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martedì 15 novembre 2011

Democrazia, finanza, tecnocrazia


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 14 novembre 2011

Mario Monti si avvia a formare il proprio governo e il dibattito pubblico alimentato dai giornali sembra più preoccupato alla lista dei possibili futuri ministri che ai provvedimenti che verranno adottati dal nuovo esecutivo. Vedremo quali saranno gli atti qualificanti di questo governo e, nell’attesa, possiamo comunque fare almeno tre considerazioni.

La prima sui governi tecnici; George Washington, in riferimento al suo Paese, affermò che «la base del nostro sistema politico è il diritto della gente di fare e di cambiare la costituzione del loro governo». E’ ancora così anche in Italia? E’ indubbio che negli ultimi 20 anni, per ben due volte, la politica, intesa come arte di governare la società, è stata figlia del tecnicismo e non della piena democrazia: la prima volta con il governo Amato e ora con il nascente governo Monti.
Il tecnicismo non è mai neutro ma è sempre orientato dalle idee. Il professor Monti è un seguace della dottrina economica che teorizza il disimpegno dello Stato dall'economia. A rigor di logica gli atti del suo esecutivo dovrebbero essere dettati da questa visione. La facciata del cosiddetto governo tecnico è solo un alibi collettivo che serve per fare dei provvedimenti che per vari motivi la democrazia declinata nella logica degli schieramenti non è in grado di portare a compimento in un dato momento storico. Detto questo, è fuori di dubbio che prima ritorna un governo eletto dal popolo e meglio sarà per tutti. Non possiamo dare in mano per troppo tempo il nostro presente e il nostro futuro a chi non è ‘bagnato’ dal voto popolare. Anzi sono molte le voci che si levano, anche con tesi molto valide, che sostengono che, seppur solo temporaneamente, in generale mai e poi mai sia concepibile comprimere la pienezza della democrazia.
Resta il fatto, comunque, che, sempre nell’alveo della democrazia, la scelta tecnocratica può essere digerita, seppur con spasmi e grande fatica, solo se è dettata da contingenze straordinarie, dura pochissimo, compie poche scelte (condivise dalla stragrande maggioranza delle forze presenti in Parlamento), non si rivela ostile contro una parte politica e, una volta finito celermente il proprio lavoro, si mette subito da parte.

La seconda considerazione è sul ruolo della finanza nella democrazia moderna; Blaise Pascal affermò che in democrazia non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto. Oggi la democrazia è debole e la finanza è politicamente forte. Sembra davvero paradossale che, nel momento in cui un certo modo discutibile di fare finanza si trova sul banco degli imputati come una delle cause principali della crisi economica mondiale, e che l’onorabilità di un certo modo di fare banca sia ai minimi storici, sia proprio uno strumento della finanza (lo spread) a influenzare la politica e una banca (la Bce) a dettare l’agenda delle cose da fare.
In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica disse Gandhi, oggi con i governi che sono decisi dallo spread, la parolina magica sulla bocca di tutti, anche il Mahatma avrebbe forse convenuto che la finanza oggi è parte della politica e gioca un ruolo non proprio secondario. Berlusconi non è mai stato sfiduciato dal Parlamento e le sue dimissioni, anche agli occhi del più livoroso dei suoi avversari, non sono certamente frutto del lavoro delle opposizioni parlamentari ma della pressione dei mercati. La scissione dei cosiddetti finiani può anche essere il «peccato originale», i salti di qualche deputato dalle fila della maggioranza parlamentare a quelle dell’opposizione ha avuto sicuramente un ruolo importante, ma è chiaro che l’affondo decisivo è arrivato dalla finanza e dalla crisi economica mondiale.
Il governo Berlusconi ha fatto tutto il possibile, viste le contingenze, per difendere i cittadini e le imprese italiane dagli effetti negativi della crisi economica mondiale. Una crisi che, come ha fatto bene a ricordare Berlusconi, certamente non è nata in Italia e non dipende né dal nostro debito né dalle nostre banche. Il centro della crisi finanziaria oggi non è l’Italia ma l’Europa. Noi abbiamo sempre onorato il nostro debito, abbiamo un basso debito privato e un sistema bancario solido, i fondamentali della nostra economia sono stabili e forti, siamo la sesta potenza industriale del mondo, la seconda potenza manifatturiera dell’Europa e la settima del mondo. Prima di parlare a vanvera bisognerebbe tenere ben presente questi aspetti.

La terza è sull’indegna gazzarra andata in scena davanti a Palazzo Chigi, al Quirinale e sotto la residenza privata romana di Silvio Berlusconi. Gli insulti, il lancio delle monetine, le scene di esultanza sono solo ed esclusivamente il frutto di un odio alimentato spesso dall’invidia sociale e dalla frustrazione personale. Anche questa è democrazia. Certo una democrazia che non piace. Si tratta, peraltro, di persone che vivono senza rendersi conto di quello che fanno.
Sono stati capaci di protestare in poco tempo contro le banche e poi applaudire subito dopo le dimissioni di un Presidente del Consiglio scelto dal popolo e l’ascesa di un governo cosiddetto tecnico, figlio della contingenza economico-finanziaria ed esecutore delle disposizioni dettate con una lettera da una banca (la Bce). E’ difficile vedere gente così felice di pagare una sorta di mutuo (gli atti del nuovo governo avranno una ricaduta anche sulle loro tasche) senza essere neanche proprietaria della casa (il nuovo governo non l’hanno certo deciso loro).

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venerdì 28 ottobre 2011

Gli impegni dell’Italia per il mercato del lavoro


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 27 ottobre 2011

Nella lettera inviata dal governo italiano all’Ue, c’è l’impegno ad approvare misure addizionali concernenti il mercato del lavoro: «1. In particolare, il Governo si impegna ad approvare entro il 2011 interventi rivolti a favorire l'occupazione giovanile e femminile attraverso la promozione: a. di contratti di apprendistato contrastando le forme improprie di lavoro dei giovani; b. di rapporti di lavoro a tempo parziale e di contratti di inserimento delle donne nel mercato del lavoro; c. del credito di imposta in favore delle imprese che assumono nelle aree più svantaggiate. 2. Entro maggio 2012 l’esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro a. funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell’impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato; b. più stringenti condizioni nell'uso dei «contratti para-subordinati» dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato».

In pratica il governo italiano ha deciso di puntare sull’implementazione dell’occupazione giovanile e femminile, sulla modifica della normativa sui licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato e sull’introduzione di paletti più fermi nell’uso dei contratti para-subordinati. Si tratta di una scelta condivisibile per una serie di motivi. Innanzitutto c’è un impegno chiaro e preciso per varare una serie di provvedimenti a favore dei soggetti storicamente più deboli nel mercato del lavoro: giovani e donne. L’alto tasso di disoccupazione degli under 24 e il basso tasso di occupazione delle donne sono le note dolenti sulle quali occorre intervenire quanto prima.

I giovani, oltre ad un welfare più attento alle loro esigenze, hanno bisogno di avere maggiori canali di ingresso nel mercato del lavoro, di investimenti nella loro formazione professionale e di tutele contro l’uso improprio dei contratti flessibili.

Le donne, invece, di strumenti utili per coniugare al meglio l’attività professionale con il lavoro di cura. Ben vengano quindi, la promozione del contratto di apprendistato, di quello a tempo parziale e di inserimento e la stretta sull’uso dei contratti para-subordinati. Per quanto riguarda la questione della modifica della normativa sui licenziamenti per motivi economici, invece, andrebbe sgomberato il campo dalle polemiche inutili sul fatto che innovare la materia significherebbe ledere i diritti dei lavoratori.

Non c’e’ scritto da nessuna parte che ci saranno licenziamenti facili e sicuramente sarà istituito un tavolo tra governo e parti sociali per cercare di arrivare a una soluzione condivisa. Si tratta, peraltro, di un provvedimento in linea con le raccomandazioni che il Consiglio europeo ha rivolto all'Italia nel mese di luglio. In quel testo si citava proprio l’eccesso di rigore e di onerosità delle nostre procedure concernenti il licenziamento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato e si raccomandava «di rafforzare le misure intese a combattere la segmentazione del mercato del lavoro, anche rivedendo aspetti specifici della legislazione a tutela dell’occupazione, comprese le norme e le procedure che disciplinano i licenziamenti».

Guardiamo quale è la situazione attuale. Il licenziamento individuale per motivi economici rientra nel novero del licenziamento per giustificato motivo oggettivo previsto dall’art. 3 legge n. 604 del 1966 e cioè il licenziamento determinato «da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa». Per capire per grandi linee quali strade potrebbe percorrere ipoteticamente il Legislatore, senza contare le possibili e probabili mediazioni con le parti sociali, occorre dare uno sguardo a quali sono gli orientamenti delle decisioni giurisprudenziali in questa materia. Uno, che potremmo definire di stampo liberale, parte dal presupposto che una volta dimostrata l’effettività della criticità della situazione economica (anche con riguardo all’incremento del profitto), la valutazione del giudice sul nesso con il licenziamento è limitata alla verifica della non pretestuosità o arbitrarietà (vedi sentenza Cass. 21121/04). Un altro, invece, molto più restrittivo, secondo cui questo tipo di licenziamento può avvenire solo per far fronte a una situazione che imponga un’effettiva necessità di ridurre i costi (non rientra l’incremento del profitto) e alla presenza della prova dell’impossibilità di reimpiego e di uno stretto collegamento con le ragioni della ristrutturazione (vedi sentenza Cass. 21282/06).

Tuttavia è pacifico, qualunque sia l’orientamento seguito dai giudici, che l’onere della prova incomba sul datore di lavoro mentre il lavoratore ha quello di allegare delle possibili occupazioni alternative. Secondo il professor Ichino, oggi senatore del Partito Democratico, i giudici nella maggior parte dei casi concreti mettono su di un piatto della bilancia il costo sociale del licenziamento e sull’altro la perdita che l’azienda dovrebbe patire se il rapporto continuasse, e giustificano il licenziamento solo quando quest’ultimo prevalga nettamente sul primo (Il costo sociale del licenziamento e la perdita aziendale attesa per la prosecuzione del rapporto come oggetto del bilanciamento sociale, in Riv. It. Dir. Lav., 2007).

mercoledì 11 maggio 2011

L'antimafia dei fatti


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 11 maggio 2011

Con il governo Berlusconi sono stati sequestrati 15 miliardi di euro di beni mobili e immobili e contanti alle organizzazioni criminali. E' il bilancio presentato mercoledì a Napoli dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per il quale questi soldi «sono passati dal campo dell'illegalità, dalle mani sporche dei criminali a quelle dello Stato». Il Piano Sud, ha ricordato Alfano, sarà fatto di «reti viarie, ferroviarie, stradali, porti ma la prima infrastruttura si chiama legalità. Se un imprenditore deve venire al Sud e poi essere costretto a pagare il pizzo non ci viene più». Quando, ha aggiunto Alfano, «mi si chiede dell'impegno del governo sulla legalità rispondo che e' tutto scritto nella Gazzetta ufficiale, è già legge dello Stato e 29 dei primi 30 latitanti sono in galera. Costruiamo questo pilastro e arriveranno sicuramente lavoro e investimenti».

Questi sono fatti che colpiscono al cuore il potere criminale. Lo Stato, nelle sue varie articolazioni e poteri, fa a pieno il suo dovere quando toglie ai criminali i soldi e la libertà personale per un tempo congruo rispetto al delitto commesso. Poi è naturale che si possa fare sempre di più, soprattutto nel campo culturale, forse la cosa più difficile, e nella gestione dei beni sequestrati ma qui nessuno ha la bacchetta magica e ogni azione positiva, nel tempo, non può che portare a creare un circuito virtuoso. E’ ovvio anche che il Piano Sud dovrà essere, innanzitutto, un volano per lo sviluppo del mezzogiorno perché è nota l’incidenza estremamente positiva che ha una dotazione infrastrutturale moderna e efficiente sul rilancio economico di un territorio ma, allo stesso tempo, anche difeso adeguatamente dagli attacchi della criminalità che certamente vorrà intercettare parte del denaro destinato alla realizzazione delle opere.

Il governo Berlusconi ha già dimostrato nel corso di questi anni di avere la forza necessaria per combattere con vigore, e dati alla mano anche con un certo successo, la piovra criminale. La vulgata di una cattiva politica, di un certo pentitismo a orologeria e di una parte minoritaria della magistratura, che vorrebbe dimostrare che la nascita del più grande movimento politico degli anni ’90, che ha dato rappresentanza alla maggioranza di quelle persone che non si riconoscono nelle idee delle sinistre, sia frutto di un accordo perverso tra potere occulti, compreso quello mafioso, è davvero risibile. Poi succede che magari qualche pentito parli di un quadro completamente diverso da quello prospettato da alcune procure siciliane, in cui non compare Silvio Berlusconi ma altri soggetti, ed ecco che allora da quella stessa parte politica, che fino ad un secondo prima era impegnata nel lanciare fango contro l’avversario, partono distinguo, parole prudenti, difese appassionate verso le persone coinvolte. Tutto giusto ma dove era questa stessa gente quando Berlusconi era infangato senza prove a mezzo stampa? Il solito network mediatico-giudiziario continua imperterrito a dare credito a teorie e complotti che potrebbero essere buoni solo per qualche romanzo. Da anni è attivamente impegnato nella lotta all’avversario politico attraverso il discredito personale, l’uso disinvolto delle dichiarazioni di mafiosi pentiti (o presunti tali?), che molte volte parlano per sentito dire e nemmeno per esperienza diretta, la pubblicazione di atti che dovrebbero essere coperti dal segreto istruttorio e di conversazioni telefoniche più utili a riempire pagine di giornali scandalistici che atti giudiziari.

Sarebbe utile ricordare che recentemente la Giunta dell'Unione camere penali italiane, ha voluto precisare sul caso Ciancimino che «pur consapevole dell'estrema delicatezza e complessità delle varie indagini per fare luce sui molteplici scenari ancora inestricabili che hanno caratterizzato gli anni delle stragi di mafia, a margine di questa storia, ricorra, ancora una volta, il tema della disinvolta e poco ortodossa gestione di tutti quei personaggi che dapprima vengono ritenuti depositari di verità processualmente rilevanti, la cui attendibilità viene proclamata e difesa e che poi puntualmente disattendono tali aspettative, scoprendosi improvvisamente indagati per condotte incompatibili con quello status di dispensatori di verità processuali fino ad allora ricoperto». I penalisti hanno ricordato come di recente, Ciancimino, «allo status di imputato e di dichiarante di segreti scottanti (tanto da meritare una tutela da parte dello Stato che gli ha assegnato una scorta)», ha aggiunto la «veste diversa di detenuto in stato di custodia cautelare, poiché nuovo indagato del reato di calunnia ai danni del Prefetto, ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, anche lui destinatario delle sue propalazioni».«La richiesta di custodia cautelare – ha concluso la Giunta Ucpi- emessa dal gip di Palermo, si apprende essere stata depositata da quegli stessi rappresentanti del pm che fino ad oggi sembrava avessero dato credito alle sue dichiarazioni, gestendo la sua partecipazione in vari processi e procedimenti dove il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo aveva portato il suo contributo di verità mortis causa».

FONTE

martedì 1 febbraio 2011

Qualunquismo e benaltrismo. Così la sinistra risponde a Berlusconi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 01 febbraio 2011

In Italia, da qualche tempo, ci si esercita spesso e volentieri in atteggiamenti che non portano da nessuna parte: il qualunquismo e il benaltrismo. Si dice no a una proposta, ma non si avanza mai un'alternativa credibile. S'invocano i salari tedeschi, ma non i tempi e i modi di lavoro in uso in Germania. Si parla di modello inglese a proposito dell'incidenza dei contratti a tempo indeterminato nel mercato del lavoro, ma poi non si accettano le regole sul licenziamento tipiche di quel sistema. Si chiedono gli investimenti per la ricerca come in Usa, ma ci si dimentica che la maggior parte dei finanziamenti lì arriva dal settore privato.

Il qualunquismo e il benaltrismo, se fatti propri dagli uomini politici, servono solo per mascherare la mancanza di progetti e per pontificare sul nulla. Nel vuoto di idee e in assenza di proposte realistiche in grado di attrarre consenso, in Italia la lotta politica viene portata avanti cercando di screditare l'avversario. Sappiamo tutti le cose che vengono contestate a Berlusconi. E sarebbe utile ricordare che a De Gasperi, colui che non fece morire di fame gli italiani dopo la guerra, diedero del servo a libro paga degli Stati Uniti e del baciapile clericale. A Fanfani dello speculatore edilizio e distruttore delle bellezze naturali del Paese. Ad Andreotti del mafioso e a Craxi del ladro. Ogni grande leader politico che è divenuto presidente del Consiglio è stato fatto oggetto di diffamazioni gravissime da parte della sinistra. I cui rappresentanti, così impegnati a gettare fango sugli avversari politici, non hanno mai spiegato il perché gli italiani preferissero questi leader politici e non altri. Chi erano gli altri? Gente che fino agli anni '80 era sostenuta da un Paese nemico, in piena guerra fredda, e che proponeva la via comunista come alternativa al modello di sviluppo occidentale. Bisognerebbe chiedere a chi ha vissuto davvero sotto il comunismo i benefici ricevuti. Dopo il crollo del Muro di Berlino, poi, la presunta alternativa politica non ha proposto più nulla. Tant'è vero che le funzioni spettanti alle opposizioni parlamentari sono state assunte da soggetti estranei al mondo politico, come i sindacati e qualche magistrato.

Ora Berlusconi, con grande saggezza, ha proposto un patto per lo sviluppo. Qual è stata la risposta da parte delle opposizioni? Se ne vada. E questa sarebbe l'alternativa? Persone che vogliono sovvertire il responso delle elezioni democratiche con giochi di palazzo o sperando nell'aiuto della magistratura? E quale sarebbe la loro proposta di sviluppo, ovviamente al netto del «più tasse per tutti», che è stata l'unica cosa che i signori della sinistra hanno messo in atto quando sono stati al governo? Qui non è in gioco solo il futuro di Berlusconi, ma quello di chi, per vari motivi, non si riconosce nella sinistra. L'attacco concentrico che sta subendo il presidente del Consiglio è qualcosa di molto pericoloso, perché mette in gioco l'essenza stessa della democrazia che - è sempre bene ricordarlo - significa governo del popolo. Chi oggi vorrebbe togliere di mezzo Berlusconi senza passare dalle elezioni sta cercando di fregare il popolo, non solo quello che l'ha votato, ma tutti gli italiani, per cercare di instaurare una sorta di aristocrazia moderna, un governo dei migliori - si fa per dire - dove le esigenze del popolo, di noi tutti, sarebbero l'ultima cosa a cui pensare.

Già ora qualche brillante mente di sinistra ha iniziato a mettere le mani avanti e a dire che non tutto finirà con Berlusconi e che il berlusconismo continuerà. Insomma, se la morsa tra giochi di palazzo da un lato e circuito mediatico-giudiziario dall'altro arrivasse a raggiungere i risultati sperati, si stanno già mettendo le basi per sferrare gli stessi attacchi rivolti a Berlusconi contro chiunque dovesse essere il futuro candidato premier del centrodestra negli anni a venire, e contro le persone che dovessero sostenerlo. Opporsi democraticamente all'attacco violento sferrato contro Berlusconi e la parte politica che lo sostiene è una battaglia di libertà che dovrebbe unire tutti quelli che non si ritrovano su posizioni di sinistra e che chiedono solo una cosa: che la volontà del popolo sia rispettata.

FONTE

lunedì 29 novembre 2010

Decreto sicurezza. Intervista all'onorevole Jole Santelli



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 29 novembre 2010

E' in discussione alla Camera il disegno di legge di conversione del decreto del governo recante misure urgenti in materia di sicurezza. Ne parliamo con uno dei due relatori del provvedimento, l'onorevole Jole Santelli, vicepresidente della commissione Affari Costituzionali della Camera e vicepresidente del gruppo del Popolo della Libertà di Montecitorio.

Secondo una recente indagine Istat, relativa al biennio 2008-2009, il 77,9% della popolazione definisce la zona dove abita poco o per niente a rischio di criminalità. Tuttavia, secondo lo stesso studio, la paura individuale è un fenomeno che coinvolge un'elevata percentuale di cittadini. Il 28,9% prova un senso di forte insicurezza. Come risponde il governo a queste paure e a queste ansie dei cittadini?

Da qualche anno ha acquistato rilevanza un fenomeno nuovo e diverso dalla semplice lettura dei dati statistici rispetto ai reati: quello che viene definito «sicurezza percepita». La cosiddetta «sicurezza percepita» è parte di ciascun cittadino perché ovviamente le sue azioni sono condizionate dal senso di paura che egli stesso prova. E' profondamente mutato l'effetto che i cambiamenti sociali hanno sulla nostra vita quotidiana e pertanto sono emerse nuove problematiche cui la politica è chiamata a dare risposta.

Le mafie si combattono anche toccandole nel portafoglio. Ma non basta solo sequestrare e confiscare i beni: occorre anche amministrarli bene. Il decreto legge 4 febbraio 2010, n. 4, poi convertito dal parlamento nella legge 31 marzo 2010, n. 50, ha istituito l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Nel nuovo decreto ci sono provvedimenti che potenziano l'attività dell'Agenzia. Quali sono, a suo avviso, quelli più significativi?

Uno degli aspetti più significativi del provvedimento è il potenziamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità. Si è inteso eliminare gli inconvenienti che si sono verificati nella gestione e nell'assegnazione di tali beni, oltre che consentire un finanziamento diretto che permetta all'Agenzia di operare in modo sempre più efficace. In tal modo il governo dà un chiaro segnale di voler proseguire nella dura lotta alla criminalità organizzata e di volerne colpire i patrimoni illecitamente accumulati.

La cooperazione con le forze di polizia degli altri Paesi è diventato uno strumento strategico per combattere le nuove mafie del crimine transnazionale. Cosa si può fare per migliorare quest'attività?

Il crimine ha trovato delle forme di cooperazione naturali e delle sinergie immediate. Ciò ha reso più che mai necessaria una forma di difesa comune nei confronti della criminalità e soprattutto delle cosiddette «nuove mafie», che ha necessitato una collaborazione molto più forte fra i vari Stati. Questo ha ovviamente una immediata ricaduta nelle misure adottate a livello comunitario, ma ne ha altrettanta nella cooperazione di polizia, che ha avuto la necessità di rafforzarsi anche al di fuori della Ue. Il decreto legge, all'articolo 5, prevede un ulteriore strumento di programmazione strategica che viene istituito all'interno della Direzione centrale della polizia criminale, direzione all'interno del dipartimento di pubblica sicurezza che ha il compito di coordinare la cooperazione fra diverse forze di polizia anche nazionali.

Le mafie si alimentano economicamente anche attraverso le infiltrazioni negli appalti pubblici. Che cosa prevede il testo in questa delicata materia?

L'articolo 6 dispone la tracciabilità di tutte le operazioni economiche, quindi ha un doppio risvolto: sia dal punto di vista investigativo, volto al controllo di possibili infiltrazioni, sia da un punto di vista economico-finanziario a fini tributari. Il decreto sostanzialmente prevede l'identificazione di ciascuna operazione economica e il collegamento di questa allo specifico rapporto contrattuale. Più specificamente in relazione ai lavori pubblici la cosiddetta «tracciabilità» delle operazioni legate tanto ai lavori di appalto quanto a quelli di subappalto.

Le ordinanze dei sindaci in materia di sicurezza spesso sono dei «vorrei ma non posso». I primi cittadini lamentano di avere le mani legate e di poter fare poco dinanzi alle richieste dei cittadini. Che cosa dispone il decreto a riguardo?

L'articolo 8 dispone un rafforzamento della collaborazione fra il sindaco e il prefetto come autorità di governo. L'ordinanza del sindaco che già a norma della legge vigente deve essere trasmessa al prefetto ai fini della valutazione di legittimità, dopo essere varata viene ritrasmessa affinchè, ove sia necessario l'intervento di altre forze di polizia rispetto a quelle della polizia locale, il prefetto ne disponga l'utilizzo ai fini della concreta attuazione dei principi fissati nell'ordinanza dei sindaci.

martedì 23 novembre 2010

Sicurezza: il governo risponde con i fatti a paure e ansie dei cittadini



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 23 novembre 2010

Secondo il rapporto Istat «Reati, vittime, percezione della sicurezza», riguardante gli anni 2008-2009 e presentato lunedì a Roma, il 48,5% degli italiani è influenzato dalla criminalità, il 25,2% non esce mai di casa da solo la sera per paura di esserne vittima. I più insicuri di tutti sono i cittadini del Sud (33,2%), in particolare quelli campani, e ad avvertire più paura sono le donne (37%), soprattutto le giovanissime tra i 14 e i 24 anni (addirittura il 60,3%). Nel corso dei 12 mesi precedenti l'intervista, nel biennio 2008-2009 i cittadini rimasti vittime sono stati il 5,7 per cento del totale. Per quanto riguarda i reati contro la proprietà si è trattato in primo luogo di furti di oggetti personali (2,2%), seguiti dai borseggi (1,6%) e dagli scippi (0,5%). Tra i reati violenti al primo posto si collocano le minacce (0,9 per cento), seguite dalle aggressioni (0,6 per cento) e dalle rapine (0,4 per cento). Le paure e le ansie dei cittadini quando si parla di criminalità non si affrontano, come spesso si sente dire da alcuni esponenti di sinistra, dicendo che sono solo frutto di una percezione e, quindi, non motivate da quella che è la realtà dei fatti. La risposta deve essere la lotta senza quartiere al crimine. E' questa la grande differenza che crea un abisso, sul tema di come affrontare la questione, tra la sinistra e il centrodestra.

Gli indubbi successi messi a segno dallo Stato in quest'ambito non sono arrivati certo per caso. Sono il frutto di una serie di fattori tra cui lo straordinario impegno di tutti gli uomini delle istituzioni che lavorano quotidianamente nell'ombra, lontano dalle luci della ribalta, e la produzione normativa del Governo, frutto dell'adempimento dell'impegno preso in campagna elettorale per le politiche del 2008 dal Popolo della Libertà, ha approvato, su proposta del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del Ministro dell'interno, Roberto Maroni, un altro pacchetto di disposizioni in materia di sicurezza pubblica e contrasto alla criminalità organizzata che va ad arricchire la ricca produzione normativa di questo governo in queste delicate materie.
Dall'inizio di questa legislatura si contano ben 26 provvedimenti (considerando solo quelli approvati definitivamente e attualmente in vigore) da parte del Governo Berlusconi in questo ambito. Quasi un intervento normativo al mese da quando è entrato in carica. L'elenco:

Decreto-Legge 23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica, poi convertito dal Parlamento nella Legge 24 luglio 2008, n. 125;

Decreto-Legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria, poi convertito dal Parlamento nella Legge 6 agosto 2008, n. 133;

Decreto del ministro dell'Interno 5 agosto 2008 - Incolumità pubblica e sicurezza urbana. Interventi del sindaco;

Decreto-Legge 2 ottobre 2008, n. 151 - Misure urgenti in materia di prevenzione e accertamento di reati, di contrasto alla criminalità organizzata e all'immigrazione clandestina, poi convertito dal Parlamento nella Legge 28 novembre 2008, n. 186;

Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento della Gioventù - Decreto 30 dicembre 2008 - Bando di concorso per la sicurezza stradale;

Direttiva del Ministro dell'Interno per le manifestazioni nei centri urbani e nelle aree sensibili 26 gennaio 2009 - Circolare ai Prefetti della Repubblica;

Decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 - Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, poi convertito dal Parlamento nella Legge 23 aprile 2009, n. 38;

Decreto legislativo 11 maggio 2009, n. 54 - Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 22 giugno 2007, n. 109, recante attuazione della direttiva 2005/60/CE, concernente misure per prevenire, contrastare e reprimere il finanziamento al terrorismo e l'attività di Paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale;

Decreto-legge 15 giugno 2009, n. 61 - Disposizioni urgenti in materia di contrasto alla pirateria, convertito dal Parlamento nella Legge 22 luglio 2009, n. 100;

Legge 30 giugno 2009, n. 85 (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008) - Adesione della Repubblica italiana al Trattato concluso il 27 maggio 2005 tra il Regno del Belgio, la Repubblica federale di Germania, il Regno di Spagna, la Repubblica francese, il Granducato di Lussemburgo, il Regno dei Paesi Bassi e la Repubblica d'Austria, relativo all'approfondimento della cooperazione transfrontaliera, in particolare allo scopo di contrastare il terrorismo, la criminalità transfrontaliera e la migrazione illegale (Trattato di Prum). Istituzione della banca dati nazionale del Dna e del laboratorio centrale per la banca dati nazionale del Dna. Delega al Governo per l'istituzione dei ruoli tecnici del Corpo di polizia penitenziaria. Modifiche al codice di procedura penale in materia di accertamenti tecnici idonei ad incidere sulla libertà personale;

Legge 15 luglio 2009, n. 94 - Disposizioni in materia di sicurezza pubblica (il disegno di legge è stato deliberato dal Consiglio dei Ministri del 21 maggio 2008);

Decreto ministro dell'Interno 8 agosto 2009 - Determinazione degli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari, requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio e modalità di tenuta dei relativi elenchi, di cui ai commi da 40 a 44 dell'articolo 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Direttiva del ministro dell'Interno 14 agosto 2009 - Disposizioni per la stagione calcistica 2009/2010;

Direttiva del ministro dell'Interno 14 agosto 2009 - Direttiva per garantire un'azione coordinata di prevenzione e contrasto dell'eccesso di velocità sulle strade;

Decreto ministro dell'Interno 15 agosto 2009 - Accertamento, da parte delle questure, della sussistenza dei requisiti ostativi al rilascio di accesso ai luoghi ove si svolgono manifestazioni sportive;

Decreto ministro dell'Interno 15 settembre 2009, n. 154 - Regolamento recante disposizioni per l'affidamento dei servizi di sicurezza sussidiaria nell'ambito dei porti, delle stazioni ferroviarie e dei relativi mezzi di trasporto e depositi, delle stazioni delle ferrovie metropolitane e dei relativi mezzi di trasporto e depositi, nonché nell'ambito delle linee di trasporto urbano, per il cui espletamento non è richiesto l'esercizio di pubbliche potestà, adottato ai sensi dell'articolo 18, comma 2, del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155;

Decreto del ministro dell'Interno 6 ottobre 2009 - Determinazione dei requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio del personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, le modalità per la selezione e la formazione del personale, gli ambiti applicativi e il relativo impiego, di cui ai commi da 7 a 13 dell'articolo 3 della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 19 ottobre 2009 - Autorizzazione ad assumere, a tempo indeterminato, personale dei Vigili del fuoco, dell'Arma dei carabinieri, del Corpo di polizia penitenziaria, della Polizia di Stato e del Corpo della guardia di finanza, ai sensi dell'articolo 66, comma 3, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133;

Decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4 - Istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, convertito dal Parlamento nella Legge marzo 2010, n. 50;

Decreto del ministro dell'Interno 4 febbraio 2010 - Modifica al decreto del Ministro dell'interno 8 agosto 2009, concernente la determinazione degli ambiti operativi delle associazioni di osservatori volontari, requisiti per l'iscrizione nell'elenco prefettizio e modalità di tenuta dei relativi elenchi;

Decreto-Legge 12 febbraio 2010 , n. 10 - Disposizioni urgenti in ordine alla competenza per procedimenti penali a carico di autori di reati di grave allarme sociale, convertito dal Parlamento nella Legge 6 aprile 2010, n. 52;

Decreto del ministro dell'Interno 24 febbraio 2010 - Modifiche al decreto 8 agosto 2007 in materia di organizzazione e servizio degli assistenti sportivi, denominati «steward», negli impianti sportivi;

Legge 2 luglio 2010, n. 108 - Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, fatta a Varsavia il 16 maggio 2005, nonché norme di adeguamento dell'ordinamento interno (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 4 febbraio 2010);

Decreto del ministro dell'Interno 6 luglio 2010 - Modalità di funzionamento del registro delle persone senza fissa dimora, a norma dell'articolo 2, della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, come modificato dall'articolo 3, comma 39, della legge 15 luglio 2009, n. 94;

Legge 13 agosto 2010, n. 136 - Piano straordinario contro le mafie, nonché delega al Governo in materia di normativa antimafia (il disegno di legge è stato deliberato nel Consiglio dei Ministri del 28 gennaio 2010);

Decreto legge 12 novembre 2010, n. 187 - Misure urgenti in materia di sicurezza.

A tutto questo vanno aggiunti tutti i decreti sul carcere duro per i criminali firmati dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ai sensi dell'art. 41 bis della Legge n. 354 del 1975. Atti, questi ultimi, che oltre a confermare che la lotta al crimine si fa con i fatti, diventano ancora più rilevanti dopo la notizia che l'ex ministro della giustizia del governo Ciampi, Giovanni Conso, nell'audizione alla Commissione Antimafia dell'11 novembre scorso, ha dichiarato di non aver rinnovato, il 4 novembre 1993, il 41-bis per 140 mafiosi detenuti nel carcere palermitano dell'Ucciardone dopo l'offensiva stragista della mafia nel biennio 92-93.

lunedì 15 novembre 2010

“Berlusconi ha un modello per l’immigrazione”



Il Predellino intervista Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro. Cresciuto alla “scuola” di don Gianni Baget Bozzo, Maglietta riflette con noi di come il governo Berlusconi sta affrontando il fenomeno dell’immigrazione.

di Andrea Camaiora

Secondo gli ultimi dati dell’Istat, tra 40 anni avremo 10 milioni di stranieri in Italia con una incidenza sulla popolazione residente pari al 17%. Che impatto potrebbero avere questi numeri sul sistema paese?
Partiamo dal presupposto che questo è un processo inevitabile e che prima prendiamo coscienza di questo dato di fatto e meglio saremo in grado di affrontare tutti i temi connessi con questo evento. Oggi nessuno è in grado di dire se questi numeri porteranno in termini generali benefici o meno. Dipende da quale modello d’integrazione saremo in grado di offrire come sistema Paese e, soprattutto, dalla personale voglia di ogni singolo immigrato di voler aderire ai valori che definiscono il nostro ordine normativo. Una cosa è certa. Questi numeri ci dicono che dobbiamo trovare alla svelta un modello alternativo all’assimilazionismo e al multiculturalismo.

Perché l’assimilazionismo e il multiculturalismo sono falliti?
In Francia l’assimilazionismo è fallito perché si fondava su un patto in cui lo Stato francese s’impegnava a concedere la «cittadinanza repubblicana», con i suoi diritti di libertà, in cambio del divieto di far valere le appartenenze religiose. Il patto è fallito perché i nuovi cittadini, comprese le nuove generazioni nate in Francia, non si sono mai sentite parte integrante della società francese e rivendicano la mancanza di pari opportunità.
Il multiculturalismo, da parte sua, attraverso le generose politiche di riconoscimento delle minoranze, invece che integrare, ha portato all’esaltazione massima dei peggiori egoismi culturali e religiosi e, di conseguenza, alla disgregazione sociale.
Paradossalmente due modelli contrapposti, non solo sono falliti, ma hanno anche prodotto le medesime cose: odio, ghettizzazione e separatismo culturale.

Esiste un modello d’integrazione alternativo a quelli già falliti?
Certo, si tratta proprio del nuovo modello italiano. Il governo Berlusconi ha presentato un piano che si chiama “Identità e Incontro” e ha tre grandi meriti: l’essere lontano dalle esperienze fallimentari del multiculturalismo e dell’assimilazionismo, l’aver responsabilizzato l’immigrato e di occuparsi dello straniero che viene a vivere nel nostro paese mettendo al centro la persona e non solo la forza-lavoro.

Recentemente la maggioranza parlamentare è stata battuta alla Camera su alcune mozioni che mettevano in discussione il rapporto bilaterale Italia-Libia in materia di immigrazione. Come giudica questo rapporto di collaborazione tra i due paesi?
Lasciamo stare le polemiche e guardiamo ai fatti. Numeri alla mano, lo giudico positivamente. Prima dell’accordo con la Libia, l’Italia era il ventre molle dell’Europa. Dopo l’accordo, com’è stato riconosciuto ultimamente anche da Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, quindi una fonte comunitaria più che autorevole, la pressione migratoria sulle nostre coste è passata dal 12% del 2009 al 4%.
Nei primi 8 mesi del 2010, inoltre, si è registrata una drastica diminuzione degli ingressi illegali, scesi dai 7.863 del primo semestre 2009 a 2.233 dello stesso periodo del 2010, pari a un -72% del totale. In conformità a questi fatti, va detto forte e chiaro che chi è contro quel trattato forse rimpiange i tempi andati in cui l’Italia era il ventre molle d’Europa e la destinazione preferita per le direttrici dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani. Io, personalmente, non li rimpiango. Altro discorso, sempre connesso con questo, è quello dei diritti umani. Nessuno li vuole calpestare ma è chiaro che l’Italia non si può fare carico da sola di tutti i richiedenti asilo africani. Il tema è già stato portato dai nostri rappresentanti istituzionali nelle sedi comunitarie perché su quest’argomento molto delicato tutti i paesi europei si devono muovere all’unisono e parlare la stessa lingua. Non ci sono altre scelte percorribili.

A Brescia ci sono alcuni immigrati che sono saliti per protesta su una gru e non vogliono scendere perché dichiarano di avere un lavoro, di vivere da alcuni anni in Italia e, per questi motivi, chiedono di avere il permesso di soggiorno. Le autorità hanno risposto che chi è stato colpito da provvedimenti di espulsione non può accedere ad alcuna sanatoria. Come se ne esce?
Il caso particolare di questa vicenda va prima inquadrato in un contesto generale per capire meglio cosa sta succedendo e cosa si potrebbe fare. Queste persone sulla gru, ma tantissime altre insieme a loro in altre zone d’Italia, fanno parte di quella moltitudine di immigrati che viene spesso sfruttata come forza-lavoro a basso costo da alcuni sciacalli del sistema produttivo nazionale. Si tratta di una barbarie che ha attraversato sotto varie forme la storia e che ritroviamo tale e quale anche in altri paesi occidentali. Lo schema è molto semplice. Ci sono da un lato questi stranieri che partono dalla loro terra natia in cerca di lavoro e dall’altro alcuni soggetti, operanti nel mercato del lavoro nazionale (i famosi ‘caporali’ e alcuni pseudo imprenditori), che hanno bisogno delle braccia di questa gente, svendute per necessità a quattro soldi, per abbassare i costi di produzione e restare competitivi sul mercato globale. Chi ci guadagna in tutto questo sono i ‘caporali’ e alcuni pseudo imprenditori mentre chi ci perde sono tutti gli altri (istituzioni, comuni cittadini, gli stessi immigrati).
In questo quadro, il compito delle istituzioni deve essere duplice: da una parte stanare e colpire duramente chi offre lavoro e affitti in nero e dall’altra far rispettare le regole sull’ingresso e la permanenza dello straniero in Italia. A mio avviso a Brescia le istituzioni devono far rispettare la legge, avendo il massimo rispetto possibile per le vicende umane ma senza cedere ad alcuna forma di pressione. Si cerchi di risolvere la situazione vagliando con cura le singole posizioni di queste persone, cosa che comunque andrebbe sempre fatta, avendo come punto di riferimento le disposizioni vigenti in materia. E’ vero che non c’è altra strada utile se non quella del dialogo, ma uno Stato che si rispetti dopo aver dialogato deve anche prendere una decisione e agire nel rispetto delle regole.

15 novembre 2010

tratto da IL PREDELLINO

venerdì 10 luglio 2009

Le bufale del «Guardian»



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 09 luglio 2009


Il giornale The Guardian, in un articolo firmato martedì da Julian Borger, aveva strombazzato la notizia (falsa) di una presunta fuoriscita dell'Italia dal G8 e aveva aggiunto che l'apparato diplomatico Usa avrebbe preso in mano l'agenda del vertice in sostituzione dell'Italia: la prova sarebbe una videoconferenza tra gli sherpa del G8 organizzata dagli Usa. Peccato, per il giornale della sinistra inglese e per i suoi (pochi) estimatori italiani, che la prima notizia sia stata seppellita dall'ilarità di tutte le cancellerie presenti al G8 e che la seconda sia stata ufficialmente smentita mercoledì da Mike Froman. Il funzionario della Casa Bianca, che è anche lo sherpa Usa al G8, ha detto che quanto scritto era «falso» e che la famosa conferenza telefonica «è stata organizzata per preparare il G20 di Pittsburgh a settembre. Questo non ha niente a che fare con il G8».

Al Guardian, tuttavia, intuendo di averla sparata grossa, hanno fatto riprendere carta e penna ai propri giornalisti per correggere il tiro con un nuovo articolo, pubblicato mercoledì a firma Julian Borger e John Hooper. In esso si faceva riferimento al fatto che anche gli inglesi sono stati nell'occhio del ciclone per la preparazione dei lavori del G20: «Britain also came under fire for its organisation of the G20 meeting in London in April, to which the Spaniards, the Dutch, the Thais and the Ethiopians were invited at the last moment. American officials complained that the expanded guest list made the forum more unwieldy and the G20 format less attractive». Resta il fatto che i media hanno dedicato purtroppo poco spazio ai veri temi in agenda, su cui incalzare gli 8 grandi riuniti a L'Aquila, e cioè sulle nuove regole per l'economia mondiale, sull'utilizzo di un modello più efficace di cooperazione economica allo sviluppo tra paesi ricchi e paesi poveri, sulla salute globale, sulla sicurezza alimentare e, soprattutto, sull'accesso all'acqua che, insieme ai temi connessi all'immigrazione, sarà una questione cruciale che, giocoforza, entrerà di prepotenza nelle agende dei governi di tutto il mondo.

Un esempio per i media viene dal mondo della musica. In un comunicato diffuso mercoledì da One, la Ong che rappresenta l'impegno umanitario del leader degli U2 Bono, sono state fornite alcune precisazioni su quanto detto martedì sera sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante il concerto che lo stesso Bono ha tenuto allo stadio di San Siro a Milano. Un portavoce di One, infatti, ha detto che le parole del cantante non sono state riportate con accuratezza da alcuni media italiani. In sostanza, Bono ha ricordato di avere avuto divergenze con Berlusconi «per le promesse fatte e non mantenute per i poveri del mondo». Ma ha detto anche di avere rispetto per l'Italia e per lo stesso Berlusconi come persona. «Vorrei che sapeste che non mancherei mai di rispetto al popolo italiano, mai, né mancherei di rispetto al partito del primo ministro, né al primo ministro come persona», ha detto. Un esempio, quello di Bono, di come si può criticare o dissentire sui temi importanti dell'agenda politica mondiale nel pieno rispetto delle persone, dei popoli e dei loro leader democraticamente eletti.

Dulcis in fundo, è sceso in campo in maniera ufficiale anche il presidente americano Barack Obama, che ha chiuso senza possibilità di appello le polemiche di una parte della stampa estera sulla presidenza italiana del G8, esprimendo la gratitudine degli Usa per la «leadership straordinaria» esercitata da Roma in preparazione del vertice dell'Aquila. Parlando mercoledì al Quirinale un'ora e mezzo prima dell'apertura del summit, il presidente americano ha sottolineato che «il governo italiano è un vero, grande amico degli Stati Uniti su tanti temi importanti e Italia e Usa lavorano fianco a fianco». Le belle parole di Obama e quelle di Mike Froman sul governo italiano sono un boccone amaro che gli avversari di Berlusconi in Italia e alcuni anti-italiani all'estero faranno fatica a digerire.
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