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lunedì 22 dicembre 2008

Meritocrazia e lavoro pubblico: i primi passi del governo Berlusconi



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 19 dicembre 2008


La Pubblica Amministrazione assume un ruolo centrale in qualsiasi politica di sviluppo dell'economia e si sostanzia in persone che esercitano materialmente le funzioni che gli competono ed esprimono, con i loro atteggiamenti nei confronti dell'utenza, l'orientamento comunicativo complessivo dell'Ente stesso.

Le risorse umane operanti nel pubblico impiego, la qualità e la quantità del loro operato, il rapporto di fiducia tra PA e cittadini-consumatori ed imprese sono i punti essenziali sui quali intervenire per una riforma del settore pubblico all'insegna della meritocrazia e per questo occorrerebbe motivare i lavoratori pubblici, anche sotto il profilo economico, creare degli indicatori di performance con degli obiettivi da raggiungere e comunicarli adeguatamente all'esterno in modo che siano monitorabili e giudicabili dal mercato e cioè da parte di coloro che usufruiscono del servizio.

Il ministro Brunetta, sin dall'inizio del suo mandato, ha adottato dei provvedimenti concreti per rendere più trasparente e meritocratico il settore pubblico: redazione dei 34 punti della Riforma della PA; definizione delle «Linee programmatiche sulla Riforma della Pubblica Amministrazione»; operazione trasparenza su incarichi, emolumenti, distacchi e permessi sindacali; introduzione di nuove norme sulle assenze per malattia e per permesso retribuito dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni e monitoraggio e rilevazione delle stesse (articolo 71 della legge 6 agosto 2008, n. 133 e circolari n. 7 e 8 del 2008); redazione del Piano industriale dell'innovazione del 2 ottobre 2008, il cui piano operativo prevede 60 iniziative ben precise e cioè 12 convenzioni con le amministrazioni centrali, 42 convenzioni con le Regioni e i comuni capoluogo, 2 programmi infrastrutturali, 2 progetti speciali, oltre a norme e standard; concorso «Premiamo i risultati», finalizzato a premiare i risultati e l'impegno a migliorare le performance nonché a valorizzare gli esempi di buona amministrazione.

Occorre ricordare, inoltre, che nel pubblico impiego è stata ereditata la scottante questione delle stabilizzazione dei precari e la grana ormai storica dei vincitori di concorso non assunti. L'articolo 7, comma 7, del progetto di legge «Delega al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, nonché misure contro il lavoro sommerso e norme in tema di lavoro pubblico, di controversie di lavoro e di ammortizzatori sociali», già approvato dalla Camera ed in discussione al Senato, prevede al riguardo che le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, dovranno comunicare il numero delle graduatorie ancora vigenti, indicando le qualifiche cui esse si riferiscono, la data di approvazione delle graduatorie stesse e il numero dei vincitori eventualmente ancora da assumere. I vincitori di concorsi appartenenti alle suddette graduatorie hanno priorità per l'assunzione rispetto al personale assunto a tempo determinato.

Un altro problema storico nel settore pubblico sono i salari standardizzati che non premiano il merito, mortificano le eccellenze e mettono sullo stesso piano nullafacenti e meritevoli. L'articolo 67, comma 9, della legge 6 agosto 2008, n. 133 ha disposto che d'intesa con la Corte dei conti e la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della funzione pubblica, il Ministero economia e finanze - Dipartimento della ragioneria generale dello Stato integra le informazioni annualmente richieste con il modello di cui all'articolo 40-bis comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, predisponendo un'apposita scheda con le ulteriori informazioni di interesse della Corte dei conti volte tra l'altro ad accertare, oltre il rispetto dei vincoli finanziari previsti dalla vigente normativa in ordine alla consistenza delle risorse assegnate ai fondi per la contrattazione integrativa ed all'evoluzione della consistenza dei fondi e della spesa derivante dai contratti integrativi applicati, anche la concreta definizione ed applicazione di criteri improntati alla premialità, al riconoscimento del merito ed alla valorizzazione dell'impegno e della qualità della prestazione individuale, con riguardo ai diversi istituti finanziati dalla contrattazione integrativa, nonché a parametri di selettività, con particolare riferimento alle progressioni economiche.

Il 30 ottobre scorso, inoltre, è stato firmato il protocollo di intesa tra Governo e sindacati (Cisl, Uil, Confsal, Usae e Ugl) sul rinnovo dei contratti di lavoro del pubblico impiego per il biennio economico 2008-2009. L'aumento previsto dal protocollo per il comparto dei ministeri è pari a 70 euro medie mensili. Il protocollo prevede che le risorse recuperate per i trattamenti accessori dovranno essere destinate all'incentivazione della produttività dei dipendenti mediante l'individuazione nei Ccnl di criteri rigorosamente selettivi, con particolare riferimento all'introduzione di meccanismi premiali dei profili qualitativi e quantitativi della prestazione lavorativa.

Il ministro Brunetta ha già fatto tanto e bene e sarebbe opportuno che i sindacati, anche quelli che oggi rifiutano qualsiasi tipo di accordo, partecipassero con spirito collaborativo all'opera del titolare del dicastero di palazzo Vidoni perché è nell'interesse di tutti avere una pubblica amministrazione moderna, più efficiente, più trasparente, più vicina agli interessi dei cittadini e delle imprese e che finalmente valorizzi le tante eccellenze che tutti i giorni fanno funzionare gli uffici, penalizzando al contempo nullafacenti ed assenteisti.

martedì 16 dicembre 2008

Meritocrazia e lavoro privato. Le iniziative del governo



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

lunedì 15 dicembre 2008


Il ministro Sacconi, sin dall'inizio del suo mandato, per fronteggiare l'emergenza riguardante i redditi da lavoro dipendente, segnalata da tempo da diversi studi autorevoli, ha cercato di far crescere i salari collegandoli alla produttività, detassando gli straordinari e i premi aziendali, così come promesso in campagna elettorale. In pratica ha creato un meccanismo che determina un aumento del salario in chiave meritocratica: chi ha il merito di lavorare di più deve essere pagato di più.

L'articolo 2 della legge 4 luglio 2008, n. 126, «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 maggio 2008, n. 93, recante disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie», ha introdotto infatti delle misure sperimentali per l'incremento della produttività del lavoro privato. Ha previsto che, salva espressa rinuncia scritta del prestatore di lavoro, nel periodo dal 1° luglio 2008 al 31 dicembre 2008 sono soggetti a un'imposta sostitutiva dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 10%, entro il limite di importo complessivo di 3.000 euro lordi, le somme erogate a livello aziendale «per prestazioni di lavoro straordinario, ai sensi del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, effettuate nel periodo suddetto; per prestazioni di lavoro supplementare ovvero per prestazioni rese in funzione di clausole elastiche effettuate nel periodo suddetto e con esclusivo riferimento a contratti di lavoro a tempo parziale stipulati prima della data di entrata in vigore del presente provvedimento; in relazione a incrementi di produttività, innovazione ed efficienza organizzativa e altri elementi di competitività e redditività legati all'andamento economico dell'impresa». Le disposizioni sono rivolte ai titolari di reddito da lavoro dipendente non superiore, nell'anno 2007, a 30.000 euro.

La crisi dell'economia mondiale, però, ha ridisegnato il quadro economico ed ha imposto nuove scelte, che non potevano non andare nella direzione del sostegno ai consumi e, quindi, dell'aumento dei salari e dell'incremento del potere di acquisto dei cittadini. L'articolo 5 («Detassazione contratti di produttività») del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale (il cosiddetto «decreto anticrisi»), in corso di conversione in legge, ha disposto quindi che, per il periodo dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2009, saranno prorogate le misure sperimentali per l'incremento della produttività del lavoro, previste dall'articolo 2 comma 1, lettera c), del decreto legge 27 maggio 2008, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 luglio 2008, n. 126. Tali misure troveranno applicazione, entro il limite di importo complessivo di 6.000 euro lordi, con esclusivo riferimento al settore privato e per i titolari di reddito di lavoro dipendente non superiore, nell'anno 2008, a 35.000 euro, al lordo delle somme assoggettate nel 2008 all'imposta sostitutiva di cui all'articolo 2 del citato decreto legge. Se il sostituto d'imposta tenuto ad applicare l'imposta sostitutiva in tale periodo non è lo stesso che ha rilasciato la certificazione unica dei redditi per il 2008, il beneficiario dovrà attestare per iscritto l'importo del reddito da lavoro dipendente conseguito nel medesimo anno 2008.

Il governo Berlusconi ha intrapreso con i fatti ed a suon di provvedimenti concreti la difficile ma virtuosa strada della meritocrazia, legando il salario a dinamiche improntate al merito ed alla gratificazione economica dei meritevoli e coniugando, quindi, la doppia esigenza dell'innalzamento della produttività del lavoro con quella dell'aumento dei salari.

venerdì 12 dicembre 2008

Scuola e meritocrazia. L'impegno del governo Berlusconi


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

martedì 09 dicembre 2008

Il termine «meritocrazia» è stato usato per la prima volta da Michael Young (Lord Young di Dartington) nel titolo di un libro, The Rise of Meritocracy, in cui l'autore immaginava il merito come la risultante di due componenti, l'intelligenza e lo sforzo (IQ plus effort) con l'aggiunta della certificazione data dal titolo di studio. La meritocrazia è nata nel 1933 ad Harvard quando il presidente di allora, J. Bryant Conant, concepì l'ETS (Education Testing Service), grazie al quale venne introdotto il SAT (Scholastic Aptitude Test) che rivoluzionò il sistema di ammissioni, che fino ad allora privilegiava i figli delle famiglie ricche, e permise da quel momento di selezionare i migliori studenti indipendentemente dall'estrazione sociale e dal conto in banca dei genitori, permettendo loro di accedere senza alcuna restrizione ad una delle migliori università del mondo. La meritocrazia nasce, quindi, con l'idea di modificare i criteri di accesso ad una delle migliori università del mondo e viene formalizzata con un termine specifico («meritocracy» appunto) sempre con riferimento al sistema scolastico. In pratica, la culla della meritocrazia è la scuola.

Il termine, come sappiamo, è spesso inflazionato e quasi mai tradotto in interventi specifici. Con il governo Berlusconi c'è stata finalmente una significativa inversione di tendenza. Diamo dunque uno sguardo a quello che è stato già fatto dall'attuale esecutivo sul tema della scuola e della meritocrazia, perché le opinioni e le buone intenzioni sono sempre rispettabili ma quello che conta è ciò che viene messo nero su bianco e tradotto in interventi concreti. Pur essendo in carica da pochi mesi, attraverso l'azione del ministro Gelmini, il governo Berlusconi ha già compiuto alcuni passi significativi per valorizzare il merito e migliorare, semplificare e rendere più trasparenti i sistemi di valutazione degli studenti, dei ricercatori e dei professori. Ecco l'elenco:

* Decreto ministeriale del ministro Gelmini del 28 luglio 2008, con l'aggiunta della nota prot. n. 11715 del 10 novembre 2008, per l'individuazione delle iniziative per la valorizzazione delle eccellenze conseguite dagli studenti delle scuole di istruzione secondaria superiore, statali e paritarie, con particolare riferimento agli articoli 3 (Proposte per l'individuazione delle eccellenze per gli studenti frequentanti i corsi di istruzione superiore delle scuole statali e paritarie) e 4 (Informazione sul monitoraggio delle iniziative di valorizzazione delle eccellenze);
* Articolo 3, comma 1, della legge 30 ottobre 2008, n. 169, che ha previsto che nella scuola primaria la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite debba essere effettuata mediante l'attribuzione di voti espressi in decimi e illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall'alunno;
* Articolo 3, comma 3, della legge 30 ottobre 2008, n. 169: nella scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva, ovvero all'esame di Stato a conclusione del ciclo, gli studenti che hanno ottenuto, con decisione assunta a maggioranza dal Consiglio di classe, un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline;
* Articolo 3, comma 4, della legge 30 ottobre 2008, n. 169: l'esito dell'esame conclusivo del primo ciclo è espresso con valutazione complessiva in decimi e illustrato con una certificazione analitica dei traguardi di competenza e del livello globale di maturazione raggiunti dall'alunno; conseguono il diploma gli studenti che ottengono una valutazione non inferiore a sei decimi;
* Articolo 1, commi 4 e 5, del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, recante disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca, in corso di conversione in legge, che ha previsto l'introduzione di meccanismi più trasparenti per la definizione della composizione delle commissioni giudicatrici per le procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei professori universitari di I e II fascia (art. 1, comma 4) e di quelle per la valutazione comparativa dei candidati di cui all'articolo 2 della legge 3 luglio 1998, n. 210 (art. 1, comma 5);
* Articolo 1, comma 7, del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, che ha disposto che nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori bandite successivamente alla data di entrata in vigore del decreto, la valutazione comparativa è effettuata sulla base dei titoli, illustrati e discussi davanti alla commissione, e delle pubblicazioni dei candidati, ivi compresa la tesi di dottorato, utilizzando parametri, riconosciuti anche in ambito internazionale, individuati con apposito decreto del ministro dell'istruzione;
* Articolo 1-bis del disegno di legge di conversione del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, già approvato dal Senato ed ora in discussione alla Camera, che incentiva il cosiddetto «rientro dei cervelli»;
* Articolo 3 del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180 che ha integrato di 65 milioni di euro il fondo per il finanziamento dei progetti volti alla realizzazione degli alloggi e residenze di cui alla legge 14 novembre 2000, n. 338 e di 135 milioni di euro il fondo di intervento integrativo di cui all'articolo 16 della legge 2 dicembre 1991, n. 390, al fine di garantire la concessione agli studenti capaci e meritevoli delle borse di studio;
* Articoli 3-ter e 3-quater del progetto di legge di conversione del decreto-legge 10 novembre 2008, n. 180, che legano maggiormente la valutazione dell'attività di ricerca alle pubblicazioni effettuate e l'attribuzione delle risorse finanziarie alle università in base alla relazione concernente i risultati delle attività di ricerca, che dovrà essere pubblicata sul sito internet dell'ateneo e trasmessa al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Qualcuno dirà che non basta o che gli interventi non sono ancora esaustivi, oppure che c'è da fare ancora molto. Ma certamente non si può affermare che non ci si è mossi per portare un po' di meritocrazia all'interno del nostro sistema scolastico.

sabato 15 dicembre 2007

Tutti scontenti di Prodi


di Antonio Maglietta - 15 dicembre 2007
Lancia un duro j'accuse contro l'Italia Carla Del Ponte, lasciando l'incarico di procuratore generale al Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nell'ex Jugoslavia: l'Italia è colpevole di «non volersi occupare dei grandi latitanti» ed è diventata «delfino della candidatura della Serbia all'ingresso in Europa». Dalle colonne di Repubblica il magistrato, che dal 1999 ha fatto della caccia ai grandi criminali di guerra la sua missione, chiama in causa il premier Romano Prodi ed il ministro degli Esteri Massimo D'Alema. Della posizione del ministro degli Esteri, non si dice stupita perchè «è sempre stato piuttosto filo-serbo», mentre si dichiara «esterrefatta» per il comportamento di Prodi. «Uno che - ricorda - è stato presidente della Commissione europea e conosce alla perfezione quanto sia importante l'aiuto dell'Ue per l'arresto dei grandi latitanti». «Mi ha addirittura evitata», racconta il giudice svizzero che ripercorre i tentativi falliti di parlare al telefono con il Presidente del Consiglio. «Per un anno ho cercato di incontrarlo, ma senza successo. A ottobre l'ultimo tentativo».Per il procuratore dell'Aja, Prodi non aveva neppure pochi minuti. «Era chiaro che non voleva occuparsi dei miei latitanti e si era già schierato con la Serbia».
Ma se in Europa Prodi riceve uno schiaffone sul versante della politica estera, ecco che dall'altra parte dell'oceano il prestigioso New York Times ne molla uno ancora più sonoro sullo stato di salute complessivo del Belpaese. L'Italia sembra non amarsi più scrive il NYT. La parola d'ordine è "malessere" e gli italiani, nonostante abbiano inventato l'arte di vivere, in un recente sondaggio affermano di essere il popolo meno felice dell'Europa occidentale. L'Italia ha tracciato il proprio modo di appartenere all'Europa, lottando come pochi altri paesi con una politica frammentata, la mancanza di crescita, la criminalità organizzata e un debole senso dello Stato. Ora la frustrazione sta crescendo perchè queste vecchie debolezze non migliorano, mentre il mondo sorpassa il paese. Il modo di vivere poco tecnologico degli italiani può essere interessante per i turisti, ma l'utilizzo di Internet è tra i più bassi in Europa, così come gli investimenti esteri e la crescita. Le pensioni, il debito pubblico e i costi del governo, invece, sono tra i più elevati del vecchio continente. Le ultime analisi mostrano una nazione più vecchia e più povera e quelli che erano i punti di forza stanno diventando una debolezza. Il piccolo commercio, le aziende a conduzione familiare si trovano a combattere contro la globalizzazione e in particolare con la competitività della Cina. I debiti colpiscono le famiglie: il 70% degli italiani tra i 20 e i 30 anni vivono ancora a casa condannando i giovani a un'adolescenza estesa e improduttiva. La maggioranza dei più bravi lascia il paese.
Ma se dall'estero arrivano solo bocciature, la situazione vista dall'interno non è migliore. Tutte le categorie professionali sono sul piede di guerra, gli scioperi si susseguono ad un ritmo impressionante nonostante che i sindacati confederali abbiano sacrificato il loro animo belligerante alla logica sempre più evidente del «governo amico». Neanche sugli incrementi salariali degli statali e la sanatoria dei precari del pubblico impiego, asse portante della commistione di interessi governo-sindacati, Prodi è riuscito a dare seguito alle promesse fatte: i primi restano solo un miraggio; la sanatoria, invece, è un grande bluff perché non ci sono i soldi per finanziarla a livello centrale. Si respira un'aria di sconforto e rassegnazione soprattutto nelle giovani generazioni che non riescono a vedere la luce alla fine del tunnel. Neanche il criterio del merito, unico appiglio per emergere al di fuori delle clientele, così profondamente mortificato dalle scelte di questo governo, sembra essere la strada giusta per emergere nella società italiana. Gli esempi sono tanti: penalizzazione dei giovani vincitori di concorso nella pubblica amministrazione che continuano ad essere assunti con il contagocce e, peggio ancora, scavalcati dalle progressioni interne del personale di ruolo, il tutto con l'avallo dei sindacati confederali; tagli al settore della ricerca che penalizzano i progetti dei giovani ricercatori a discapito dei «baroni universitari»; sistema ingessato nelle libere professioni che reprime ambizioni e sogni dei giovani professionisti; e si potrebbe continuare all'infinito. Insomma, sia all'estero che in Italia sono tutti scontenti di Prodi. Qualcuno dice che siamo alla frutta: speriamo, però, che almeno non ci vada di traverso.

Antonio Maglietta

martedì 4 dicembre 2007

Salari e meritocrazia

di Antonio Maglietta - 4 dicembre 2007

Ciclicamente si apre il dibattito se il nostro sistema-Paese sia davvero basato sul merito, e la risposta è sempre negativa. Altrettanto ciclicamente si chiede, a ragione, che la nostra società cambi la sua fisionomia ed i criteri regolatori delle sue dinamiche, passando dall'egualitarismo alla meritocrazia. Secondo l'enciclopedia Treccani l'egualitarismo è una «concezione politico-sociale di origine illuministica, ispiratrice dei movimenti socialisti e in genere di ogni azione tendente a realizzare, accanto all'uguaglianza di diritto, un'uguaglianza di fatto, fondata sull'equa ripartizione dei beni e delle fortune tra tutti i membri d'una società organizzata». In particolare, si può definire equalitarismo salariale (o remunerativo) «ogni proposta di politica sindacale tendente a ottenere un uguale trattamento per tutti i lavoratori (di un'industria, di un settore, eccetera), indipendentemente dalle mansioni svolte». E' evidente che una società basata sull'egualitarismo - piatta, monocolore e in cui la soddisfazione del proprio io è repressa - non è strutturata in maniera tale da incidere su quelle leve del carattere umano che, attraverso una sana competizione, sono in grado di garantire performance di altissimo livello, le quali determinano un duplice effetto positivo: soddisfazione personale dell'autore, cui viene riconosciuto il merito della propria attività, e soddisfazione della collettività, che beneficia dell'opera di quest'ultimo.
Non vi è alcun dubbio che in Italia via sia un empasse di natura strutturale, legata alla visione esageratamente egualitarista della società. Tale visione non permette al nostro sistema di fornire prestazioni positive sul lungo periodo, nonostante la presenza, in tutti i settori, di numerosissime eccellenze professionali le cui capacità ed il cui valore in termini assoluti sono spesso e volentieri riconosciuti anche all'estero. Ma quale è il significato della parola meritocrazia? Sempre secondo l'enciclopedia Treccani la meritocrazia è una «concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell'egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell'assegnazione dei posti di responsabilità».
Parlare di meritocrazia, in generale, è molto facile. E' ben più complesso darne una concreta attuazione, soprattutto se si parla di interventi specifici. Molti analisti sono concordi nel dire che il primo passo da fare, per passare dalle parole ai fatti, per esempio nel mondo del lavoro, sia quello di intervenire sul salario, legandolo a fattori flessibili meritocratici (dinamici e non statici), ampliando il più possibile la parte variabile, e quindi rendere ancora più netti i differenziali. In Italia il salario variabile, o performance-related pay, è noto sin dagli accordi del 1993 tra governo e parti sociali (previsione di meccanismi premianti da contrattare in sede decentrata). Purtroppo, fino ad ora, è stato fatto troppo poco e male ed è davvero incredibile che nell'attuale dibattito sull'aumento dei salari, soprattutto da parte dei sindacati confederali, non si affronti la questione del merito.
Gli schemi retributivi offerti dalla scienza sono tanti, a seconda della scelta degli obiettivi, degli strumenti e delle modalità (confronta: Luca Crudeli, Obiettivi e strumenti del salario variabile: uno schema interpretativo in Giulio Cainelli, Roberto Fabbri, Paolo Pini, Partecipazione all'impresa e flessibilità retributiva in sistemi locali, Milano, 2001):
bonus una tantum, o lump sum, che non hanno alcun riferimento esplicito alle performance dell'impresa o alla partecipazione dei lavoratori, il cui obiettivo è principalmente contenere il costo del lavoro e ridurre i conflitti fra datore di lavoro e lavoratori attraverso una ridistribuzione di parte del «surplus aziendale»;
esplicitamente basati sull'output fisico del processo produttivo che tendono ad accrescere la produttività (gain-sharing);
basati sulle performance finanziarie dell'impresa il cui scopo è ridistribuire gli incrementi di redditività (ability to pay) e/o di suddividere il rischio fra imprenditore e lavoratori (profit-sharing);
finalizzati alla misurazione ed all'incentivazione della partecipazione diretta dei lavoratori all'organizzazione lavorativa dell'impresa attraverso lo sviluppo di skill e capability.
Si può discutere su quale possa essere lo schema retributivo migliore, ma il problema è che quello che manca è proprio la volontà di iniziare una discussione del genere e di dare seguito, quindi, ai buoni propositi. I margini di intervento sono ampi. Ma allora perché i sindacati, quando parlano di salari, non pongono anche la questione del merito?
Antonio Maglietta

domenica 11 novembre 2007

Concorsi pubblici e meritocrazia


di Antonio Maglietta - 10 novembre 2007

Per i precari della pubblica amministrazione, secondo il Ministro per le riforme e le innovazioni nella Pubblica Amministrazione, Luigi Nicolais, «non esiste alcuna sanatoria. Esiste - ha chiarito il Ministro a margine di un incontro al Com-Pa di Bologna - un sistema che era già previsto nella precedente legge Finanziaria secondo cui tutti coloro che avevano fatto un concorso e che erano a tempo determinato da almeno tre anni, potevano essere assunti in servizio. Ne abbiamo - ha specificato Nicolais - già assunti circa 10mila a livello centrale e un numero non ben definito a livello periferico». Nicolais ha poi ricordato che è stato presentato, quest'anno, un emendamento in cui si continua questo processo anche pensando a «una possibilità per coloro che hanno un contratto coordinato e continuativo di avere la possibilità di utilizzare questa loro esperienza come elemento preferenziale per la partecipazione ai concorsi della pubblica amministrazione». «Nella pubblica amministrazione - ha sottolineato e concluso il Ministro - si entra per concorso rigoroso e cerchiamo di mantenere questo indirizzo».

Ma verrebbe da chiedersi: perché, allora, proprio coloro che hanno già vinto (i vincitori) o superato (gli idonei) un concorso non vengono assunti e continuano ad essere relegati nel dimenticatoio dal governo di centrosinistra? Perché non si traducono in interventi operativi gli impegni presi in Parlamento con la mozione Baldelli (n. 1/00137), nonostante siano passati oramai quasi sette mesi dall'accoglimento del dispositivo che impegna il governo: «ad adottare iniziative urgenti per prevedere anche l'assunzione dei vincitori e degli idonei dei concorsi pubblici, con riferimento alle graduatorie ancora in vigore coniugandola con il processo di stabilizzazione». Stiamo parlando di circa 140.000 giovani che hanno dimostrato, attraverso il superamento di una prova selettiva aperta, di meritare l'assunzione nella Pubblica Amministrazione. Si tratta di gente giovane e preparata e spesso altamente qualificata; in pratica stiamo parlando di una parte di quelle famose eccellenze professionali che spesso si evocano quando si discetta di modernizzazione e del futuro del nostro Paese.

Lasciare questi giovani nell'incertezza e nel dubbio di non essere mai assunti è degno di un Paese civile? E' facile parlare di meritocrazia nei convegni e nei comizi; quello che conta è la prova dei fatti e, in tema di reclutamento dei dipendenti pubblici, il governo di centrosinistra ha dimostrato di voler mortificare il criterio del merito. Purtroppo, in una situazione in cui il traballante governo Prodi è alla ricerca famelica di facili consensi nell'opinione pubblica, questi giovani sono penalizzati anche dal loro scarso appeal elettorale dovuto all'esiguità dei numeri: sono meno della metà del numero dei potenziali precari stabilizzabili con la Finanziaria 2007. Ma è un governo serio quello che inquadra i problemi del Paese nella sola ottica del consenso elettorale? Certamente no.

Le dinamiche relative al pubblico impiego non sono questioni marginali e la pantomima del governo sulla mancata assunzione di gente preparata e qualificata, come lo sono i vincitori e gli idonei dei concorsi, non è un dato di fatto senza conseguenza. L'apparato dello Stato ha bisogno di quei profili professionali per funzionare al meglio e per fornire servizi di alto livello a persone ed imprese. Nell'epoca del mercato globale, il buon andamento della Pubblica Amministrazione non è solo un importante principio dettato dalla Costituzione, ma è anche, e soprattutto, una questione essenziale nell'ambito della vita economica del Paese. Invece, ed è sotto gli occhi di tutti, con questo centrosinistra al governo la Pubblica Amministrazione nostrana viene continuamente mortificata e trattata solo come un ammortizzatore sociale ed un ufficio di collocamento di basse qualifiche professionali.

Antonio Maglietta
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