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martedì 8 aprile 2008

Immigrazione. La memoria corta di Ferrero


di Antonio Maglietta - 8 aprile 2008

«Aumentare i Cpt significherebbe buttare i soldi degli italiani dalla finestra e peggiorare la situazione degli immigrati». Così il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, a margine della presentazione del suo libro Immigrazione. Fa più rumore l'albero che cade che la foresta che cresce, ha risposto a Gianfranco Fini, che aveva auspicato la costruzione dei centri in ogni regione italiana. Probabilmente il ministro Ferrero ha la memoria corta e forse non rammenta che i Cpt sono stati introdotti dal primo governo Prodi con la legge n. 40 del 1998, che porta la firma dell'allora titolare del dicastero oggi occupato dallo stesso Ferrero, Livia Turco, e del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, all'epoca ministro dell'Interno. Ferrero ha anche accusato il centrodestra di alimentare campagne di odio: «A ogni problema indicano come responsabile l'immigrazione e lo fanno su tre reti televisive su sei». Ed è proprio questo «grado di strumentalità pazzesco che ha seminato odio», e in questo aspetto «risiede la differenza tra la destra italiana, estremista, dalle destre moderate europee. In Italia la destra è razzista».

Tralasciando le polemiche sui media, davvero stucchevoli, varrebbe la pena di dire al ministro Ferrero che il centrodestra italiano non è né razzista e né tanto meno falsamente perbenista. E' solo realista. Basterebbe guardare i rapporti ufficiali del ministro dell'Interno dello stesso governo di cui fa parte Ferrero per dare un quadro realistico e non propagandistico della situazione. Si legge, infatti, nell'ultimo Rapporto sulla criminalità in Italia presentato dal ministro Giuliano Amato il 20 giugno dello scorso anno: «Negli ultimi vent'anni è cresciuto sensibilmente il contributo fornito dagli stranieri di alcune nazionalità alla diffusione di alcuni reati, in particolare i reati contro la proprietà - ovvero i furti e le rapine - i reati violenti, i reati connessi ai mercati illeciti della droga e della prostituzione. Tale contributo appare sproporzionato per eccesso rispetto alla quota di stranieri residenti nel nostro paese, anche se si tiene conto della presenza di stranieri non documentata». E ancora: «Il trend degli stranieri denunciati per reati inerenti agli stupefacenti, anche in conseguenza dei crescenti flussi migratori clandestini verso l'Italia, è stato tendenzialmente in crescita, con l'effetto di determinare, con il passare degli anni, un consolidamento territoriale da parte di organizzazioni criminali straniere implicate nel narcotraffico, spesso in collaborazione con le organizzazioni italiane. Al riguardo, i dati sul numero di persone coinvolte distinte tra italiani e stranieri evidenziano che mentre nel decennio 1987-1996 le percentuali degli italiani erano nettamente superiori (82,7%) a quelle degli stranieri (17,3%), nel decennio 1997-2006, pur rimanendo il medesimo rapporto, la percentuale di italiani è diminuita (70,8%) ed è aumentata quella degli stranieri (29,2%)».

«L'incidenza degli stranieri - si legge ancora - tra i denunciati, però, varia molto a seconda dei reati. Si va da incidenze basse, come il 3% per le rapine in banca o il 6% per quelle negli uffici postali, al poco meno del 70% che caratterizza i borseggi, ovvero quelli che la classificazione riportata definisce "furti con destrezza". Tra questi due estremi, gli stranieri costituiscono il 51% dei denunciati per rapina in abitazione o furto in abitazione, il 45% dei denunciati per rapina in pubblica via, il 19% per le estorsioni e il 29% per le truffe e le frodi informatiche. Intorno ad un terzo dei denunciati troviamo gran parte dei reati violenti. La quota di stranieri qui va dal 39% dei denunciati per violenze sessuali al 36% per gli omicidi consumati e al 31% per quelli tentati, al 27% dei denunciati per il reato di lesioni dolose. Simili sono poi le percentuali di stranieri sul totale degli arrestati per alcuni reati predatori strumentali, come i furti di autovetture (38%) e gli scippi (29%). E' importante sottolineare che la netta maggioranza di questi reati viene commessa da stranieri irregolari, mentre quelli regolari hanno una delittuosità non molto dissimile dalla popolazione italiana».

E' chiaro che l'immigrazione è un fenomeno complesso che non deve essere trattato solo dal lato della sicurezza, ma va anche detto con forza che la via falsamente perbenista e pseudo-buonista del centrosinistra italiano, che propone l'abolizione dei Cpt e l'introduzione di istituti come la sponsorizzazione e l'autosponsorizzazione, equivarrebbe di fatto ad alzare bandiera bianca ed arrendersi ai flussi migratori incontrollati. In quest'ottica, a rimetterci sarebbero sia gli italiani che gli stessi stranieri, i quali, invece di trovare una situazione migliore rispetto a quella d'origine, rischierebbero di passare da un incubo all'altro, con l'aggravante di essere anche lontani dalla propria casa e dai propri affetti.

Antonio Maglietta

giovedì 27 marzo 2008

I pasticci di Prodi e Ferrero



Il Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati è incostituzionale

di Antonio Maglietta - 26 marzo 2008

Il comma 1267 dell'articolo 1 della legge n. 296 del 2006 (Finanziaria 2007) dispone l'istituzione, presso il ministero della Solidarietà Sociale, del Fondo per l'inclusione sociale degli immigrati, per il quale è stanziata la somma di 50 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007, 2008 e 2009. Il Fondo è altresì finalizzato alla realizzazione di un piano per l'accoglienza degli alunni stranieri, anche per favorire il rapporto scuola-famiglia, mediante l'utilizzo, per fini non didattici, di apposite figure professionali madrelingua quali mediatori culturali.

La Regione Veneto, nell'ambito di un ricorso alla Corte Costituzionale (iscritto al n. 10 del reg. ric. 2007) che ha toccato più di una norma della Finanziaria 2007, ha obiettato che il Fondo concerne materie che riguardano le politiche sociali di stretta competenza regionale e non statale, con la conseguente violazione degli articoli 117, quarto comma, 118 e 119 della Costituzione. In subordine, comunque, la Regione ha osservato che, tenuto conto delle possibili interferenze tra la suddetta materia e le materie diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea (articolo 117, secondo comma, lettera a) e immigrazione (articolo 117, secondo comma, lettera b), attribuite alla potestà esclusiva dello Stato, vi sarebbe in ogni caso la lesione del principio di leale collaborazione, come desumibile dagli articoli 5 e 120, secondo comma, della Costituzione, nonché dall'articolo 11 della legge costituzionale n. 3 del 2001. La Regione Lombardia, con ricorso depositato il 7 marzo dello scorso anno (iscritto al n. 14 del reg. ric. 2007), ha impugnato anch'essa una serie di norme della Finanziaria 2007, tra cui il comma 1267 dell'articolo 1, obiettando che non riserverebbe nessuno spazio a forme di partecipazione e collaborazione nella determinazione degli interventi in un settore in cui le Regioni hanno indubbia competenza.

La Corte Costituzionale, nella sentenza n. 50, depositata il 7 marzo scorso, ha messo subito in evidenza che il legislatore ha voluto perseguire, come risulta anche dalla stessa denominazione del Fondo, una chiara finalità di politica sociale, prevedendo uno stanziamento di risorse finanziarie al fine di assicurare l'adozione di una serie di misure di assistenza. Partendo da questa premessa, i giudici della Corte Costituzionale hanno sancito che: «La norma in esame, non prevedendo un intervento pubblico connesso alla programmazione dei flussi di ingresso ovvero al soggiorno degli stranieri nel territorio nazionale, non rientra nella competenza legislativa esclusiva statale in materia di immigrazione, ma inerisce ad ambiti materiali regionali, quali quelli dei servizi sociali e dell'istruzione (sentenza n. 300 del 2005, nonché, sia pure con riferimento ad una fattispecie diversa, sentenza n. 156 del 2006). Del resto, lo stesso legislatore statale ha attribuito alle Regioni il compito di adottare misure di "integrazione sociale" nell'ambito "delle proprie competenze" secondo quanto previsto dall'articolo 42 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante "Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero"».

Pertanto è stata dichiarata la illegittimità costituzionale della norma impugnata per violazione degli articoli 117, quarto comma, e 119 della Costituzione. La Corte ha comunque precisato che, vista la natura sociale delle provvidenze erogate, le quali ineriscono a diritti fondamentali, dovrà essere garantita, in ossequio ai principi di solidarietà sociale, la continuità di erogazione, con conseguente salvezza degli eventuali procedimenti di spesa in corso, anche se non esauriti (sentenze n. 423 del 2004 e n. 370 del 2003). I soldi, in estrema sintesi, se ci sono, devono essere assegnati alle Regioni.

Dopo due settimane dal deposito della sentenza, un affranto Ferrero, venerdì scorso, ha così commentato: «Le risorse, che erano destinate ad interventi di aiuto agli immigrati, andranno ora alle Regioni senza vincoli di destinazione d'uso. Considero questo amaramente perché se un paese che ha bisogno di immigrati per il lavoro non ci mette le risorse il rischio è poi di avere dei problemi». Probabilmente Ferrero non ha letto bene la sentenza, visto che la stessa Corte ha precisato che dovranno essere garantiti anche i procedimenti di spesa in corso. Ma il problema è un altro ed è tutto politico. Il centrosinistra al governo, calpestando anche la Costituzione e cercando di scavalcare anche le fastidiose (per loro) competenze regionali in materia, ha tentato di usare denaro pubblico per finanziare un demagogico impianto sull'immigrazione che si basa sul principio del «porte aperte per tutti» e su un costosissimo welfare, aperto praticamente a chiunque, ma pagato esclusivamente dalle tasche dei cittadini italiani. Ed è proprio grazie a questo assurdo sistema che nascono i problemi, perché si usano i soldi degli italiani per finanziare un welfare costoso ed inefficiente, con il rischio di fomentare un pericoloso sentimento anti-immigrati, senza cercare di responsabilizzare gli stessi stranieri con l'introduzione, ad esempio, della immigration tax, fatta pagare a chi arriva per finanziare i servizi pubblici che usa, così come proposto ultimamente in Gran Bretagna dal governo laburista di Gordon Brown.

Antonio Maglietta

giovedì 4 ottobre 2007

Immigrazione. I numeri e l'ideologia



di Antonio Maglietta - 4 ottobre 2007

L'Istituto Nazionale di Statistica ha diffuso martedì scorso alcuni dati interessanti sul fenomeno dell'immigrazione in Italia. Secondo l'Istat «sono sempre più numerosi gli immigrati che diventano italiani "per acquisizione di cittadinanza": nel 2006 sono stati registrati 35.266 nuovi cittadini italiani, circa il 23% in più rispetto al 2005. Il fenomeno, tuttavia, è ancora relativamente limitato. Si tenga presente che dal 1996, anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell'ambito della rilevazione sulla popolazione straniera residente, esse sono state complessivamente circa 182.000. Stimando, in base ai dati disponibili di fonte ministero dell'Interno, le concessioni fino al 1995 in circa 33.600, si ottiene un totale di 215.000 cittadini stranieri che fino al 2006 hanno ottenuto la cittadinanza italiana. La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene ancora oggi per matrimonio: poiché i matrimoni misti si celebrano prevalentemente fra donne straniere e uomini italiani, tra i nuovi cittadini italiani sono più numerose le donne. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni... Più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e quindi potrebbe essere in possesso del requisito della residenza continuativa».
Molti stranieri, quindi, pur avendo i requisiti di legge, ed in particolare la residenza decennale nel nostro Paese, decidono di non richiedere la naturalizzazione. Infatti, la maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio. Il rapporto dell'Istat non rileva nessun difetto legislativo nel processo di naturalizzazione tale da giustificare la proposta governativa di portare il termine della residenza continuativa a 5 anni in sostituzione degli attuali 10. Perché, allora, il governo vuole questa modifica, se la maggior parte degli stessi stranieri (quindi i diretti interessati) decide di non acquistare la cittadinanza italiana nemmeno dopo 10 anni?
Per quanto riguarda il motivo della presenza degli immigrati in Italia, il Rapporto afferma che «il lavoro è la causa prevalente (1.463.058 permessi), soprattutto tra gli uomini (circa il 78%), mentre per le donne la quota scende al 44%. Negli ultimi anni cresce il numero dei permessi per motivi familiari (763.744), anche per effetto della regolarizzazione del 2002, che ha fortemente accresciuto il numero di coloro che si sono potuti avvalere della facoltà di ricostituire in Italia il proprio nucleo familiare. Soprattutto le donne sono presenti in Italia con un permesso di questo tipo (in oltre il 48% dei casi), ma i permessi per ricongiungimento familiare sono aumentati anche per gli uomini, grazie all'azione di richiamo dei congiunti da parte delle donne che hanno fatto il loro ingresso in Italia per motivi di lavoro. Al 1° gennaio 2007 le due tipologie di permessi, lavoro e famiglia, considerate insieme, rappresentano ormai oltre il 90% dei motivi di presenza». Se il lavoro e la famiglia sono i motivi principali della presenza stanziale degli stranieri in Italia, allora, di conseguenza, diventa ragionevole pensare che il fenomeno andrebbe regolato rafforzando i percorsi legali di entrambi gli ambiti. Invece la «strana coppia» Amato-Ferrero, come sappiamo, ha deciso di dare la possibilità agli stranieri di venire in Italia senza avere un contratto di lavoro, mettendo una pietra tombale sulle politiche legate al concetto di immigrazione economica e su qualsiasi realistico percorso a tappe che garantisca sia un minimo di controllo - e quindi di sicurezza al nostro Paese - che la possibilità di una integrazione graduale dello straniero.
La cieca furia ideologica e, forse, un cinico calcolo politico sembrano aver preso il sopravvento sulla ragione ed una sgangherata idea di multiculturalismo - una sorta di melting pot casereccio - viene sbandierata a sinistra come la panacea di tutti i mali. Neanche le analisi sui dati riescono a far cambiare idea a chi ha deciso, forse, che il voto degli immigrati, trasformati da subito e senza fronzoli in neo-cittadini, possa dargli a vita il governo del Paese.



Antonio Maglietta

sabato 23 giugno 2007

L'anno che verrà


di Antonio Maglietta - 23 giugno 2007


Caro amico ti scrivo così mi distraggo un pò e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Iniziava così l'Anno che verrà di Lucio Dalla. A 20 anni di distanza, quasi riprendendo le parole del cantautore bolognese dal punto di vista metaforico, 4 ministri (Alfonso Pecoraro Scanio, Fabio Mussi, Paolo Ferrero e Alessandro Bianchi: i cosiddetti esponenti dell'area radicale di lotta e di governo) hanno preso carta e penna ed hanno scritto una bella lettera. In questo caso il «caro amico» altro non è che il presidente del Consiglio, Romano Prodi. Nella missiva, dal tono amichevole nell'intestazione ma poco nelle intenzioni e nelle richieste, i 4 ministri, invocando un cambio di rotta, denunciano tutta la loro insoddisfazione riguardo alla trattativa con le parti sociali sul Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef).
«Caro Romano - si legge nella lettera - scriviamo innanzitutto per segnalarti la nostra forte preoccupazione relativamente al modo in cui viene condotta la trattativa con le parti sociali. Non condividiamo la posizione con cui il governo, e segnatamente il ministro dell'Economia, affronta questa trattativa. Da un lato, le risorse messe a disposizione per affrontare i temi sul tappeto sono troppo limitate e, dall'altro, il balletto delle cifre determina un quadro francamente incomprensibile per il Paese tutto». Dopo aver ricordato la «drammatica emergenza sociale ereditata» e le «sciagurate politiche del governo Berlusconi», nella lettera si chiede che «le questioni siano affrontate di petto: a partire dalla lotta alla precarietà attraverso il superamento della Legge 30, dalla definizione di un serio intervento di edilizia pubblica, dal rilancio della ricerca scientifica alla abolizione dell'iniquo scalone sulle pensione». «La questione sicurezza che attraversa il Paese - proseguono i ministri - deve essere affrontata prima di tutto con la ricostruzione di un sistema di sicurezza sociale e ambientale». «La redistribuzione delle risorse recuperate dalla lotta all'evasione fiscale - puntualizzano ancora - deve essere netto e inequivoco, non acconsentendo a quelle richieste di riduzione del debito a tappe forzate che provocherebbero solo danni al paese, sia sul piano sociale che economico». «Ti chiediamo quindi di imprimere al confronto con le parti sociali la necessaria svolta capace di rispondere positivamente alle ragioni che ci hanno portato a vincere la sfida elettorale dell'anno scorso».
Pecoraro Scanio, Mussi, Ferrero e Bianchi concludono avvertendo che sono nettamente contrari ad una «frettolosa ratifica» del Dpef, e chiedono a Prodi che gli venga mandato il testo un «congruo numero» di giorni prima della data prevista per la sua approvazione. La lettera dei quattro ministri al presidente del Consiglio sul Dpef è stata scritta dopo un vertice, convocato venerdì mattina al ministero degli Affari Sociali, a cui hanno partecipato tutti gli esponenti della sinistra radicale al governo. Oltre agli autori della missiva erano presenti alla riunione quasi tutti i sottosegretari e vice-ministri dell'ala «massimalista» tra i quali Alfiero Grandi, Patrizia Sentinelli, Laura Marchetti, Paolo Cento, Chiara Acciarini, Rosa Rinaldi e Danielle Mazzonis e quindi sarebbe inutile l'eventuale tentativo, da parte della stampa amica, di voler minimizzare l'accaduto dato che in questo caso ci troviamo dinanzi ad una vero e proprio lacerante bivio politico. Insomma se non siamo all'avviso di sfratto poco ci manca.
Prodi ha due possibilità: o accetta di sottomettersi al radicalismo ideologico della sinistra oppure si dimette, esce di scena, e consente finalmente agli italiani di scegliere da chi farsi realmente rappresentare. La prossima lettera di cui sentiremo parlare sarà quella di dimissioni di Romano Prodi oppure la voglia di restare al potere farà ingoiare questo ennesimo boccone amaro?
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