Visualizzazione post con etichetta immigrazione clandestina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immigrazione clandestina. Mostra tutti i post

sabato 18 giugno 2011

Nuove misure per combattere la clandestinità



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 17 giugno 2011

Nell'ultimo Consiglio dei Ministri è stato approvato un decreto-legge che, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi, serve per corrispondere all'invito formulato all'Italia dalle Istituzioni europee a rendere più completa la normativa di recepimento della direttiva 2004/38 in materia di diritto per i cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri; il decreto-legge recepisce anche la direttiva 2008/115 in materia di rimpatrio di cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare. Queste le principali innovazioni:

ripristinata la procedura di espulsione coattiva immediata per tutti gli extracomunitari clandestini qualora:
pericolosi per l'ordine pubblico e la sicurezza dello Stato;
a rischio di fuga;
espulsi con provvedimento dell'autorità giudiziaria;
violino le misure di garanzia imposte dal Questore;
violino il termine per la partenza volontaria.
2. Introdotto l'allontanamento coattivo (espulsione) anche dei cittadini comunitari per motivi di ordine pubblico se permangono sul territorio nazionale, in violazione della direttiva 38/2004 sulla libera circolazione dei comunitari.
3. Prolungato il periodo di permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione fino a 18 mesi, in linea con le disposizioni della direttiva.
4. Per evitare il rischio di fuga dello straniero, sono previste misure di garanzia idonee, la cui violazione è punita con la multa da 3.000 a 18.000 euro.
5. Rimodulate le fattispecie dei reati di violazione e reiterata violazione dell'ordine del Questore di lasciare il territorio con la previsione della sanzione pecuniaria e con la possibilità per il giudice di pace di sostituire la condanna con l'espulsione.
6. Attribuita al giudice di pace la competenza anche sui reati di violazione e reiterata violazione dell'ordine del Questore di lasciare il territorio e sui reati di violazione delle misure di garanzia per evitare il pericolo di fuga e delle misure alternative al trattenimento imposte dal Questore.
7. Previste misure alternative al trattenimento nel Cie per lo straniero irregolare che non sia pericoloso, quali la consegna del passaporto o altro documento equipollente, l'obbligo di dimora e l'obbligo di presentazione presso gli uffici della Forza pubblica. La violazione delle misure viene punita con la multa da 3.000 a 18.000 euro.
8. Prevista la concessione di un termine per il rimpatrio volontario, anche assistito, dello straniero irregolare che non rientri nelle condizioni previste al punto 1.
9. Introdotte ulteriori misure di adeguamento della normativa nazionale alle direttive 38/2004 e 115/2008.

Il pacchetto di misure è abbastanza corposo e la tempistica di adozione dimostra la volontà del Governo di prevenire, attraverso l'irrigidimento delle misure in tema di espulsione dei clandestini, il riacutizzarsi del fenomeno degli sbarchi che tende ad aumentare di intensità con la bella stagione e il mare calmo. Tuttavia non si può pensare di risolvere solo per via legislativa o con la sola forza di polizia la questione degli arrivi di stranieri in Italia in violazione delle nostre leggi in materia di ingresso e permanenza sul territorio nazionale. Le norme e il lavoro delle forze dell'ordine sono importanti perché rappresentano anche per certi versi un deterrente, oltre che un meccanismo vitale nel controllo del territorio e nella prevenzione di tutti quei fenomeni negativi legati alla clandestinità. Tuttavia non basta e si deve fare di più.

Non è un caso, ad esempio, che il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, sarà oggi e domani in missione a Tunisi insieme ai vertici di Ice, Simest, Sace e Invitalia per rinsaldare i nostri legami di natura economica con la Tunisia, primo paese toccato dalle rivolte scoppiate in Nord-Africa e luogo di partenza della maggior parte delle persone arrivate clandestinamente in Italia negli ultimi mesi in cerca di fortuna. Bisogna ricordare che le oltre 700 imprese italiane presenti in quel territorio in tutti i principali settori, dai beni strumentali ai prodotti intermedi, fino ai generi di consumo, danno lavoro a oltre 55 mila persone. Si tratta di una moltitudine di gente che lavora e vive nel proprio territorio grazie all'imprenditoria italiana e che non ha alcuna intenzione di emigrare. Questo è il punto. Il flusso delle partenze può diminuire strutturalmente solo se in quei paesi aumentano le possibilità di trovare un posto di lavoro che permetta di vivere in maniera dignitosa. E' questo l'impegno e la sfida più grande che attende il nostro paese.

FONTE

lunedì 28 marzo 2011

La concretezza del Governo sull'emergenza immigrazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 28 marzo 2011

La situazione a Lampedusa e dintorni non sembra ancora avviata sulla via della normalizzazione e gli sbarchi continuano a un ritmo incessante. Dopo gli arrivi in massa dei tunisini ora è la volta di gruppi di somali ed eritrei provenienti con tutta probabilità dalle coste libiche. Forse si tratta di un'avanguardia di quella moltitudine di persone in fuga dal corno d'Africa che ha nella Libia una tappa di passaggio obbligata, nelle direttrici oramai consolidate del traffico di esseri umani, e nell'Europa la destinazione preferita.

Bisogna fare una distinzione tra profughi e clandestini. Chi scappa dalla guerra, con riferimento a somali ed eritrei, ha diritto alla protezione internazionale; non solo l'Italia, ma tutti gli altri paesi europei dovranno farsi carico di accogliere queste persone. Su come affrontare questa evenienza non possono esserci mezze misure o sotterfugi. Bisogna cominciare a sondare la concreta solidarietà offerta dalle istituzioni comunitarie all'Italia e mettere da parte tutti gli egoismi nazionali.
Non è un buon segno, a riguardo, il muro immaginario innalzato dal governo di Sarkozy al confine italo-francese e i respingimenti a raffica delle autorità francesi nei confronti degli immigrati tunisini che volevano entrare in territorio transalpino attraverso il nostro paese. Ma come? I francesi dichiarano di partire lancia in resta in Libia per scopi esclusivamente umanitari, destabilizzando un'intera regione e provocando un probabile esodo di massa verso l'Italia, e poi fanno la faccia feroce nei confronti di un po' di tunisini che vogliono ricongiungersi con i loro cari in Francia? Se la Francia è mossa da un sincero spirito umanitario, è bene che lo dimostri con atti concreti di solidarietà, magari aprendo le proprie frontiere per accogliere una parte dei profughi in arrivo in Italia. Nessuno può chiedere a uno Stato di annacquare le disposizioni nazionali in materia d'immigrazione, magari chiudendo un occhio sui clandestini, ma certamente in ambito comunitario è possibile arrivare a un'equa ripartizione dei profughi e dei richiedenti asilo secondo il principio del «burden sharing» (condivisione degli oneri).
Il Governo italiano sta facendo senza indugio la propria parte, mostrando una concreta solidarietà verso chi scappa dalla guerra. Il piano italiano prevede di accogliere fino a 50 mila profughi suddivisi per ogni regione con un tetto massimo di mille persone ogni milione di abitanti. Peccato che nessuna delle organizzazioni umanitarie sempre pronte a bacchettare ingiustamente e impropriamente l'Italia, quando si parla d'immigrazione, abbia speso una buona parola sulla generosità del nostro paese e sull'atteggiamento ambiguo e ondivago di altri Stati europei.

Altro discorso è quello su chi arriva in Italia in violazione delle nostre leggi in materia d'immigrazione. Innanzitutto il piano messo in piedi dal nostro governo è obiettivamente l'unica strada possibile e perseguibile in tempi brevi per arrivare a risultati soddisfacenti. L'iniziativa prevede l'individuazione di siti da parte del Ministero della Difesa, in aree militari dismesse, dove attuare le procedure di identificazione ed eventuale espulsione nei confronti di chi non dovesse avere le carte in regole per restare. Il problema, semmai, non è il nostro piano ma l'accordo tra l'Italia e la Tunisia che, visti gli arrivi in massa di persone da quel paese, non sembra ancora funzionare al meglio per l'inerzia delle autorità del paese nord africano. Le loro procedure per il nullaosta sono ancora troppo lente e, qualora la situazione non dovesse sbloccarsi, l'Italia sarebbe assolutamente legittimata a procedere con i rimpatri forzati per salvaguardare l'integrità dei propri confini nazionali.

Tuttavia è nell'interesse di tutti, anche della Tunisia, arrivare ad una proficua collaborazione tra i due paesi in materia di gestione delle dinamiche migratorie. Bisognerà magari anche forzare la mano con le autorità tunisine, usando la diplomazia e gli interessi commerciali che legano i due paesi, soprattutto in campo turistico, per migliorare i meccanismi di rimpatrio e valutare la proficuità di quelli assistiti. In merito a questi ultimi, è necessario precisare che si tratta di programmi finanziati dall'Europa nell'ambito della cooperazione con gli Stati di provenienza degli immigrati e sono gestiti dalle organizzazioni internazionali.
Insomma, non si tratta di procedure che prevedono l'elargizione di denaro ai singoli immigrati da parte del governo italiano sul modello del fallimentare programma promosso dalla Spagna. Bisogna ricordare, infatti, che stando alle cifre del Ministero del Lavoro spagnolo, dopo un anno dal varo, solo mille immigrati disoccupati extracomunitari in Spagna avevano aderito al piano di rientro volontario nei paesi di origine promosso alla fine del 2008 dal Governo del premier socialista Jose' Luis Zapatero per ridurre il numero altissimo di manodopera straniera senza lavoro nel paese. Al momento del varo della misura, nel novembre del 2008, il governo spagnolo aveva inizialmente parlato di un bacino di 1,2 milioni persone interessate, salvo poi realisticamente attestarsi su una previsione di adesione al piano da parte di 100 mila immigrati. Il piano di rientro prevedeva il pagamento in due soluzioni di tutte le indennità di disoccupazione agli immigrati che avrebbero accettato di tornare nel loro paese, di rinunciare al permesso di soggiorno e di impegnarsi a non cercare di tornare per almeno tre anni. Tra i motivi per il cui il piano è miseramente fallito c'era il divieto di reingresso per un periodo di tre anni e l'esiguità dell'indennità di disoccupazione, che non permetteva di avviare alcun progetto di vita nel paese di origine.

mercoledì 2 marzo 2011

Immigrazione: in Europa poca solidarietà e molto egoismo



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 02 marzo 2011

Parigi guarda con preoccupazione al potenziale flusso di immigrati provenienti dal Nord-Africa e assicura di condividere la linea dell'Italia a questo proposito. Il ministro per gli Affari Europei, Laurent Wauquiez, ha parlato oggi di afflusso in provenienza della Libia in termini di «un vero rischio per l'Europa, che non deve essere sottovalutato». «La Libia è l'imbuto dell'Africa. Paesi come la Liberia, la Somalia, l'Eritrea hanno flussi di immigrazione illegale che passano attraverso la Libia. E' un vero rischio per l'Europa che non deve essere sottovalutato», ha affermato, parlando a France Info. «Dobbiamo difendere a livello europeo le nostre frontiere - ha aggiunto - e non possiamo accogliere flussi di immigrazione illegali che l'Europa non è in grado di integrare». La Francia, ha poi aggiunto il ministro, si trova «esattamente sulle stesse posizioni» dell'Italia. «Ciò di cui si parla non è di qualche decina di migliaia di immigrati illegali che potrebbero arrivare in Europa, ma potenzialmente di 200-300mila persone che lungo l'anno potrebbero cercare di attraversare il Mediterraneo in direzione dell'Europa».

Sbaglia o mente, quindi, chi parla di Italia isolata nel contesto europeo sulla questione dei flussi di immigrati che potrebbero arrivare dalle coste del nord Africa, con particolare riguardo alla situazione in Libia e in Tunisia. Il problema, tuttavia, non è neanche questo perché le beghe di cortile sollevate da qualcuno in Italia sul fatto che le posizioni del nostro governo siano sostenute o no da altri partners comunitari non sono neanche degne di attrarre l'attenzione dell'opinione pubblica. I fatti dicono che non è così e che i paesi rivieraschi del sud stanno facendo fronte comune. Chi dice il contrario o è poco informato o mente sapendo di farlo.

La questione fondamentale, invece, è la poca solidarietà espressa da alcuni paesi del nord Europa, la lentezza di riflessi delle istituzioni comunitarie e la mancanza di una posizione comune da parte degli Stati del Vecchio Continente. Si chiama o no Unione europea? E allora dove è quest' unione? Se qualcuno pensa che le conseguenze della situazione in Tunisia e Libia siano un affare solo dei paesi del sud dell'Europa si sbaglia di grosso. Qualora dovesse abbattersi sulle nostre coste una marea incontrollata di clandestini provenienti dal nord Africa, il problema sarà non solo di chi dovrà accoglierli nel breve periodo ma anche di chi se ne dovrà fare carico nel lungo, perché i paesi rivieraschi del meridione d'Europa sono spesso solo una tappa di passaggio. Nessuno ha chiesto ai paesi del nord di farsi carico di tutti i possibili richiedenti asilo ma, molto più semplicemente, che ognuno accolga tante persone quante ne può sostenere il proprio sistema nazionale. E' una richiesta di buon senso che, tuttavia, visti gli atteggiamenti, sembra essere stata respinta quasi con sdegno. La miopia di questi Stati, che non riescono a vedere cosa sta succedendo alle porte dell'Europa, forse cesserà solo quando i clandestini saranno ben in vista sul proprio territorio.

Il Commissario Ue responsabile dell'immigrazione e della sicurezza, Cecilia Malmstrom, ha ricordato nei giorni scorsi che è già disponibile in caso di gravi crisi umanitarie un fondo di emergenza di 25 milioni di euro. La cifra è davvero esigua e serve solo a dimostrare l'inadeguatezza dei mezzi in campo per fronteggiare in maniera reattiva una possibile emergenza umanitaria.

La grande assente è la politica europea comune nel Mediterraneo. Il prossimo 11 marzo il consiglio europeo straordinario potrebbe essere il luogo ideale per mettere da parte l'egoismo, la miopia e l'ottusità e far trionfare finalmente la solidarietà e l'unità.

FONTE

martedì 22 febbraio 2011

Crisi libica: la demagogia della sinistra



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 21 febbraio 2011

Le rivolte in Tunisia, Egitto, e ora anche in Libia, hanno avuto come effetto immediato quello di aumentare il numero di persone in partenza da quei luoghi e dirette verso l'Europa alla ricerca di un futuro migliore. A Lampedusa, dall'inizio del 2011, sono sbarcate quasi 6mila persone. Nello stesso periodo dello scorso anno gli sbarchi erano stati solamente una cinquantina e, se prendiamo in considerazione l'intero anno, gli arrivi avevano raggiunto quota 3mila. Negli ultimi anni il 2008 è stato quello più complicato, con 37mila arrivi. L'Italia era diventata il ventre molle d'Europa. L'accordo stretto dal nostro paese con la Libia, uno dei primi atti del governo in carica, una volta divenuto operativo (maggio 2009) aveva invertito questa dinamica e gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. Questo è un dato di fatto e non certo una considerazione oggetto di speculazione politica.

La rivolta scoppiata ora in Libia, dopo quella in Tunisia, rischia di far aumentare gli arrivi sulle nostre coste in modo vertiginoso, visto che l'Italia è il paese più vicino ai due stati nord africani. Qualcuno, come Bersani ad esempio, si è rimesso a criticare l'accordo stretto dal nostro paese con la Libia nell'estate del 2008, definendolo una scelta sbagliata e affermando che, con le rivolte in corso in quel paese, il patto verrà meno. A queste persone bisogna rispondere che il solo controllo di polizia da parte del paese ospitante è un pannicello caldo, che può fare poco o nulla e che gli unici strumenti utili per combattere l'immigrazione clandestina sono proprio gli accordi bilaterali e i progetti di cooperazione allo sviluppo. Si tratta di una strategia che ha già dato i suoi frutti con l'Albania e che li stava dando anche con la Libia che, bisogna sempre ricordarlo, è la base delle partenze della maggior parte degli immigrati che arrivano clandestinamente via mare nel nostro paese. Con chi dovevamo firmare gli accordi se non con chi deteneva l'autorità nel paese e cioè con Gheddafi? Queste accuse sono davvero risibili. L'unica strada che andava intrapresa con coraggio per combattere efficacemente le direttrici della tratta degli esseri umani era proprio quella scelta dal governo Berlusconi. Quale, altrimenti, l'alternativa? Non certo continuare a far restare Lampedusa solo un «luogo di soccorso e primissima identificazione», come ad esempio chiesto da Amnesty International nel Rapporto Annuale 2009 sulla situazione dei diritti umani, e cioè un luogo dove chiunque possa sbarcare in sfregio alle leggi sull'ingresso legale nel nostro Paese.

Sono ridicole le affermazioni di Franceschini e Veltroni, che chiedono al nostro governo di intervenire nella rivolta in corso in Libia lamentando l'inerzia del nostro paese. I due non sono scesi nel dettaglio, ma si sono limitati a dichiarazioni generiche; non si sono fatti certo portatori di una proposta concreta e realizzabile. Sarebbe chiedere troppo. L'unica cosa sensata da fare in questo momento nel brevissimo periodo è: tenere per quanto possibile la situazione sotto controllo con i pattugliamenti nel Mediterraneo, non solo con mezzi e uomini italiani, ma a anche con l'intervento europeo in toto e nello specifico di Frontex, l'agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea, e condannare le violenze in Libia con una sola voce per tutta l'Europa. La condanna deve essere forte e unanime.
Giusto, quindi, l'appello dei 27 ministri degli Esteri Ue, che hanno chiesto «a tutte le parti» di astenersi da ogni forma di violenza: spetterà al popolo libico scegliere il proprio futuro e tutti i governi europei dovranno rispettare questo processo con l'augurio che la stabilizzazione di quel paese avvenga in tempi rapidi e con modi meno cruenti possibili, cosa che, comunque, non sembra essere all'orizzonte visti gli scontri violenti e sanguinosi in corso. Ci aspettano giorni duri e situazioni complesse da affrontare.
Il ministro Frattini al momento si è mosso molto bene, con la giusta e necessaria prudenza e in coordinamento con i suoi colleghi europei. La prudenza è d'obbligo, anche perché nessuno oggi è in grado dire come si evolverà la situazione. Nessuno, tra i governi europei, ha parteggiato ufficialmente solo per una parte nella crisi tunisina e in quella egiziana. E' stata solamente chiesta dapprima la cessazione delle violenze e, successivamente, è stata accettata quella che è stata l'evoluzione della situazione. Lo stesso avviene ora per la Libia. Secondo il ministro Frattini bisogna «rispettare la ownership nazionale della riconciliazione. Non possiamo pensare che alla fine del processo vi sia una divisione in due del Paese» (in una delle quali finisca per prevalere l'estermismo islamico). Un Paese che, ha sottolineato il capo della diplomazia italiana, «è sulla soglia di una guerra civile». Lo stesso ministro ha giustamente sottolineato che sulla situazione in Libia la posizione dell'Italia coincide con quella europea: «Sono il ministro degli Esteri di un paese europeo e le richieste alle autorità libiche le abbiamo fatte insieme, come Europa. Ora aspettiamo la risposta da Tripoli». «Il consiglio - si legge nelle conclusioni che anche Frattini ha riportato in conferenza stampa - chiede un'immediata fine dell'uso della forza contro i dimostranti, e moderazione da parte di tutte le parti in causa». Inoltre, «alle legittime aspirazioni e richieste di riforme da parte del popolo si deve rispondere attraverso un dialogo guidato dai libici» che sia «aperto, completo, significativo e nazionale, che porti a un futuro costruttivo per il paese e per la popolazione».

FONTE

lunedì 14 febbraio 2011

IMMIGRAZIONE. OCCORRE L'INTERVENTO EUROPEO



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 14 febbraio 2011

L'instabilità politica in Tunisia ed Egitto sta alimentando i viaggi della speranza verso l'Italia, terra spesso di transito per raggiungere altre destinazioni in Europa. La situazione a Lampedusa e dintorni, dove stanno avvenendo sbarchi di clandestini con una certa regolarità, è un segnale molto chiaro a riguardo. C'è allarme anche in Francia. Il governo transalpino ha avvertito che non tollererà un esodo di massa d'immigrati clandestini dalla Tunisia o da altri Paesi. «Non vi può essere tolleranza per l'immigrazione clandestina», ha sottolineato il ministro Eric Besson, intervistato dall'emittente televisiva Canal Plus. E' bene chiarire che a guadagnarci, in tutta questa situazione, sarebbero solamente le organizzazioni criminali che lucrano sulla tratta degli esseri umani e sulle speranze di questa povera gente. A perderci, invece, tutti gli altri, immigrati compresi.

Se non vogliamo correre il fondato pericolo di essere travolti da una marea umana, dobbiamo lasciar perdere le chiacchiere dei profeti di sventura e le sterili polemiche, ragionare con raziocinio e buon senso, pensare che qualsivoglia intervento non risolverà subito la situazione, che bisognerà avere come prospettiva il medio-lungo periodo. Nell'immediato è necessario correre ai ripari muovendosi su diversi fronti: controllo e salvaguardia delle frontiere, assistenza in mare e su terraferma agli immigrati clandestini, diplomazia.

Sul fronte della salvaguardia delle frontiere va accolta positivamente la dichiarazione del ministro Frattini, che vuole ripristinare i pattugliamenti nel Mar Mediterraneo, un meccanismo che fino a un mese fa aveva riportato a zero l'immigrazione clandestina. Questo è un dato di fatto difficilmente contestabile e, quindi, ripresentare questo piano d'intervento non può che essere un'azione positiva nell'ottica del contenimento del fenomeno.

Per quanto riguarda invece l'assistenza in mare e su terraferma agli stranieri in fuga dai loro Paesi, l'Italia non deve far altro che continuare con quello che ha sempre fatto: agire nel pieno rispetto delle regole nazionali e internazionali, con quell'umanità che da sempre ha contraddistinto il lavoro svolto dai nostri operatori, sia civili sia militari. Ma una cosa è la doverosa assistenza alle persone, tutt'altra è la concessione dell'asilo. Sempre il ministro francese Besson, parlando della situazione nel suo Paese e della concessione dell'asilo, ha affermato che «alcuni possono avere diritto». In vista dell'eventuale elargizione del beneficio non si dovrà insomma trattare - ha spiegato - di una «decisione collettiva», bensì sarà necessario «analizzare caso per caso» la situazione dei richiedenti. Insomma, in Francia mettono le mani avanti e nessuno si sogna minimamente di concedere il diritto d'asilo a tutti i richiedenti, com'è successo di sentire qui in Italia, dove peraltro non si capiscono bene quali siano i presupposti e la prospettiva di lungo periodo di una tale proposta assurda.

Il piano diplomatico è quello più delicato, ma è anche quello su cui bisogna puntare con più decisione per affrontare il problema. In questo ambito le direttrici di intervento sono tre: sul tavolo delle relazioni internazionali per promuovere azioni che stabilizzino la Tunisia e l'Egitto, su quello dei rapporti bilaterali con i Paesi di provenienza e, infine, in ambito comunitario.

Il ministro Frattini ha proposto un «Piano Marshall per il Mediterraneo», in modo da promuovere economicamente la transizione democratica in Egitto e Tunisia. Si tratta di una proposta di buon senso, che va sostenuta. Lo sviluppo economico di quelle aeree è l'unico mezzo realistico per diminuire le partenze nel medio-lungo periodo. Se 32 milioni di egiziani, su un totale di 80, vivono con meno di 2 dollari al giorno, la via da intraprendere non può che essere quella. Il titolare della Farnesina incontrerà anche il primo ministro del governo di transizione tunisino, Mohammed Gannouchi, con cui parlerà di pattugliamenti al largo delle coste tunisine, aiuto con mezzi navali e terrestri e, come preannunciato dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, di un contingente di poliziotti per frenare il flusso di migliaia di disperati che stanno sbarcando in questi giorni a Lampedusa. Il problema della collaborazione con i Paesi di provenienza degli immigrati, vista la situazione in cui versano Egitto e Tunisia, è forse l'aspetto più problematico per quanto riguarda le garanzie che possono arrivare sull'attuazione degli eventuali accordi. Tuttavia non c'è altra strada realisticamente percorribile.

Destano stupore, infine, le dichiarazioni del commissario europeo agli Affari Interni, Cecilia Malmstroem, in risposta a quelle del ministro dell'Interno italiano («Siamo soli, l'Europa non sta facendo nulla», aveva detto Maroni. «Sono allibito da questo approccio burocratico»): «Sono stata formalmente in contatto sabato scorso con le autorità italiane, a cui ho chiesto in che modo la Commissione poteva fornire sostegno. La loro risposta è stata: "No, grazie, in questo momento non ne abbiamo bisogno"». Con tutta la buona volontà, sembra davvero difficile che un Paese come l'Italia, in una situazione del genere, rifiuti un aiuto che da sempre reclama. E infatti Maroni ha affidato una secca replica al suo portavoce: «Non è vero che l'Italia ha rifiutato l'aiuto offerto dalla Commissione europea per fronteggiare l'emergenza sbarchi dalla Tunisia. Maroni e Malmstroem - spiega una nota - si sono sentiti sabato scorso ed il ministro ha avanzato alcune richieste, peraltro non nuove: l'intervento di Frontex per controllare il Mediterraneo, gestire i centri per gli immigrati e rimpatriare i clandestini, nonché il rispetto del principio del burden sharing, che cioè siano tutti i Paesi dell'Unione a farsi carico di rifugiati e clandestini».

L'Italia non è il solo Paese che rischia di essere travolto dall'ondata di clandestini proveniente da Egitto e Tunisia. Sappiamo, come detto, che è a rischio anche la Francia e, indirettamente, tutto il resto d'Europa. Il problema è che Francia e Italia sono le porte d'ingresso e, volenti o nolenti, sentono il problema in modo diverso rispetto ad altri Paesi del Vecchio Continente. Non siamo certo al «mal comune, mezzo gaudio», ma ad una prospettiva in cui due voci in Europa che chiedono la stessa cosa, ossia una politica solidale nell'Unione in tema di salvaguardia delle frontiere esterne, gestione della fase assistenziale e concessione del diritto di asilo, è molto meglio di una in cui ce n'è una sola.

FONTE

mercoledì 1 settembre 2010

La salvaguardia dei confini dall’invasione dei clandestini



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 31 agosto 2010

Per la salvaguardia dei confini nazionali ognuno fa quello che può. Gli Stati Uniti, per esempio, dal 1994 hanno innalzato una vera e propria barriera lungo il confine con il Messico. La costruzione è frutto di un triplice progetto: il progetto «Gatekeeper», conosciuto anche come «Operacion Guardian» in California, il progetto «Hold-the-Line» in Texas ed il progetto «Safeguard» in Arizona. Si tratta di una vera e propria «muraglia cinese» fatta di lamiera metallica sagomata, lunga più di 3000 km e alta dai 2 ai 4 metri, presidiata da telecamere ed agenti di sicurezza. Recentemente, inoltre, il ministro della Sicurezza Nazionale Usa, Janet Napolitano, ha annunciato che dall’1 settembre, con l'impiego degli aerei senza pilota telecomandati da terra, il governo americano potrà rafforzare ulteriormente il controllo dal cielo di tutto il confine che separa gli Usa dal Messico. I droni aerei partiranno dalla base di Corpus Christi, Texas, e voleranno lungo tutta la frontiera meridionale americana (3200 km).Il 13 agosto scorso, il presidente Barack Obama ha varato una legge approvata dal Congresso grazie al quale gli Stati Uniti hanno investito 600 milioni di dollari sul fronte della salvaguardia dei propri confini meridionali, con l'assunzione di oltre 1.500 guardie di confine in più e l’ausilio complementare dei droni arerei.Molto meno famosa è invece la «barriera» a difesa dell’Europa. Si chiama Frontex, non è un muro ma è l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, istituita con il regolamento (CE) n. 2007/2004 del Consiglio del 26 ottobre 2004 (GU L 349 del 25.11.2004). Funziona poco e male e, invece di essere resa efficiente e utile allo scopo prefissato, secondo alcuni paesi del nord Europa andrebbe anche ridimensionata o addirittura soppressa.
Secondo il leader libico Muhammar Gheddafi, in visita nel nostro paese, l’Unione Europea dovrebbe aiutare economicamente la Libia per rendere ancora più efficace la lotta all’immigrazione clandestina ed evitare che le ondate di migranti africani diretti in Europa diventino una marea inarrestabile in grado di sommergere di tanti e diversi problemi il Vecchio Continente. Al netto delle ultime richieste libiche di mettere mano al portafoglio e in controtendenza con l’immobilismo che caratterizza le dinamiche comunitarie in materia di lotta alla clandestinità, l’Italia si è già mossa firmando proprio con la Libia lo scorso anno un trattato che ha già dato buoni frutti nel contrasto del fenomeno. Secondo i dati diffusi il 9 agosto scorso dal Ministero dell’Interno, gli sbarchi sulle coste italiane, nel loro complesso, sono diminuiti in un anno dell'88%. Per il campione concernente le isole di Lampedusa, Linosa e Lampione, si arriva a -98%. I periodi raffrontati sono quelli che vanno dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009 e dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010. Gli sbarchi nel dettaglio:
- sulle coste italiane (-88%):
dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009: 29.076;
dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010: 3.499;
- su Lampedusa, Linosa e Lampione (-98%):
dal 1° agosto 2008 al 31 luglio 2009: 20.655;
dal 1° agosto 2009 al 31 luglio 2010: 403.
Chi nell’agone politico critica quell’accordo e ne contesta gli effetti positivi, gridando contro i respingimenti, dovrebbe avere almeno il buongusto di fornire all’opinione pubblica una soluzione alternativa realistica per combattere l’immigrazione clandestina, senza scomodare la fantascienza o saccheggiare il libro dei sogni.
Respingimenti, espulsioni, «barriere» sono strumenti utili nelle politiche di contrasto al fenomeno della clandestinità e la regolazione dei flussi in ingresso? Certamente hanno una loro funzione positiva perché rappresentano dei validi deterrenti che scoraggiano le partenze. Inoltre, è oramai un dato acquisito che lo strumento della cooperazione con i paesi di provenienza e transito degli immigrati è un mezzo molto utile nella dinamica della repressione del fenomeno. Tuttavia non possiamo considerare questi strumenti coma la panacea, poiché sono rivolti a stroncare o ridurre gli effetti e non la causa del problema. Per questo motivo va affrontata con coraggio e decisione proprio quest'ultima: la povertà di queste persone e la mancanza di opportunità nella terra natia. In questo quadro diventa fondamentale alimentare con razionalità e con progetti di lungo periodo la cooperazione allo sviluppo con i paesi di provenienza e transito degli immigrati, evitando che gli aiuti provenienti dal ricco Occidente finiscano in qualche buco nero, e fare in modo che servano realmente ad alimentare l’economia locale, creando così i presupposti per attrarre gli investitori stranieri.

mercoledì 4 novembre 2009

Immigrazione. Perché non serve gridare al «razzismo dilagante»



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 03 novembre 2009


Settecento milioni di persone adulte, soprattutto dall'Africa, sono pronte ad emigrare permanentemente per cercare un futuro migliore, malgrado la grave crisi economica mondiale. E' quanto emerge da uno studio Gallup, presentato lunedì ad Atene al Terzo Forum Globale per l'Emigrazione e lo Sviluppo (Gfmd). Secondo lo studio Gallup, la destinazione finale preferita dalla maggior parte di coloro che sono pronti, avendone la opportunità, ad abbandonare i propri paesi sono gli Stati Uniti, seguiti in Europa da Gran Bretagna, Spagna, Francia e Germania. Il Forum Globale ha l'obiettivo di favorire il dialogo tra paesi di origine dell'emigrazione e quelli di arrivo. La conferenza si svolge proprio in Europa dove, sottolinea l'Iamr (Assemblea Internazionale degli Emigranti e dei Rifugiati), «i lavoratori immigrati, e in particolare quelli clandestini, si confrontano con un incerto destino ed un ambiente sempre più ostile».

Ma perché l'ambiente diventa sempre più ostile? Spesso i rapporti stilati da queste organizzazioni internazionali non leggono con spirito obiettivo la realtà dei fatti e cioè non capiscono o non vogliono capire che non ci troviamo dinanzi ad una sorta di razzismo dilagante, ma davanti a qualcosa di molto più complesso. Innanzitutto c'è il problema del rapporto tra immigrazione clandestina e criminalità. Con riferimento al nostro paese, secondo l'International Migration Outlook - Ocse/Sopemi 2009, nel 2008 i cittadini stranieri denunciati sono stati 205.188 (29,7% del totale), mentre gli stranieri arrestati sono stati 97.432 (49,2% del totale); al 1° settembre 2009 i detenuti stranieri erano 23.696 (37% del totale). Si tratta di cifre notevolmente sproporzionate se consideriamo che la stragrande maggioranza degli stranieri che commettono reati sono clandestini.

Poi c'è il problema della concorrenza sleale nel mercato del lavoro. Sempre più spesso alcuni operatori economici usano, o sarebbe dire meglio sfruttano, la leva dell'immigrazione clandestina per risparmiare sul costo del lavoro ed essere maggiormente competitivi sul mercato mondiale o, più banalmente, per massimizzare i profitti. Già l'International Migration Outlook 2008, infatti, segnalava che praticamente in tutto il mondo gli immigrati guadagnano meno dei lavoratori nazionali, eccetto che in Australia.

Questi dati trovano una ulteriore conferma anche in studi su scala più ridotta, come ad esempio quello dell'associazione di assistenza socio-sanitaria milanese Naga, che ha analizzato i dati di oltre 47.500 suoi utenti dal 2000 al 2008: la percentuale dei clandestini occupati che risiedono in Italia da un anno è sotto il 40%, dopo due anni di permanenza la percentuale sale a circa il 65% e continua a salire al 76% dopo quattro anni. L'aspetto più sorprendente di questa evoluzione è la rapidità con cui essa avviene. Nei 9 anni presi in considerazione la condizione lavorativa dei clandestini è migliorata, passando dal 49,2% di occupati del 2000 al 61,6% del 2008. Il lavoro nel 2008 è stabile per il 52% del campione (contro il 47,5% nel 2000), saltuario per il 47%, ambulante per l'1%. Per area geografica, sono più stabili gli immigrati provenienti dall'Europa dell'est (67%), seguiti dai sudamericani e asiatici. Il tempo medio di permanenza in Italia è notevolmente aumentato, spiegano dal Naga: nel 2003 il 53% era in Italia da meno di un anno, mentre nel 2008 sono meno del 25%, contro un 30% che è qui da almeno quattro anni. In generale però «i migranti svolgono lavori non qualificati, mentre nel paese di origine molti erano impiegati in occupazioni con elevato livello di specializzazione». A confermarlo, in particolare, un dato: il 70% delle laureate lavorano come collaboratrici domestiche. Infine, in attesa di un'analisi che verrà presentata a gennaio, il rapporto indaga sulla situazione abitativa: quasi il 12% delle donne vive a casa del datore di lavoro, il 7% degli uomini e il 4% delle donne è senza fissa dimora o vive in insediamenti abusivi (specie per quanto riguarda subsahariani e est-europei) e l'88,6% vive in affitto, con un affollamento abitativo per stanza quasi triplo rispetto alla media milanese: 2,2 abitanti per locale contro lo 0,71 della media di Milano.

Insomma, se il clandestino viene percepito dagli autoctoni come una persona che in genere commette reati e determina un abbassamento del costo del lavoro a loro danno è chiaro che, indipendentemente dal fatto che egli possa essere una brava persona o meno, ci troveremo dinanzi ai presupposti per la costruzione di un ambiente ostile per questa gente. E allora la risposta a questo problema non può che essere articolata in una serie di azioni rivolte all'esterno (cooperazione allo sviluppo con i paesi di provenienza per diminuire il numero delle partenze; corsi di formazione professionale in loco; progetti per agevolare gli investimenti in quei territori, ecc...) e all'interno dei confini nazionali (razionalizzazione dei flussi in ingresso sulla base di vari parametri che non siano solo quelli legati al mondo del lavoro ma anche alle politiche scolastiche, a quelle abitative e al welfare state; rispetto delle regole per l'ingresso e la permanenza nel territorio nazionale; parità di trattamento tra lavoratori stranieri ed autoctoni; ecc...).

Non è utile, quindi, puntare il dito e gridare al razzismo dilagante senza indagare sulle cause che creano un ambiente ostile per gli immigrati nel paese ospitante. L'unica via possibile è quella di analizzare razionalmente i motivi di questa situazione ed i possibili rimedi nel breve e nel lungo periodo.

lunedì 7 settembre 2009

Immigrazione: l’Italia è sulla strada giusta


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 03 settembre 2009

Respingimenti di clandestini, ma senza mai mettere a repentaglio le loro vite; rigore e fermezza sull'immigrazione illegale, ma solidarietà verso i rifugiati. Questo l'approccio verso l'immigrazione delineato dal vicepresidente della Commissione Ue Jacques Barrot nel corso della presentazione del piano Ue per la redistribuzione dei rifugiati. Si tratta di un piano per accogliere nell'Ue alcune delle migliaia di rifugiati che sono attualmente nei campi gestiti dalle Nazioni Unite in Paesi come la Siria, la Giordania e il Kenya, una misura di «solidarietà concreta», ha sottolineato Barrot. Un piano che, pur essendo volontario, punta ad un maggior coordinamento e a rendere più efficace anche economicamente il resettlement di questi rifugiati.

Dopo tanta staticità condita da parole spese impropriamente da alcuni burocrati sulle politiche di accoglienza degli stranieri da parte dell'Italia, l'Europa si muove e, anche se bisogna attendere l'operatività di tali misure per dare un giudizio completo, finalmente si intravede un piano comunitario nella gestione di una materia così complessa. Tuttavia la strada è ancora lunga. Restano ancora aperti alcuni grandi problemi in ambito comunitario:

* i soccorsi in mare dei clandestini, con il relativo accertamento se c'è una qualche organizzazione che rifornisce le carrette del mare in mezzo al Mediterraneo per poi indirizzarle verso le acque italiane;

* una diversa ripartizione favorevole all'Italia dei fondi del programma generale «Solidarietà e gestione dei flussi migratori», con particolare riguardo a quello per le frontiere esterne. Il budget del Fondo, per il periodo 2007-2013, è pari a 1.820 milioni di euro. Circa 1.543 milioni sono distribuiti fra gli Stati membri sulla base di criteri che rispecchiano l'onere sostenuto da ciascuno Stato per il controllo delle frontiere esterne e la politica dei visti; 109 milioni di euro sono gestiti direttamente dalla Commissione e destinati ad azioni comunitarie; 60 milioni di euro per azioni specifiche ai valichi di frontiera strategici in base alle analisi dei rischi dell'Agenzia di pattugliamento delle coste (Frontex). All'Italia sono stati destinati 211 milioni di euro per il periodo 2007-2013, mentre a Malta 112 milioni. L'Italia è il secondo paese beneficiario del fondo in termini di maggiori entrate (il primo è la Spagna);

* la gestione solidale da parte di tutti gli Stati membri dei richiedenti asilo che arrivano sulle coste dei paesi rivieraschi del sud Europa (Italia compresa);

* una maggiore collaborazione tra Ue e Ua sia in materia di respingimenti e sia per aiutare con tutti i mezzi possibili i progetti di cooperazione allo sviluppo già operativi tra i singoli Stati europei e quelli africani.

La politica fin qui tenuta dal governo italiano in materia d'immigrazione dovrebbe essere incentivata e presa come esempio dalle istituzioni comunitarie perché attraverso l'accordo con la Libia, sia in materia di respingimenti che di sviluppo economico, ed il «piano Africa», che prevede di dare nuovo impulso ai rapporti economici e commerciali e stimolare gli operatori italiani ad investire in quest' area, è stata coniugata la politica del rigore con quella della solidarietà, in grado, nel medio-lungo periodo, di diminuire i flussi dell'immigrazione indotta dalla povertà diretti verso i nostri territori.

Per quanto riguarda le critiche in materia rivolte al governo da alcuni uomini di Chiesa è bene citare le recenti parole espresse da Monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, nel suo intervento alla Summer School del Pdl a Frascati: «Credo sia utile che gli uomini di chiesa si astengano dall'intervenire continuamente sulle questioni italiane. Non vedo prelati che intervengono ad esempio sulla legge dell'immigrazione degli Stati Uniti, che è particolarmente restrittiva. Non vedo perché avvenga solo nei confronti dell'Italia. Credo - ha aggiunto Monsignor Fisichella - che dovremmo essere capaci di rispettare il ruolo che ci compete. Non significa che su questioni che trattano di etica lo Stato possa fare a meno di sentire le voci della Chiesa». Insomma, ben vengano gli interventi di tutti in una materia così complessa come l'immigrazione ma si cerchi almeno di parlarne non in termini di solidarietà di facciata, ma in quella di una gestione responsabile del fenomeno, puntando a mantenere saldi alcuni punti cruciali per non andare alla deriva:

* l'immigrazione clandestina va combattuta;

* l'accoglienza illimitata non aiuta gli immigrati e genera tensioni sociali nel paese;

* i canali dell'immigrazione regolare hanno dei limiti imposti dalla sostenibilità da parte del sistema Paese e la cooperazione allo sviluppo con i paesi di provenienza è utile anche per diminuire il numero di persone in partenza da quei territori e diretti verso i nostri per motivi economici.

giovedì 26 febbraio 2009

Nuove iniziative contro l'immigrazione clandestina


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 26 febbraio 2009

Secondo gli ultimi dati dell'Istat la popolazione residente in Italia ha superato lo storico tetto dei 60 milioni di abitanti. Scrive l'istituto di statistica che «con la trasformazione dell'Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione e con la concomitante contrazione delle nascite, la popolazione residente ha subito una vistosa accelerazione soprattutto negli ultimi anni. Si consideri, ad esempio, che cumulando il periodo 2002-2008 il saldo naturale risulta negativo per 67 mila unità mentre il saldo migratorio con l'estero è positivo per circa 2 milioni 400 mila unità». Insomma, gli stranieri che vivono stabilmente nel nostro paese sono una realtà sempre più importante ed è bene che si tenga conto di questi numeri, soprattutto con riferimento ai nuovi ingressi, affinché i fattori da tener presente siano più ampi della sola disponibilità dei posti di lavoro e comprendano anche le politiche abitative e scolastiche e la capacità di risposta dei nostri servizi sociali.

Invitato ad intervenire ad un incontro sul tema «Emigrazione e speranza», promosso dall'Associazione internazionale «Carità politica», monsignor Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti, ha preso le mosse dall'encliclica Spe Salvi di Benedetto XVI, sottolineando che «emigrazione e speranza formano per noi un binomio inscindibile». La speranza è il sentimento di fiduciosa attesa della realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera. E cosa desiderano gli immigrati che vengono a lavorare nel nostro o in altri paesi? Semplicemente una condizione di vita migliore per sé ed i propri cari. E' bene allora che i paesi ospitanti si attrezzino per essere in grado di rispondere a tali aspettative, cercando di trovare un equilibrio tra gli interessi in campo, in primis quello dei propri cittadini, con particolare riguardo agli strati più deboli della popolazione. Ma l'equilibrio è possibile trovarlo solo se si costruisce un sistema di ingressi, uscite e respingimenti razionale e che salvaguardi e tuteli gli stranieri in regola con le leggi italiane e punisca adeguatamente chi non lo è. Le vie di mezzo e le zone grigie sono sempre deleterie e si rivelano certamente negative nel lungo periodo perché alimentano l'illegalità diffusa e danno la pericolosa sensazione di uno Stato assente, in cui il rispetto delle regole è demandato solo alla propria sensibilità perché tanto la violazione non comporta alcuna sanzione.

Il contrasto all'illegalità non può essere compiuto solo a fatti accaduti ma certamente, e soprattutto, anche in via preventiva sia per quanto riguarda gli irregolari (stranieri che non hanno più i requisiti previsti dalla legge per restare sul nostro territorio) che i clandestini (stranieri che entrano illegalmente nel nostro territorio). Per quanto riguarda il contrasto all'immigrazione clandestina, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha incontrato giovedì a Bruxelles le delegazioni di Grecia, Cipro e Malta per fare il punto sull'iniziativa comune che i quattro paesi hanno preparato per fronteggiare tale fenomeno nel Mediterraneo. L'iniziativa è stata portata all'attenzione degli altri 23 ministri europei, nel corso del Consiglio Affari Interni che si è aperto nella stessa giornata di giovedì sempre nella capitale belga. Lo scopo dell'iniziativa comune è quello di contrastare in modo organico e più organizzato l'immigrazione clandestina alle frontiere marittime del Mediterraneo. Tra le proposte che vengono avanzate c'è la richiesta di risorse aggiuntive per il contrasto alla clandestinità, ma anche un maggiore coordinamento tra le diverse capitali. I quattro paesi sollecitano, infine, il Consiglio Ue a dotare Frontex, l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, delle risorse finanziarie necessarie e gli Stati membri a fornire mezzi operativi adeguati.

E' bene che tutti i partners europei capiscano che rafforzare Frontex, dotandola di più mezzi più uomini e più risorse, non sarebbe certo una costosa regalia ai paesi della frontiera sud dell'Europa, ma una scelta lungimirante per il bene comune, perché un clandestino che entra in Italia, in Grecia, in Spagna non è detto che resti in questi territori. Anzi spesso e volentieri si tratta solo di una tappa obbligata per arrivare a ben altre destinazioni nel centro o nel nord Europa. Per questo motivo il contrasto all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo non è un problema dei paesi della frontiera sud del Vecchio Continente, ma un problema di tutti i paesi europei.

lunedì 27 ottobre 2008

Sì al lavoro qualificato, no allo sfruttamento dei clandestini



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

Possono arrivare fino a 10.000 dollari le «tariffe» per il trasporto in Italia degli immigrati clandestini da parte delle organizzazioni criminali. A fornire le cifre è stato il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano, nel corso del convegno Le schiavitù del XXI secolo: tratta degli esseri umani e lavoro forzato, organizzato dall'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo. «Solo nell'ultimo tratto, cioè tra il Nord Africa e le coste europee, ad esempio Lampedusa, le tariffe - ha detto Mantovano - si aggirano sui 1.000-1.200 dollari. Dalla Cina si arriva a 8.000, 10.000 dollari». Un imponente giro d'affari, col quale le organizzazioni criminali sfruttano i clandestini, «spesso costretti al lavoro nero, alla prostituzione o all'accattonaggio solo per ripagarsi il debito contratto». «E' un dato acquisito - ha aggiunto il sottosegretario - il collegamento tra la tratta di esseri umani e i flussi di clandestini: i confini sono labili». E in un quadro di lotta a questi fenomeni, anche le ordinanze dei sindaci in tema di sicurezza, se «non sono la bacchetta magica, rappresentano un tassello non secondario, un contributo non privo di risultati concreti, perché impongono agli sfruttatori di cambiare strategia». E' proprio questo il punto. Non ci sono bacchette magiche ed occorrono azioni di buon senso che siano di lungo respiro.

Se c'è immigrazione clandestina vuol dire anche che vi sono una domanda ed una offerta di lavoro nero relativo alle basse qualifiche professionali. Gli immigrati non possono essere visti solo come manodopera a basso costo, utile soltanto per alcuni datori di lavoro senza scrupoli, che se ne servono per rimanere competitivi sul mercato globale e che si disinteressano totalmente dei costi sociali di questa operazione - costi che si riversano sugli stessi immigrati, ma anche sui cittadini. Questa via non può essere perseguita, oltre che per questioni di carattere umano, anche perché essa impoverisce il tessuto produttivo del paese, che invece dovrebbe puntare con decisione sull'innovazione tecnologica e la formazione professionale. Nel nostro paese dobbiamo creare le condizioni per uno sviluppo produttivo sostenibile nel lungo periodo e non riprodurre entro i nostri confini delle enclavi di sfruttamento del lavoro nero che certo non fanno parte del bagaglio culturale di un paese civile. Il governo, sia con il pacchetto sicurezza che con gli interventi per liberare il mercato del lavoro dall'opprimente burocrazia, s'è adoperato in maniera concreta, dimostrando di voler percorrere la strada dello sviluppo virtuoso del nostro sistema produttivo.

Ma anche dall'Europa arrivano notizie positive, che fanno ben sperare per il futuro. I rappresentanti permanenti dei ventisette Stati membri dell'Unione Europea hanno trovato un'intesa sulla blue card, quella che nelle intenzioni della Commissione Ue dovrebbe essere la risposta alla green card Usa per attirare lavoratori stranieri altamente qualificati nel Vecchio Continente. La direttiva dovrebbe avere il via libera finale nella riunione dei ministri degli Interni Ue di novembre.

Il segnale che viene dal governo e dall'Europa è molto positivo: c'è l'intenzione politica di voler intraprendere la via del lavoro qualificato come strumento per rispondere alle sfide dettate dal mercato globale in tema di competitività, anziché quella dello sfruttamento della manodopera a basso costo (e spesso e volentieri in nero) dei cittadini-lavoratori e degli extracomunitari. Il lavoro qualificato rappresenta il modello ideale per aumentare la produttività dei lavoratori, perché punta sullo sviluppo delle capacità professionali, attraverso il continuo aggiornamento delle proprie conoscenze, su un giusto salario, sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, su una corretta informazione dei lavoratori sui pericoli del proprio impiego.

giovedì 25 settembre 2008

Immigrazione clandestina: migliorare la cooperazione tra gli Stati Ue



di Antonio Maglietta – 25 settembre 2008
maglietta@ragionpolitica.it

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha presentato un decreto-legge per la costruzione immediata di dieci nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione e di due o tre centri per ospitare in strutture chiuse i clandestini che richiedono asilo e che attualmente sono liberi di muoversi in attesa che la loro pratica venga esaminata. Maroni lo aveva già anticipato a Bruno Vespa nel corso di una lunga conversazione sullo stato dell'immigrazione che sarà pubblicato nel nuovo libro del giornalista "Un'Italia diversa. Viaggio nella rivoluzione silenziosa" in uscita da Mondadori- Rai Eri il 3 ottobre prossimo.
"La costruzione dei nuovi centri, uno per regione –aveva detto Maroni a Vespa - era prevista nel disegno di legge approvato a maggio e in esame ora al Senato. Ma l'aggravarsi dell'emergenza nazionale impone di accelerare la scelta". "Per quanto riguarda i richiedenti asilo – aveva aggiunto Maroni - l'anno scorso su quattordicimila domande, ne sono state accolte ottomila, divise tra profughi politici e persone inabili a tornare nel loro paese. I richiedenti oggi sono ospiti di centri speciali e sono liberi di muoversi. Noi prevediamo che invece vi restino chiusi in attesa del provvedimento della commissione. Se il provvedimento è negativo, attualmente i clandestini presentano ricorso al Tar e restano liberi in Italia in attesa che venga esaminato. Noi invece prevediamo che si proceda alla loro immediata espulsione, a meno che il prefetto non ritenga il ricorso fondato e ordini che i richiedenti restino nel centro, chiuso e controllato, ad aspettare l'esito del ricorso".
Il problema degli sbarchi dei clandestini va visto in una ottica più ampia perché non è un problema solo italiano ma europeo. In una intervista pubblicata domenica scorsa sul Sunday Times di Malta, il finlandese Illka Laitinen, capo della Frontex, l’Agenzia europea che coordina la cooperazione operativa tra gli Stati membri in materia di gestione delle frontiere esterne, ha affermato che i pattugliamenti non stanno rendendo i risultati desiderati. Secondo Laitinen ''la situazione è allarmante'' e ''più pattugliamenti della Ue nel Mediterraneo hanno fallito l'obiettivo di ridurre l'afflusso di immigrati verso l'Italia, Malta e la Grecia''. Gli arrivi a Lampedusa, spiega, sono cresciuti del 190% durante i primi sei mesi del 2008. E anche Malta ha registrato un incremento del 32%. Secondo informazioni raccolte dall'intelligence, i trafficanti impongono gli immigrati di affondare i loro barconi appena sono vicini alle coste di Malta o di Lampedusa, perché cosi devono essere soccorsi immediatamente dalle motovedette e portati a terra. Questo è il terzo anno consecutivo che la Ue coordina i pattugliamenti nel Mediterraneo con il contributo delle forze armate maltesti, italiane, francesi, tedesche e greche. In tutto, la Frontex ha stanziato circa otto milioni di euro per l'operazione. Dal maggio scorso, quando sono iniziati i pattugliamenti, 12.641 immigrati hanno raggiunto Lampedusa, mentre 2.300 hanno raggiunto le coste maltesi.
E’ facile intuire che non basta organizzare pattugliamenti coordinati tra gli Stati rivieraschi della frontiera sud dell’Europa per combattere l’immigrazione clandestina (nella specie quella delle cosiddette ‘carrette del mare’). Questo tipo di operazioni hanno bisogno di un nuovo impulso e di un quadro organico di ulteriori azioni entro il quale porsi. La gestione dell’immigrato clandestino già arrivato sul suolo europeo diventa sempre più difficile se il flusso di queste persone aumenta in maniera esponenziale, incontrollata ed imprevedibile anche perché ogni Paese è costretto a fare da se. Ed allora, ad esempio, sarebbe opportuno migliorare la cooperazione tra gli Stati membri non solo per quanto riguarda l’organizzazione delle operazioni di rimpatrio congiunte ma anche di quelle relative alla gestione del problema sul territorio (in primis lo scambio di informazioni sulle identificazioni). Altra strada, che sarebbe opportuno percorrere con maggiore decisione, è quella della cooperazione, anche e soprattutto economica, con gli Stati da cui arrivano i maggiori flussi di immigrati. In tal senso, non bastano più i rapporti bilaterali tra Stati ma un maggiore impegno da parte dell’Unione Europa, anche perché le problematiche relative ai flussi incontrollati di clandestini riguardano quasi tutti gli Stati membri. Non bisogna dimenticare, però, che qualunque azione non è mai risolutiva di per se e che non esistono bacchette magiche.

lunedì 28 luglio 2008

Ue: punire chi sfrutta i clandestini



di Antonio Maglietta - 26 luglio 2008

Confisca dei beni patrimoniali per chi sfrutta gli immigrati irregolari facendoli lavorare in nero. E' la proposta che il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha fatto giovedì a Bruxelles, illustrando la posizione italiana sulla proposta della presidenza di turno francese del Consiglio d'Europa per punire chi sfrutta gli immigrati clandestini. Secondo il ministro, una misura di questo genere avrebbe un forte carattere dissuasivo e quindi preventivo. Maroni ha ricordato anche che in Italia gli immigrati in nero rappresentano una forma di sfruttamento molto diffusa.

Sul punto, però, c'è stata una spaccatura tra i paesi del nord (più propensi a regole meno severe) e i paesi del sud, questi ultimi in genere più direttamente interessati al fenomeno dell'immigrazione (sia stanziale che di passaggio). La divisione riguarda due punti: la possibilità di prevedere anche sanzioni penali per chi assume immigrati irregolari; la definizione di un obiettivo minimo a livello europeo (il 5%) di ispezioni nelle imprese. «Oltre a quelle penali e finanziarie, proponiamo di introdurre anche una sanzione patrimoniale per colpire direttamente gli imprenditori che sfruttano gli immigrati irregolari», ha affermato Maroni ricordando ai colleghi europei che in Italia sono state approvate delle norme che possono portare «fino al sequestro di un immobile dato in locazione ad un immigrato irregolare». A Bruxelles il ministro ha osservato che il nostro Paese ha un «primato negativo, soprattutto nei settori dell'agricoltura e delle costruzioni». «La direttiva Ue proposta - ha concluso - parla di sanzioni finanziarie e amministrative. A noi va bene, ma chiediamo anche di aggiungere le sanzioni patrimoniali».

A Bruxelles, anche il commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, ha appoggiato la proposta della presidenza di turno francese. Insomma, l'Europa dei Ventisette dovrebbe capire, in generale, che è nell'interesse di tutti non alimentare in alcun modo le sacche di clandestinità sul territorio comunitario, usando tutti gli strumenti a disposizione. Colpire i datori di lavoro che sfruttano i clandestini ed i proprietari degli immobili che li ospitano, oltre ad essere delle efficaci garanzie per la salvaguardia degli stessi stranieri irregolari, sono degli ottimi strumenti per cercare di colpire alla radice il problema.

Tralasciando la questione del rapporto tra clandestinità e criminalità, infatti, uno straniero che entra nel nostro Paese vive lavorando in nero e pagando un affitto in nero. Prosciugando questa economia parallela a quella ufficiale, colpendo i diretti beneficiari (datori di lavoro e proprietari di immobili senza scrupoli), verrebbe meno quell'acquitrino di illegalità attraverso il quale si alimenta la clandestinità. Ma c'è un altro problema da evitare, e cioè che l'economia sommersa, alimentata anche dal circuito che ruota intorno all'immigrazione clandestina, diventi un modo come un altro per rispondere alle sfide del mercato globale. Secondo l'ultimo rapporto Eurispes l'economia sommersa in Italia ha prodotto almeno 549 miliardi di euro nel 2007. Secondo i calcoli, il nostro sommerso attualmente equivale ai Pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme. L'incidenza rispetto al Pil ufficiale prodotto nel nostro Paese è di almeno il 35,5%. Sono cifre che dovrebbero far riflettere tutti perché se qualcuno in Europa crede che questi siano solo problemi che riguardano gli stati del Sud dell'Ue, si sbaglia di grosso. Generalmente il Sud è solo la zona di transito; la vera destinazione è il nord Europa ed il suo ricco welfare state.

Antonio Maglietta

mercoledì 9 luglio 2008

L'Europa cerca di chiudere le porte ai clandestini



di Antonio Maglietta - 8 luglio 2008

L'Europa cerca di chiudere le porte all'immigrazione clandestina e tenta di farlo dandosi regole comuni per organizzare meglio quella legale, in base alle esigenze del mercato del lavoro e alle capacità di accoglienza degli Stati. Il Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo, voluto dal presidente francese Nicolas Sarkozy, seppur con piccole modifiche rispetto alla versione originale su richiesta del rappresentante spagnolo, ha passato il vaglio dei ministri degli interni della Ue, riuniti ieri per un Consiglio informale. Il passo successivo sarà l'accordo a 27 al Vertice Ue di ottobre.

«L'ipotesi di una immigrazione zero sembra irrealistica e pericolosa», si legge nel testo del Patto, riconoscendo che «le migrazioni contribuiscono alla crescita economica dell'Unione Europea e degli Stati che ne hanno bisogno per la loro situazione demografica e per il loro mercato del lavoro». Ma al tempo stesso ammette che «la Ue non ha mezzi per accogliere degnamente tutti gli immigrati alla ricerca di una vita migliore» e che «una immigrazione mal controllata può attentare alla coesione sociale dei paesi di accoglienza».

«I pilastri sono due: lotta senza quartiere all'immigrazione clandestina e a chi la sfrutta, massima integrazione di chi viene regolarmente sui territori della Ue», ha spiegato il ministro dell'interno Roberto Maroni, molto soddisfatto dell'accelerazione impressa dalla presidenza francese e pronto a mettere nel conto nuove accuse di razzismo. Come quelle lanciate dal presidente del Brasile Lula e dall'organizzazione Gruppo di Rio, che raduna 21 paesi dell'America latina e dei Caraibi, alla direttiva europea sui rimpatri. «Bisogna non temere queste false accuse e andare avanti per regolamentare l'immigrazione, cosa che il Patto e la direttiva europea sui rimpatri fanno in modo soddisfacente», ha detto Maroni.

«Non vedo nuovi muri attorno all'Europa, non diventeremo una fortezza», ha assicurato il ministro dell'interno tedesco, il cristiano democratico Wolfgang Schaeuble. «In Europa ci sono otto milioni di immigrati. Noi dobbiamo lottare contro quella illegale e organizzare quella legale», ha sintetizzato. Soddisfatto anche il ministro spagnolo Alfredo Perez-Rubalcaba, per il quale «il Patto contiene alcuni elementi del modello di immigrazione che la Spagna ha sempre sostenuto». Perez-Rubalcaba ha rivendicato a Madrid il merito di avere cambiato alcuni punti della proposta di Sarkozy, in particolare l'inserimento dei motivi economici tra le ragioni per procedere alla regolarizzazione di illegali. Il testo conclusivo impegna i 27 a «limitarsi a regolarizzazioni caso per caso e non generali, nel quadro delle legislazioni nazionali, per motivi di carattere umanitario od economico». Oltre che ad una maggiore concertazione tra i 27 il Patto insiste sul dialogo con i paesi terzi di provenienza e di transito degli immigrati.

Insomma, sembra evidente che l'Europa abbia scelto la via del realismo e cioè di regolare gli ingressi in base alle esigenze del mercato del lavoro e alla disponibilità di accoglienza degli Stati, di evitare le sanatorie di massa dei clandestini che non fanno altro che richiamarne altri negli anni successivi, di rafforzare i canali legali dell'immigrazione attraverso la cooperazione tra gli Stati dell'Unione e di questi ultimi con i Paesi di transito e provenienza degli immigrati.

Il Patto rappresenta un notevole passo avanti rispetto al passato nell'ambito delle politiche sull'immigrazione anche se sarebbe utile qualche ulteriore aggiunta sul modo di organizzare il sistema degli ingressi. Ad esempio, quando si fa riferimento al fatto che gli Stati dell'Unione hanno bisogno degli immigrati per il loro mercato del lavoro, sarebbe opportuno specificare, magari in ambito nazionale, che la leva dello sviluppo deve essere la qualità del lavoro e la ricerca tecnologica e non l'ampliamento indiscriminato della manodopera disponibile, che non fa altro che svilire le professionalità, abbassare i salari e fornire un prodotto o servizio di bassa qualità. Altra annotazione. Nel Patto si pone giustamente l'accento sulla sostenibilità sociale dei flussi di immigrati in merito alla capacità di accoglienza degli Stati. Ancora meglio sarebbe specificare, quindi, che il sistema degli ingressi non dovrà essere legato alle sole richieste del mercato del lavoro ma anche a quelle del nostro welfare state , e cioè alla capacità dei nostri servizi sociali di rispondere ad ulteriori sollecitazioni.

E' chiaro, poi, che tutte le accuse di voler discriminare l'immigrato in quanto tale sono solo attacchi che lasciano il tempo che trovano, anche perché la cosa peggiore che si possa fare a queste persone sarebbe quella di dargli l'illusione che in Europa c'è l'Eden, salvo poi fargli scoprire, una volta sul posto, che non è esattamente così. L'immigrazione è un fenomeno inarrestabile che per essere regolato, in generale, non ha bisogno di muri, che storicamente sono buoni solo per essere scavalcati o abbattuti, ma, soprattutto, di canali legali, di accordi tra paesi di origine, di transito e di destinazione, di tanto raziocinio e di una corretta visione di insieme e sul lungo periodo del fenomeno.

Antonio Maglietta

venerdì 20 giugno 2008

Immigrati: segnali confortanti dall'Europa



di Antonio Maglietta - 20 giugno 2008

Approvando con 369 voti favorevoli, 197 contrari e 106 astensioni la relazione di Manfred Weber del Ppe, il Parlamento europeo ha adottato la direttiva che stabilisce norme e procedure comuni da applicarsi negli Stati membri al rimpatrio dei clandestini. La direttiva, che si applica nei confronti dei cittadini di paesi terzi in posizione irregolare nel territorio di uno Stato membro, incoraggia il ritorno «volontario», stabilisce la durata massima di detenzione (18 mesi), che attualmente è illimitata in alcuni Stati membri, definisce degli standard minimi comuni da garantire per le condizioni di vita, fra cui il diritto all'assistenza medica e all'istruzione dei bambini e impone il rispetto del principio del non-refoulement (consiste nel il divieto del rimpatrio forzato di persone dove queste rischiano persecuzioni; rientra nell'ambito del diritto internazionale consuetudinario. Nessun governo può quindi espellere una persona in tali circostanze. Si tratta di un principio già sancito dall'articolo 33 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Rifugiati del 1951: «Nessuno Stato contraente potrà espellere o respingere (refouler) - in nessun modo - un rifugiato verso le frontiere dei luoghi ove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche»).

Il testo prevede, inoltre, talune garanzie e la possibilità di ricorso a favore delle persone espulse, per evitare rimpatri arbitrari o collettivi (fermo restando che le espulsioni collettive sono già vietate dall'art. 4, Protocollo Addizionale n. 4 della Convenzione europea per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali, oltre che dall'art. 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione europea. In Italia la Corte di Cassazione si è comunque già espressa sui limiti di tale divieto con la sentenza n. 16571/2005. Una persona espulsa, inoltre, potrebbe vedersi imporre un periodo di «divieto di reingresso» di massimo 5 anni (in Italia già esiste ed è estendibile fino a 10 anni). La direttiva sottolinea, peraltro, la necessità di accordi comunitari e bilaterali di riammissione con i paesi terzi, poiché la cooperazione internazionale con i paesi d'origine in tutte le fasi della procedura di rimpatrio viene definita «la condizione preliminare per un rimpatrio sostenibile».

La direttiva dovrà ora avere l'ultimo via libera formale dai ministri degli Interni e della Giustizia, che si riuniranno a luglio, ed entrerà in vigore a breve. Gli Stati Ue avranno, quindi, due anni di tempo per recepirla nella loro legislazione nazionale. Il Ministro Roberto Maroni ha già affermato che proporrà l'immediato recepimento da parte dell'Italia. Il provvedimento del Governo Berlusconi, che prevede per i clandestini non identificati un periodo di fermo fino a 18 mesi nei Cpt, trova sostanzialmente conferma, quindi, nelle scelte decise in ambito comunitario ed ora sarebbe troppo facile ricordare e criticare gli strali dell'opposizione, che al momento del varo del testo aveva parlato di norme liberticide e contrarie al diritto comunitario. Secondo l'ex ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, «la direttiva sui rimpatri è sbagliata e prefigura un'Europa razzista che considera i clandestini alla stregua di criminali». Una affermazione che denota in maniera del tutto evidente i limiti di certa sinistra, che vede nelle regole un problema a prescindere; quasi come se il loro rispetto sia una facoltà legata a varianti sociali ed economiche e non, invece, un obbligo per tutti, nessuno escluso.

L'Ue, comunque, con questa direttiva, oltre ad armonizzare le normative degli Stati membri, per combattere il fenomeno dell'immigrazione clandestina indica la via preferenziale, e non ancora esplorata, dei «rimpatri volontari» attraverso incentivi e, inoltre, l'uso degli strumenti dell'espulsione e della detenzione prolungata come dei deterrenti più che come atti repressivi duri e puri. Un mix di interventi, quindi, che, nel rispetto dei diritti fondamentali, si pone come una piattaforma totalmente alternativa alla politica del «porte aperte per tutti» e dell'uso distorto dell'immigrazione come facile strumento compensativo dei deficit nazionali in materia di competitività nel mercato globale. Ovviamente non si tratta di una bacchetta magica che risolverà tutti i problemi ma certamente di un mezzo in più per migliorare in maniera razionale il sistema degli ingressi e delle uscite degli stranieri.

Antonio Maglietta

giovedì 5 giugno 2008

Immigrazione: il Governo si muove mentre gli altri fanno solo polemiche



di Antonio Maglietta - 5 giugno 2008

Nei giorni scorsi, in maniera del tutto immotivata, sono sorte alcune polemiche sulla prossima introduzione, nel nostro ordinamento, di una serie di norme per combattere il fenomeno dell'immigrazione clandestina. Come se in Italia ci fossero o si volessero comunque promulgare delle leggi estranee allo spirito che ispira le norme di specie degli altri paesi europei. Innanzitutto va detto che il provvedimento non è ancora operativo ed è contenuto in un disegno di legge del governo. E non a caso l'esecutivo ha scelto di inserire la norma in un disegno di legge e non in un decreto, facendo peraltro benissimo, proprio perché l'introduzione di nuove disposizioni di carattere penale nell'ordinamento è sempre un passaggio delicato per il quale è auspicabile il «bagno» parlamentare preventivo rispetto all'immediata operatività della norma.

Il reato di immigrazione clandestina non è certo una novità nel panorama europeo, visto che, seppur con alcune differenze da paese a paese, è già una realtà in Francia, Germania, Regno Unito e Svezia. Guarda caso, i paesi che, insieme a Spagna e Italia, sono quelli con il più alto tasso di immigrati in Europa. In Francia, non l'ingresso ma la permanenza irregolare è punita con il carcere fino ad un anno e con una multa che può arrivare a 3.750 euro, oltre al divieto di reingresso nel paese per tre anni, mentre nel Regno Unito, ad esempio, l'ingresso illegale è punito con un'ammenda o con la reclusione per non più di sei mesi, o con entrambi a seconda dei casi. Insomma, il reato di immigrazione clandestina non è certo una novità in Europa e, anzi, è già uno degli strumenti usati dai paesi più interessati dal fenomeno dell'immigrazione di massa, con l'idea che sia uno dei mezzi a disposizione per meglio regolare gli ingressi e marcare sempre più i confini tra regolari ed irregolari. Una questione fondamentale per coniugare sicurezza ed integrazione, visto che la clandestinità, come segnalato da tutti gli ultimi studi e rilevamenti statistici (vedere ad esempio l'ultimo Rapporto annuale dell'Istat), porta inevitabilmente con sé, per diversi motivi, un tasso di criminalità enormemente maggiore rispetto alla condizione di regolarità (la media dei reati commessi da questi ultimi è la stessa di quella degli italiani).

Ma da chi sono venuti gli attacchi più sorprendenti? «In Europa politiche repressive, come atteggiamenti xenofobi e intolleranti, contro l'immigrazione irregolare e minoranze indesiderate costituiscono grave preoccupazione. Esempi di queste politiche e di questi atteggiamenti sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di criminalizzare l'immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro insediamenti rom a Napoli e Milano» ha detto lunedì Louise Arbour, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani in un discorso al Consiglio dell'Onu sui diritti umani a Ginevra. Che cosa si intende per «politiche repressive»? Forse che il reato di immigrazione clandestina in Francia, Germania, Regno Unito e Svezia sia un segno di intolleranza e xenofobia dei governi di questi paesi, visto che in Italia il provvedimento non è ancora operativo? Insomma, con tutto il rispetto per le istituzioni internazionali, dobbiamo tenere bene a mente che l'Italia non è certo un paese a sovranità limitata, come ha precisato il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto.

Quanto alle parole del presidente Berlusconi («Il Parlamento è sovrano, deciderà secondo coscienza e secondo buonsenso. La mia personale visione è che non si possa pensare di perseguire qualcuno per una permanenza non regolare nel nostro paese, arrivando a condannarlo per questo reato con una pena. Invece, questa situazione della clandestinità può essere un aggravante nei confronti di chi commette reati previsti come tali dal Codice penale»), era chiaro sin dall'inizio l'intento del premier di voler sottolineare la sovranità del parlamento in materia e, soprattutto, come ha affermato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, la volontà di «ribadire che non c'è nessun intendimento di voler perseguire penalmente l'immigrato che cerca accoglienza e lavoro, sottolineando, invece, la volontà del governo di perseguire i clandestini che vengono in Italia per delinquere».

L'altra questione fondamentale è che, puntando i fari sulla sola disposizione relativa al reato di immigrazione clandestina, si perde di vista l'organicità dell'intervento governativo, che prevede, oltre al già citato disegno di legge, anche un decreto-legge e ben tre decreti legislativi, dove ad esempio si interviene nell'ambito dei ricongiungimenti familiari onde evitare un uso distorto dello strumento, oppure in materia di soggiorno dei cittadini comunitari dove vengono imposte le iscrizioni anagrafiche e stabiliti criteri aggiuntivi per le valutazioni da porre a base dei provvedimenti di allontanamento dei cittadini comunitari per motivi imperativi di pubblica sicurezza, tra i quali quelli attinenti alla moralità pubblica ed al buon costume.

Antonio Maglietta

domenica 10 febbraio 2008

Italia ventre molle dell'immigrazione clandestina



di Antonio Maglietta - 9 febbraio 2008

Stop all'Italia come ventre molle della lotta all'immigrazione clandestina: l'altolà arriva dalla Cassazione secondo cui commette reato il clandestino, e chi lo aiuta, che è di passaggio in Italia per raggiungere altri Paesi dell'Unione europea. Occasione per esprimere questo punto di vista, invitando i giudici di merito a non essere indulgenti con chi favorisce il traffico dei clandestini, è stata la sentenza n. 6398, con cui è stato precisato che gli Stati devono far fronte comune per far cessare questi fenomeni di immigrazione irregolare. La prima sezione penale della Cassazione ha accolto il ricorso della Procura di Trieste presentato contro la sentenza di assoluzione disposta, a maggio 2007, dal Tribunale di Tolmezzo, nei confronti di due cittadini ucraini che avevano aiutato tre connazionali ad attraversare l'Italia dichiarando poi che il passaggio era finalizzato esclusivamente al rientro nel Paese d'origine. Gli imputati, infatti, si sono difesi sostenendo che i tre loro «amici» stavano rientrando in Ucraina via Italia, Austria, Ungheria e Romania, in linea col principio secondo cui il transito momentaneo e provvisorio non costituisce reato mentre lo è la permanenza senza permesso. Un passaggio tecnico che potrebbe sembrare superfluo ma è determinante nella lotta all'immigrazione clandestina e al traffico degli esseri umani. Secondo la Procura triestina, invece, «ove si ritenesse penalmente irrilevante un ingresso per il solo fatto che chi lo compie assicura solo di essere solo in transito e di essere diretto al proprio Paese, mancando ogni possibilità di controllare la serietà di queste dichiarazioni, si finirebbe col rendere sostanzialmente ineffettiva la norma che punisce la clandestinità». La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto questa tesi annullando l'assoluzione e rinviando gli atti alla Corte d'appello di Trieste che ora dovrà processare i tre ucraini.

Secondo il collegio «l'articolo 12 del Testo Unico sull'immigrazione punisce chiunque compie atti diretti a procurare l'ingresso nel territorio dello Stato di uno straniero». Non solo. «La fattispecie criminosa - spiega ancora la Cassazione - non è più soltanto integrata dalle condotte dirette ad agevolare l'ingresso in Italia di stranieri extracomunitari in violazione della disciplina italiana sull'immigrazione, ma ricomprende anche tutte quelle condotte finalizzate a permettere l'entrata illegale in altri Stati confinanti, dei quali cioè lo straniero non è cittadino o non ha titolo di residenza permanente». Alla base della decisione c'è l'accordo di Schengen nel quale gli Stati si sono impegnati, di fatto, a far fronte comune per contrastare l'immigrazione irregolare. Quindi è reato favorire anche il solo transito attraverso i confini italiani di immigrati, senza permesso di soggiorno, diretti verso altre destinazioni: viola le norme sull'immigrazione chi «procura l'ingresso illecito dello straniero dall'Italia nel territorio di uno stato confinante, del quale egli non sia cittadino o non abbia titolo di residenza permanente, a nulla rilevando né la durata di tale ingresso, né la destinazione finale del trasferimento.

In pratica la Cassazione conferma la linea dura della legge Bossi-Fini sull'immigrazione irregolare, afferma che il nostro paese non deve essere «il ventre molle dell'immigrazione clandestina», dando quindi una interpretazione più restrittiva della norma in modo anche da «tutelare gli altri Stati membri dell'Unione Europea». Il governo Prodi, ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti, nel frattempo che fa? Annuncia, nello stesso giorno in cui viene resa nota la citata sentenza, che una direttiva del Ministro dell'Interno renderà più veloci le concessioni dei permessi di soggiorno (cosa condivisibile) senza però fare alcun accenno a maggiori controlli per evitare furbate o traffici illeciti. Ogni commento sarebbe superfluo.

Antonio Maglietta
Google