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giovedì 12 gennaio 2012
Rispettiamo la volontà degli immigrati senza forzature
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 gennaio 2012
Durante una audizione nella commissione affari costituzionali della Camera, il ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, caldeggiando l'adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia, ha sostenuto la necessità di adottare come criterio «non lo ius sanguinis, non lo ius soli, che esporrebbe un paese poroso come il nostro a eventi che non sono nella nostra cultura giuridica e umanistica, ma lo ius culturae», perché «pensarsi italiani ed essere italiani aiuta ad integrarsi» e aspettare il compimento del 18esimo anni può essere tardi perché «mi chiedo se a 18 anni la personalità non è già strutturata». In questo senso Riccardi ha definito come «molto opportuna» la ripresa dei lavori in materia di cittadinanza nella prima commissione di Montecitorio, «per affrontare il tema dei bambini nati in Italia e figli di genitori stranieri». Ma, ha aggiunto, «sono consapevole che il Governo non può che sostenere e appoggiare quello che maturerà all'interno del Parlamento. Una commissione presso il mio ministero sta studiando tutti i buoni progetti presentati in proposito. Faccio presente - ha aggiunto il ministro - cha dall'Unione europea vengono richieste di implementazione sui temi discussi in questa commissione, e che il 2013 sarà l'anno europeo della cittadinanza».
Nell’ambito della stessa occasione ha affermato anche che la cooperazione allo sviluppo «può anche servire a qualificare i migranti» e che il processo di integrazione ha inizio «fin dai Paesi di origine dei migranti».
Prima di parlare delle affermazioni fatte dall’attuale ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, bisogna fare una piccola ma fondamentale premessa. Andrea Riccardi è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, un movimento laicale dedito da più di 40 anni alla comunicazione del Vangelo e alla carità in Italia, e in altri 73 paesi nel mondo, ed è spesso impegnato a fornire forme di aiuto anche agli immigrati. Quando uno come Riccardi parla di immigrazione, con questa importante storia personale alle spalle e con una esperienza diretta sul campo che in pochi possono vantare, bisogna sicuramente prestare molta attenzione a quanto dice, seppur nel rispetto di una fisiologica differenza di vedute, perché questi pensieri vengono da una persona che ha un bagaglio culturale e di fatti vissuti in materia enorme e, soprattutto, una visione di insieme del tema.
Fatta questa debita premessa, è possibile affermare che, con riferimento a coloro che arrivano in Italia per lavoro, un sano processo di integrazione passa necessariamente per il rafforzamento della cooperazione allo sviluppo (quella reale e proficua e non quella dei soldi sprecati) e che, almeno fino ad ora, per vari motivi, questo strumento è stato utilizzato poco e talvolta male. Quindi ben vengano tutte le iniziative per implementare la cooperazione allo sviluppo, magari anche mirata ai paesi di provenienza della maggior parte degli immigrati in Italia e alle richieste del nostro mercato del lavoro, nell’ambito del miglioramento del processo di integrazione degli stranieri nel nostro Paese. Detto questo, tuttavia, bisogna fissare il punto fermo che la leva dell’immigrazione non debba essere assolutamente usata per reperire manodopera a basso costo, perché questo atto incivile serve solo per arricchire le tasche di pochi e comporta, di contro, una miriade di effetti negativi sugli stessi stranieri (lavoro nero, paghe da fame, ecc.), sugli italiani (concorrenza al ribasso sul salario) e, più in generale, sul nostro sistema di assistenza sociale e sul mercato del lavoro nazionale.
Per quanto riguarda, invece, l’adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia sarebbe opportuno ricordare che se uno straniero si sente italiano, nell’ambito del tema trattato, può acquistare la nostra cittadinanza al compimento dei 18 anni. La ratio della legge in vigore è che il figlio di un immigrato residente in Italia, consapevolmente, di sua sponte e nel momento in cui acquista la capacità di agire, ha la possibilità di diventare un cittadino italiano. Anzi proprio perché a 18 anni una persona ha una personalità abbastanza strutturata è meglio che faccia la scelta a quell’età, senza imposizioni da parte dei genitori o, peggio ancora, dello Stato. Se vogliamo che queste persone aderiscano ai valori che definiscono l'ordine normativo del nostro paese, dobbiamo rispettare innanzitutto la loro volontà di scegliere o no di acquistare la cittadinanza. Se integrarsi vuol dire aderire ai valori, stiamo parlando in primis di un processo tutto personale, che ovviamente investe tutto quello che in sociologia rientra nella definizione dei cosiddetti gruppi primari e secondari, ma che riguarda fondamentalmente la sfera della volontà personale.
La scuola, la famiglia, le istituzioni, magari anche l'ambiente di lavoro sono importanti nel processo di integrazione, ma l'aspetto fondamentale risiede nella volontà dell'individuo di accettare i valori del paese in cui vive. Per questo motivo, proprio perché l’attuale legge rispetta la volontà dell’individuo, le ipotesi di modifica che prevedano l’introduzione di automatismi nella concessione della cittadinanza è meglio che siano accantonate.
martedì 11 gennaio 2011
No alla proposta di legge Sarubbi-Granata sulla cittadinanza


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 11 gennaio 2011
Nei giorni scorsi l'on. Fabio Granata (Fli) ha dichiarato che «se la legislatura va avanti, bisogna dare cittadinanza ai giovani di seconda generazione». Ed ha aggiunto: «Quasi un milione di giovani nati in Italia da stranieri regolarmente residenti attendono una legge che li renda cittadini: in Parlamento esiste un'ampia maggioranza che può sostenere la legge Sarubbi/Granata. Nel 150° anniversario dell'unità d'Italia, sarebbe un segnale storico per l'Italia e per chi la ama». La proposta di legge in questione è l'atto Camera n. 2670, recante modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza.
L'attuale legge in materia di cittadinanza (legge 5 febbraio 1992, n. 91) dispone che lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data (art. 4, comma 2). La normativa, quindi, dispone che la cittadinanza italiana si acquisisce su esplicita volontà del richiedente (non si tratta di un'acquisizione automatica) ed alla presenza di alcuni requisiti fondamentali. La proposta di legge Sarubbi/Granata, invece, dispone che diviene cittadino italiano lo straniero nato o entrato in Italia entro il quinto anno di età, che vi abbia risieduto legalmente fino al raggiungimento della maggiore età, salvo che non esprima esplicito rifiuto; è richiesta al soggetto una scelta qualora la legislazione del Paese di origine non lo consenta. Nel caso in cui questa proposta divenisse legge, si passerebbe da un'acquisizione della cittadinanza su richiesta da parte dello straniero ad una procedura automatica.
Il problema, in questo caso, è che si tratta la cittadinanza come se fosse un semplice pezzo di carta e non un qualcosa di più profondo. L'espressa richiesta da parte dello straniero di avviare la procedura prevista dall'attuale normativa, in contrasto con l'acquisizione automatica, trova il suo fondamento nel fatto che, attraverso questo atto spontaneo ed esplicito, si dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana dopo un reale percorso di integrazione. Non si tratta, quindi, di un atto qualsiasi, che magari potrebbe essere sostituito con un automatismo senza colpo ferire, ma di un passaggio delicato che sancisce la fine di un processo attraverso il quale l'individuo diventa parte integrante di un sistema sociale, aderendo ai valori che ne definiscono l'ordine normativo.
Un altro punto controverso di questa proposta di legge è la disposizione che prevede che acquista la cittadinanza italiana, su propria istanza, a certe condizioni, con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell'Interno, lo straniero che da almeno cinque anni soggiorna legalmente nel territorio della Repubblica. E' prevista, di conseguenza, l'abrogazione dell'attuale normativa che di anni, invece, ne prevede dieci (art. 9, comma 1, lettera f, legge 5 febbraio 1992, n. 91). Qui non si capisce bene quale sia il concetto che sostiene la necessità di dimezzare i tempi per la naturalizzazione. La premessa della proposta di legge sostiene che un arco temporale molto lungo impedisce, di fatto, che l'acquisizione a pieno titolo dei diritti civili legati alla cittadinanza diventi un obiettivo che il cittadino straniero residente in Italia reputa davvero perseguibile. Non è affatto così. I dati dimostrano che, anche quando l'obiettivo è a portata di mano, per la maggior parte degli stranieri non è appetibile. Secondo l'Istat (La popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2007, 2 ottobre 2007) «la maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene ancora oggi per matrimonio: poiché i matrimoni misti si celebrano prevalentemente fra donne straniere e uomini italiani, tra i nuovi cittadini italiani sono più numerose le donne. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni».
Più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e, quindi, in possesso del requisito della residenza continuativa decennale. In pratica, stando ai dati (anno 2007), su circa 633 mila aventi diritto solo 35 mila ne hanno fatto richiesta, e in questa cifra si contano anche le acquisizioni per matrimonio. Uno studio Istat ancora più recente, elaborando i dati forniti dal ministero dell'Interno, aggiunge che le concessioni di cittadinanza italiana sono state poco meno di 40.000 nel 2008, un numero in contenuta crescita rispetto al 2007, dopo il forte incremento registrato nel 2006 (Noi Italia - 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, Popolazione straniera, 2010). Ed è proprio per questi stessi motivi che sbaglia la fondazione Migrantes a spingere per la riduzione dei tempi di attesa da 10 a 5 anni, per l'allargamento dello ius soli per i figli degli immigrati (oggi 600 mila in tutto il Paese, con 70 mila nuove nascite all'anno) e per l'accesso al voto amministrativo per gli stranieri. Perché diminuire il dato temporale da 10 a 5 anni per acquisire la cittadinanza italiana, raddoppiando la platea degli aventi diritto, se gli stessi stranieri che hanno i requisiti non la richiedono? Sarebbe un atto senza senso e non supportato da quella che è la realtà. E cosa vuol dire allargare lo ius soli per i figli degli immigrati? Se vuol dire introdurre meccanismi automatici che non contemplino un atto esplicito e volontario per acquisire la cittadinanza, allora no. Anche perché si parla tanto di integrazione e poi si vuole trasformare il ruolo dello straniero in questo delicato percorso da parte attiva, che decide in piena autonomia, a soggetto passivo.
Molto negativa anche la proposta del voto amministrativo per gli immigrati. In materia è stato posto un punto fermo dal Parere del Consiglio di Stato - Sezioni I e II - n.11074/04, espresso nell'adunanza del 6 luglio 2005 in relazione ad una specifica richiesta formulata da parte del ministero dell'Interno, già destinatario di un precedente Parere sulla medesima questione della Sezione Seconda del Consiglio di Stato. I giudici giustamente osservarono come gli articoli 48 e 51 della Costituzione coniughino espressamente con la cittadinanza il diritto di elettorato e di accesso agli uffici ed alle cariche pubbliche e come l'articolo 117 della Carta costituzionale riservi alla legislazione esclusiva dello Stato le materie della «condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione Europea», della «immigrazione» e della «legislazione elettorale» di Comuni, Province e Città metropolitane. In questo chiarissimo quadro normativo di riferimento, il Consiglio di Stato è pervenuto alla conclusione che l'ammissione degli stranieri al voto per le elezioni circoscrizionali possa configurarsi solo in presenza di una delle seguenti condizioni alternative: che l'ordinamento statale, il solo competente, provveda al relativo riconoscimento, ovvero che «le circoscrizioni possano essere espunte dal novero degli organi e degli uffici pubblici comunali». Entrambe le condizioni non risultano però riscontrabili nell'attuale ordinamento vigente ed in particolare non rinvenibili nel Testo Unico delle leggi sull'Ordinamento degli Enti Locali D.Lgs. 267 del 2000, articoli 8 e 17, e neppure nell'articolo 9 del D. Lgs. 286 del 1998 che disciplina lo status dello straniero in Italia. Il Parere espresso dalle sezioni consultive del Consiglio di Stato concludeva affermando che «deve escludersi che i diritti politici, nei quali si inquadra agevolmente il diritto di voto nelle elezioni amministrative, possano avere un contenuto differenziato nell'ambito della Repubblica», come conseguirebbe al riconoscimento di una competenza in materia al singolo ente locale e, con riguardo alle elezioni circoscrizionali, alla circostanza che esse possono riguardare soltanto i comuni di più elevata dimensione demografica (approndimento)
giovedì 13 maggio 2010
Immigrazione. In Italia nessuna rivolta come in Francia


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 12 maggio 2010
Le periferie italiane come le banlieu parigine? Le «aree deboli» delle nostre città possono essere teatro di rivolte dei giovani immigrati? Per Vincenzo Cesareo, docente presso l'università Cattolica di Milano e tra gli autori della ricerca «Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane» presentata lunedì scorso a Milano la risposta è: «No, almeno per ora». Il disagio e il malessere, infatti, non sono tali da far pensare a fenomeni simili. Mancano cioè i presupposti che possano generare fenomeni simili a quelli delle rivolte parigine. «Il degrado e l'immigrazione in Italia, pur tendendo a cumularsi, non sembrano ancora coincidere - spiega Vincenzo Cesareo -. Gli immigrati vivono più spesso in una condizione di disagio abitativo, ma hanno un accesso al lavoro. Anche se precario». Inoltre, la seconda generazione di immigrati, in Italia, non ha ancora le dimensioni che assume nella società francese. «Se, quindi, almeno finora, non si possono assimilare le tensioni che si sono verificate nelle periferie italiane con quelle francesi - conclude Vincenzo Cesareo - non va però escluso che possa accadere in futuro».
La Francia è stata teatro di una serie impressionante di guerriglie urbane mentre in Italia i casi più clamorosi sono stati sostanzialmente tre: la mini-rivolta d'immigrati cinesi in via Padova a Milano, in reazione ad un legittimo controllo della polizia municipale, la protesta degli immigrati africani a Castelvolturno in Campania, dopo la sconvolgente strage che coinvolse 6 persone anch'esse di origini africane, e la rivolta di Rosarno, scoppiata con un pretesto e alimentata dalla rabbia per il disagio lavorativo e abitativo che alcuni braccianti stranieri erano stati costretti ad accettare per vivere ma che nel tempo era divenuto insopportabile. Insomma, stiamo parlando di reazioni non paragonabili neanche lontanamente alle violenze scoppiate in Francia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il governo francese nel 2005, per rispondere all'ondata di violenze che si era abbattuta in molte città del territorio nazionale, fu costretto a dichiarare lo stato di emergenza rispolverando una legge varata in occasione della guerra d'Algeria del 1955. Se l'entità delle proteste degli immigrati in Francia non è minimamente paragonabile con la situazione italiana, ancora più netta è la diversità dei presupposti alla base di queste reazioni.
Le differenze tra la situazione italiana e quella francese non possono ridursi al solo dato economico e numerico nel senso che l'accesso al lavoro, il numero d'immigrati presenti sul territorio, il disagio abitativo non spiegano in maniera esaustiva il motivo per cui in Italia il livello di conflittualità è notevolmente inferiore a quello che si registra in Francia. C'è un dato su tutti che pone una netta demarcazione tra le due realtà nell'ambito dei presupposti, e cioè che i rivoltosi in Francia sono soprattutto cittadini francesi figli del colonialismo che si sentono trattati dalla società transalpina come elementi di secondo piano della comunità nazionale, mentre in Italia si tratta d'immigrati, clandestini ma anche regolari, che esprimono un disagio strettamente legato all'ambito lavorativo e abitativo. Lì, fermo restando il disagio legato alla casa e al lavoro, c'è un problema culturale, d'identità nazionale e di promesse tradite d'integrazione nel tessuto della comunità, mentre qui i conflitti sono più legati alla sfera economica. Lì c'è stato un conflitto mosso da una parte dei cittadini francesi uniti agli immigrati disagiati mentre da noi il motore è stato una piccola parte della popolazione immigrata che vive e lavora nel nostro territorio in condizioni di estremo disagio o è vittima di violenze (escluso il caso di via Padova a Milano).
In Francia la conflittualità ha radici profonde ed investe non solo il campo socio-economico ma anche il tema dell'identità nazionale e della pari dignità e opportunità dei cittadini, e non è un caso che i primi episodi di violenza siano avvenuti già a cavallo tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 mentre in Italia gli episodi sono più recenti e legati al fenomeno dell'immigrazione economica di massa che ha investito il nostro Paese dall'inizio degli anni '90 (i primi significativi episodi di conflitto, quindi, ci sono stati dopo poco meno di 20 anni dai primi consistenti arrivi di immigrati economici in Italia). Stiamo parlando, quindi, di due situazioni completamente diverse: da un lato, per quanto riguarda la Francia, del fallimento di un modello d'integrazione (quello assimilazionista) e dall'altro, il caso italiano, di un sistema economico che non riesce ad integrare al meglio i lavoratori immigrati (un problema che, comunque, leggendo gli ultimi International Migration Outlook dell'Ocse, investe tutti gli stati occidentali e non solo il nostro Paese). Secondo Angelo Panebianco «la politica assimilazionista francese puntava ad un'integrazione fondata su uno scambio: la concessione della «cittadinanza repubblicana», con i suoi diritti di libertà, in cambio di una privatizzazione del credo religioso, del divieto di far valere entro l'arena pubblica le appartenenze religiose. (...) In Francia non solo settori rilevanti della nuova immigrazione musulmana, ma anche molti figli e nipoti di quegli immigrati nordafricani che, alcuni decenni fa, scelsero con orgoglio di diventare "cittadini francesi" rifiutano oggi l' assimilazione: sposano, polemicamente, il separatismo culturale, contro l'appartenenza francese».
La politica dell'assimilazionismo, non solo è miseramente fallita perché fondata su un do ut des insostenibile nella realtà (la concessione della cittadinanza in cambio della negazione della propria identità culturale e religiosa), ma ha creato in Francia cittadini di serie A e di serie B e un risentimento diffuso da parte di questi ultimi che sfocia nel separatismo culturale e nell'avversione contro la stessa nazione di cui, almeno sulla carta, sono cittadini a tutti gli effetti.I fischi dei giovani cittadini francesi di origine maghrebina, prima delle partite della nazionale di calcio transalpina contro Tunisia, Marocco e Algeria non sono solo un fatto circoscritto all'ambito calcistico, ma un segnale evidente di malessere nei confronti della nazione in cui vivono e una dichiarazione di appartenenza a un'altra identità.
venerdì 22 febbraio 2008
Immigrazione: stretta sulla cittadinanza in Gran Bretagna


di Antonio Maglietta - 21 febbraio 2008
Gli stranieri che metteranno piede sul suolo di sua Maestà dovranno attendere più dei loro «avi», pagare di più e svolgere opera di volontariato prima di diventare cittadini britannici a tutti gli effetti: è la nuova proposta delineata mercoledì dal governo del premier laburista Gordon Brown. La proposta, con tutta probabilità, è maturata dopo i continui attacchi ricevuti negli ultimi mesi dai media e da importanti think-thank del Paese in tema di politiche dell'accoglienza, che hanno accusato l'esecutivo britannico di lassismo e di ingiustificato ed eccessivo buonismo. Attualmente gli stranieri che vivono in Gran Bretagna devono attendere cinque anni prima di richiedere la cittadinanza. In futuro bisognerà aspettare sei anni, e i richiedenti dovranno accettare di fare del volontariato, in caso contrario l'attesa si allungherà a otto anni.
L'esecutivo di Brown fa intendere che gli stranieri dovranno «guadagnarsi» la cittadinanza in Gran Bretagna. I Tories (l'opposizione conservatrice) hanno definito il progetto, che non riguarda i cittadini europei, una trovata pubblicitaria. Nel presentare la proposta, il ministro dell'Interno, Jacqui Smith, ha spiegato che gli immigrati dovranno mostrare il loro contributo alla società, andando oltre il semplice lavoro e pagamento delle tasse. Alcuni potrebbero essere costretti a versare soldi a favore di un fondo per i servizi pubblici e a «superare» un periodo di «cittadinanza di prova». Per Smith, riformare l'iter attraverso il quale si ottiene la cittadinanza è la parte che manca della riforma del sistema d'immigrazione del Regno Unito. Il fatto che sarà più complicato diventare cittadini britannici- scrive la Bbc nel suo sito internet - demolisce l'attuale sistema che permette alle persone di chiedere la «naturalisation» sulla base del periodo in cui hanno vissuto nel Paese.
Nessun aiuto per gli immigrati che non provengono dall'Area economica europea (Eea): non avranno più la possibilità di vivere in Gran Bretagna senza mostrare maggior impegno nella società nel corso degli anni. In futuro - ha sottolineato Smith - saranno incoraggiati ad «andare avanti» nel sistema che porta alla cittadinanza o a scegliere, in definitiva, di lasciare il Paese. Inoltre, il governo Brown vuole istituire una speciale «tassa di ingresso» per gli immigrati, in modo che contribuiscano al finanziamento di scuole, ospedali e altri servizi pubblici. La tassa sarà più alta se gli stranieri, intenzionati a stabilirsi in Gran Bretagna, avranno con sè figli in età scolastica o familiari anziani destinati a pesare molto sul sistema del welfare nazionale. La «immigration tax» verrà proposta in un libro bianco di prossima pubblicazione, preparato dal ministero degli Interni e anticipato mercoledì dal quotidiano «Daily Telegraph». A detta del governo la misura si impone perché negli ultimi anni il forte flusso di immigrati ha messo in difficoltà il sistema sanitario nazionale così come le scuole. Senza contare che, una volta installati legalmente, gli immigrati hanno anch'essi diritto a sussidi di varia natura se sono senza lavoro e in uno stato di povertà.
Il libro bianco proporrà di far pagare la nuova tassa tramite un consistente aumento delle tariffe per la concessione dei visti di lavoro ma molte amministrazioni locali, già in difficoltà per le spese aggiuntive connesse con il massiccio sbarco di stranieri, hanno già fatto presente che quella non è la strada giusta: l'aumento dei visti non prende di petto il problema e non potrà raddrizzare la situazione. Negli ultimi anni la stragrande maggioranza degli immigrati è in effetti arrivata da paesi come la Polonia, che fanno parte dell'Unione europea e sono quindi esentati dal regime dei visti. La Gran Bretagna concede poi piena libertà di ingresso ai cittadini di un certo numero di paesi appartenenti al Commonwealth, che sarebbero anch'essi esentati di fatto dalla «immigration tax» se il prelievo avvenisse soltanto tramite il pagamento dei visti. Le amministrazioni locali hanno anche avvertito che saranno costretti ad aumentare le tasse di loro competenza se la «immigration tax» non si tradurrà in entrate aggiuntive pari ad almeno 330 milioni di euro. Il governo ha replicato che l'obiettivo strategico della tassa non è quello di rastrellare grosse somme ma di responsabilizzare di più gli immigrati e di meglio prepararli ai doveri connessi con la cittadinanza britannica, ottenibile dopo cinque anni di permanenza.
Chissà cosa diranno ora i guru del centrosinistra italiano che, in tema di immigrazione, indicavano spesso il modello britannico come la panacea di tutte le criticità legate alle politiche nazionali di accoglienza degli immigrati. Il Governo Prodi voleva ridurre il dato temporale per l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte degli stranieri a 5 anni (ora è di 10 anni) ed attuare una politica di accoglienza senza responsabilizzare gli stranieri ma attraverso un sistema sostenuto economicamente solo attraverso i soldi dei cittadini italiani. Una strada sbagliata che per fortuna non abbiamo imboccato solo perché il governo è caduto. Un motivo in più per non votarli e scegliere il Popolo della Libertà.
Antonio Maglietta
giovedì 4 ottobre 2007
Immigrazione. I numeri e l'ideologia


di Antonio Maglietta - 4 ottobre 2007
L'Istituto Nazionale di Statistica ha diffuso martedì scorso alcuni dati interessanti sul fenomeno dell'immigrazione in Italia. Secondo l'Istat «sono sempre più numerosi gli immigrati che diventano italiani "per acquisizione di cittadinanza": nel 2006 sono stati registrati 35.266 nuovi cittadini italiani, circa il 23% in più rispetto al 2005. Il fenomeno, tuttavia, è ancora relativamente limitato. Si tenga presente che dal 1996, anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell'ambito della rilevazione sulla popolazione straniera residente, esse sono state complessivamente circa 182.000. Stimando, in base ai dati disponibili di fonte ministero dell'Interno, le concessioni fino al 1995 in circa 33.600, si ottiene un totale di 215.000 cittadini stranieri che fino al 2006 hanno ottenuto la cittadinanza italiana. La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene ancora oggi per matrimonio: poiché i matrimoni misti si celebrano prevalentemente fra donne straniere e uomini italiani, tra i nuovi cittadini italiani sono più numerose le donne. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni... Più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e quindi potrebbe essere in possesso del requisito della residenza continuativa».
Molti stranieri, quindi, pur avendo i requisiti di legge, ed in particolare la residenza decennale nel nostro Paese, decidono di non richiedere la naturalizzazione. Infatti, la maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio. Il rapporto dell'Istat non rileva nessun difetto legislativo nel processo di naturalizzazione tale da giustificare la proposta governativa di portare il termine della residenza continuativa a 5 anni in sostituzione degli attuali 10. Perché, allora, il governo vuole questa modifica, se la maggior parte degli stessi stranieri (quindi i diretti interessati) decide di non acquistare la cittadinanza italiana nemmeno dopo 10 anni?
Per quanto riguarda il motivo della presenza degli immigrati in Italia, il Rapporto afferma che «il lavoro è la causa prevalente (1.463.058 permessi), soprattutto tra gli uomini (circa il 78%), mentre per le donne la quota scende al 44%. Negli ultimi anni cresce il numero dei permessi per motivi familiari (763.744), anche per effetto della regolarizzazione del 2002, che ha fortemente accresciuto il numero di coloro che si sono potuti avvalere della facoltà di ricostituire in Italia il proprio nucleo familiare. Soprattutto le donne sono presenti in Italia con un permesso di questo tipo (in oltre il 48% dei casi), ma i permessi per ricongiungimento familiare sono aumentati anche per gli uomini, grazie all'azione di richiamo dei congiunti da parte delle donne che hanno fatto il loro ingresso in Italia per motivi di lavoro. Al 1° gennaio 2007 le due tipologie di permessi, lavoro e famiglia, considerate insieme, rappresentano ormai oltre il 90% dei motivi di presenza». Se il lavoro e la famiglia sono i motivi principali della presenza stanziale degli stranieri in Italia, allora, di conseguenza, diventa ragionevole pensare che il fenomeno andrebbe regolato rafforzando i percorsi legali di entrambi gli ambiti. Invece la «strana coppia» Amato-Ferrero, come sappiamo, ha deciso di dare la possibilità agli stranieri di venire in Italia senza avere un contratto di lavoro, mettendo una pietra tombale sulle politiche legate al concetto di immigrazione economica e su qualsiasi realistico percorso a tappe che garantisca sia un minimo di controllo - e quindi di sicurezza al nostro Paese - che la possibilità di una integrazione graduale dello straniero.
La cieca furia ideologica e, forse, un cinico calcolo politico sembrano aver preso il sopravvento sulla ragione ed una sgangherata idea di multiculturalismo - una sorta di melting pot casereccio - viene sbandierata a sinistra come la panacea di tutti i mali. Neanche le analisi sui dati riescono a far cambiare idea a chi ha deciso, forse, che il voto degli immigrati, trasformati da subito e senza fronzoli in neo-cittadini, possa dargli a vita il governo del Paese.
Antonio Maglietta
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