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giovedì 22 aprile 2010

Le deboli proposte del Pd in tema di immigrazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 21 aprile 2010

La crisi economica colpisce duramente anche i lavoratori stranieri in Italia e sulla base di questo semplice ragionamento il Pd ha presentato martedì 20 aprile al Senato, in una conferenza stampa organizzata in collaborazione con il Comitato immigrati in Italia, un disegno di legge, firmato da 36 senatori, che propone di consentire una proroga biennale del permesso di soggiorno agli immigrati che perdono il lavoro. «Questa proposta - ha spiegato Roberto Della Seta, primo firmatario del ddl - nasce dalla sollecitazione delle associazioni dei cittadini e dei lavoratori stranieri in Italia». Il fine del ddl, ha spiegato un altro senatore democratico, Francesco Ferrante, è «dare loro il tempo di trovare un altro lavoro. Evitare che al danno della disoccupazione se ne sommi uno più grave, quello di dover lasciare il Paese dove vivono, magari con le loro famiglie da anni». La proposta «è una cosa urgente - ha detto a sua volta Edgar Galiano del Comitato immigrati - risponde a un bisogno vero: c'è gente che sta qua da trentacinque anni e rischia di diventare clandestina nel giro di sei mesi. L'esplosione sociale che potrebbe venire sarebbe responsabilità del Governo o di chi non accettasse di firmare questa proposta».

Innanzitutto bisogna chiarire alcuni punti ben precisi, e cioè che se un immigrato vive da 35 anni in Italia può benissimo chiedere la cittadinanza e che la crisi colpisce tutti indistintamente, italiani ed immigrati. Fatta questa premessa, va detto che alcuni studi molto autorevoli, come ad esempio l'International Migration Outlook Occse/Sopemi 2009, segnalano che «i paesi in cui la crisi ha colpito prima mostrano un significativo incremento dei tassi di disoccupazione e una certa diminuzione del tasso di occupazione degli immigrati, sia in termini assoluti che relativi, rispetto alla popolazione nativa. Gli immigrati tendono a essere colpiti più duramente rispetto ai nativi per diverse ragioni, tra le quali un'eccessiva presenza in settori ciclicamente sensibili, una minore tutela contrattuale e assunzioni e licenziamenti selettivi. Inoltre, sia gli immigrati in arrivo, sia coloro che hanno perso il lavoro durante la crisi sembrano avere particolari difficoltà a entrare o a rientrare tra le fila degli occupati, a tempo indeterminato».

Questa deplorevole situazione è stata creata in maniera irresponsabile dal circuito produttivo che usa la leva dell'immigrazione per rispondere impropriamente alle sfide dettate dalla globalizzazione. Il sistema economico tende ad abbattere selvaggiamente il costo del lavoro e a comprimere sostanzialmente i diritti dei lavoratori alimentando la concorrenza nel mercato tra immigrati e autoctoni. I lavoratori immigrati, quindi, sono prima sfruttati a fini economici e poi lasciati al loro destino nei momenti di crisi. Questa situazione, com'è ovvio che sia, crea tensioni sociali perché ingenera nella popolazione un forte senso d'insicurezza (con certi salari non si arriva alla fine del mese e, con i miseri contributi versati, non si riesce a creare una pensione sufficiente per guardare alla vecchiaia con serenità) e mira all'arricchimento improprio di pochi a discapito dei molti che devono invece sostenere i costi sociali di quest'operazione. Oltre al danno, quindi, la beffa.

La risposta a questa situazione indecente, che ripetiamo, colpisce seppur con forme diverse tanto gli stranieri quanto gli autoctoni, non può essere certamente quella avanzata da alcuni senatori del Partito democratico. Innanzitutto non si capisce con quali mezzi economici si potrebbero mantenere queste persone giacché si propone l'allungamento del permesso di soggiorno senza prevedere al contempo alcuna copertura economica. Le disposizioni comunitarie, inoltre, già prevedono che addirittura il periodo tra la decisione di rimpatrio e la partenza volontaria (dai sette ai trenta giorni) possa essere prorogato dagli Stati membri tenendo conto delle circostanze specifiche del singolo caso, quali la durata del soggiorno, l'esistenza di figli che frequentano la scuola e l'esistenza di altri legami familiari e sociali. Senza considerare, inoltre, che in alcuni paesi, come la Spagna ad esempio, ai lavoratori stranieri che avevano perso il posto di lavoro a causa della crisi economica, è stato offerto una sorta di bonus per incentivare il loro rientro nella terra natia, mentre in altri, come il Regno Unito, intendono rimpatriare anche gli immigrati comunitari se questi non hanno mezzi di sostentamento. Per la cronaca è opportuno aggiungere che il piano del governo spagnolo è miseramente fallito giacché solo 1.000 immigrati disoccupati extracomunitari in Spagna hanno aderito al piano di rientro volontario nei paesi di origine promosso alla fine del 2008, mentre il progetto del Regno Unito è partito in forma sperimentale e al momento è circoscritto alla sola cittadina di Peterborough.

Questi esempi concreti di come viene affrontato all'estero lo stesso problema inerente il tema dell'impatto della crisi economica sulla forza lavoro straniera ci mostrano come non esiste una via maestra da seguire. Il problema, in linea teorica, potrebbe essere affrontato in due modi e cioè applicando da un lato, con buon senso e raziocinio, le vigenti disposizioni in materia di proroga del periodo di permanenza sul territorio nazionale e di allontanamento (e respingimento alla frontiera - cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, decisione 31.03.2009 n. 1887) dal territorio nazionale degli stranieri privi di sufficienti mezzi di sostentamento e inserendo nell'ambito della riforma del welfare state nazionale il tema della creazione di un sistema universale di ammortizzatori sociali dove ognuno si paga il proprio paracadute sociale.

venerdì 12 giugno 2009

«REPUBBLICA» DETTA LA LINEA AL PD



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

giovedì 11 giugno 2009

Chiusa la prima fase di questa tornata elettorale, e in attesa dei ballottaggi, i freddi numeri dicono che il Popolo della Libertà avrà 29 europarlamentari (ne aveva totalizzati 25 nelle ultime elezioni europee del 2004 se contiamo la somma tra gli eletti di Forza Italia e quelli di An). Nei 30 capoluoghi di provincia che sono andati al voto, di cui solo 4 già amministrati dal centrodestra, in 9 amministrazioni si è affermato il centrodestra e solo in 5 il centrosinistra già al primo turno. Il resto si deciderà al ballottaggio.

Sono 15 le province che passano al primo turno dal centrosinistra al centrodestra. Quelle in ballo erano 62: di 50 che ne amministrava al centrosinistra ne restano solo 14, mentre il centrodestra sale a quota 26. Altre 22 vanno al ballottaggio.

I numeri sono impietosi e fotografano una realtà chiara: il centrodestra ha vinto ed il centrosinistra ha perso. Ma a molti questo dato non è andato giù ed ecco che allora Ezio Mauro, il super-direttore di Repubblica, ha parlato in un editoriale di «crepa» nel rapporto tra i cittadini italiani e Berlusconi, in virtù del -2,1% (2,8 milioni di elettori in meno) registrato dal Popolo della Libertà alle ultime elezioni europee rispetto alle politiche del 2008. Si tratta con tutta evidenza di un'analisi faziosa che volutamente non muove da alcuni presupposti oggettivi, come ad esempio il forte astensionismo in Sicilia (50,83%), storica roccaforte del centrodestra. Tanto per fare qualche esempio, in due regioni storicamente «rosse» come Toscana ed Emilia Romagna, la percentuale di astensione è stata rispettivamente del 27,03% e del 23,2%. Se dopo 15 anni di continui attacchi sotto la cintura a Berlusconi da parte dei «soliti noti», si parla solo di «crepa», allora a sinistra si dovranno mettere l'anima in pace perché il rapporto tra l'attuale leader del governo e gli elettori italiani è ancora saldo e continuerà ad esserlo ancora per molto.

Nello stesso editoriale, il direttore di Repubblica traccia anche la via maestra per il malandato Pd: «Un partito di questo tipo può mettere in movimento l'intera area di opposizione. Aiutare la sinistra radicale a dare un valore ai voti ancora una volta dispersi, radunandoli dentro un contenitore politico con una leadership capace di parlare ad una fetta di sinistra; ingaggiare con Di Pietro, dopo la sua clamorosa ascesa, una sfida di responsabilità di fronte ai problemi del Paese, perché l'antiberlusconismo è anche questo; chiedere a Casini, dopo il buon risultato della sua corsa autonoma, di scegliersi un destino politico e culturale riconoscibile e riconosciuto».

In pratica Ezio Mauro propone una sorta di nuova Unione cementata dall'antiberlusconismo: tutti insieme appassionatamente, dai comunisti a Di Pietro, dai radicali a Casini. La storia recente ha dimostrato nei fatti che i cartelli elettorali antiberlusconiani hanno vita breve e fanno anche tanti danni. Le esperienze fallimentari targate centrosinistra del 1996-2001, dove si alternarono ben quattro governi (Prodi, D'Alema, D'Alema II, Amato II), e del governo Prodi-bis (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008), durato meno di 2 anni tra risse continue tra i vari partitini dell'Unione, dovrebbero insegnare qualcosa a riguardo.

Il direttore di Repubblica, inoltre, chiede ai vertici del Pd di togliere il disturbo e di fare spazio a giovani come Debora Serracchiani, celebrata in queste ore a sinistra perché ha preso più voti di Berlusconi (e pure di Bossi ha sottolineato lei stessa nell'ultima puntata di Ballarò su Rai3) in Friuli e non, è bene precisarlo, nell'intera circoscrizione Nord-Est. Nel dato globale della circoscrizione in questione, infatti, Berlusconi ha totalizzato 390.450 preferenze mentre la Serracchiani meno della metà (144.342). A questo punto, per par condicio all'interno del Pd, andrebbero tributati gli stessi onori riservati alla Serracchiani anche nei confronti di Mario Pirillo, assessore all'Agricoltura, Foreste, Forestazione, Caccia e Pesca nella giunta di centrosinistra di Loiero in Calabria, che, con ben 86.224 preferenze contro le 80.206 di Berlusconi, ha raggiunto nella sua regione lo stesso obiettivo della vice-capogruppo del Pd al consiglio provinciale di Udine.

Ma tornando alla Serracchiani, è giusto capire quali sono le presunte idee innovative di cui sarebbe portatrice. Si legge nel suo sito in «Idee per la sicurezza»: «Quando la destra afferma che l'Italia non può essere multietnica, non solo nega una realtà, ma soprattutto lancia un messaggio xenofobo e razzista. Si parla molto dei respingimenti di chi si trova sui barconi o sui gommoni, ma anche tante altre misure, dall'allungamento del tempo di permanenza nei Cie alla tassa per gli immigrati, sono respingimenti». Innanzitutto la Serracchiani forse non sa che tutti i modelli di integrazione sono falliti e che l'unica strada utile da intraprendere in materia è evitare con accortezza proprio questi modelli tanto cari alla sinistra (quello «assimilazionista» francese, della «Minority policy» olandese o quello pluralista britannico tanto per fare qualche esempio), se non vogliamo ritrovarci ad avere problemi difficilmente gestibili come le guerriglie urbane nelle periferie di Parigi o l'odio contro l'Occidente del Londonistan da parte di quella massa di immigrati facenti parte della comunità islamica mai realmente integrata nel tessuto socio-economico londinese. Inoltre, attaccare misure utili come i respingimenti o l'allungamento del tempo di permanenza nei Cie, che fungono da deterrente alle partenze dei clandestini, significa non avere un quadro chiaro di quali siano i meccanismi delle tratte nel Mediterraneo. Da quando è iniziata «la politica dei respingimenti dei clandestini», nel nostro paese non c'è stato alcuno sbarco sulle coste siciliane e di contro nello stesso periodo c'è ne sono stati diversi su quelle spagnole.

Sempre nel suo sito, in «Idee per il lavoro», dopo una serie impressionate di concetti banali e qualunquistici («Il lavoro, cioè la crescita dell'occupazione, specialmente quella giovanile, è la priorità. Occorre investire sulla formazione e sull'innovazione; è necessario sconfiggere il precariato: i giovani devono poter guardare con fiducia al loro futuro») riprende un cavallo di battaglia del centrodestra quando scrive che «le aziende italiane vanno rilanciate allineandoci ad altri sistemi fiscali europei e snellendo i tempi della burocrazia». E questi sarebbero i contenuti innovativi? Faccia nuova ma con idee vecchie, confuse e copiate, verrebbe da dire.

martedì 3 marzo 2009

La demagogia dell’assegno di disoccupazione

di Antonio Maglietta – 3 marzo 2009

E’ triste vedere il dibattito politico incendiarsi sulla proposta del nuovo segretario del Partito Democratico, Dario Franceschini, sull’assegno mensile di disoccupazione a tutti coloro che hanno perso o perderanno il posto di lavoro e non sono assistiti da ammortizzatori sociali.
E’ triste perché se il dibattito si sviluppa su questo tema, e non sulla riforma degli ammortizzatori sociali (periodicamente rilanciata dall’on. Cazzola), è evidente che si sta parlando del nulla e in una fase storica come quella attuale non ce lo possiamo certamente permettere.
In vista delle elezioni europee, Franceschini ha scelto di coprirsi politicamente a sinistra con una proposta impossibile da articolare in un qualsiasi serio di disegno di legge perché mancano le coperture per sostenerla.
Per questo motivo si sta parlando di presentare una semplice mozione perché è evidente che un testo generico, per quanto riguarda le coperture del provvedimento, salverebbe il Pd dall’imbarazzo di dire dove e quanto tagliare la spesa pubblica.
Infatti i capigruppo del Partito Democratico di Senato e Camera, Anna Finocchiaro e Antonello Soro, hanno inviato una lettera ai presidenti delle rispettive assemblee, Renato Schifani e Gianfranco Fini, per chiedere di calendarizzare la prossima settimana una mozione del Pd sulla proposta dell'assegno mensile ai disoccupati.
Durante la trasmissione di Fabio Fazio su Rai3, in cui il segretario del Pd è stato ospite, l’ex vice di Veltroni ha detto che i soldi per finanziare l’iniziativa sarebbero dovuti uscire dal taglio degli sprechi della spesa pubblica e dalla lotta all’evasione fiscale. Una classica banalità che si dice quando non si sa che pesci prendere, fermo restando la serietà della lotta all’evasione fiscale che non si fa solo mostrando la faccia cattiva ma anche rendendo il fisco più equo e meno opprimente.
Franceschini ha avuto anche il coraggio di fare la faccia cattiva e dire: “Berlusconi non pensi di cavarsela con un no che è un no non a noi ma sbattuto in faccia alle centinaia di migliaia di persone che hanno perso il posto di lavoro”.
E’ una questione di stile e saggezza. Quando il Pd non ha votato in Parlamento i provvedimenti del governo contro la crisi, il PdL non si è certo permesso di puntare il dito e dire che in quel modo il partito di Franceschini e Veltroni diceva no alle richieste di aiuto di tutte le persone colpite dalla crisi economica. Non sarebbe meglio discutere le proposte nel merito ed evitare di lanciare i fumogeni della propaganda?
Perché la proposta di Franceschini altro non è che pura propaganda. Infatti altri Paesi europei, come ad esempio la Spagna, che sono stati colpiti in maniera ancora più dura dalla crisi, stanno mettendo in campo delle iniziative realistiche che certamente non contemplano la proposta del Pd. Il governo spagnolo di Zapatero prevede di approvare misure contro la disoccupazione nel Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo, fra cui l'esenzione dai contributi per le imprese che assumano a tempo indeterminato un lavoratore in 'cassa integrazione' e anche per le assunzioni di disoccupati a tempo parziale. Inoltre, gli imprenditori con problemi di liquidità nel 2009 potranno ritardare il pagamento dei contributi. Su queste ed altre misure, che dovrebbero costare circa 1,5 miliardi di euro, non è stato raggiunto però l'accordo con sindacati e industriali, che restano molto distanti anche a causa della pressante richiesta dei secondi di rendere meno costosi i licenziamenti e i contributi.
Il Governo italiano, invece,oltre ai vari provvedimenti anti-crisi, il 12 febbraio scorso ha siglato un accordo con le regioni sugli ammortizzatori sociali che darà il via libera all'uso di 8 miliardi di euro - di cui 5,35 da fondi nazionali e 2,65 regionali - per sostenere i lavoratori colpiti dalla crisi. In base all'accordo, le regioni hanno ottenuto l'esclusione dal patto di stabilità interno delle spese per investimento nel 2008.
Quindi, chi critica il governo italiano sulla quantità di risorse stanziate sugli interventi per gli ammortizzatori sociali ed elogia la proposta del Pd sull’assegno ai disoccupati, farebbe bene a guardarsi intorno e leggersi bene le cifre stanziate all’estero ed a fare un po’ di conti su quali sono i provvedimenti sostenibili e quali quelli campati per aria buoni (forse) solo per la propaganda elettorale.

martedì 1 luglio 2008

Walter, se ci sei batti un colpo


di Antonio Maglietta - 1 luglio 2008

«Il governo ha approvato in Consiglio dei Ministri il "decreto sicurezza" con l'alibi di rispondere alle domande dei cittadini e alle promesse fatte in campagna elettorale giocando sulle paure. Ma ora noi votiamo sul blocca processi e così dal "decreto sicurezza" siamo passati al "decreto ingiustizia"». Lo dice Marina Sereni, ViceCapogruppo del Pd alla Camera, secondo cui «fermare i dibattimenti di chi ha stuprato, rubato, frodato la pubblica amministrazione, corrotto, non ha nulla a che fare con la sicurezza, anzi...Oggi (ndr lunedì) il Pd ne discuterà in un'assemblea, ma sappia il premier che anche noi andremo avanti e che in aula il ribattezzato "decreto blocca processi" non avrà vita facile».

Bene ha fatto il capogruppo del PdL alla Camera, Fabrizio Cicchitto, a rispondere: «Dalla dichiarazione dell'onorevole Sereni vediamo in modo evidente che la leadership dell'opposizione alla Camera è presa da Di Pietro e gli esponenti del Pd si stanno adeguando. Di conseguenza il Pd si sta preparando ad una azione ostruzionistica su un decreto che non è "blocca processi", come strumentalmente la sinistra cerca di accreditare ma - aggiunge - è finalizzato in modo stringente alla sicurezza dei cittadini, come dimostra il testo che è diretto a contrastare l'immigrazione clandestina, ad espellere dal territorio nazionale i cittadini stranieri comunitari ed extracomunitari che delinquono, colpire i pirati della strada, rafforzare l'azione dello Stato contro la criminalità organizzata e non, prevedendo anche il concorso delle forze armate nel controllo del territorio».

Insomma, sarà che il pressing di Di Pietro sta avendo i suoi effetti sulla debole leadership del Pd, sarà che la tentazione barricadera ha sempre il suo fascino a sinistra, sarà che un Veltroni debole non è al momento in grado di opporre una linea politica moderata a quella forcaiola di girotondini e affini, pochi sì ma comunque combattivi e organizzati, fatto sta che nel breve giro di qualche settimana siamo passati dalle parole distensive e dialoganti a quelle di chiusura, fino ad arrivare agli insulti di Di Pietro, l'alleato strategico del Pd.

Proprio sul ruolo dell'IdV andrebbe fatta una riflessione. Nell'immaginario collettivo, il partito di Di Pietro ha assunto il ruolo «barricadero» che avevano nella scorsa legislatura i partiti antagonisti di sinistra. Va sottolineata, però, la netta differenza, anche di stile, tra le citate compagini. I partiti di sinistra, cancellati del Parlamento nell'ultima tornata elettorale, pur se con toni talvolta discutibili (seppur limitatamente ad alcuni esponenti), ponevano delle questioni sostanziali di carattere politico come ad esempio è accaduto sulla cosiddetta stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, sui lavori usuranti, sugli scalini previdenziali, sui dico, sul rifinanziamento delle missioni all'estero, sulle leggi sulla cittadinanza e l'immigrazione, ecc. Insomma, i toni erano aspri ma le discussioni vertevano su problemi concreti.

Con Di Pietro nulla di tutto questo. Il suo partito è monotematico: giustizia (forcaiola) e basta. Il resto non conta, non è importante. Quello che interessa è mettere costantemente sotto processo Berlusconi. La riprova di questo atteggiamento si è avuto nelle discussioni che hanno investito il Parlamento in questo breve scorcio di legislatura. Per il partito di Di Pietro che si parlasse di Alitalia, del potere di acquisto delle famiglie o del problema della spazzatura in Campania era solo un dettaglio. In tutti gli interventi degli esponenti del suo partito, nell'Aula della Camera dei Deputati, c'erano quasi esclusivamente attacchi personali al premier, intervallati da altri verso alcuni esponenti del PdL a Montecitorio tanto per rimanere sul tema, e nulla più. Pochi o nulli i riferimenti alle questioni concrete affrontate in Parlamento: né uno spunto, né una indicazione costruttiva. Una linea politica, quindi, incentrata sulla continua ricerca dello scontro, indipendentemente dal tema in esame. Insomma un dejà vu di cui conosciamo tutto se non altro perché sono oramai 15 anni che siamo impantanati nello stesso schema. Sappiamo, però, che quella strada porta solo ad un vicolo cieco e più di tutti lo sa Veltroni che, seppur tra mille difficoltà, aveva cercato di dare una nuova linea al centrosinistra nel tentativo di liberarlo dalla morsa dei forcaioli. Walter, se ci sei, batti un colpo.

Antonio Maglietta

lunedì 9 giugno 2008

Chi detta la linea nell'opposizione?


di Antonio Maglietta - 7 giugno 2008

Chi detta oggi la linea dell'opposizione parlamentare? Di Pietro o Veltroni? Quando Veltroni imbarcò Di Pietro in campagna elettorale, già allora in molti segnalarono che la scelta avrebbe portato pochi benefici nel presente, e cioè solo qualche punto di distacco in meno rispetto all'alleanza PdL-Lega Nord-Mpa, ma non certo la vittoria, e tantissimi problemi per il futuro. Di Pietro, in ogni uscita pubblica, ha sempre ribadito la sua fedeltà all'alleanza con il Partito Democratico, ma non si comprende cosa avrebbe potuto fare di diverso visto che uno smarcamento da Veltroni, allo stato attuale delle cose, sarebbe fatale per il suo partito ad personam. Al di fuori del chiacchiericcio propagandistico dato in pasto ai media, Di Pietro, forse, è il primo a rendersi conto dell'enorme difficoltà che comporta il porsi come obiettivo, nel medio lungo periodo, quello di dover superare ad ogni elezione una soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, ricorrendo sistematicamente, poi, allo strumento degli «atteggiamenti eclatanti» per accendere i fari dei media e sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica. Rischierebbe, prima o poi, di fare la fine dei partiti della sinistra antagonista. Molto più semplice per lui l'alleanza elettorale con il Pd (che permette di abbassare notevolmente lo sbarramento elettorale) e poi, una volta in Parlamento, la corsa in solitudine per marcare comunque le differenze politiche con il partito di Veltroni.

I problemi per il Pd sono nati sin da subito. Era stato detto in campagna elettorale che Pd ed IdV avrebbero formato un unico gruppo parlamentare. Pronti via ed ecco che subito, ad inizio Legislatura, per motivi di cassa e di visibilità, l'Italia dei Valori si è smarcata creando un gruppo autonomo. Ma questo alla fine, pur se rilevante, sarebbe solo un problema di natura formale, e non sostanziale, se non fosse che non solo sono diversi i gruppi in Parlamento ma, alla fine dei conti, anche i programmi. Infatti il Pd ha declinato 12 punti, dei veri e propri disegni di legge, e [link="http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/elezioni/index.php " ext]Di Pietro[/link], invece, 11 che nulla hanno a che fare con la piattaforma programmatica del Pd. Non solo differenze relative a questioni di forma ma anche, a quanto pare allora, di numeri e sostanza. Ma non è tutto qui.

Appena il Parlamento ha iniziato a discutere i primi provvedimenti è apparso subito evidente che il gruppo di Di Pietro, indipendentemente dal merito del testo in esame, aveva voglia di buttarla in rissa mentre il Pd è rimasto impantanato tra la voglia di aprire una nuova fase dialogante con la controparte politica e quella di non lasciare troppo spazio a Di Pietro sulle c.d. «posizioni barricadere». Al momento, quindi, il partito di Veltroni sta inseguendo malvolentieri l'IdV su alcune iniziative parlamentari ostruzionistiche (pur se con diversi apprezzabili distinguo), che hanno come unico scopo quello di conquistare la maggiore visibilità possibile dinanzi agli occhi dell'opinione pubblica: strillo ergo sum. Il partito di Di Pietro, infatti, soprattutto dopo l'uscita dalle aule parlamentari delle forze della sinistra antagonista, ha tutto l'interesse ad accreditarsi dinanzi agli italiani come ultimo e unico interprete parlamentare dell'antiberlusconismo viscerale ed oltranzista. Veltroni, invece, no. La sua leadership è stata contraddistinta da una linea oggettivamente innovativa nel panorama del centrosinistra italiano. Non più barricate insensate ma, nel pieno rispetto dei ruoli e delle differenze, dialogo con la controparte politica e, magari, condivisione di alcune questioni di interesse nazionale.

Con questa nuova linea, profondamente differente rispetto all'Unione prodiana che si alimentava con l'antiberlusconismo, l'ex sindaco di Roma è riuscito a creare sulla carta un moderno partito di centrosinistra che oggi rappresenta un italiano su tre. Un patrimonio che non si può disperdere inseguendo le posizioni oltranziste di Di Pietro che rappresentano un passato che già conosciamo. E allora forse è arrivato il momento nell'opposizione parlamentare di porre fine alla gestione monopolistica di Di Pietro e di far emergere in pieno, nell'interesse di tutti gli italiani, quel nuovo corso che era stato promesso in campagna elettorale

Antonio Maglietta

mercoledì 12 marzo 2008

Gli italiani chiedono sicurezza, ma il Pd non può rispondere



di Antonio Maglietta - 11 marzo 2008

La sicurezza personale va considerata una priorità del nuovo governo - addirittura al primo o al secondo posto - per otto persone su dieci: il dato emerge da una ricerca di Confcommercio con riferimento ai programmi degli schieramenti politici per le prossime elezioni. L'83,6% degli italiani, secondo la ricerca, si sente esposto a tutti i tipi di reati «comuni» (rapina, furto, scippo e borseggio); la stragrande maggioranza, tra il 70 e l'80%, ritiene che l'aumento del fenomeno della criminalità sia legato all'aumento dell'immigrazione. Ma, allo stesso tempo, il 54% ritiene che il modo migliore per contrastare l'immigrazione clandestina sia quello di agevolare la regolarizzazione (anche se a questo dato fa in qualche modo da contrappeso quel 38,6% che ritiene l'intensificazione delle espulsioni la migliore «medicina» per curare l'immigrazione clandestina).

Se si vuole sottolineare un dato politico, il programma del Partito Democratico (pagina 22), che ripropone il progetto del governo Prodi (pagine 5, 7 e 15) sull'introduzione della figura dello sponsor (garanti pubblici o privati per gli immigrati che vengono in Italia per motivi di lavoro senza avere un contratto pregresso) e dell'autosponsorizzazione (immigrati che vengono in Italia per gli stessi motivi senza avere un contratto ma in possesso di adeguate risorse finanziarie), non soddisfa né il bisogno di migliorare il canale della regolarizzazione sicura e né quello della lotta al riciclaggio del denaro sporco che ruota intorno al fenomeno dell'immigrazione. Infatti, i due istituti non danno alcuna garanzia in merito perché i garanti privati potrebbero essere facilmente infiltrati da prestanome e servire da vere e proprie lavanderie del denaro frutto dell'economia criminale.

Quali gli strumenti per combattere la criminalità? Secondo la ricerca, circa il 26% degli intervistati mette al primo posto l'aumento delle forze dell'ordine, al quale si aggiunge un 6% che individua nel poliziotto di quartiere uno strumento ulteriormente utile (questo dato va comunque interpretato alla luce del fatto che l'80% del campione intervistato risiede in centri con meno di 200 mila abitanti). Da considerare, poi, che quasi un italiano su due (43,5%) pensa che la ricetta giusta sia mettere al primo posto la certezza della pena. Pena che sempre uno su due (51,1%) considera adeguata per furto, borseggio e scippo (ora fino a tre anni). Per tutti gli altri reati la maggioranza chiede un aumento, a volte anche rilevante, degli anni di carcere. Sul fronte delle reazioni e delle pene da comminare, si assiste peraltro ad una certa moderazione: due italiani su tre (63,2%) non ritengono utile armarsi (anche se un significativo 29,5% ritiene necessario farlo); e la pena di morte è vista con favore da appena il 9,4%.

Un ultimo dato sulla violenza sessuale: mentre il 61% è favorevole all'inasprimento della pena e quasi il 18% addirittura all'ergastolo, circa il 14% chiede la castrazione chimica per gli stupratori. Aumenti che schizzano alle stelle quando la violenza sessuale è perpetrata sui minori: a chiedere il semplice inasprimento della pena è il 35,5%, mentre la castrazione chimica la invoca il 25,7%, l'ergastolo ben il 26,6% e quasi il 10% addirittura la pena di morte. Sulla castrazione chimica per gli stupratori va rilevato che Veltroni, che si è espresso ultimamente a favore della stessa, dovrebbe pagare i diritti d'autore al leghista Calderoli, che l'ha proposta con quasi tre anni di anticipo rispetto all'ex sindaco di Roma. Nel frattempo aspettiamo che Piero Fassino e Antonio Di Pietro prendano posizione anche questa volta e che alla proposta di Veltroni rispondano come fecero qualche anno con Calderoli. Fassino: «Castrazione? Sciocchezze». Antonio Di Pietro: «Un'Italia da Medioevo». Lo faranno?

Mettendo a confronto, infine, le risposte dei commercianti e quelle dei privati si registrano alcune differenze: l'immigrazione, clandestina e non, è vista come la principale causa della microcriminalità per il 79% dei commercianti contro il 75% dei privati; nel contrasto all'immigrazione, oltre la metà dei cittadini privati (53,6%) si schiera per un'agevolazione della regolarizzazione, mentre i commercianti mettono quasi sullo stesso piano agevolazione (44%) ed espulsione (46,6%); tra i reati più temuti, l'aggressione fisica è al primo posto per entrambi i campioni, ma nel caso dei commercianti si riscontra un timore altrettanto elevato anche per la rapina (22,1%); l'autodifesa armata, infine, non è ritenuta necessaria da oltre il 60% degli intervistati di entrambi i campioni, anche se il 35,5% dei commercianti, a differenza del 29,5% dei privati, ritiene utile detenere un'arma.

Insomma, una cosa è chiara: la questione sicurezza è un problema ineludibile e molto sentito dagli italiani e certamente il Partito Democratico non è in grado di dare una risposta sul tema, sia per il recente passato (legato alla famosa vicenda del decreto sicurezza prima strombazzato dopo la morte della signora Reggiani a Roma e poi lasciato decadere per beghe di cortile all'interno della coalizione di centrosinistra) che per il presente (riproposizione della figura dello sponsor e dell'autosponsorizzazione in tema di immigrazione).

Antonio Maglietta

venerdì 7 marzo 2008

La balcanizzazione del Pd



di Antonio Maglietta - 7 marzo 2008

L'operazione «Isola dei Famosi» nella scelta dei candidati delle liste del Pd sta portando ad una vera e propria balcanizzazione della piattaforma programmatica del partito di Veltroni. I candidati del Pd, quelli che dovevano essere uno dei migliori biglietti da visita del nuovo soggetto, rappresentano tutto ed il contrario di tutto: un vero melting pot di storie, tradizioni e, soprattutto, idee profondamente discordanti tra loro. Oggi nella formazione politica guidata da Prodi e Veltroni non solo è possibile trovare per ogni candidato ed idea il loro perfetto opposto all'interno dello stesso partito, ma anche i candidati «foglie di fico» (quelli che dovrebbero far dimenticare agli italiani le sciagurate scelte di Romano Prodi e del suo governo).

Lavoro pubblico e privato: il governo Prodi, nei quasi due anni di attività, si è contraddistinto per le politiche di gestione del personale della Pubblica Amministrazione tendenti al rigonfiamento delle basse qualifiche professionali ed alla mortificazione degli asset dirigenziali. A livello locale, poi, una recente inchiesta giornalistica de Il Sole24 Ore ha assegnato le palme di leaders della classifica degli Enti locali con il maggior tasso di assenteismo tra i loro dipendenti a tre amministrazioni rette dal centrosinistra: il Comune di Roma, la Provincia di Brindisi e la Regione Lazio. La foglia di fico in questo caso si chiama Pietro Ichino, il giuslavorista dell'Università Statale di Milano, ex Cgil, padre mediatico della lotta al fenomeno della nullafacenza nel pubblico impiego, candidato nelle liste del Pd in Lombardia. Ma il professore è anche uno dei sostenitori dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. E a questo punto viene spontaneo chiedersi: dove erano gli esponenti dei Ds e della Margherita, oggi uniti nel Pd, quando la Cgil fece lo sciopero generale nel 2002 proprio contro quello che oggi vorrebbe fare Ichino dalle file del partito di Veltroni? Con la Cgil. Dopo 6 anni Veltroni ed il suo partito hanno cambiato idea? Bene. Aspetteremo pazientemente che arrivi il mea culpa per le scelte passate.

Sicurezza sul lavoro: per un Matteo Colaninno, ex presidente dei giovani di Confindustria (organizzazione che in questi giorni, attraverso la sua dirigenza, si oppone duramente all'emanazione dei decreti attuativi della legge in materia di sicurezza sul lavoro - legge 3 agosto 2007, n. 123 - perché giudica la legge-delega troppo punitiva), c'è un Antonio Boccuzzi, l'unico operaio superstite del rogo delle acciaierie ThyssenKrupp a Torino del 6 dicembre scorso. Indipendentemente dal merito del contendere, come ha recentemente sottolineato Fausto Bertinotti, uno è di troppo.

Temi etici: i problemi del Partito Democratico in materia erano già grossi. Ma c'è stato il salto di qualità: ora sono diventati enormi e laceranti da quando nelle liste sono stati imbarcati anche i Radicali di Marco Pannella. Poi è arrivata anche la candidatura di Umberto Veronesi, noto non solo per la sua encomiabile attività professionale, ma anche per le sue posizioni a favore dell'eutanasia (Umberto Veronesi, Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Milano, 2005). Nel frattempo, forse per marcare le differenze, la teodem Paola Binetti scrive nel suo sito che nel suo personale programma c'è «la tutela della vita e della salute, dal concepimento fino alla morte naturale».

Dulcis in fundo, la delicata gestione mediatica, in campagna elettorale, del rapporto tra il Pd ed il governo Prodi: fino ad ora i maggiorenti del partito, compreso Veltroni, hanno tenuto una posizione morbida, con toni soft che promuovevano velatamente l'operato del Professore e, soprattutto, l'azione del viceministro Visco. Ma ecco che nell'ultima puntata di Ballarò Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica e candidato «foglia di fico» di Veltroni per le relazioni industriali, ha sparato a zero sia su Prodi che su Visco («San Clemente Mastella ha fatto bene al Paese, perché ha fermato il governo», e sul viceministro dell'Economia: «Per carità di Dio, spero non lo ricandidino».

Il 26 gennaio scorso Walter Veltroni aveva dichiarato: «E' tempo della chiarezza, della governabilità, della serenità». Bene, allora storicamente non è il suo momento.

Antonio Maglietta

mercoledì 5 marzo 2008

Assenteismo record negli enti governati dal centrosinistra



di Antonio Maglietta - 5 marzo 2008

Il Sole 24 Ore torna a parlare di assenteismo e, in una inchiesta richiamata in prima pagina, denuncia che cresce negli enti locali. «Secondo le ultime rilevazioni riferite al 2006 del ministero dell'Economia - scrive il quotidiano economico -, il tasso di assenza è cresciuto del 9,3 per cento nei Comuni e del 13,8 nelle Province», evidenziando come «in vetta alla graduatoria degli uffici vuoti si trova il Comune di Roma, dove sono totalizzati 39 giorni di assenza per dipendente, escluse le ferie e permessi non retribuiti». Roma capitale d'Italia e dell'assenteismo nel pubblico impiego. Con una media di quasi 39 diserzioni pro capite, ferie escluse, i dipendenti del Campidoglio sono quelli che in Italia mancano di più dal posto di lavoro.

Nel 2006 ogni impiegato del Comune capitolino è rimasto a casa 38,9 giorni, quasi due settimane in più rispetto alla media nazionale di 25,6 giorni. Un vero boom, se confrontato con i dati del 2005, inferiori del 40 per cento. Come confermato recentemente dall'assessore al Personale Lucio D'Ubaldo, l'assenteismo costa ogni anno alle casse del Comune di Roma oltre cento milioni di euro.

Lo scorso anno (i dati si riferivano al 2005), in una analoga classifica pubblicata sempre dallo stesso quotidiano, l'amministrazione romana era al 15° posto, con 28,1 giorni di assenza pro capite dei suoi dipendenti. In un anno c'è stato un bel balzo in classifica e circa 10 giorni di assenza in più per ogni dipendente. Tutto compreso, in generale, le giornate senza scrivania di un dipendente comunale medio sono 56, il 22 per cento delle giornate lavorative di un anno. Il suo alter ego in Provincia arriva fino 50 giorni. Ma la palma assoluta spetta ai dipendenti degli enti di ricerca, che evitano di recarsi sul posto di lavoro per 58 giorni all'anno.

Se consideriamo le province, il primo posto in classifica spetta all'amministrazione brindisina, retta da una coalizione di centrosinistra, che registra un tasso di assenteismo tra i suoi dipendenti del 32,4 per cento. Sul piano regionale, invece, il Lazio si conferma in cima alla classifica delle assenze facili. Negli uffici dell'ente amministrato da Piero Marrazzo (Partito Democratico) i dipendenti mancano in media 32,5 giorni l'anno, con un leggero miglioramento rispetto al 2005 (- 4 per cento). Secondo gli ultimi dati Istat, relativi però al 2005, il tasso di assenze nel comparto pubblico si attesta sul 20,1%, in pratica il 54% in più rispetto alla media nelle grandi aziende (fermo al 13.1). Un rapporto di cinque a uno. Nonostante i sindacati confederali neghino anche l'evidenza, è chiaro che i conti non tornano.

Ma c'è anche un dato politico da sottolineare. Le amministrazioni locali che conquistano il poco invidiabile primato nella classifica sul tasso di assenteismo dei propri impiegati (il Comune di Roma,la Provincia di Brindisi e la Regione Lazio) sono rette tutte e tre dal centrosinistra. E' questa la buona politica di gestione del personale pubblico del Partito Democratico di Veltroni?

Antonio Maglietta

lunedì 3 marzo 2008

Le scelte demagogiche di Veltroni


di Antonio Maglietta - 1 marzo 2008

E' risaputo che Walter Veltroni sia un amante del cinema. Forse lo è anche degli effetti speciali. Sicuramente ha una voglia matta di stupire gli italiani, di intontirli con trovate a sorpresa per far dimenticare le pessima gesta del governo Prodi, presidente e padre nobile riconosciuto del Partito Democratico. Ogni giorno il mago Walter tira fuori la sua personale mandrakata: una candidatura a sorpresa spacciata come la panacea dei mali che affliggono l'Italia. Ma venghino siore e siori! Ecco a voi il candidato che risolverà il problema! Il nostro Paese è diventato una repubblica politicamente gerontoiatrica, nel senso che il nostro Parlamento è pieno zeppo di persone che ricoprono ininterrottamente incarichi politici da almeno quarant'anni, peraltro con risultati alquanto discutibili? Nessun problema: Veltroni candida alle elezioni politiche Marianna Madia, ventisettenne dal viso angelico, come capolista del Partito Democratico nel Lazio. Problema risolto. Gli infortuni e le morti sul lavoro sono diventati una piaga insopportabile che sta assumendo i contorni di una vera e propria vergogna? Ecco che spunta la candidatura di Antonio Boccuzzi, uno degli operati sopravvissuti al tragico incidente alla fabbrica della ThyssenKrupp di Torino. In Italia c'è un problema di salari troppo bassi che colpisce soprattutto i giovani che, oltre alla frustrazione del non poter andare a vivere fuori dalla casa dei genitori, perché pagarsi un affitto porterebbe via i 2/3 dello stipendio, si devono sentire anche chiamare «bamboccioni» dal ministro dell'Economia del governo di centrosinistra? No problem, direbbe l'hollywoodiano Walter: ecco la candidatura di Loredana Ilardi, operatrice di un call center di Palermo, che a 33 anni guadagna 700 euro al mese. La piattaforma programmatica del centrosinistra è storicamente carente sul lato dello sviluppo del tessuto imprenditoriale italiano e poco attenta alle richieste di quel mondo che a gran voce chiede meno tasse per essere più competitivo? Direttamente dalla poltrona della presidenza dei giovani di Confindustria arriva Matteo Colannino. Il mercato del lavoro italiano è troppo ingessato, stretto come è nella morsa soffocante delle tasse e della burocrazia? Il pubblico impiego italiano ha bisogno di una scossa all'insegna di una maggiore produttività? Walter Veltroni per tutta risposta candida in Lombardia il professor Pietro Ichino, promotore della campagna contro i nullafacenti del pubblico impiego nonché, udite udite, uno dei sostenitori dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Questo è in contrasto con la politica degli ultimi 60 anni del centrosinistra italiano e Ichino è un paravento, una voce fuori dal coro nel Partito Democratico su questi temi? Nessun problema, al massimo se ne parlerà in futuro.

Dopo le decisioni di candidare il professor Umberto Veronesi e di dare il via libera all'ingresso dei Radicali di Emma Bonino e Marco Pannella nel Partito Democratico, che hanno sollevato pubbliche critiche da parte di alcuni esponenti dell'area cattolica dello stesso partito e l'attacco frontale del periodico «Famiglia Cristiana», c'è un problema sul come affrontare determinati temi etici che rischiano di minare il mai trovato equilibrio tra ex Ds ed ex della Margherita? La soluzione alle polemiche suscitate da alcune candidature è un'altra candidatura: quella di Andrea Sarubbi, popolare conduttore della trasmissione televisiva Rai «A Sua Immagine».

Insomma, a furia di stupire Veltroni sta imbarcando nelle liste del Partito Democratico tutto ed il contrario di tutto, con il risultato che oggi la piattaforma programmatica del suo partito è un frullato di proposte contraddittorie potenzialmente indigeste per il nostro Paese che, invece, ha bisogno di scelte precise. Indipendentemente dalle qualità di questi candidati, per carità tutti rispettabilissimi, non è così che si affrontano i problemi.

Da tempo ci sono segnali negativi sull'andamento dell'economia mondiale. Servono scelte di polso, chiare e realistiche. «La situazione è molto, molto difficile e gli italiani devono essere consapevoli di questo»: così Silvio Berlusconi che ospite di Maurizio Belpietro venerdì su Canale 5, nella trasmissione «Panorama del giorno», ha spiegato che, una volta al governo, sarà difficile fare miracoli. «Nel programma c'è una frase precisa - ha detto il cavaliere - ossia che non promettiamo e non facciamo miracoli». Parole sacre.

Antonio Maglietta

mercoledì 27 febbraio 2008

Veltroni boccia la classe dirigente del suo partito al Sud



di Antonio Maglietta - 26 febbraio 2008

Achille Serra sarà candidato nelle liste del Partito Democratico alle prossime elezioni. Lo annuncia Walter Veltroni, intervenendo a «Radio anch'io». Continua, quindi, l'operazione «Isola dei famosi»: «Voglio annunciare qui un'altra candidatura di cui siamo particolarmente orgogliosi, la candidatura del prefetto Achille Serra, che oggi è a capo della struttura che si occupa della lotta alla corruzione». Così orgogliosi di quel ruolo da volerlo eliminare. Sì perché il ministro Bersani aveva inserito il commissario anticorruzione nella lista degli enti inutili da tagliare con la Finanziaria 2008. Poi la struttura, con sede nella centralissima piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, venne graziata, insieme a tanti altri enti che di colpo, da un giorno all'altro, vennero riabilitati e giudicati utili da Prodi ed i suoi ministri. Dice ancora Veltroni: «Achille Serra è un uomo con cui ho lavorato nel corso di questi anni, con il quale è maturato - sottolinea il leader del Pd- un rapporto di grande stima e di grande lealtà nell'affrontare problemi drammatici. Sono stato molto contento quando lui ha accettato la nostra proposta, e lo considero una parte di quello sforzo di fare un grande rinnovamento delle nostre liste». Con tutta la stima per Achille Serra, rinnovamento fino ad un certo punto. Veltroni forse dimentica che Serra non è certo nuovo alle avventure politiche. Infatti è stato già parlamentare, eletto nelle liste di Forza Italia nella circoscrizione III LOMBARDIA 1, nella XIII Legislatura (l'Assemblea accettò poi le sue dimissioni il 31 marzo 1998, dopo che le aveva già respinte una prima volta il 17 febbraio dello stesso anno - http://legislature.camera.it/altre_sezioni/leg13/).

Ma dopo la candidatura di Luigi De Sena (in Calabria) e ora quella di Serra (probabilmente in Campania), due alti funzionari dello Stato, non si può osservare che c'è una sorta di commissariamento della Calabria e della Campania? chiede l'intervistatore durante la trasmissione radiofonica. «No, il prefetto De Sena è stata una scelta molto meditata. E' stato un protagonista della lotta alla ndrangheta - replica Veltroni - e per noi ha un significato che va oltre l'esperienza regionale. E poi pensiamo che in queste regioni serva una forte e radicale innovazione del modo di porsi delle istituzioni e dei governi e su questo ci dovremo impegnare». Se quella di Veltroni non è una bocciatura piena e senza appello alla classe dirigente del Pd nelle due regioni meridionali e, soprattutto, ai loro vertici istituzionali, Antonio Bassolino e Agazio Loiero, poco ci manca. Ma allora perché Veltroni non prende le distanze in maniera aperta e palese dalla gestione politica del suo stesso partito in queste regioni? E' chiaro che presentarsi mediaticamente come il nuovo che avanza e poi riscoprirsi a livello locale come il vecchio che resiste allo tsunami del nuovismo imperante, abbarbicato tenacemente alla poltrona del potere, è un problema serio per Veltroni e per l'immagine «nuova e giovane» del Pd che i media amici vogliono far bere all'opinione pubblica. Tuttavia ci si aspettava almeno un qualche gesto chiaro in più dall'ex sindaco di Roma, dopo i due micidiali dietrofront del «lascio la politica» e «il Pd corre da solo» clamorosamente smentiti dai fatti. Ma oramai ci abbiamo fatto l'abitudine.

Il leader del Pd boccia la classe dirigente del suo stesso partito in Campania e Calabria ma anche no. Il ragionamento è semplice e lineare: in fondo anche due vecchie volpi della politica come Bassolino e Loiero, seppur nascosti dall'ex sindaco di Roma come si fa con la polvere sotto il tappeto quando si hanno ospiti in casa, portano voti e quelli, nella mente del neofuturista Veltroni che parla di velocità e nuovismo, non sono né vecchi e né impresentabili, sono voti in più che fanno comodo e basta.

Antonio Maglietta
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