di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 21 marzo 2012
Siamo alla stretta finale nel confronto tra Governo e Parti Sociali sulla riforma del mercato del lavoro e, a breve, la discussione passerà al Parlamento che d’ora in poi diventerà l’unico interlocutore dell’Esecutivo, com’è giusto che sia in questa fase, per arrivare in tempi rapidi all’approvazione di una legge. «Noi difenderemo questa riforma e siamo contenti del fatto che il conto non lo paghino le piccole e medie imprese con l'aumento del costo del lavoro. Sull'articolo 18 diciamo che si è trovato un buon punto di equilibrio sul quale non si deve arretrare in Parlamento», ha dichiarato il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano.
Le aree di intervento oggetto del dialogo tra Governo e Parti Soci sono tre: contrasto al precariato, riforma degli ammortizzatori sociali, modifica dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori in materia di licenziamenti individuali. Sulle prime due è stato trovato l’accordo mentre resta ancora aperta la terza questione con la Cgil sempre fuori dal coro e contraria alla modernizzazione.
Contrasto al precariato. Sono stati previsti una serie d’interventi, peraltro ampiamente condivisibili, per cercare di mettere alcuni paletti fondamentali nel rapporto tra giovani in cerca di occupazione e datori di lavoro, per evitare che la condizione di bisogno dei primi sia sfruttata in modo improprio dai secondi:
- il contratto privilegiato per l’ingresso del mondo del lavoro sarà quello di apprendistato, così come pensato dall’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, durante l’ultimo governo Berlusconi, e cioè un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione dei giovani;
-stretta sui contratti a termine (esclusi stagionali o sostitutivi) attraverso la duplice previsione dell’impossibilità della proroga oltre i 36 mesi e di un contributo aggiuntivo dell’1,4% che servirà per finanziare il nuovo sussidio di disoccupazione; divieto di stage gratuiti per coloro che sono già in possesso di una laurea o hanno già fatto un master;
-norma contro le dimissioni in bianco delle lavoratrici e stretta su partite iva con monocommitente, co.co.pro e associazioni in partecipazione se non si è familiari.
Riforma ammortizzatori sociali. Secondo le dichiarazioni del ministro del lavoro, Elsa Fornero, il nuovo sistema andrà a regime nel 2017 con la previsione di risorse aggiuntive pari a 1,7-1,8 miliardi:
- introduzione sin da subito di un’assicurazione sociale per l'impiego universale (ASPI), che sostituirà l’indennità di disoccupazione e durerà 12 mesi (fino ad un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni). Dovrebbe essere il 75% della retribuzione lorda (oggi l’indennità raggiunge al massimo il 60% e dura 8 mesi fino ad un massimo di 12 per gli over 50) fino a 1.150 euro, e il 25% per la quota superiore a questa cifra, con un tetto di 1.119 euro lordi per il sussidio e con una riduzione dopo i primi sei mesi;
- mantenimento della cassa ordinaria e straordinaria con i contributi attuali, ma con l’esclusione della causale di chiusura dell'attività (resta possibile solo quando è previsto il rientro in azienda);
- introduzione di un fondo solidarietà per lavoratori anziani su base assicurativa, pagato dalle aziende e rivolto a coloro che perdono il posto di lavoro a pochi anni dalla pensione. Le modifiche in questa materia sono quasi tutte condivisibili perché il tema centrale è quello di estendere a tutti i sistemi di protezione sociale. Resta ancora aperta, tuttavia, la questione degli usi impropri di tali mezzi poiché, tanto per dirne una, sulla cassa integrazione straordinaria si poteva e si doveva fare di più ma è comprensibile il motivo per cui questo non è avvenuto. Forse i sindacati non avrebbero retto l’urto di una certa parte dell’opinione pubblica e non sarebbero stati in grado di sostenere la doppia modifica in materia di cassa integrazione e licenziamenti individuali.
Art. 18 statuto dei lavoratori. Il nodo ancora parte riguarda le ipotesi di modifica della normativa in materia di licenziamenti individuali. Sull'articolo 18 il Governo ha proposto di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori mentre per i disciplinari sarà il giudice a decidere tra il reintegro, nei casi gravi, e una indennità con massimo 27 mensilità, tenendo conto dell'anzianità; per gli economici solo l’indennizzo che va da un minimo di 15 ad un massimo di 27 mensilità dell'ultima retribuzione. Si tratta con tutta evidenza di una disposizione di buon senso che riporta la questione su un binario corretto. Resta identica la disciplina riguardante il reintegro per i licenziamenti discriminatori (discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua e di sesso) mentre cambia quella concernente i casi di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo (oggi per quelli disciplinari se non ci sono violazioni gravi scatta l'obbligo di reintegro mentre per quelli relativi alle crisi aziendali se il lavoratore ricorre al giudice, e questo verifica che la ragione del licenziamento non c'è, si precede al reintegro). Il problema è tutto nell’anti-economicità del reintegro nei licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo perché rappresentano sia un costo eccessivo per i datori di lavoro, oggi in alcuni casi costretti a restare sotto la soglia dei 15 dipendenti per non subire l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, sia una scelta contraria agli interessi dello stesso lavoratore, che deve aspettare le lungaggini della giustizia italiana per poi essere (forse) reintegrato in un posto di lavoro (sempre se ancora esiste) in cui non troverà di certo un ambiente favorevole. Molto meglio, invece, monetizzare la situazione e rimettersi sul mercato senza aspettare 6-7 anni con le braccia conserte come prevede l’attuale normativa.
Visualizzazione post con etichetta Elsa Fornero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elsa Fornero. Mostra tutti i post
mercoledì 21 marzo 2012
martedì 7 febbraio 2012
Il posto fisso è un’illusione come il mutuo senza il posto fisso
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 07 febbraio 2012
Negli ultimi giorni si è infiammato il dibattito su alcune dichiarazione rilasciate da autorevoli esponenti del Governo in materia di lavoro giovanile, ma sarebbe opportuno parlare anche di disoccupazione giovanile, viste le non esaltanti statistiche a riguardo nel nostro paese. Ha iniziato il premier Mario Monti («che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare»), ha continuato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, («Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà. Il mondo sta cambiando») e ha concluso, per ora, il ministro del lavoro, Elsa Fornero, («Non si può promettere un posto fisso, chi oggi lo promette promette facili illusioni»). Anni fa era stato lo scomparso ex ministro dell’economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, a dare uno scappellotto ai giovani italiani con la mitica frase sul «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa».
Facciamo il punto della situazione. I giovani italiani, a detta di chi li governa o li ha governati in passato, sono dei bamboccioni da mandare fuori di casa che vogliono il posto fisso vicino ai genitori e che per maturare dovrebbero mettersi in testa, finalmente, che il posto fisso non c’è più e che se c’è è monotono. Guardiamo i freddi numeri. Il numero dei «senza posto fisso» in Italia supera i 2,7 milioni di persone (somma tra i 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e le 385 mila persone con contratto di collaborazione). Il 46,7% dei dipendenti sotto i 25 anni è a termine. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni questo dato si abbassa al 18%, fino ad arrivare all’8% per chi supera i 35 anni (nello specifico 8,3% tra i 35-54 anni e 6,3% tra gli over 55). Tutto questo al netto di situazioni particolari come ad esempio le discusse partite iva con mono-committente, dove di solito si cela un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.
Questi numeri ci dicono due cose: una negativa e cioè che la flessibilità si scarica solo sui giovani, e una positiva, ossia che, con il passare degli anni lavorativi in genere, ma sempre meno spesso, la situazione migliora. E questi sono i dati di chi lavora. L’altro aspetto storicamente negativo del nostro mercato del lavoro è l’alto tasso di disoccupazione degli under 25 (oggi quasi un giovane su tre è senza lavoro). La realtà fotografata dai dati scientifici porta il tema del dibattito, quindi, su tutto un altro piano. I problemi da risolvere non sono certo, o comunque non solo, di carattere culturale, ma sono molto più pratici. Chi, tra i ragazzi e le ragazze di questo paese, pensa ancora di avere la cosiddetta «pappa pronta», o vive una realtà familiare in grado di dargliela o deve ancora fare i conti con la dura realtà. Al di fuori di queste due situazioni, oggi le richieste che arrivano dalla stragrande maggioranza dei giovani italiani sono altre e tra queste non c’è certamente l’avere il cosiddetto «posto fisso» come quello dei loro genitori.
Le rivendicazioni riguardano l’allargamento dei canali di ingresso nel mercato del lavoro, la continuità nello svolgere una attività lavorativa, una certa stabilità e la possibilità di accesso al credito. Chiedere continuità e stabilità non vuol dire sognare il vecchio «posto fisso», ma pretendere un sistema più equo in materia di tutele, riformando l’attuale sistema duale in vigore nel nostro ordinamento e abbattendo il muro di iniquità che separa oggi i giovani, che di tutele ne hanno poche o nulle, e tutti gli altri che, invece, sono super-garantiti. Premessa la difficoltà di trovare un lavoro, tanto per intenderci, è equo un sistema che prevede all’interno dello stesso mercato due tipi di tutele (reale e obbligataria), meccanismi di prestazioni a sostegno del reddito e calcolo della pensione che penalizzano i giovani e l’impossibilità di accedere al credito (mutui o prestiti) per chi non ha il vecchio posto fisso? Per essere concreti: che cosa si vuole fare con l’inutile monolite dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, a detta di numerosi esperti, bloccherebbe molte assunzioni nelle piccole imprese? Lasciarlo così com’è, abolirlo, alzare la soglia, aggirarlo con l’arbitrato? E con le prestazioni a sostegno del reddito che penalizzano i giovani? E come coniugare la continuità nel versamento dei contributi pensionistici previso da un sistema come quello attuale, dove quanto versi tanto avrai, con la mancanza di stabilità? E, ancora, quale soluzione si offre a tutti i giovani che non possono chiedere mutui e prestiti perché non hanno un contratto a tempo indeterminato?
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 07 febbraio 2012
Negli ultimi giorni si è infiammato il dibattito su alcune dichiarazione rilasciate da autorevoli esponenti del Governo in materia di lavoro giovanile, ma sarebbe opportuno parlare anche di disoccupazione giovanile, viste le non esaltanti statistiche a riguardo nel nostro paese. Ha iniziato il premier Mario Monti («che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare»), ha continuato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, («Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà. Il mondo sta cambiando») e ha concluso, per ora, il ministro del lavoro, Elsa Fornero, («Non si può promettere un posto fisso, chi oggi lo promette promette facili illusioni»). Anni fa era stato lo scomparso ex ministro dell’economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, a dare uno scappellotto ai giovani italiani con la mitica frase sul «Mandiamo i bamboccioni fuori di casa».
Facciamo il punto della situazione. I giovani italiani, a detta di chi li governa o li ha governati in passato, sono dei bamboccioni da mandare fuori di casa che vogliono il posto fisso vicino ai genitori e che per maturare dovrebbero mettersi in testa, finalmente, che il posto fisso non c’è più e che se c’è è monotono. Guardiamo i freddi numeri. Il numero dei «senza posto fisso» in Italia supera i 2,7 milioni di persone (somma tra i 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e le 385 mila persone con contratto di collaborazione). Il 46,7% dei dipendenti sotto i 25 anni è a termine. Nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni questo dato si abbassa al 18%, fino ad arrivare all’8% per chi supera i 35 anni (nello specifico 8,3% tra i 35-54 anni e 6,3% tra gli over 55). Tutto questo al netto di situazioni particolari come ad esempio le discusse partite iva con mono-committente, dove di solito si cela un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.
Questi numeri ci dicono due cose: una negativa e cioè che la flessibilità si scarica solo sui giovani, e una positiva, ossia che, con il passare degli anni lavorativi in genere, ma sempre meno spesso, la situazione migliora. E questi sono i dati di chi lavora. L’altro aspetto storicamente negativo del nostro mercato del lavoro è l’alto tasso di disoccupazione degli under 25 (oggi quasi un giovane su tre è senza lavoro). La realtà fotografata dai dati scientifici porta il tema del dibattito, quindi, su tutto un altro piano. I problemi da risolvere non sono certo, o comunque non solo, di carattere culturale, ma sono molto più pratici. Chi, tra i ragazzi e le ragazze di questo paese, pensa ancora di avere la cosiddetta «pappa pronta», o vive una realtà familiare in grado di dargliela o deve ancora fare i conti con la dura realtà. Al di fuori di queste due situazioni, oggi le richieste che arrivano dalla stragrande maggioranza dei giovani italiani sono altre e tra queste non c’è certamente l’avere il cosiddetto «posto fisso» come quello dei loro genitori.
Le rivendicazioni riguardano l’allargamento dei canali di ingresso nel mercato del lavoro, la continuità nello svolgere una attività lavorativa, una certa stabilità e la possibilità di accesso al credito. Chiedere continuità e stabilità non vuol dire sognare il vecchio «posto fisso», ma pretendere un sistema più equo in materia di tutele, riformando l’attuale sistema duale in vigore nel nostro ordinamento e abbattendo il muro di iniquità che separa oggi i giovani, che di tutele ne hanno poche o nulle, e tutti gli altri che, invece, sono super-garantiti. Premessa la difficoltà di trovare un lavoro, tanto per intenderci, è equo un sistema che prevede all’interno dello stesso mercato due tipi di tutele (reale e obbligataria), meccanismi di prestazioni a sostegno del reddito e calcolo della pensione che penalizzano i giovani e l’impossibilità di accedere al credito (mutui o prestiti) per chi non ha il vecchio posto fisso? Per essere concreti: che cosa si vuole fare con l’inutile monolite dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, a detta di numerosi esperti, bloccherebbe molte assunzioni nelle piccole imprese? Lasciarlo così com’è, abolirlo, alzare la soglia, aggirarlo con l’arbitrato? E con le prestazioni a sostegno del reddito che penalizzano i giovani? E come coniugare la continuità nel versamento dei contributi pensionistici previso da un sistema come quello attuale, dove quanto versi tanto avrai, con la mancanza di stabilità? E, ancora, quale soluzione si offre a tutti i giovani che non possono chiedere mutui e prestiti perché non hanno un contratto a tempo indeterminato?
Etichette:
accesso al credito,
Anna Maria Cancellieri,
Antonio Maglietta,
Elsa Fornero,
giovani,
Mario Monti,
mutui,
posto fisso,
prestiti,
Ragionpolitica,
Tommaso Padoa Schioppa
giovedì 2 febbraio 2012
Controversie sul lavoro: urge un decreto sul tema
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 02 febbraio 2012
In questi giorni è in corso a Palazzo Chigi il negoziato tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro che il premier Mario Monti vorrebbe concludere entro febbraio. Sono quattro i punti proposti dall'esecutivo su cui incentrare il confronto: forme contrattuali, flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro, ammortizzatori sociali e salari.
Il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, ha aggiunto anche la conciliazione nelle cause di lavoro tra i temi in discussione. Proprio su quest'ultimi punto, il ministro potrà avvalersi di un ottimo provvedimento approvato dal precedente governo Berlusconi. Si tratta della Legge n. 183 del 2010 (il cosiddetto collegato lavoro). La norma, tra le altre cose, conferisce alle parti sociali la facoltà di realizzare procedure di conciliazione e di arbitrato irrituale, a cui i lavoratori si obbligano a ricorrere tramite la sottoscrizione, libera e volontaria, di una clausola compromissoria, in modo che le controversie di lavoro (con l'esclusione esplicita di quelle attinenti la risoluzione del rapporto di lavoro) possano avere sollecita composizione stragiudiziale. Trascorso un anno senza che siano intervenute intese negoziali, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali è tenuto ad esercitare nei sei mesi successivi un'azione di mediazione, a conclusione della quale, perdurando la mancata iniziativa delle parti, spetta al ministro stesso definire, in via sperimentale, una soluzione con proprio decreto.
Elsa Fornero, nel corso del question time svoltosi mercoledì scorso alla Camera, interrogata proprio su questo punto, giacché, nell'inerzia delle parti sociali, il termine di un anno è scaduto, ha affermato di essere consapevole del problema e pronta ad agire, e che si impegna ad effettuare una ricognizione su quanti contratti collettivi abbiano effettivamente attivato la clausola di arbitrato e a porre la questione alle parti sociali. La questione non è assolutamente di poco conto anche perché, oltre al fatto che si tratta di un tema sempre delicato da affrontare, il I presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha sottolineato il forte incremento delle controversie di lavoro (anno giudiziario 2010-2011): + 34,9% per le cause di pubblico impiego; + 15,7% per le cause di lavoro privato, per un aumento complessivo del 51,6%. Se consideriamo, inoltre, che ci vogliono in media quasi tre anni, 1.039 giorni per l'esattezza, per arrivare ad una sentenza in una causa di lavoro privato, allora non possiamo davvero più permetterci di perdere altro tempo per adottare il decreto previsto dal c.d. collegato lavoro.
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 02 febbraio 2012
In questi giorni è in corso a Palazzo Chigi il negoziato tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro che il premier Mario Monti vorrebbe concludere entro febbraio. Sono quattro i punti proposti dall'esecutivo su cui incentrare il confronto: forme contrattuali, flessibilità in entrata e in uscita dal mercato del lavoro, ammortizzatori sociali e salari.
Il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero, ha aggiunto anche la conciliazione nelle cause di lavoro tra i temi in discussione. Proprio su quest'ultimi punto, il ministro potrà avvalersi di un ottimo provvedimento approvato dal precedente governo Berlusconi. Si tratta della Legge n. 183 del 2010 (il cosiddetto collegato lavoro). La norma, tra le altre cose, conferisce alle parti sociali la facoltà di realizzare procedure di conciliazione e di arbitrato irrituale, a cui i lavoratori si obbligano a ricorrere tramite la sottoscrizione, libera e volontaria, di una clausola compromissoria, in modo che le controversie di lavoro (con l'esclusione esplicita di quelle attinenti la risoluzione del rapporto di lavoro) possano avere sollecita composizione stragiudiziale. Trascorso un anno senza che siano intervenute intese negoziali, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali è tenuto ad esercitare nei sei mesi successivi un'azione di mediazione, a conclusione della quale, perdurando la mancata iniziativa delle parti, spetta al ministro stesso definire, in via sperimentale, una soluzione con proprio decreto.
Elsa Fornero, nel corso del question time svoltosi mercoledì scorso alla Camera, interrogata proprio su questo punto, giacché, nell'inerzia delle parti sociali, il termine di un anno è scaduto, ha affermato di essere consapevole del problema e pronta ad agire, e che si impegna ad effettuare una ricognizione su quanti contratti collettivi abbiano effettivamente attivato la clausola di arbitrato e a porre la questione alle parti sociali. La questione non è assolutamente di poco conto anche perché, oltre al fatto che si tratta di un tema sempre delicato da affrontare, il I presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha sottolineato il forte incremento delle controversie di lavoro (anno giudiziario 2010-2011): + 34,9% per le cause di pubblico impiego; + 15,7% per le cause di lavoro privato, per un aumento complessivo del 51,6%. Se consideriamo, inoltre, che ci vogliono in media quasi tre anni, 1.039 giorni per l'esattezza, per arrivare ad una sentenza in una causa di lavoro privato, allora non possiamo davvero più permetterci di perdere altro tempo per adottare il decreto previsto dal c.d. collegato lavoro.
lunedì 9 gennaio 2012
No al salario minimo, no alla paghetta dello Stato
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 09 gennaio 2012
Discutere sulle ipotesi di riforma del mercato del lavoro è sempre un esercizio difficile e quanto mai affascinante sia per la complessità dell’argomento sia perché in Italia, quando si tocca questo tema, si va a sbattere spesso in più di un tabù. Partiamo citando alcuni dati recenti, per capire la situazione attuale e l’andamento di alcuni indicatori, prima ancora di citare e valutare le dichiarazioni degli esponenti di spicco delle nostre istituzioni su questo argomento.
Secondo il rapporto Methods Used for Seeking Work dell’Eurostat, in Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro (76,9% contro una media europea del 68,9%) si affidano a un intermediario che può essere un amico, un parente o anche un sindacato. Solo la Spagna, la Grecia e l’Irlanda rilevano percentuali superiori alle nostre. Sempre secondo l’istituto di statistica europeo, la percentuale dei disoccupati nel nostro paese (dati aggiornati a novembre 2011) è pari all’8,6%. Si tratta di un dato sostanzialmente in linea con quello della Gran Bretagna (8,3% aggiornato a settembre 2011), inferiore alla media dell’Europa a 27 (9,8%), e dell’area euro (10,3%), e a quello di grandi paesi come la Francia (9,8%) e la Spagna (22,9%). Solo la Germania fa molto meglio di noi tra i grandi paesi (5,5%).
Per quanto riguarda, invece, la disoccupazione giovanile (con riferimento agli under 25), il nostro dato (30,1%) è tra i peggiori del vecchio continente sia con riferimento alla media dell’Europa a 27 (22,3%) e dell’area euro (21,7%) sia ai dati dei paesi più grandi come Gran Bretagna (22%, dato aggiornato a settembre 2011), Germania (8,1%) e Francia (23,8%). Peggio di noi fa solo la Spagna (49,6%). Secondo gli ultimi dati dell’Istat, aggiornati a novembre 2011, il tasso di occupazione femminile (pari al 46,2%) è in calo nel confronto con il mese precedente di 0,4 punti percentuali e di 0,3 punti in termini tendenziali.
In merito ad altri indicatori fondamentali nell’ambito della discussione sul mercato del lavoro, secondo l’Inps si registra una diminuzione, sia congiunturale che tendenziale, delle ore autorizzate di cigs (cassa integrazione straordinaria), di cigd (cassa integrazione in deroga) e di cigo (cassa integrazione ordinaria), una contrazione delle domande di mobilità e un lieve aumento di quelle di disoccupazione. Tutti questi dati ci ricordano, come sempre, che i problemi principali del nostro welfare sono l’alta percentuale di disoccupazione dei giovani, la bassa percentuale di occupazione delle donne e l’equità degli ammortizzatori sociali. Il premier Mario Monti ha recentemente affermato che niente debba essere tabù in una discussione tra forze mature e civili come sono i sindacati e le forze produttive. Ben venga, quindi, la volontà del nuovo Esecutivo di dare importanza più alla sostanza che ai pre-concetti su certi argomenti.
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha recentemente proposto l’introduzione di un salario minimo, specie per i giovani. Con tutta la buona volontà, non sembra essere questa la strada giusta da seguire. Il nostro mercato del lavoro, come dimostrano anche i dati più recenti, ha bisogno di essere sempre più aperto per i giovani e le donne. Occorrono, quindi, più canali di ingresso (non solo parenti, amici o sindacati) e maggiori opportunità formative (retribuite adeguatamente e non solo fittizie per coprire veri e propri lavori). Oggi la maggior parte dei giovani ha voglia di entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro, di confrontarsi, di cumulare esperienze, di lottare e non certo di ricevere forme di reddito assistenziale che, magari, rappresenterebbero un semplice contentino per continuare a galleggiare nella solita zona grigia tra disoccupazione, lavoro nero e basse retribuzioni.
Le nuove generazioni non hanno bisogno della paghetta dello Stato, ma della possibilità di essere soggetti attivi e tutelati nel mercato del lavoro. E’ questo il punto. Se un giovane non riesce ad avere continuità nella propria attività professionale e a percepire un reddito adeguato rispetto alle prestazioni svolte, come potrà avere accesso al credito o pagarsi la pensione con il sistema contributivo dove, giustamente, quanto versi tanto avrai? Il salario minimo risolve questi problemi? Certamento no. Ecco perché questa proposta non va assolutamente bene. Secondo l’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «la regolazione dei contratti di lavoro deve muovere dal riconoscimento dell'apprendistato come modalità tipica per l'ingresso nel mercato del lavoro e deve considerare la modulazione degli orari di lavoro come un modo attraverso il quale lavoratori e datori di lavoro si adattano reciprocamente». E ancora:«la contrattazione aziendale, recentemente amplificata nelle sue capacità dall'articolo 8 della manovra estiva, può concorrere a regolare i rapporti di lavoro in modo da accrescere la produttività, sperimentare deroghe limitate, sviluppare forme di welfare complementare per i lavoratori e le loro famiglie, attrarre investimenti nelle aree più difficili. Più le parti si rendono disponibili ad accordi di prossimità, più il legislatore può contenere la propria iniziativa».
mercoledì 21 dicembre 2011
Art. 18, il falso totem dello Statuto dei lavoratori
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 20 dicembre 2011
Nel dibattito pubblico si è accesa la discussione sulla riforma del mercato del lavoro. Ogni volta che si parla di quest’argomento nel nostro Paese i toni salgono, i nervi diventano tesi e le parole man mano sempre più pesanti.
Tutto è iniziato quando il ministro del lavoro, Elsa Fornero, in un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato che bisogna dire basta ai contratti precari e aprire una discussione senza tabù sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, aggiungendo che nel mercato del lavoro i giovani sono «i più penalizzati, insieme alle donne, perché la via italiana alla flessibilità ha riguardato solo loro».
Il giorno dopo l’uscita della Fornero, sempre dalle colonne del quotidiano di via Solferino, è arrivato l’attacco del segretario della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui il contratto unico per i giovani proposto dall’attuale ministro del lavoro «sarebbe un nuovo apartheid a danno dei giovani». E ancora: «La precarietà c'è soprattutto nelle piccole aziende, dove non si applica l'articolo 18», che è «una norma di civiltà. Vogliamo superare il dualismo? Lancio una sfida: facciamo costare il lavoro precario di più di quello a tempo indeterminato e scommettiamo che nessuno più dirà che il problema è l'articolo 18?». In questa discussione, ampia e articolata, su un tema peraltro molto spinoso come quello delle riforme in materia di lavoro, occorre essere precisi e mettere qualche punto fermo.
Innanzitutto il primo a proporre l’introduzione del contratto unico nel nostro ordinamento è stato il senatore del Partito Democratico, il professor Pietro Ichino, che non si è limitato solo alle parole ma è passato anche ai fatti, depositando nel 2009 un disegno di legge a Palazzo Madama. Partiamo dal presupposto che nessuno ha intenzione di avallare norme sui cosiddetti licenziamenti selvaggi ma solo bilanciare la flessibilità con le garanzie a tutela dei lavoratori. Aggiungiamo che le tutele dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non si applicano alle aziende sotto i 15 dipendenti.
Già allo stato attuale, senza dilungarci in inutili tecnicismi in materia di tutela reale e tutela obbligatoria, esiste un sistema duale in cui ad alcuni lavoratori si applica una tutela più forte (quella dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e ad altri quella più debole (ex art. 2 della Legge n. 108/1990) se paragonata con la prima. Oggi i costi della flessibilità sono tutti a carico dei giovani e delle donne e questa situazione non è più accettabile. Allo stato attuale un giovane che entra nel mercato del lavoro non ha la possibilità di guardare con serenità al proprio futuro perché non ha accesso al credito (nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto in un momento di crisi come questo, le banche chiedono garanti e contratti a tempo indeterminato per erogare prestiti e mutui), non percepisce un reddito in linea con quello dei coetanei europei (il divario tra il reddito di un giovane e quello di una persona più matura in Italia è più ampio di quello esistente in Francia, Germania e Gran Bretagna), nel tempo ha visto eroso il proprio potere di acquisto e se perde il posto di lavoro spesso l’unico ammortizzatore sociale che gli resta è la propria famiglia.
E’ bene capire che chi difende l’attuale sistema contribuisce, consapevolmente o no, a mantenere questa situazione intollerabile. E' bene accetta, quindi, la proposta del ministro Fornero di mettere le mani sulle norme in materia di lavoro per porre fine alle iniquità prendendo come base di partenza della discussione la proposta del senatore Pietro Ichino. Chi alimenta la polemica contro qualsiasi riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e contro quel testo forse non ha letto bene il disegno di legge nella parte in cui si parla dell'estensione a tutti del trattamento speciale di disoccupazione, pari all'80% dell'ultima retribuzione per il primo anno dopo il licenziamento, e dove tutti avrebbero un contratto tempo indeterminato e le protezioni essenziali, ma nessuno sarebbe inamovibile.
Dove è l’apartheid a danno dei giovani evocata con enfasi da Susanna Camusso in questa prospettiva? E’ evidente che le critiche della Cgil sono infondate e che non ci sarebbe alcuna discriminazione a danno dei giovani e spiace vedere gli altri due sindacati confederali accodarsi su questo punto alle posizioni estremiste della confederazione rossa.
FONTE
Etichette:
Antonio Maglietta,
art. 18,
contratto unico,
Elsa Fornero,
Pietro Ichino,
Ragionpolitica,
Statuto dei lavoratori,
tutela obbligatoria,
tutela reale
Iscriviti a:
Post (Atom)




