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giovedì 13 maggio 2010

Immigrazione. In Italia nessuna rivolta come in Francia



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 12 maggio 2010

Le periferie italiane come le banlieu parigine? Le «aree deboli» delle nostre città possono essere teatro di rivolte dei giovani immigrati? Per Vincenzo Cesareo, docente presso l'università Cattolica di Milano e tra gli autori della ricerca «Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane» presentata lunedì scorso a Milano la risposta è: «No, almeno per ora». Il disagio e il malessere, infatti, non sono tali da far pensare a fenomeni simili. Mancano cioè i presupposti che possano generare fenomeni simili a quelli delle rivolte parigine. «Il degrado e l'immigrazione in Italia, pur tendendo a cumularsi, non sembrano ancora coincidere - spiega Vincenzo Cesareo -. Gli immigrati vivono più spesso in una condizione di disagio abitativo, ma hanno un accesso al lavoro. Anche se precario». Inoltre, la seconda generazione di immigrati, in Italia, non ha ancora le dimensioni che assume nella società francese. «Se, quindi, almeno finora, non si possono assimilare le tensioni che si sono verificate nelle periferie italiane con quelle francesi - conclude Vincenzo Cesareo - non va però escluso che possa accadere in futuro».

La Francia è stata teatro di una serie impressionante di guerriglie urbane mentre in Italia i casi più clamorosi sono stati sostanzialmente tre: la mini-rivolta d'immigrati cinesi in via Padova a Milano, in reazione ad un legittimo controllo della polizia municipale, la protesta degli immigrati africani a Castelvolturno in Campania, dopo la sconvolgente strage che coinvolse 6 persone anch'esse di origini africane, e la rivolta di Rosarno, scoppiata con un pretesto e alimentata dalla rabbia per il disagio lavorativo e abitativo che alcuni braccianti stranieri erano stati costretti ad accettare per vivere ma che nel tempo era divenuto insopportabile. Insomma, stiamo parlando di reazioni non paragonabili neanche lontanamente alle violenze scoppiate in Francia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il governo francese nel 2005, per rispondere all'ondata di violenze che si era abbattuta in molte città del territorio nazionale, fu costretto a dichiarare lo stato di emergenza rispolverando una legge varata in occasione della guerra d'Algeria del 1955. Se l'entità delle proteste degli immigrati in Francia non è minimamente paragonabile con la situazione italiana, ancora più netta è la diversità dei presupposti alla base di queste reazioni.
Le differenze tra la situazione italiana e quella francese non possono ridursi al solo dato economico e numerico nel senso che l'accesso al lavoro, il numero d'immigrati presenti sul territorio, il disagio abitativo non spiegano in maniera esaustiva il motivo per cui in Italia il livello di conflittualità è notevolmente inferiore a quello che si registra in Francia. C'è un dato su tutti che pone una netta demarcazione tra le due realtà nell'ambito dei presupposti, e cioè che i rivoltosi in Francia sono soprattutto cittadini francesi figli del colonialismo che si sentono trattati dalla società transalpina come elementi di secondo piano della comunità nazionale, mentre in Italia si tratta d'immigrati, clandestini ma anche regolari, che esprimono un disagio strettamente legato all'ambito lavorativo e abitativo. Lì, fermo restando il disagio legato alla casa e al lavoro, c'è un problema culturale, d'identità nazionale e di promesse tradite d'integrazione nel tessuto della comunità, mentre qui i conflitti sono più legati alla sfera economica. Lì c'è stato un conflitto mosso da una parte dei cittadini francesi uniti agli immigrati disagiati mentre da noi il motore è stato una piccola parte della popolazione immigrata che vive e lavora nel nostro territorio in condizioni di estremo disagio o è vittima di violenze (escluso il caso di via Padova a Milano).
In Francia la conflittualità ha radici profonde ed investe non solo il campo socio-economico ma anche il tema dell'identità nazionale e della pari dignità e opportunità dei cittadini, e non è un caso che i primi episodi di violenza siano avvenuti già a cavallo tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80 mentre in Italia gli episodi sono più recenti e legati al fenomeno dell'immigrazione economica di massa che ha investito il nostro Paese dall'inizio degli anni '90 (i primi significativi episodi di conflitto, quindi, ci sono stati dopo poco meno di 20 anni dai primi consistenti arrivi di immigrati economici in Italia). Stiamo parlando, quindi, di due situazioni completamente diverse: da un lato, per quanto riguarda la Francia, del fallimento di un modello d'integrazione (quello assimilazionista) e dall'altro, il caso italiano, di un sistema economico che non riesce ad integrare al meglio i lavoratori immigrati (un problema che, comunque, leggendo gli ultimi International Migration Outlook dell'Ocse, investe tutti gli stati occidentali e non solo il nostro Paese). Secondo Angelo Panebianco «la politica assimilazionista francese puntava ad un'integrazione fondata su uno scambio: la concessione della «cittadinanza repubblicana», con i suoi diritti di libertà, in cambio di una privatizzazione del credo religioso, del divieto di far valere entro l'arena pubblica le appartenenze religiose. (...) In Francia non solo settori rilevanti della nuova immigrazione musulmana, ma anche molti figli e nipoti di quegli immigrati nordafricani che, alcuni decenni fa, scelsero con orgoglio di diventare "cittadini francesi" rifiutano oggi l' assimilazione: sposano, polemicamente, il separatismo culturale, contro l'appartenenza francese».
La politica dell'assimilazionismo, non solo è miseramente fallita perché fondata su un do ut des insostenibile nella realtà (la concessione della cittadinanza in cambio della negazione della propria identità culturale e religiosa), ma ha creato in Francia cittadini di serie A e di serie B e un risentimento diffuso da parte di questi ultimi che sfocia nel separatismo culturale e nell'avversione contro la stessa nazione di cui, almeno sulla carta, sono cittadini a tutti gli effetti.I fischi dei giovani cittadini francesi di origine maghrebina, prima delle partite della nazionale di calcio transalpina contro Tunisia, Marocco e Algeria non sono solo un fatto circoscritto all'ambito calcistico, ma un segnale evidente di malessere nei confronti della nazione in cui vivono e una dichiarazione di appartenenza a un'altra identità.

mercoledì 11 novembre 2009

La tolleranza parte dall’accettazione della diversità



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 10 novembre 2009

«Al problema dell'immigrazione, che rappresenta uno dei «grandi cambiamenti sociali in atto», «occorre dare risposte avendo chiaro che non ci può essere uno sviluppo effettivo se non si favorisce l'incontro tra i popoli, il dialogo tra le culture e il rispetto delle legittime differenze». Lo ha affermato Papa Benedetto XVI nel suo discorso al VI Congresso Mondiale della Pastorale dei Migranti e dei Rifugiati. «In questa ottica - si è chiesto il Pontefice - perché non considerare l'attuale fenomeno mondiale migratorio come condizione favorevole per la comprensione tra i popoli e per la costruzione della pace e di uno sviluppo che interessi ogni Nazione?».

Secondo il presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale dei migranti e gli itineranti, mons. Antonio Maria Veiò, che ha aperto lunedì mattina in Vaticano il Congresso: «Occorre superare le paure che nascono dalle migrazioni viste come un'incognita, talvolta ridotta esclusivamente ad una questione di ordine pubblico da affrontare con la repressione. Guardando al futuro - ha aggiunto -, si potrà probabilmente pensare a strumenti addizionali per provvedere alle lacune che emergono in un fenomeno umano in continua evoluzione e crescita o a una nuova convenzione internazionale che sintetizzi la normativa sui diritto e doveri dei migranti. Oggi - ha sottolineato - tuttavia, appare sempre più importante puntare sulla integrazione, che non equivale a un processo di assimilazione».

Sul tema dell'integrazione e della tolleranza è intervenuto anche lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, a margine della cerimonia di apertura della XV edizione del Medfilm Festival a Roma, che ha affermato di aver sentito il bisogno di tornare sull'argomento dopo gli episodi di intolleranza verificatisi negli ultimi tre anni in Italia. Per uscire dalla spirale dell'odio nei confronti dell'altro, secondo lo scrittore, «bisogna puntare sui bambini, perché è inutile spiegare a un adulto di quarant'anni, cresciuto nel pregiudizio, cosa sia la tolleranza». E ancora: «Nelle scuole pubbliche il crocifisso non deve esserci. Negli istituti privati e cattolici la cosa è diversa. La religione deve rimanere un fatto privato, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi mondo, sia in quello cristiano che in quello musulmano e ebraico». «L'Italia, però, non è un Paese laico, è una nazione estremamente attaccata alla religione cristiana e ai suoi simboli, almeno sul piano formale», ha affermato polemicamente l'intellettuale francofono più tradotto al mondo. Impossibile quindi immaginare che in Italia venga varata una legge come quella introdotta in Francia nel 2004 dal governo Raffarin, che vieta i simboli religiosi nelle scuole? «Per ottenerla - ricorda Ben Jelloun - ci sono voluti cento anni. E in Italia, di laicità dello Stato, si è iniziato a parlare da poco».

Insomma Ben Jelloun predica la tolleranza a modo suo giacché proprio lui non tollera la cultura del nostro paese, giudicata con piglio severo come cosa ben diversa da quella francese. Parla di fantomatici episodi d'intolleranza nel nostro paese ma dimentica colpevolmente i gravissimi episodi di violenza che hanno scosso le banlieues di alcune città francesi e i motivi dello scoppio di quelle terribili ondate. Ah, les français! A suo avviso la tolleranza non consiste nella semplice accettazione delle diversità. Serve di più: l'intervento dello Stato, nelle vesti di padre-pardone, per cancellare le diversità in favore del totem statalista. Quindi niente simboli religiosi, come il crocifisso nelle scuole pubbliche; e pazienza se si tratta di segni tangibili della nostra cultura e non di imposizioni di natura religiosa (come sarebbe ad esempio la preghiera in classe).

Per lo scrittore francese la via maestra per l'integrazione passerebbe esclusivamente per l'appiattimento culturale, sia da parte del paese ospitante che dell'immigrato, e l'asservimento del singolo alla legge dello Stato. Stiamo parlando, quindi, della riproposizione del modello assimilazionista francese, quello miseramente fallito alla pari di tutti gli altri modelli d'integrazione avanzati fin qui conosciuti. Secondo Angelo Panebianco, questo modello si fonda sulla «concessione della "cittadinanza repubblicana", con i suoi diritti di libertà, in cambio di una privatizzazione del credo religioso, del divieto di far valere entro l'arena pubblica le appartenenze religiose». Tuttavia «in Francia, non solo settori rilevanti della nuova immigrazione musulmana ma anche molti figli e nipoti di quegli immigrati nordafricani che, alcuni decenni fa, scelsero con orgoglio di diventare "cittadini francesi" rifiutano oggi l'assimilazione: sposano, polemicamente, il separatismo culturale, contro l'appartenenza francese» (Panebianco A., Corriere della Sera, 6 dicembre 2004). Bisognerebbe ricordare a Ben Jelloun, così caustico nel giudicare il rapporto tra religioni e tolleranza, che, com'è possibile leggere anche sull'Enciclopedia Treccani, questo principio si è affermato originariamente in campo religioso come riconoscimento della libertà di coscienza in nome della coesistenza pacifica di tutte le confessioni e gli orientamenti di fede. In senso più vasto, la tolleranza è intesa come libertà di coscienza, come rispetto di tutte le convinzioni non solo in materia di religione, ma anche di politica, morale e scienza. Così intesa, la tolleranza si identifica con il pluralismo dei valori, dei gruppi e degli interessi nella società, e il suo significato finisce per coincidere con quello di libertà.

Quindi tolleranza significa libertà e non asservimento. Tuttavia sappiamo che anche il modello pluralista britannico, che concedeva generosamente spazi pubblici alle minoranze etniche o religiose in nome della tolleranza, sotto forma di «diritti collettivi», è miseramente fallito. E allora da dove bisogna partire? Innanzitutto dall'esperienza che ci dice quali sono stati i modelli di integrazione falliti e le motivazioni di queste debacles. La vera sfida che attende i governi dei paesi ospitanti è proprio quella di trovare un nuovo modello di convivenza tra diversi che non ripeta gli errori del passato.
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