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mercoledì 13 luglio 2011

Giovani: servono stipendi più alti e riequilibrare il welfare


di Antonio Maglietta 13 luglio 2011

Secondo i risultati che emergono dal primo anno di lavoro del progetto 'Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali', realizzato da Censis e Unipol, il 42% dei lavoratori dipendenti fra i 25 e i 34 anni di oggi andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese. Attualmente i dipendenti in questa fascia di età, che guadagnano una cifra inferiore a mille euro, sono il 31,9%. Ciò significa che molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. E la previsione riguarda i più fortunati, cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro con contratti standard. Poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano.
La ricerca evidenzia che il problema delle pensioni non è risolto. L'Italia resta uno dei paesi più vecchi e longevi al mondo e nel 2030 gli over 64 anni saranno più del 26% della popolazione: ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno. Il sistema pensionistico, sottolinea il rapporto, dovrà confrontarsi con seri problemi di compatibilità ed equità. Se le riforme delle pensioni degli anni '90 hanno garantito la sostenibilità finanziaria a medio termine del sistema, oggi a preoccupare è il costo sociale della riduzione delle tutele per le generazioni future. A fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell'ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi); mentre i lavoratori autonomi vedranno ridursi il tasso fino a -40% (a 68 anni con 38 anni di contributi).

Prima di aggiungere altro va fatta un’importante considerazione preliminare sul contenuto dello studio Censis-Unipol. La ricerca si basa su dati proiettati da qui a 30-40 anni e cioè in un periodo troppo ampio che non tiene conto degli eventuali miglioramenti che possono intervenire nella carriera di ognuno dal punto di vista reddituale. Senza contare, inoltre, che il rapporto si basa ovviamente solo sullo status quo. Come la storia anche recente insegna, il Legislatore italiano è intervenuto più volte negli ultimi 20 anni in materia di previdenza, anche con una certa lungimiranza, negli anni ’90 con la cosiddetta riforma Dini e nel 2004 durante il governo Berlusconi, mettendo in scurezza il nostro sistema pensionistico. Tranne lo scellerato intervento dell’ultimo governo Prodi, che mise le mani nelle tasche dei giovani lavoratori parasubordinati con l’aumento delle aliquote previdenziali per finanziare una comoda e ricca uscita dal lavoro di qualche 55enne già ultraprotetto dal contratto a tempo indeterminato, è possibile affermare che le ultime iniziative legislative in materia sono state molto positive.

Fatta questa necessaria e fondamentale premessa, va aggiunto che c’è necessità di organizzare sempre più forme di previdenza e assistenza complementari.
Il Rapporto Svimez 2009 aveva segnalato l'anomalia del sistema del welfare italiano soprattutto nella sua composizione, troppo sbilanciata verso i trattamenti previdenziali, ai quali destina circa il 20% in più degli altri partners europei. «Per quel che riguarda la spesa per le politiche di sostegno al reddito, nei casi di disoccupazione o di corsi di formazione per il reinserimento nel mercato del lavoro, restano forti differenze tra i vari Stati europei: la media dell'Ue è del 5,6% sul totale ma varia tra il 12% di Belgio e Spagna e il 2% dell'Italia. La riorganizzazione e razionalizzazione della spesa sociale passa attraverso la realizzazione di politiche di welfare to work, puntando sempre più su un'inclusione attiva nel mercato del lavoro. Ma tale obiettivo è condizionato dal sistema previdenziale, in particolare per quel che riguarda la sua sostenibilità finanziaria. Oggi l'Italia è tra ipartners Ue quello con la maggiore incidenza degli oneri previdenziali sul totale delle prestazioni sociali».

Quindi, dati alla mano, è sui giovani lavoratori che si scaricano tutti i costi sociali. In pratica chi ha oggi tra i 25 e i 34 anni, ha 1 possibilità su 3 di avere uno stipendio sotto i 1000 euro al mese, poche prestazioni a sostegno del reddito in caso di disoccupazione o formazione per il reinserimento nel mercato del lavoro, e quasi 1 possibilità su 2 di percepire una pensione, quando sarà il momento, al di sotto dei 1000 euro al mese. Non è proprio una bella prospettiva se si pensa che questi dovrebbero anche essere quelli inseriti a stento nel già ristretto lotto dei fortunati dalla ricerca Unipol-Censis.

I problemi strutturali che affliggono i giovani lavoratori, quindi, sono sostanzialmente tre: gli stipendi bassi, la sproporzione nella composizione del welfare italiano, troppo sbilanciato sui trattamenti previdenziali e troppo poco sulle prestazioni a sostegno del reddito, le possibili pensioni basse.

Percepire uno stipendio basso significa, tra le altre cose:
- dover spendere la maggior parte del reddito a disposizione per i prodotti di prima necessità, tanto per intenderci quelli indispensabili per vivere dignitosamente, come l'alimentazione, l’affitto o il mutuo per la casa, la spesa per i trasporti necessari per recarsi al lavoro, il vestiario di necessità;
- limitare la libertà di scelta nell’indirizzare la spesa per i consumi;
- diminuire la capacità di risparmiare;
- avere una pensione bassa, con poche possibilità di integrarla attraverso le forme pensionistiche complementari e praticamente nessuna con quello che viene definito il terzo pilastro previdenziale.

Avere un welfare troppo poco attento alle prestazioni a sostegno del reddito, oltre a minare le politiche per l’abbattimento della povertà, riduce il sistema di protezione sociale per i soggetti che più ne hanno bisogno, i giovani appunto, che nella maggior parte dei casi lavorano con contratti diversi da quello a tempo indeterminato e, quindi, rischiano periodi di buco nel corso della propria carriera. Questo rischio, oltre a non essere coperto da un sistema di ammortizzatori sociali universali, incide negativamente anche sulla pensione futura visto che con l’entrata in vigore del sistema contributivo valgono solo i contributi effettivamente versati e che la continuità è essenziale nella composizione di un reddito da pensione dignitoso per affrontare con una certa serenità la propria vecchiaia.

Bisognerebbe, quindi, alzare gli stipendi e riequilibrare la composizione del welfare italiano. In che modo? Innanzitutto va detto che in Italia, secondo il rapporto Taxing wages dell’Ocse, il cuneo fiscale (le imposte sul reddito e i contributi previdenziali a carico del lavoratore e del datore di lavoro, ridotti degli assegni famigliari) è più elevato di circa il 10% rispetto alla media OCSE. A questa già pesante criticità va aggiunto che il quadro italiano è reso ancora peggiore dall'elevata inefficienza della spesa pubblica. Secondo uno studio della Confcommercio, infatti, considerando una pressione fiscale equivalente, l'Italia presenta un indice di performance inferiore del 10% rispetto alla Francia, del 15% rispetto alla media dei 17 Paesi considerati nella ricerca e del 25% rispetto all’Austria. L’Italia associa, quindi, uno tra i più bassi indici di performance del settore pubblico a una delle più elevate pressioni fiscali.
Il Governo compatibilmente con il mantenimento della stabilità dei conti pubblici, potrebbe intervenire per combattere tutte queste criticità diminuendo il cuneo fiscale, per agevolare l’aumento del reddito da lavoro, e rimodulare altresì la composizione del welfare, anche puntando su un forte rilancio delle forme di assistenza e previdenza complementari. I sindacati e le rappresentanze datoriali dovrebbero sostenere queste scelte e i datori di lavoro, nel limite del possibile, mettere mano al portafoglio e iniziare a riconoscere uno stipendio migliore ai propri dipendenti (almeno ai più bravi).

martedì 21 giugno 2011

Combattere il presentismo



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 21 giugno 2011

Secondo il rapporto del Censis «Fenomenologia di una crisi antropologica», «gli italiani sembrano sempre più imprigionati nel presente, con uno scarso senso della storia e senza visione del futuro. Al desiderio si è sostituita la voglia, alle passioni le emozioni, al progetto l’annuncio. In un mondo dominato dalle emozioni, conta solo quello che si prova nel presente, non la tensione che porta a guardare lontano. La perdita di significato della scuola è uno dei sintomi più evidenti del «presentismo». I limiti dell’offerta formativa, che non garantisce il raggiungimento del successo attraverso un percorso di studi impegnativo, condiziona l’atteggiamento complessivo dei giovani italiani. Che in Europa sono quelli che danno una minore importanza alla scuola: il 50% la ritiene un investimento valido, contro ad esempio il 90% dei giovani in Germania».
Non bisogna meravigliarsi. Secondo i dati più recenti sempre del Censis, in Italia lavora il 66,9% dei laureati dai 25 ai 34 anni, contro una media europea dell’84%, (87,1% in Francia, 88% in Germania, 88,5% nel Regno Unito). Al contrario di quello che accade negli altri Paesi europei, il tasso di occupazione tra i laureati italiani in quella fascia di età è più basso di quello dei diplomati (69,5%). Secondo la Salary Guide 2011, una ricerca condotta dalla Hays, società che è tra i leader mondiali nel reclutamento di professionalità manageriali, che ha coinvolto centinaia di aziende e migliaia di professionisti con l’obiettivo di indagare sul mercato del lavoro e sulle problematiche nuove o consolidate che lo affliggono, in Italia la laurea e in generale il titolo di studio contano davvero poco per le aziende rispetto all’esperienza di lavoro (in pratica solo nel 10% dei casi). E allora un giovane si chiede: perché sudare per arrivare alla laurea se poi non servirà per aprire le porte del mercato del lavoro? Ecco il punto.
La recente riforma dell’università, tra mille polemiche e altrettante resistenze, ha cercato di porre rimedio alle criticità del nostro sistema dell’istruzione attraverso la razionalizzazione dei corsi di laurea, davvero troppi e utili solo per pagare gli stipendi a qualche barone e alla sua corte, e le nuove regole introdotte in materia di reclutamento e finanziamento. Ma il problema non è solo a monte ma anche a valle. Perché le nostre aziende, nella maggior parte dei casi, cercano solo lavoratori con bassi profili professionali? Il più delle volte è così, anche se è opportuno segnalare che spesso diversi posti di lavoro restano vacanti perché mancano lavoratori idonei a ricoprirli. La colpa è anche del nostro sistema formativo, che si è evoluto negativamente dando più importanza all’arricchimento delle tasche dei formatori che alla necessità dei formati di migliorare le proprie capacità e il proprio profilo professionale. Tempo fa Giuseppe De Rita, il presidente del Censis, ha segnalato che c'è stata una divaricazione nel mercato del lavoro: da una parte i nostri giovani hanno imboccato la strada della scolarizzazione progressiva; dall'altra gli immigrati che hanno coperto i buchi lasciati liberi.
I nostri giovani sono stati colpiti dalla maledizione/benedizione della scuola. Abbiamo sacrificato gli istituti tecnici, quando l'Italia si è costruita su di loro. Che ce ne facciamo dei diplomati generici? E dei corsi di laurea che non hanno alcuna ragione d'essere? Abbiamo costruito un monumento al generico rifiutando ideologicamente la formazione finalizzata al lavoro. Oggi i giovani italiani, segnala il citato rapporto dell’istituto di ricerca, sono anche quelli in Europa che meno hanno intenzione di avviare una propria attività autonoma: il 27,1% contro una media europea del 42,8%, il 74,3% in Bulgaria, il 62,2% in Polonia, il 60,6% in Romania, ma anche il 53,5% in Spagna, il 44,1% in Francia e il 40,3% nel Regno Unito. Significativa è la motivazione addotta: al 21,8% appare un’impresa troppo complicata, contro una media europea del 12,7%. E anche qui non c’è alcuno stupore nel leggere certi dati.
La colpa è dell’eccessiva burocratizzazione del sistema economico, la stessa piaga che vessa continuamente chi ha voglia di fare un’attività rispettando le regole e premia incredibilmente e sistematicamente invece chi quelle stesse regole le aggira. La semplificazione amministrativa, un percorso già intrapreso da questo governo, è la via maestra per abbattere questo sistema come lo è anche quella di colpire più duramente le violazioni sostanziali ancor di più di quelle formali e distinguere e combattere diversamente l’illegalità criminale da quella per la sopravvivenza. Combattere quello che il Censis chiama il «presentismo» è un dovere di tutti: a partire dalle istituzioni, passando da quelli che i sociologi chiamano i corpi intermedi, fino ai singoli cittadini. Nessuno è esente da colpe e tutti possono essere utili per risalire la china e uscire dal pantano. Bisogna avere però una visione di insieme perché con le misure di corto respiro non si va lontano.

FONTE

mercoledì 18 maggio 2011

Oggi la laurea conta meno del diploma



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 17 maggio 2011

Il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma, nel corso dell’audizione tenuta presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, ha affermato che «In Italia la laurea non paga. I nostri laureati lavorano meno di chi ha un diploma, meno dei laureati degli altri Paesi europei, e con il passare del tempo questa situazione è pure peggiorata».I dati. In Italia lavora il 66,9% dei laureati dai 25 ai 34 anni, contro una media europea dell’84%, (87,1% in Francia, 88% in Germania, 88,5% nel Regno Unito). Al contrario di quello che accade negli altri Paesi europei, il tasso di occupazione tra i laureati italiani in quella fascia di età è più basso di quello dei diplomati (69,5%).

Non solo. I giovani italiani non hanno ancora conseguito adeguati livelli d’istruzione e tra quelli che vengono definiti i ‘middle young’ (25-34 anni), quando normalmente il ciclo educativo dovrebbe essere compiuto, il 29% ha concluso solo la scuola secondaria inferiore, contro il 16% di Francia e Regno Unito e il 14% della Germania. I laureati registrano i valori più bassi rispetto agli altri grandi Paesi europei: il 20,7% a fronte di una media europea del 33%, del 40,7% del Regno Unito e del 42,9% della Francia. Altri dati negativi. Non solo abbiamo meno laureati rispetto agli altri paesi europei, ma questi pochi entrano tardi e male nel mondo del lavoro.Dati i tempi prolungati dei diversi cicli formativi, l’ingresso nella vita lavorativa per i giovani italiani è ritardato rispetto agli altri partner europei. Fra i più giovani (i cosiddetti ‘young young’: 15-24 anni) il 60,4% risulta ancora in formazione, rispetto al 53,5% della media dell’Ue, il 45,1% della Germania e il 39,1% del Regno Unito. Gli occupati sono il 20,5% rispetto al 34,1% della media europea, il 46,2% della Germania e il 47,6% del Regno Unito.

L’altra grande anomalia italiana è rappresentata dai giovani che non mostrano interesse né nello studio, né nel lavoro: in Italia sono l’11,2% rispetto al 3,4% della media europea.I dati sono veramente preoccupanti. Secondo la Salary Guide 2011, una ricerca condotta dalla Hays, società che è tra i leader mondiali nel reclutamento di professionalità manageriali, che ha coinvolto centinaia di aziende e migliaia di professionisti con l’obiettivo di indagare sul mercato del lavoro e sulle problematiche nuove o consolidate che lo affliggono, in Italia la laurea e in generale il titolo di studio contano davvero poco per le aziende rispetto all’esperienza di lavoro (in pratica solo nel 10% dei casi), mentre ben il 70% degli intervistati si dice pronto a emigrare all’estero per trovare una buona occupazione.

I numeri parlano chiaro: abbiamo pochi laureati rispetto agli altri paesi europei e questi pochi entrano anche tardi nel mondo del lavoro a causa dei lunghi cicli formativi. Nel nostro mercato i datori di lavoro preferiscono assumere un giovane diplomato invece che dei pari età laureati e l’esperienza conta più del titolo. La fuga all’estero è la scelta quasi obbligata per i giovani neo-laureati italiani che non riescono a trovare uno sbocco lavorativo? Davvero il nostro mercato del lavoro non riesce a offrire posti di qualità? E perché il nostro sistema dell’istruzione e della formazione, lungo e farraginoso, non riesce a ridurre al minimo il disallineamento tra offerta e domanda nel mercato del lavoro per quanto riguarda i posti disponibili vacanti per mancanza di adeguate professionalità?Queste domande hanno urgentemente bisogno di una risposta chiara e precisa non solo da parte del governo, che certo non ha la bacchetta magica e si è mosso con la riforma dell’università e altri interventi per stimolare il mercato in un periodo di crisi, ma anche dal mondo dell’istruzione, della formazione, delle imprese e delle professioni. Un mercato del lavoro funziona se girano tutti gli ingranaggi e se ognuno degli attori coinvolti fa bene il proprio dovere.

FONTE

mercoledì 20 aprile 2011

Lavori manuali. Pochi giovani italiani e molti stranieri



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 20 aprile 2011

Secondo una recente indagine del Censis, con 8 milioni e 357 mila addetti nel 2010, il lavoro manuale continua a rappresentare uno dei pilastri del nostro mercato del lavoro, interessando ben il 36,6% degli occupati del Paese. Si tratta di un universo complesso di mestieri, all'interno del quale si trovano artigiani e operai specializzati (4 milioni e 264 mila occupati), addetti agli impianti (1 milione e 798 mila) e lavoratori a bassa o nulla qualificazione (2 milioni e 295 mila). Tra i lavori più diffusi vi sono gli addetti alle pulizie (969.580), muratori, carpentieri e ponteggiatori (705.126), autisti e camionisti (588.262), meccanici, gommisti e carrozzieri (511.636), piastrellisti, idraulici ed elettricisti (472.435), operai agricoli specializzati (354.325).

La ricerca rivela alcuni dati molto interessati sul progressivo abbandono, da parte dei lavoratori italiani, di queste professioni, e sulla conseguente sostituzione con i lavoratori stranieri. Tra il 2005 e il 2010, infatti, a fronte di un crollo del numero dei lavoratori italiani occupati nei lavori manuali (-847 mila, con un decremento dell'11,1%), sono aumentati quelli stranieri (+718 mila, con una crescita dell'84,5%). Il tasso di incidenza degli stranieri in questo tipo di lavoro è passato, negli ultimi cinque anni, dal 10% al 18,8%, raggiungendo quota 52% tra gli addetti ai servizi di pulizia, il 32% tra gli addetti del settore edile, il 30% tra le figure non qualificate che lavorano nel turismo.

Altro rilievo molto interessante: si tratta di mestieri che non attirano i giovani, dato che la presenza degli under 35, sempre tra il 2005 e il 2010, è passata dal 34,3% al 27,6%, mentre, al contrario, è cresciuta quella degli over 45, balzati dal 34,2% al 40,2%.

Il dato ancora più rilevante, in un momento in cui la crisi economica sta riversando i suoi effetti negativi anche sul mercato del lavoro, è che questi mestieri non hanno avuto alcuna flessione. Infatti, secondo le previsioni delle assunzioni delle aziende, il 43,1% di quelle programmate per il 2010 (238 mila nuovi posti di lavoro) avrebbe interessato proprio questo tipo di lavoratori, e in particolare gli addetti ai servizi di pulizia (su 100 previsioni di assunzione, 8 sono destinate a tali figure), muratori (5%), conduttori di camion e macchine (2,6%). E non solo questi lavori non conoscono crisi, ma c'è una seria difficoltà da parte delle aziende a trovare le figure necessarie: sono più di 60 mila, infatti, i posti di lavoro che rischiano di restare vacanti, perché le aziende non trovano persone disposte a svolgere tali lavori o per la scarsa preparazione di quelle individuate. Circa 36 mila riguardano operai specializzati, e in particolare muratori in pietra (6.505 posti), meccanici (3.596), elettricisti (3.408), idraulici (2.469), meccanici e montatori di macchinari (2.330); altri 15 mila i conduttori di impianti, soprattutto camionisti (2.753) e conduttori di macchine per il movimento terra (1.769); e 9 mila lavori non qualificati, tra cui soprattutto personale per le pulizie (4.596).

Questo vuol dire che molti stranieri stanno occupando posti di lavoro che i giovani italiani rifiutano di coprire, nonostante uno sbandierato tasso di disoccupazione, nella fascia tra i 15 e i 24 anni, intorno al 30%. Eppure molti giovani, magari tutti quelli che vivacchiano senza successo nelle nostre università, sia per lo scarso appeal del lavoro manuale sia per l'inadeguata preparazione, non vogliono o non riescono a cogliere queste opportunità. Senza arrivare a scomodare Don Bosco, che parlava di ragazzi che hanno l'intelligenza nelle mani, molti giovani dovrebbero capire che oggi un operaio specializzato, un elettricista, un idraulico guadagna molto di più di un operatore di call center o di un impiegato, e che lasciarsi sfuggire certe opportunità, magari continuando a rimanere parcheggiati a tempo indeterminato in qualche ateneo, significa non guardare in faccia la realtà e rimandare l'obiettivo della tanto sospirata indipendenza economica.

L'altra faccia della medaglia di questa situazione è la mancanza di un sistema formativo adeguato, che calibri le conoscenze e i saperi con le reali richieste del mercato. Questo è un problema cui si dovrà porre rimedio il prima possibile, perché il cosiddetto disallineamento tra domanda e offerta di lavoro è un lusso che, soprattutto di questi tempi, non possiamo davvero più permetterci.

FONTE

mercoledì 16 dicembre 2009

Lo Statuto delle imprese. Intervista all'onorevole Raffaello Vignali


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 14 dicembre 2009


Raffaello Vignali è nato a Bologna il 10 aprile 1963. Laureato con lode in Filosofia, con una tesi su cristianesimo e ideologia, ha iniziato a svolgere attività di ricerca e di didattica presso il Dipartimento di Sociologia (Facoltà di Scienze Politiche) dell'Università di Bologna. Nel 1997 è stato chiamato all'IReR (Istituto Regionale di ricerca della Lombardia), diventandone, dal 1998 al 2004, Direttore generale. Dal settembre 2004 a marzo 2008 è stato Presidente della Compagnia delle Opere, associazione di piccole e medie imprese e realtà non profit. Nel 2004 ha partecipato come fondatore alla costituzione di CDO Jerusalem. Dal 2000 al 2003 è stato membro del Consiglio di Amministrazione dell'Università degli Studi di Milano Bicocca; dal 2004 al 2007 membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione AVSI (Associazione volontari per il servizio internazionale, ONG); dal 2003 al 2007 membro del Comitato Scientifico della Fondazione Politecnico di Milano e dal 2002 al 2008 membro del Consiglio di Amministrazione della Casa Editrice Marietti. Nel 2002 ha partecipato alla costituzione della Fondazione per la Sussidiarietà, di cui è stato Vice Presidente fino al 2005. Il 13 aprile 2008 è stato eletto alla Camera dei Deputati con il Popolo della Libertà e da maggio 2008 è Vice Presidente della Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati.

La Camera ha licenziato il testo relativo alle disposizioni sulla commercializzazione di prodotti tessili, della pelletteria e calzaturieri. Che cosa prevede questo provvedimento per la tutela del made in Italy?

È un provvedimento importante, volto ad assicurare la tracciabilità dei prodotti di questi settori, in modo da tutelare i consumatori sotto il profilo dell'informazione sul processo di lavorazione e sulla sicurezza dei prodotti medesimi, dando quindi al consumatore la possibilità di distinguere il prodotto che sia stato realizzato in Italia. Non è dunque un provvedimento protezionistico ma, al contrario, un intervento che garantisce una reale concorrenza. È pure una importante sfida che l'Italia lancia all'Unione Europea: in quella sede combattiamo da anni perché tutte le merci importate dall'esterno della UE indichino chiaramente provenienza e lavorazione. Infine è anche il riconoscimento delle centinaia di migliaia di micro, piccoli e medi imprenditori che non hanno preso la via - facile - della delocalizzazione per abbassare il costo del lavoro, ma che hanno scelto di puntare sulla qualità per affrontare la competizione globale.

A suo avviso sono possibili nel prossimo futuro interventi legislativi a favore degli altri settori non toccati da questo provvedimento?

Certamente sì. Questo sul tessile e calzaturiero è una «nave rompighiaccio», un cuneo nella normativa italiana ed europea. Ma, come ho affermato nella dichiarazione di voto per il gruppo del Pdl, siamo ancora solo all'inizio. Tanti altri settori aspettano provvedimenti analoghi: mobile, arredo, complementi d'arredo, ecc... Inoltre dobbiamo attivare strumenti efficaci per contrastare la contraffazione, che si fa anche sul territorio italiano, con l'utilizzo del lavoro clandestino e minorile. L'unanimità, registrata tanto in Commissione quanto in Aula è di ottimo auspicio. Se poi mi è concessa una considerazione più ampia, vorrei sottolineare che con questo provvedimento abbiamo fatto anche «cultura parlamentare»: la centralità del Parlamento non sta infatti nella possibilità di bloccare pretestuosamente i provvedimenti del Governo, ma nell'approvare le leggi di iniziativa parlamentare, come questa, che servono per il bene comune.

Secondo il Censis l'Italia ha resistito meglio alla crisi economica perché la finanza non ha vinto sull'economia reale. Quale è il suo parere a riguardo?

Non solo non ha vinto la finanza, ma non hanno vinto nemmeno i guru nostrani ed esteri dell'economia (consulenti e professori) che, negli anni scorsi, hanno demonizzato il sistema economico italiano, definendolo arretrato e anomalo (mentre anomala era la finanza creativa!), quelli che accusavano le nostre imprese di nanismo e familismo, come fossero dei tumori... economici! Siamo il Paese con il più alto tasso di imprenditori al mondo, siamo una delle sette maggiori potenze industriali mondiali, abbiamo retto alla globalizzazione quando i guru ci davano per morti. C'è, nelle nostre imprese, un'innovazione sommersa, tanto reale quanto invisibile. C'è anche l'hi-tech. E poi, dall'incrocio tra le lavorazioni tradizionali e le nuove tecnologie pervasive (ICT, nanotecnologie, materiali innovativi) possiamo ricavare la crescita per i prossimi decenni. Ma, soprattutto, è a partire dall'impeto dei nostri piccoli (ma grandissimi!) imprenditori che possiamo guardare con fiducia la ripresa.

Parliamo di piccole e medie imprese e banche. Il 3 agosto 2009 il Ministro dell'Economia e delle Finanze, il Presidente dell'ABI e le Associazioni dei rappresentanti delle imprese hanno firmato un Avviso comune per la sospensione dei debiti delle piccole e medie imprese verso il sistema creditizio, con l'obiettivo di dare respiro finanziario alle imprese aventi adeguate prospettive economiche e in grado di provare la continuità aziendale. Secondo il presidente dell'ABI è necessario un corretto orientamento delle politiche fiscali e di regolamentazione affinché il sistema bancario possa svolgere in maniera sempre più ampia la sua funzione di supporto all'economia reale. Qual è la sua opinione in materia?

Sono d'accordo, ma con alcune sottolineature. La prima è sulle regole: servono regole nuove, non «più regole» nell'accezione quantitativa. Prendiamo Basilea2. È insufficiente: non possiamo ridurre il valore di un'impresa al suo bilancio, sarebbe come valutare una persona basandosi solo sul suo scheletro. Se l'impresa del futuro è quella del capitale umano, la valutazione deve tornare ad essere basata su questo, non sui numeri. Dico tornare perché da noi, prima di Basilea2, è stato quasi sempre questo il sistema. Se non ci fossero stati migliaia di «ragionier Bianchi» a dirigere le filiali delle nostre banche, capaci di dare credito (nel senso di fiducia) alle persone e di erogare loro il credito (cioè i soldi), non avremmo avuto il miracolo italiano. Anche le banche devono riprendere la loro funzione costitutiva: dare credito. Sulle politiche fiscali bene ha fatto il Governo in Finanziaria a premiare fiscalmente le banche che hanno aderito alla moratoria, perché significa premiare il merito. Ma occorre anche intervenire fiscalmente sulle imprese, perché sia favorita la loro capitalizzazione.

Lei è il promotore di un progetto di legge sullo Statuto delle Imprese. Il testo è stato firmato da altri 130 parlamentari ed ha riscosso l'approvazione da parte delle associazioni di rappresentanza e dal sistema delle Camere di Commercio. Di che cosa si tratta?

A quarant'anni dallo Statuto dei lavoratori, è giunta l'ora di riconoscere un corpus di diritti a chi, fino ad ora, ha avuto solo doveri: le imprese. Lo Statuto introduce nell'ordinamento, per la prima volta, diritti delle imprese verso le Amministrazioni statali e verso il Fisco; prevede una serie di interventi di semplificazione ad ogni livello per le PMI, sulla base dello Small Business Act dell'Unione Europea; semplifica l'avvio delle nuove imprese eliminando per i primi cinque anni ogni fardello burocratico (in pratica valgono solo Codice civile e Codice penale) e fiscale. Insomma, se sei un Bill Gates e vuoi aprire l'impresa nel garage, puoi farlo senza che vengano l'ASL o l'ARPA o i Vigili a soffocare il tuo embrione di azienda! Inoltre lo Statuto prevede la costituzione di un'Agenzia per le PMI e di una Commissione bicamerale che valuti - anticipatamente - l'impatto di norme e regolamenti sulle PMI, prevedendo oneri minori e tempi di adeguamento più lunghi. In sostanza, si chiede che in questi casi non si parta da norme pensate sulle grandi imprese (che sono, purtroppo, appena lo 0,3% del totale) ma dalle piccole. Dal punto di vista culturale, lo Statuto opera una rivoluzione copernicana: non si parte dal sospetto verso la persona e la sua libera iniziativa, ma dalla fiducia verso chi, ogni giorno, con il suo impegno, la sua responsabilità e il suo sacrificio, contribuisce a creare il PIL e l'occupazione nel nostro Paese. Anche in economia dobbiamo sostenere il popolo della libertà.

martedì 11 dicembre 2007

Il rapporto Censis e l'immigrazione

di Antonio Maglietta - 11 dicembre 2007

Attualmente tutto il sistema istituzionale in materia di immigrazione si basa sul ruolo centrale che riveste il Ministero dell'Interno (questioni direttamente legate alla sicurezza pubblica, all'asilo, alla cittadinanza, nonché alcuni aspetti relativi all'integrazione), intorno al quale agiscono, a seconda delle questioni, diverse altre amministrazioni:
- Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale (attraverso il ruolo delle Direzioni provinciali del lavoro in materia di contratti);
- Ministero della Solidarietà Sociale (vigilanza dei flussi di entrata dei lavoratori esteri non comunitari e neo comunitari, nonché coordinamento delle politiche a favore dell'integrazione sociale);
- Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità (tutela delle vittime di tratta, lotta alle discriminazioni ed al razzismo, contrasto delle mutilazioni genitali femminili, tutela dei diritti umani);
- Ministero degli Affari Esteri (accertamento del possesso dei requisiti necessari per ottenere il visto di ingresso in Italia e rilascio del visto stesso).
Secondo l'ultimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese in materia di immigrazione: se si considera il numero di amministrazioni da cui dipendono le principali decisioni in merito all'immigrazione e che sono incaricate di svolgere i compiti essenziali per la gestione della materia ma, soprattutto, se si guarda agli ambiti di possibile sovrapposizione potrebbe legittimamente sorgere il dubbio (che infatti è stato da più parti sollevato) se un fenomeno così complesso possa essere gestito con la dovuta efficienza e tempestività da una tale pluralità di soggetti. Inoltre, come risulta evidente dall'architettura istituzionale in materia, sembra evidente che l'intero sistema ruoti intorno al dato della sicurezza, e che tutte le questioni vengano trattate in un clima di perenne emergenza. In tal senso, un primo passo auspicabile, da fare anche in tempi brevi, sarebbe quello di cercare di uscire da questo clima ed arrivare a regolare il fenomeno con una programmazione dove siano chiare le responsabilità, i meriti ed i demeriti. Insomma, occorre costruire un sistema in cui vi sia l'azione integrata, coordinata e non confusa, di diversi soggetti (Ue, paesi di origine, associazioni datoriali italiane ecc.), che è impensabile non coinvolgere in una materia che, essendo tanto delicata e complessa, trascende anche i confini e gli interessi nazionali. L'introduzione della blu card, lo strumento per attirare lavoratori altamente qualificati nella Ue, su proposta del Vice-Presidente della Commissione europea Franco Frattini, è un esempio positivo in tal senso.
Per quanto riguarda, invece, gli aspetti del fenomeno legati alla questione dell'integrazione, nello stesso rapporto si evidenzia come: nel corso dell'ultimo anno compaiono i primi segnali d'insofferenza nei confronti degli stranieri, in particolare verso alcune comunità come quella dei rumeni e dei Rom; e iniziano ad apparire le prime crepe nel sistema d'integrazione. In pratica è emerso che proprio sotto il governo di centrosinistra, così attivo nelle chiacchiere sulle politiche di integrazione quanto immobile ed impalpabile negli atti concreti, il sistema dell'accoglienza è diventato sempre più traballante; e di pari passo è aumentata anche l'insofferenza degli italiani verso alcune componenti straniere, a causa dell'aumento dei crimini nel nostro Paese, direttamente collegato con l'ingresso in Italia di un considerevole numero di persone che avevano come unico scopo quello di delinquere sotto l'egida di una legislazione più morbida rispetto a quelle del loro Paese di origine. In questo caso un Paese moderno avrebbe dovuto rendersi attivo nelle politiche di accoglienza e di contrasto al crimine per tracciare un solco profondo tra chi ha voglia di lavorare ed integrarsi e chi vuole solo delinquere e continuare a vivere nell'impunità.
Lo straniero che delinque, inoltre, danneggia anche il connazionale che cerca solo di vivere onestamente lavorando, spesso anche in condizioni difficili, e che si ritrova, senza alcuna colpa, nello stesso calderone delle accuse per l'aumento del tasso di criminalità della componente straniera della società italiana. E' chiaro che non esistono bacchette magiche e la rigida separazione tra onesti e delinquenti non è una questione semplice da affrontare, anche perché spesso ci si trova dinanzi a casi in cui le linee di confine legalità/illegalità, onesto/delinquente, siano, allo stato attuale, veramente sottili ed impossibili da decifrare con chiarezza; ma almeno ci doveva essere la volontà di mettere in campo un piano di azione concreto, che desse almeno la percezione alle comunità straniere che vivono in Italia, ma anche alle singole coscienze che decidono di venire nel nostro Paese, che in generale il sistema italiano è tendenzialmente accogliente con l'onesto e severo con il delinquente. Invece chi arriva in Italia ha la sensazione che delinquere sia più conveniente che lavorare. Questo è il dato fondamentale che potrebbe creare situazioni pericolose ed effetti negativi che rischiamo di trascinarci anche nel medio e lungo periodo.

Antonio Maglietta
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