modelli di integrazione e alla differenza tra generazioni di immigrati, una recente analisi del prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori e Sociologia urbana presso l'università di Milano: Cinque modelli per integrare le seconde generazioni ). Basta guardare cosa succede nelle periferie di Londra e Parigi, ricordare l'omicidio di Pin Fortuyn in Olanda o gli attentati di Londra e Madrid per rendersi conto che non c'è un modello di integrazione vincente e che la convivenza tra cittadini ed immigrati e tra vecchi e nuovi cittadini, tra usi e costumi diversi, è tutto tranne che pacifica e di certo rappresenta una delle sfide più grandi e più difficili che la politica dovrà affrontare.

mercoledì 20 maggio 2009

Caso Unhcr: serve buon senso, non chiacchiere inutili


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 19 maggio 2009

Non si placa la polemica tra l'Italia e le Nazioni unite sul tema dei rimpatri dei clandestini. Lunedì scorso l'Alto commissariato Onu per i Rifugiati, Antonio Guterres, ha definito «negativi e infondati» i commenti rivolti all'Unhcr e «a singoli funzionari da un esponente del governo italiano». Il governo italiano non cede e resta compatto nel dire che l'Unhcr sbaglia nel criticare duramente l'Italia sui riaccompagnamenti.

Non esiste un caso La Russa-Unhcr e l'Italia chiederà alla Libia di riconoscere a tutti gli effetti l'ufficio dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati presente sul suo territorio. Lo ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini nel corso di un incontro su immigrazione ed Expo 2015 a Milano. Il ministro ha ricordato che l'alto commissariato dell'Onu ha un ufficio in Libia, ma manca di un «accreditamento formale». «Sosterremo con forza il riconoscimento di questo ufficio - ha detto Frattini - e inoltre chiederemo a Tripoli che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) organizzi con fondi europei programmi di rimpatrio degli immigrati dalla Libia ai loro Paesi di provenienza».

Insomma, il nostro governo non vuole certo peccare di inumanità ma solo agire come sempre con il massimo buon senso in una vicenda che per certi versi sta sfiorando il ridicolo viste le posizioni espresse da alcuni funzionari dell'Unhcr. Infatti non risultano prese di posizioni analoghe da parte dell'Alto commissariato Onu per i Rifugiati nei confronti di altri Stati europei non certo teneri nella salvaguardia delle loro frontiere come Spagna, Francia e Grecia. E' bello pontificare sul cosa fare dalle comode poltrone dell'Onu (diverso il discorso per quei tanti uomini e donne delle organizzazioni Onu impegnati seriamente in zone difficili del mondo e a sostegno di chi soffre). Molto più difficile è invece cercare di regolare al meglio, sul campo e con responsabilità dirette, i flussi degli immigrati e di respingere o espellere chi viola le leggi che disciplinano l'ingresso legale nel nostro paese. E' opportuno comunque fare dei distinguo e delle precisazioni perché temi così complessi e articolati non possono essere trattati con sufficiente genericità.

In sostanza l'Unhcr contesta all'Italia una politica troppo dura nei respingimenti dei clandestini, affermando che non si terrebbe conto di coloro che avrebbero i titoli per la richiesta del diritto di asilo. La Costituzione Italiana all'art.10, comma 3, sancisce che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». In Italia non esiste una legge organica che disciplini il diritto di asilo.

I richiedenti asilo sono persone che, trovandosi fuori dal Paese in cui hanno residenza abituale, non possono o non vogliono tornarvi per il timore di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche. Possono richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello «status di rifugiato». Secondo il «Rapporto annuale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Anno 2007/2008», sono 6.284, tra richiedenti asilo e rifugiati, le persone accolte nel 2007 dal Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), costituito dalla rete degli enti locali che realizzano progetti territoriali di accoglienza, con le risorse del Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'Asilo.

Il problema dei richiedenti asilo c'è e non si può certo banalizzare, ma lo stesso rigore si deve avere nel rispetto delle leggi di questo Paese e della sua integrità, che certo non può essere messa a rischio dalle direttrici, sempre più affollate, dell'immigrazione illegale. E allora come sempre occorre dare spazio al buon senso. Come ha giustamente ricordato il ministro Frattini in Libia c'è già un ufficio dell'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati e mancano solo alcune formalità burocratiche per attivarlo. La Libia si faccia carico di questa incombenza e collabori con l'Unhcr visto che ne può trarre solo benefici in termini di migliore gestione dei flussi di persone in transito nel proprio territorio. Allo stesso tempo l'Ue incominci a fare la sua parte nelle politiche di prevenzione e repressione del fenomeno dell'immigrazione clandestina e per promuovere una equa distribuzione tra tutti i paesi europei dei richiedenti asilo e, soprattutto, dei richiedenti protezione internazionale (persone che hanno presentato richiesta di protezione internazionale e sono in attesa della decisione sul riconoscimento dello status di rifugiato o di altra forma di protezione).

Ed infine un appello ai singoli funzionari delle istituzioni internazionali che, invece di esternare a mezzo stampa, farebbero bene a collaborare «attivamente» alla risoluzione del problema e ad usare carta e penna, il telefono o l'email per interloquire con gli organi di governo nazionale, evitando inoltre di assumere posizioni capziose e poco rispettose dell'encomiabile lavoro svolto dai nostri militari nella salvaguardia delle frontiere nazionali e nelle operazioni di soccorso in mare delle persone in difficoltà.

mercoledì 30 luglio 2008

La farsa dell'opposizione sull'assegno sociale



di Antonio Maglietta - 29 luglio 2008

Non passa giorno che i professionisti dello straccio delle vesti non entrino in azione con urla ed annunci roboanti contro le iniziative del Governo. Tra le questioni più gettonate c'è il provvedimento, inserito nella manovra economica, che rivede i criteri per l'assegnazione dell'assegno sociale. L'impegno del governo, nel rivedere l'assegno sociale agli extracomunitari, tende a superare l'equiparazione, esistente nella norma vigente, tra cittadini italiani e i ricongiunti stranieri titolari di permessi di soggiorno. Nella manovra si vuole rivedere solo ed esclusivamente l'erogazione dell' assegno sociale ai ricongiunti extracomunitari ultrasessantacinquenni.

Fino ad ora, infatti, gli extracomunitari usufruivano di questo assegno sociale sin dal momento in cui mettevano piede nel nostro paese e ciò gli dava diritto a ritirarlo mensilmente, con uguale trattamento di un pari età italiano che, invece, ha contribuito a finanziare il welfare state nostrano. E' giusto che questi assegni vengano versati a persone anziane che per varie ragioni non hanno potuto accumulare adeguati versamenti contributivi e non anche a quegli immigrati ricongiunti che abusano di tale strumento per usufruire di un welfare state a costo zero.

Il sottosegretario Vegas, poi, martedì mattina, ha precisato che: «Le modifiche apportate alla Camera all'articolo 20 in tema di assegno sociale non ne mutano la destinazione, che concerne esclusivamente i cittadini extracomunitari. I limiti alla concessione dell'assegno non riguardano pertanto né i cittadini italiani né tanto meno le casalinghe. In ogni caso la volontà del legislatore - governo e Parlamento - è inequivoca in materia. Tale interpretazione autentica verrà ribadita immediatamente al Senato». Vengono spazzate via, quindi, tutte le bugie diffuse a piene mani dall'opposizione sul fatto che la disposizione in questione avrebbe leso i diritti di tutti quei cittadini italiani che non avessero raggiunto i requisiti aggiuntivi per la corresponsione dell'assegno sociale, e cioè dieci anni di residenza legale e di attività lavorativa sul territorio nazionale.

La cosa curiosa è che tutte queste polemicucce sono nate con quasi due settimane di ritardo visto che le disposizioni in questione sono già passate al vaglio della commissione Bilancio della Camera; e basterebbe dare uno sguardo al resoconto stenografico della V commissione di Montecitorio per rendersi conto della farsa che sta andando in scena in questi giorni. Infatti, l'opposizione nelle sedi istituzionali non ha mosso alcuna critica, salvo svegliarsi con ritardo sui giornali e sparare a zero senza neanche essere a conoscenza della disposizione e di quale è lo status quo. E tanto per chiarire i termini della questione, il capogruppo della Lega a Montecitorio, Roberto Cota, ha sottolineato che «l'emendamento sul cosiddetto assegno sociale, per la parte che non riguarda gli extracomunitari, è a firma dell'onorevole Zeller esponente dell'opposizione. Se oggi, a distanza di giorni, sorgono dubbi interpretativi si chiariscano pure, ma ciascuno si assuma la responsabilità politica di quello che propone».

Insomma, questa vicenda dimostra come l'opposizione si muova solo per apparire sui giornali e senza andare a toccare il merito delle questioni. Se poi si vuole proprio approfondire la faccenda, allora sarebbe interessante sapere se per il centrosinistra sarebbe giusto, in generale, un sistema in cui il nostro welfare state venga usato, o meglio sarebbe dire abusato, da chi non ha versato neanche un solo euro per sostenerlo e non ha vissuto e lavorato in maniera continuativa (e legalmente) nel nostro paese per un congruo periodo. Se sìa, allora ci dicesse anche da dove prenderebbe i soldi per coprire gli assegni sociali per gli anziani del nostro paese.

Antonio Maglietta

giovedì 4 ottobre 2007

Immigrazione. I numeri e l'ideologia



di Antonio Maglietta - 4 ottobre 2007

L'Istituto Nazionale di Statistica ha diffuso martedì scorso alcuni dati interessanti sul fenomeno dell'immigrazione in Italia. Secondo l'Istat «sono sempre più numerosi gli immigrati che diventano italiani "per acquisizione di cittadinanza": nel 2006 sono stati registrati 35.266 nuovi cittadini italiani, circa il 23% in più rispetto al 2005. Il fenomeno, tuttavia, è ancora relativamente limitato. Si tenga presente che dal 1996, anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell'ambito della rilevazione sulla popolazione straniera residente, esse sono state complessivamente circa 182.000. Stimando, in base ai dati disponibili di fonte ministero dell'Interno, le concessioni fino al 1995 in circa 33.600, si ottiene un totale di 215.000 cittadini stranieri che fino al 2006 hanno ottenuto la cittadinanza italiana. La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene ancora oggi per matrimonio: poiché i matrimoni misti si celebrano prevalentemente fra donne straniere e uomini italiani, tra i nuovi cittadini italiani sono più numerose le donne. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni... Più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e quindi potrebbe essere in possesso del requisito della residenza continuativa».
Molti stranieri, quindi, pur avendo i requisiti di legge, ed in particolare la residenza decennale nel nostro Paese, decidono di non richiedere la naturalizzazione. Infatti, la maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio. Il rapporto dell'Istat non rileva nessun difetto legislativo nel processo di naturalizzazione tale da giustificare la proposta governativa di portare il termine della residenza continuativa a 5 anni in sostituzione degli attuali 10. Perché, allora, il governo vuole questa modifica, se la maggior parte degli stessi stranieri (quindi i diretti interessati) decide di non acquistare la cittadinanza italiana nemmeno dopo 10 anni?
Per quanto riguarda il motivo della presenza degli immigrati in Italia, il Rapporto afferma che «il lavoro è la causa prevalente (1.463.058 permessi), soprattutto tra gli uomini (circa il 78%), mentre per le donne la quota scende al 44%. Negli ultimi anni cresce il numero dei permessi per motivi familiari (763.744), anche per effetto della regolarizzazione del 2002, che ha fortemente accresciuto il numero di coloro che si sono potuti avvalere della facoltà di ricostituire in Italia il proprio nucleo familiare. Soprattutto le donne sono presenti in Italia con un permesso di questo tipo (in oltre il 48% dei casi), ma i permessi per ricongiungimento familiare sono aumentati anche per gli uomini, grazie all'azione di richiamo dei congiunti da parte delle donne che hanno fatto il loro ingresso in Italia per motivi di lavoro. Al 1° gennaio 2007 le due tipologie di permessi, lavoro e famiglia, considerate insieme, rappresentano ormai oltre il 90% dei motivi di presenza». Se il lavoro e la famiglia sono i motivi principali della presenza stanziale degli stranieri in Italia, allora, di conseguenza, diventa ragionevole pensare che il fenomeno andrebbe regolato rafforzando i percorsi legali di entrambi gli ambiti. Invece la «strana coppia» Amato-Ferrero, come sappiamo, ha deciso di dare la possibilità agli stranieri di venire in Italia senza avere un contratto di lavoro, mettendo una pietra tombale sulle politiche legate al concetto di immigrazione economica e su qualsiasi realistico percorso a tappe che garantisca sia un minimo di controllo - e quindi di sicurezza al nostro Paese - che la possibilità di una integrazione graduale dello straniero.
La cieca furia ideologica e, forse, un cinico calcolo politico sembrano aver preso il sopravvento sulla ragione ed una sgangherata idea di multiculturalismo - una sorta di melting pot casereccio - viene sbandierata a sinistra come la panacea di tutti i mali. Neanche le analisi sui dati riescono a far cambiare idea a chi ha deciso, forse, che il voto degli immigrati, trasformati da subito e senza fronzoli in neo-cittadini, possa dargli a vita il governo del Paese.



Antonio Maglietta

sabato 29 settembre 2007

Venite, immigrati



di Antonio Maglietta - 29 settembre 2007

Mercoledì scorso, alla Commissione Affari costituzionali della Camera, è stato illustrato il contenuto della delega al governo per la modifica della disciplina dell'immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero. Ecco alcuni dei passi salienti della relazione: «Si prevede la figura dello sponsor con la possibilità di offrire ulteriori garanzie a coloro che entrano in Italia per la ricerca di lavoro. È semplificata la richiesta di visto di ingresso con l'obbligo di motivazione in caso di rifiuto. L'abolizione del contratto di soggiorno è un chiaro segnale della precisa volontà tesa a voltare finalmente pagina riguardo l'ormai superato binomio soggiorno-lavoro». E' chiara e palese la volontà di minare alla base il concetto stesso di immigrazione economica. Essa è, attualmente, l'unica possibile politica in materia di immigrazione; infatti, delineando un'inscindibile rapporto tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, crea un canale controllato che permette di gestire realisticamente i flussi migratori, tenendo conto in maniera bilanciata dei vari interessi in campo, ivi compreso il rispetto dei diritti fondamentali nei riguardi degli immigrati.
E ancora: «È semplificata la procedura di rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno per la quale si prevede anche il coinvolgimento degli Enti locali». Proprio da questi ultimi (attraverso il presidente dell'Anci, il diessino Domenici, e da quello dell'Upi, il diellino Melilli), in sede di Conferenza unificata, sono emerse forti preoccupazioni in relazione alle diverse competenze aggiuntive per le amministrazioni locali, a partire dal sostegno alle politiche abitative, all'integrazione scolastica e sociale, ai servizi di orientamento lavorativo, che necessiterebbero, a loro avviso, di un potenziamento e di un incremento di risorse. I Comuni sottolineano come, a fronte di nuove competenze, le risorse non siano state parimenti trasferite.
Continua la relazione: «Un altro aspetto rilevante della riforma è la modifica della durata dei documenti. Il primo permesso avrà una durata di un anno per chi ha un lavoro sino a sei mesi, due anni per tutti gli altri contratti a termine, tre anni per gli autonomi e i lavoratori a tempo indeterminato. Il rinnovo avrà validità doppia rispetto al permesso iniziale. Chi entra in Italia per meno di novanta giorni non dovrà più chiedere alcun permesso, basterà la sola dichiarazione di presenza. Viene riportata ad un anno, rispetto all'originario termine di sei mesi, la durata del permesso per chi perde il lavoro con la possibilità di rinnovo qualora lo straniero possa dimostrare di avere i mezzi per mantenersi». Insomma, coerentemente con la rottura del rapporto contratto di lavoro-permesso di soggiorno, si prevede una dilazione dei periodi di permanenza in Italia per gli immigrati senza impiego, con il rischio di creare una sorta di buco nero in cui non sarebbe chiaro a quale titolo, con quali motivi e con quali garanzie lo straniero rimarebbe sul nostro territorio.
Prosegue ancora la relazione: «Il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, già definita Carta di soggiorno, apre le porte all'elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative. Lo sforzo di allargare l'accoglienza non riguarda però solo i diritti civili, ma si estende anche ai diritti sociali: chi soggiorna regolarmente da almeno un anno avrà accesso alle misure assistenziali e alla pensione di invalidità. Molto importante è l'aver riconosciuto le stesse prerogative che hanno gli italiani di pari età ai giovani stranieri maggiorenni ancora a carico dei genitori, garantendo loro un permesso per motivi familiari senza esporli necessariamente alla ricerca di un lavoro finalizzato esclusivamente all'ottenimento di un titolo di soggiorno». La relazione parla solo di diritti. E doveri? Responsabilizzare l'immigrato con una serie di doveri ben precisi e codificati servirebbe a rendere meno difficoltosa l'integrazione nel tessuto sociale del Paese ospitante e, soprattutto, a scoraggiare alla fonte chi viene in Italia solo per delinquere pensando di avere una altissima probabilità di farla franca. Se al contrario, invece, si dà l'idea di un Paese che, al di là dei comportamenti criminali o rispettosi delle leggi, è sempre clemente, allora non si fa altro che incentivare l'immigrazione criminale, con il rischio di trasformare il nostro territorio nell'Eden della malavita.
Si legge poi nel testo in questione: «Nascerà un Fondo nazionale rimpatri teso al rientro assistito nei luoghi di origine per coloro che hanno subito un decreto di espulsione, ma anche per chi intenda ritornare nel proprio Paese e non è in possesso dei mezzi per farlo. Il Fondo si avvarrà della contribuzione degli stessi datori di lavoro, di enti o associazioni, di cittadini che garantiscono l'ingresso degli stranieri e degli stranieri medesimi. L'introduzione del Fondo nazionale rimpatri, unitamente ad una politica di incentivazione al rimpatrio spontaneo, dimostra una ragionata volontà di un approccio concertativo tra Stato, associazioni datoriali e sindacali e stranieri interessati».
A tal proposito, vale la pena riportare un passaggio del «Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto», presentato, nel corso di una conferenza stampa, dal ministro dell'Interno, Giuliano Amato, il 20 giugno scorso: «In Italia operano da diversi anni anche aggregazioni criminali costituite da cittadini stranieri, le cosiddette "nuove mafie", che presentano caratteristiche proprie a seconda dell'etnia di cui sono espressione. Tali gruppi interagiscono non solo con le organizzazioni di riferimento nei Paesi d'origine, ma anche con i sodalizi criminali dei Paesi di transito e di destinazione dei traffici illeciti internazionali a cui si dedicano. A tal ultimo riguardo, ferma restando l'assoluta centralità del narcotraffico, annoverabile tra gli interessi più remunerativi e tra gli strumenti più efficaci di coesione tra i vari clan coinvolti, e non tralasciando la valenza del contrabbando, del commercio di armi e del conseguente riciclaggio di danaro "sporco", il volano finanziario delle organizzazioni criminali a base etnica appare costituito oggi dal traffico di immigrati clandestini e dalla connessa tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo».
E' lo stesso Viminale, quindi, che segnala come la tratta degli esseri umani sia una delle più grosse forme di finanziamento per la criminalità organizzata straniera ed individua nel riciclaggio del denaro «sporco» una tra le fonti privilegiate di reddito. Il rischio è che il suddetto Fondo, senza la previsione di adeguati strumenti di controllo (che comunque appesantirebbero fortemente le procedure di rimpatrio, facendo venir meno la ratio stessa della norma tesa a snellire l'iter de quo), si trasformi in uno strumento per il riciclaggio del denaro «sporco» da parte di organizzazioni criminali italiane e, soprattutto, straniere, visto che proprio queste ultime gestiscono già la tratta degli esseri umani verso il nostro Paese, e potrebbero vedere il Fondo come una ghiotta occasione per unire due business criminali in uno.
In conclusione, il progetto governativo che dovrebbe modificare la legge Bossi-Fini fa acqua da tutte le parti e, qualunque sia l'angolo di lettura critico, la bocciatura senza appello sembra oggettivamente inevitabile.

Antonio Maglietta
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