di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 02 ottobre 2012
Gli ultimi dati dell’Istat sul mercato del lavoro in Italia ci dicono che ad agosto 2012 gli occupati erano 22.934 mila, in calo dello 0,3% sia su base mensile rispetto a luglio 2012 che su base annua rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in diminuzione 0,2 punti percentuali sia nel confronto congiunturale sia in quello tendenziale. Il numero dei disoccupati, pari a 2.744 mila, diminuisce dello 0,3% rispetto a luglio (-9 mila unità). Su base annua si registra una crescita pari al 30,4% (640 mila unità). Il tasso di disoccupazione è pari al 10,7%, stabile rispetto a luglio e in aumento di 2,3 punti percentuali nei dodici mesi.
Il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia di età tra i 15 ei 24 anni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 34,5%, in calo di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano dello 0,6% (92 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività si attesta al 36,3%, con un aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e una diminuzione di 1,3 punti percentuali su base annua.
Secondo gli ultimi dati dell’Eurostat, la disoccupazione nell'eurozona ha raggiunto ad agosto il nuovo record dell'11,4%, il più alto dalla creazione della moneta unica. Ai massimi livelli anche il tasso nell'Ue a 27 Paesi, al 10,5%. I numeri ci dicono, quindi, che in Italia e in Europa il tasso di disoccupazione è in continuo aumento e che le fasce più colpite, come al solito, sono i giovani e le donne.
E’ tutta colpa della crisi economica? Partiamo dal presupposto che la crisi economica ha certamente riversato i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro. Ma se ci limitiamo a dare tutta la colpa a questo, forse perderemmo di vista altri fattori molto importanti legati al sistema italiano e alla governance europea. Tra gli elementi negativi del sistema italiano che certamente non favoriscono la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione ci sono: il carico fiscale sempre più elevato, contratti d'ingresso rigidi per i giovani, mancata tutela della donna nel mercato del lavoro, una burocrazia invasiva che danneggia il sistema delle imprese. Sono tutte cose che sappiamo benissimo ma che per vari motivi non riusciamo come sistema paese ad affrontare in modo deciso. Non c’è solo una questione di decisioni politiche mancate o sbagliate ma anche di mentalità corporativa che attanaglia e imbriglia il nostro Paese e che ha prodotto danni di egual misura e per certi versi anche superiori a quelli della politica.
Il nostro sistema è prigioniero dei sistemi corporativi che trovano la loro espressione nei vetusti ordini professionali, nel sistema farraginoso del rilascio di alcune licenze, nel sistema bancario che chiude i rubinetti dei mutui e dei prestiti per dedicarsi ad altro, nel capitalismo italico in genere di stampo prettamente familiare, famelico di soldi pubblici e poco propenso al rischio. Ogni giorno questo sistema, parallelo alla politica, si inventa nuovi balzelli per ostacolare l’ingresso di giovani e meno giovani nel mondo del lavoro, per non concedere prestiti e ammazzare anche le aziende tendenzialmente sane, e prendere soldi a scrocco dallo Stato sotto varie forme che, invece, potrebbero servire per fare tante altre cose meritevoli.
Se vogliamo davvero aiutare le nuove generazioni a trovare lavoro allora dobbiamo allargare le porte d’ingresso nel mercato, eliminare le rendite di posizione agevolando la concorrenza, facilitare l’accesso al credito. Senza questi provvedimenti non andremo da nessuna parte se non dritti nel baratro.
Per quanto riguarda i problemi europei, invece, è innegabile che la recessione in cui ci siamo impantanati è anche colpa degli orientamenti e delle priorità politiche generali dell'UE dettate dalla Banca centrale europea nelle gestioni precedenti all’era Draghi, nella totale assenza di un vero organismo politico comunitario in grado di assumere le decisioni fondamentali. Sulla carta questo ruolo spetterebbe al Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato o di governo dei paesi membri, dal presidente della Commissione e dal Presidente del Consiglio europeo stesso, ma il fatto stesso che le iniziative più delicate siano prese nel corso di vertici bilaterali a geometria variabile tra i capi di governo di Germania, Francia e Italia la dice lunga sul ruolo effettivo svolto da quest’organismo. Non è ovviamente solo una questione di forma ma anche e soprattutto di contenuto perché tutte le decisioni politiche all’insegna di una miope austerità imposte dalla Germania non hanno fatto altro che aggravare la crisi e, di conseguenza, peggiorare la situazione nel mercato del lavoro.
L’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, ha avuto il merito di avere calmierato in parte il mercato delle vacche dello spread con gli strumenti a disposizione e le sue scelte lungimiranti e non certo facili. Questo significa che la Bce non è certo il male assoluto ma un organismo che può lavorare bene o male. Resta di tutta evidenza, tuttavia, che non può essere certo la Bce o la sola Germania a dare la linea a tutti gli altri sia perché meccanismi decisionali di questo tipo mal si conciliano con l’idea stessa di democrazia sia perché le politiche di austerità non sono in grado di creare posti di lavoro e che ogni momento è buono per iniziare a creare le condizioni per una ripresa economica e intervenire per diminuire il tasso di disoccupazione.
Visualizzazione post con etichetta istat. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta istat. Mostra tutti i post
martedì 2 ottobre 2012
giovedì 12 aprile 2012
Serve una vera riforma del mercato del lavoro
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 aprile 2012
La bozza di riforma del mercato del lavoro proposta dal governo Monti, trasmessa nei giorni scorsi al Senato per l’inizio dell’iter parlamentare, oltre che sul tavolo istituzionale dei componenti della commissione lavoro di Palazzo Madama, sta passando anche su altri tavoli (extraparlamentari), ed è oggetto di frenetiche trattative tra lo stesso governo, le parti sociali e i partiti.
Tutti hanno una richiesta da fare e nessuno, almeno al momento, è disposto a fare un passo indietro. Per capire bene qual è la situazione e quale potrebbe essere lo sbocco di queste trattative, bisogna analizzare la posizione dei soggetti in campo: governo, sindacati, confindustria, partiti. Il governo, cui va comunque dato atto di aver definito una bozza di riforma abbastanza innovativa su un tema non certo facile come quello della riforma del mercato del lavoro, ha già fatto un mezzo passo indietro sui licenziamenti individuali per motivi economici, laddove ha reintrodotto la possibilità per il giudice, a certe condizioni, di disporre il reintegro del lavoratore. A tutto questo, va aggiunta la questione fondamentale della flessibilità in entrata poiché il testo arrivato al Senato è fortemente carente su questo punto. I sindacati, da parte loro, scenderanno in piazza venerdì 13 per denunciare la questione degli esodati e per chiedere una soluzione sulle ricongiunzioni onerose. La Cgil, inoltre, ha evidenziato anche il problema della modifica della normativa sui licenziamenti individuali.
In pratica il mezzo passo indietro del Governo non gli sta bene e chiede il ripristino integrale della vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini ha già posto dei paletti ben precisi a tal riguardo e, ammonendo senza mezzi termini la Camusso, ha già dichiarato che sull’articolo 18 la Fiom farà da sola nel caso in cui la Cgil dovesse piegarsi. La Fiom non ha intenzione di fermarsi, ha detto Landini, aggiungendo che servono tutte le iniziative, compreso lo sciopero generale, e che non si esclude alcuno strumento per ripristinare l'articolo 18, compreso il referendum.
La Confindustria, come dimostrano le uscite pubbliche del presidente Emma Marcegaglia, ha mosso ampie critiche al governo sul tema della poca flessibilità in entrata e sul passo indietro in materia di licenziamenti individuali per motivi economici. In pratica è stato fatto presente all’esecutivo che un mercato del lavoro poco flessibile sia in entrata sia in uscita, anche alla luce dell’eccessiva burocratizzazione del sistema italiano e di una congiuntura economica internazionale non certo favorevole, non avrebbe certamente effetti positivi sul sistema occupazionale nazionale. I numeri forniti dall’Istat sono chiari e, come dimostrano, sia i dati congiunturali sia quelli tendenziali, il tasso di disoccupazione è in costante e preoccupante aumento.
La pozione dei partiti maggiori, Pdl e Pd, merita un discorso a parte. Bersani ha il problema di mantenere i rapporti integri con la Cgil e, fatti alla mano, ha dimostrato che non ha alcuna intenzione di recidere il filo rosso che lega il suo partito al sindacato guidato da Susanna Camusso. Il problema è che se la Cgil decidesse di cavalcare le idee regrediste che arrivano dalla pancia del movimento (Fiom su tutte), in materia di licenziamenti e di flessibilità in entrata, si scatenerebbe un effetto domino che paralizzerebbe il Pd e porrebbe seri problemi al percorso parlamentare della riforma del mercato del lavoro.
Angelino Alfano, invece, ha scelto responsabilmente la strada del dialogo con tutti quelli che hanno a cuore la modernizzazione di questo Paese e sta definendo un pacchetto di modifiche da portare in Parlamento. L’obiettivo dichiarato dal segretario del Pdl è quello di migliorare il provvedimento del governo soprattutto sul tema delle assunzioni, agevolando la flessibilità in entrata, in modo da perseguire politiche che contrastino in modo efficace il problema dell’aumento del tasso di disoccupazione, con particolare riguardo a quello dei giovani, e dei bassi livelli di occupazione delle donne (i due elementi storicamente negativi del mercato italiano). Alla luce di quanto detto, quindi, il percorso parlamentare del provvedimento relativo alla riforma del mercato del lavoro rischia di essere abbastanza accidentato. Le varianti sono essenzialmente tre e sono tutte importanti: la volontà del Governo di rischiare una sorta di passaggio sotto le forche caudine nel caso arrivassero proposte di modifica irricevibili (come quelle della Fiom); l’effetto domino derivante dall’esito del confronto interno alla Cgil tra Susanna Camusso e Maurizio Landini; un possibile accordo in Parlamento su alcune modifiche qualificanti proposte dal Pdl per modernizzare il mercato del lavoro sul tema delle assunzioni e il contrasto al fenomeno della disoccupazione.
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 aprile 2012
La bozza di riforma del mercato del lavoro proposta dal governo Monti, trasmessa nei giorni scorsi al Senato per l’inizio dell’iter parlamentare, oltre che sul tavolo istituzionale dei componenti della commissione lavoro di Palazzo Madama, sta passando anche su altri tavoli (extraparlamentari), ed è oggetto di frenetiche trattative tra lo stesso governo, le parti sociali e i partiti.
Tutti hanno una richiesta da fare e nessuno, almeno al momento, è disposto a fare un passo indietro. Per capire bene qual è la situazione e quale potrebbe essere lo sbocco di queste trattative, bisogna analizzare la posizione dei soggetti in campo: governo, sindacati, confindustria, partiti. Il governo, cui va comunque dato atto di aver definito una bozza di riforma abbastanza innovativa su un tema non certo facile come quello della riforma del mercato del lavoro, ha già fatto un mezzo passo indietro sui licenziamenti individuali per motivi economici, laddove ha reintrodotto la possibilità per il giudice, a certe condizioni, di disporre il reintegro del lavoratore. A tutto questo, va aggiunta la questione fondamentale della flessibilità in entrata poiché il testo arrivato al Senato è fortemente carente su questo punto. I sindacati, da parte loro, scenderanno in piazza venerdì 13 per denunciare la questione degli esodati e per chiedere una soluzione sulle ricongiunzioni onerose. La Cgil, inoltre, ha evidenziato anche il problema della modifica della normativa sui licenziamenti individuali.
In pratica il mezzo passo indietro del Governo non gli sta bene e chiede il ripristino integrale della vecchia formulazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini ha già posto dei paletti ben precisi a tal riguardo e, ammonendo senza mezzi termini la Camusso, ha già dichiarato che sull’articolo 18 la Fiom farà da sola nel caso in cui la Cgil dovesse piegarsi. La Fiom non ha intenzione di fermarsi, ha detto Landini, aggiungendo che servono tutte le iniziative, compreso lo sciopero generale, e che non si esclude alcuno strumento per ripristinare l'articolo 18, compreso il referendum.
La Confindustria, come dimostrano le uscite pubbliche del presidente Emma Marcegaglia, ha mosso ampie critiche al governo sul tema della poca flessibilità in entrata e sul passo indietro in materia di licenziamenti individuali per motivi economici. In pratica è stato fatto presente all’esecutivo che un mercato del lavoro poco flessibile sia in entrata sia in uscita, anche alla luce dell’eccessiva burocratizzazione del sistema italiano e di una congiuntura economica internazionale non certo favorevole, non avrebbe certamente effetti positivi sul sistema occupazionale nazionale. I numeri forniti dall’Istat sono chiari e, come dimostrano, sia i dati congiunturali sia quelli tendenziali, il tasso di disoccupazione è in costante e preoccupante aumento.
La pozione dei partiti maggiori, Pdl e Pd, merita un discorso a parte. Bersani ha il problema di mantenere i rapporti integri con la Cgil e, fatti alla mano, ha dimostrato che non ha alcuna intenzione di recidere il filo rosso che lega il suo partito al sindacato guidato da Susanna Camusso. Il problema è che se la Cgil decidesse di cavalcare le idee regrediste che arrivano dalla pancia del movimento (Fiom su tutte), in materia di licenziamenti e di flessibilità in entrata, si scatenerebbe un effetto domino che paralizzerebbe il Pd e porrebbe seri problemi al percorso parlamentare della riforma del mercato del lavoro.
Angelino Alfano, invece, ha scelto responsabilmente la strada del dialogo con tutti quelli che hanno a cuore la modernizzazione di questo Paese e sta definendo un pacchetto di modifiche da portare in Parlamento. L’obiettivo dichiarato dal segretario del Pdl è quello di migliorare il provvedimento del governo soprattutto sul tema delle assunzioni, agevolando la flessibilità in entrata, in modo da perseguire politiche che contrastino in modo efficace il problema dell’aumento del tasso di disoccupazione, con particolare riguardo a quello dei giovani, e dei bassi livelli di occupazione delle donne (i due elementi storicamente negativi del mercato italiano). Alla luce di quanto detto, quindi, il percorso parlamentare del provvedimento relativo alla riforma del mercato del lavoro rischia di essere abbastanza accidentato. Le varianti sono essenzialmente tre e sono tutte importanti: la volontà del Governo di rischiare una sorta di passaggio sotto le forche caudine nel caso arrivassero proposte di modifica irricevibili (come quelle della Fiom); l’effetto domino derivante dall’esito del confronto interno alla Cgil tra Susanna Camusso e Maurizio Landini; un possibile accordo in Parlamento su alcune modifiche qualificanti proposte dal Pdl per modernizzare il mercato del lavoro sul tema delle assunzioni e il contrasto al fenomeno della disoccupazione.
Etichette:
Angelino Alfano,
Antonio Maglietta,
art. 18,
Cgil,
disoccupazione,
Fiom,
flessibilità,
istat,
Maurizio Landini,
Pd,
pdl,
Pierluigi Bersani,
Ragionpolitica,
Statuto dei lavoratori,
Susanna Camusso
venerdì 30 settembre 2011
Buone notizie sul lavoro dall’Istat


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 30 settembre 2011
Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Istat, nel secondo trimestre del 2011 il numero degli occupati è cresciuto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno dello 0,4% (+87.000 unità). Questo risultato è dovuto esclusivamente allo sviluppo dell'occupazione femminile. Gli occupati a tempo pieno tornano a diminuire su base annua (-0,2%, pari a -32.000 unità) mentre quelli a tempo parziale (involontari) continuano ad aumentare (+3,4%, 119.000 unità). Il tasso di disoccupazione è pari al 7,8% (era 8,3% nel secondo trimestre 2010), in diminuzione su base annua per gli uomini (-0,6 punti percentuali) e, in misura di poco inferiore, per le donne (-0,5 punti). Il tasso di disoccupazione dei giovani sotto i 24 anni scende dal 27,9% del secondo trimestre 2010 al 27,4%. Purtroppo si registra una crescita della popolazione inattiva. Il fenomeno, secondo quanto riferito dall'istituto nazionale di statistica, interessa sia coloro che cercano lavoro non attivamente (+38.000 unità) e quelli che non cercano ma sono disponibili a lavorare (+17.000 unità), sia, e soprattutto, quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare (+184.000 unità). Il tasso di inattività si è attestato al 37,9%, registrando una variazione positiva dello 0,4% rispetto a un anno prima.
Ad agosto 2011 gli occupati sono stati 23.003 unità, in aumento dello 0,1% (26 mila unità) rispetto a luglio e dello 0,8% (191 mila unità) nel confronto con lo stesso periodo dell'anno precedente. Il tasso di occupazione si è attestato al 57%, in aumento di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale e di 0,3 punti in termini tendenziali. Il numero dei disoccupati, pari a 1.965 mila, diminuisce dell'1,8% (-36 mila unità) rispetto a luglio. La flessione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile. Il tasso di disoccupazione è al 7,9%, e registra un confortante -0,1% rispetto a luglio e -0,4 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,6%, con un aumento congiunturale di 0,1 punti percentuali. Gli inattivi tra i 15 e i 64 anni non hanno registrato variazioni rispetto al mese precedente e anche il tasso di inattività è rimasto stabile al 38%.
Guardiamo le cose positive:
* il tasso di disoccupazione è in continua diminuzione dopo il picco raggiunto a ottobre del 2010 e registra delle performance che stanno smentendo le previsioni, seppur in parte positive se confrontate con gli altri paesi europei, fatte da ultimo dal Fondo monetario internazionale, secondo cui il dato si sarebbe attestato all'8,2% a fine 2011;
* i disoccupati sono tornati sotto la soglia dei 2 milioni;
* il tasso di disoccupazione dei giovani è sceso di 0.5 punti percentuali tra il secondo trimestre 2010 e lo stesso periodo del 2011;
* aumenta il numero degli occupati e si registra un dato positivo che è il migliore degli ultimi 2 anni;
* aumentano le donne occupate;
* il tasso di inattività è rimasto stabile tra luglio e agosto.
Gli aspetti negativi:
* diminuiscono gli occupati a tempo pieno e aumenta il part time involontario;
* il tasso di inattività è aumentato di 0,4 punti percentuali tra il secondo trimestre 2010 e lo stesso periodo del 2011;
* il tasso di disoccupazione giovanile è in lieve aumento ad agosto (+0,1%) rispetto a luglio.
I numeri dell'Istat sono molto confortanti e rappresentano una boccata d'ossigeno per il mercato del lavoro italiano, che sta rispondendo in maniera positiva alle sollecitazioni negative derivanti dalla crisi economica mondiale. Se mettiamo su un piatto della bilancia i dati positivi e negativi dell'ultima rilevazione dell'Istituto nazionale di statistica, appare evidente che siamo dinanzi ad un trend positivo e i pochi aspetti negativi che emergono sono consolidamenti di situazioni storiche (il tasso di disoccupazione giovanile e quello degli inattivi) o questioni legate direttamente alla crisi (la diminuzione del tempo pieno e l'aumento del part time involontario). Resta la questione fondamentale dell'alto livello del tasso di disoccupazione giovanile che, certamente, non può essere un problema perenne, ma è altrettanto vero che, nonostante le iniziative del governo per combattere il fenomeno, non si può aspettare un rilevante miglioramento del dato in un momento in cui la crisi sta ancora mordendo.
martedì 24 maggio 2011
Un breve quadro generale sugli ultimi dati occupazionali


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 24 maggio 2011
Secondo il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del Paese nel 2010, l'Italia appare sempre «più vulnerabile» rispetto al passato. Le cause principali vanno ricercate in «una crescita del tutto insoddisfacente», nonostante «il rigore nella gestione del bilancio pubblico», e in un mercato del lavoro dove aumenta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, e in cui vengono penalizzate anche le donne «con prospettive sempre più incerte di rientro». Ci stupiamo che qualcuno si sorprenda dinanzi a questi numeri e, soprattutto, bisognerebbe stigmatizzare le dichiarazioni di quanti vorrebbero attribuire i mali del mondo, compreso questo, al governo Berlusconi.
In ogni parte del globo, dati alla mano, le persone più deboli nel mercato del lavoro sono i giovani, le donne e gli stranieri. In Italia, storicamente, le cose vanno anche peggio e la riprova è nei dati, che da sempre registrano un'alta percentuale di disoccupazione giovanile e un basso tasso di occupazione delle donne.
Va detto, innanzitutto, che attualmente, secondo i dati dell'Eurostat, abbiamo uno dei tassi di disoccupazione tra i più bassi in Europa e ampiamente sotto la media rispetto agli altri paesi del Vecchio Continente. Questo è un dato statistico che certamente non fornisce alcun sollievo a chi è senza lavoro, cui va tutto il rispetto e la massima solidarietà possibile, ma che è importante per una corretta analisi del mercato. Se andiamo a guardare gli ultimi dati Istat sull'occupazione, relativi al mese di marzo, leggiamo che «l'occupazione maschile è in aumento rispetto a febbraio dello 0,3% (+39 mila unità), ma in diminuzione dello 0,8% su base annua; quella femminile è in aumento dello 0,8% (+72 mila unità) sul mese precedente e del 2,8% nei dodici mesi». In pratica, in controtendenza rispetto al dato storico, il tasso di occupazione delle donne è aumentato dal punto di vista congiunturale e tendenziale, e questo dato positivo è ancora più rilevante se pensiamo che tale balzo sia avvenuto in un periodo di crisi economica su scala mondiale. E ancora, sempre nella stessa rilevazione, si evidenzia che a marzo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-114 mila unità) rispetto al mese precedente, portando il tasso di inattività al 37,7%. Sempre alto ma in calo.
Per quanto riguarda invece i dati sui giovani, è davvero curioso scoprire come tanti s'indignano e, al contempo, davvero in pochi analizzano alcune delle motivazioni che hanno portato nel tempo a queste performance negative. Perché i giovani subiscono più di altri la scure della crisi? Vogliamo parlare del vetusto e iniquo welfare state italiano, troppo sbilanciato sulle pensioni e troppo poco sulle prestazioni a sostegno del reddito? Oggi pochissimi giovani sono inseriti nel mercato con un contratto a tempo indeterminato e questo determina una certa discontinuità nella carriera contributiva e nella percezione di un reddito da lavoro. Ecco perché, a differenza dei padri, hanno più bisogno delle prestazioni a sostegno del reddito e meno della pensione. Quest'ultima si costruisce con i contributi versati in età lavorativa. Se un ragazzo non lavora come fa a versare i contributi e, soprattutto, come fa a vivere senza un'adeguata protezione sociale? Tutti sanno che il welfare state italiano si poggia sulla famiglia. Più di un italiano su quattro fa parte di una rete informale, cioè come amico, parente, collega, vicino di casa si mette a disposizione di altre persone bisognose di aiuto. Per un totale di 3 miliardi di ore all'anno. È questo il vero welfare italiano, quello fotografato con precisione dall'Istat nel suo ultimo Rapporto annuale sulla situazione del paese. È il volto di un'Italia solidale e che trova nelle reti familiari e amicali una vera e propria ancora di salvezza. Si tratta di oltre 14 milioni di persone, chiamate «caregiver».
Il governo Berlusconi ha aperto una piccolo varco in questo muro di iniquità con l'introduzione della cassa integrazione in deroga. Quanto prima, però, bisognerà continuare ad allargare questa breccia fino far cadere il muro e costruire finalmente un welfare state più vicino alle esigenze di tutti, soprattutto dei giovani.
FONTE
martedì 1 febbraio 2011
«Disoccupazione giovanile, ecco il lavoro del governo»

Il Predellino intervista Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro cresciuto alla "scuola" di don Gianni Baget Bozzo, sul quel 29% di disoccupazione giovanile che sta infiammando il dibattito politico italiano.
di Andrea Camaiora
Di che stiamo parlando? Il peggio sembra passato. I dati ci dicono che i livelli di disoccupazione giovanile e di disoccupazione generale sono in linea con ciò che avviene nel resto dell'Europa. Noi peraltro in questo campo abbiamo specificità storiche negative: da noi la disoccupazione giovanile è sempre stata più alta. Da novembre a dicembre 2010 è aumentata dello 0,1% mentre vista su base annuale – cioè vista nel pieno della crisi – è cresciuta del 2,4%. Nel frattempo però il governo ha agito concretamente attraverso il piano triennale approvato a luglio dell'anno scorso da Sacconi e altri progetti di largo respiro. Occorre però dare tempo a queste iniziative perché possano produrre effetti. Allo stato attuale il governo Berlusconi ha già messo in campo una vasta gamma di interventi per contrastare il fenomeno storico della disoccupazione giovanile, ultimo dei quali il piano interministeriale di Sacconi, Gelmini e Meloni da un miliardo e ottantadue milioni di euro.
Come giudica gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione?
Ci sono luci e ombre. Ricordiamo, innanzitutto, che il periodo di riferimento è dicembre 2010. Le luci: il tasso di disoccupazione generale stabile rispetto alla rilevazione del mese precedente e la piccola diminuzione di quello riguardante le donne sia su base mensile che annuale. Le ombre: il consolidamento della disoccupazione giovanile e il lieve aumento del tasso di disoccupazione totale rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Da cosa dipendono questi due dati negativi?
La disoccupazione giovanile, insieme al basso tasso di occupazione delle donne, è uno dei problemi storici del nostro mercato del lavoro. Il consolidamento del tasso di disoccupazione della fascia di età che va dai 15 ai 24 anni, così come il lieve aumento della disoccupazione in generale su base annuale (+0,2% da dicembre 2009 a dicembre 2010), ma non su base mensile (tasso invariato da novembre 2010 a dicembre 2010), è dovuto alla scia degli effetti negati della crisi economica mondiale.
Parlo di scia perché il dato negativo, con riferimento alla disoccupazione giovanile è molto più evidente su base annuale (+ 2,4% da dicembre 2009 a dicembre 2010) che su base mensile (+0,1% da novembre 2010 a dicembre 2010). Lo stesso discorso, con indicazioni molto più positive, può essere fatto sull'andamento del dato generale riguardante la disoccupazione. I dati indicano, quindi, una stabilizzazione degli effetti della crisi economico-finanziaria sull'occupazione.
Come vanno le cose negli altri Paesi?
Ecco questo è un dato ancora più interessante perché la situazione italiana va analizzata non solo rispetto al proprio andamento interno ma anche confrontata con quello che avviene negli altri paesi. Secondo gli ultimi dati dell'Eurostat la disoccupazione resta invariata a dicembre nell'eurozona e nell'Ue a 27, dove si registra rispettivamente un tasso del 10 e del 9,6%, esattamente lo stesso rilevato il mese precedente.
Su base annuale (da dicembre 2009 a dicembre 2010) è stato registrato, invece, un aumento dello 0,1%. Dati in linea con quello che è stato l'andamento del tasso italiano nello stesso periodo con la differenza che in Italia il tasso di disoccupazione è inferiore (8,6%). Quanto alla disoccupazione giovanile, tra i ragazzi sotto i 25 anni, a dicembre era del 20,4% nell'eurozona ed al 21% nell'Ue a 27, con il minimo in Olanda, all'8,2% ed il massimo in Spagna, al 42,8%. In Italia è al 29%.
Che cosa dovrebbe fare il governo in Italia per contrastare la disoccupazione giovanile?
Innanzitutto proseguire sulla scelta di investire sulle competenze, con il rilancio dell'apprendistato e della formazione professionale, e sull'implementazione e la pubblicità dei mezzi a disposizione per far incontrare domanda e offerta di lavoro. Sull'ultimo punto vorrei segnalare uno strumento che pochi conoscono e che si chiama 'Cliclavoro', il nuovo portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali realizzato per favorire e migliorare l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e il raccordo tra i sistemi delle imprese, dell'istruzione, della formazione e delle politiche sociali.
Da segnalare anche il Piano triennale "Liberare il lavoro per liberare i lavori" , approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 luglio dello scorso anno, la bozza del disegno di legge delega sullo Statuto dei lavori, inviata alle parti sociali l'11 novembre scorso, il piano del ministro Meloni e, da ultimo, quello interministeriale presentato qualche giorno fa.
Di cosa si tratta?
Si tratta di un piano presentato dai ministri Sacconi, Gelmini e Meloni, da un miliardo e 82 milioni di euro per favorire l'inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro attraverso il monitoraggio delle professionalità richieste dal mondo del lavoro, l'orientamento alle scelte educative, l'integrazione di scuola-università-lavoro, i servizi di accompagnamento al lavoro.
1 febbraio 2011
FONTE
venerdì 21 gennaio 2011
Instabilità e precariato


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 21 gennaio 2011
Secondo un recente studio diffuso dall'Istat (Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, 19 gennaio 2011), nel 2009 in Italia il 12,5% dei dipendenti (2,2 milioni di persone) ha un contratto a termine. Il lavoro a tempo determinato è più diffuso tra le donne rispetto agli uomini (con incidenze pari rispettivamente al 14,6 e al 10,8%), e coinvolge soprattutto i giovani e il settore dei servizi. La recente crisi produttiva ha colpito innanzitutto questo tipo di lavoratori: la flessione del lavoro a termine (-171 mila persone) assorbe quasi la metà della complessiva caduta occupazionale del 2009. Questo risultato determina, dopo quattro anni di crescita, la diminuzione dell'incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti (dal 13,3% del 2008 al 12,5% del 2009).
Nella media dell'Unione europea il 13,5% dei dipendenti ha un contratto a termine (il 12,7% tra gli uomini e il 14,4% tra le donne). L'incidenza del lavoro temporaneo nell'Ue è molto vicina a quella osservata nel nostro Paese, soprattutto con riguardo alla componente femminile. Questo vuol dire che è una balla spaziale la famosa precarizzazione del mondo del lavoro italiano, denunciata da alcune anime candide della sinistra italiana e secondo loro iniziata attraverso il pacchetto Treu e continuata con la legge Biagi. I dati dimostrano come il nostro paese abbia un tasso di incidenza contenuto dei contratti a termine e sia sostanzialmente in linea con quello che avviene nel resto d'Europa; inoltre ha un dato migliore rispetto al tasso di incidenza di questa tipologia contrattuale rispetto alla Francia (13.5%) e alla Germania (14,5%) e peggiore solo rispetto al 5,7% che si registra in Gran Bretagna, dove però, come per esempio avviene negli Usa, è molto più facile per un datore di lavoro licenziare.
Come evidenziato dal Cnel (Rapporto sul mercato del lavoro 2009), quasi un giovane su quattro (il 38,6% nel 2009) è occupato come temporaneo. Lo stesso si osserva anche tra i collaboratori (categoria che include i co.co.co e i prestatori d'opera). Le differenze sono meno nette, ma comunque non trascurabili, per i giovani tra i 25 e i 34 anni. Per il complesso dell'Unione europea, gli occupati temporanei rappresentano poco meno del 14% dei dipendenti totali, ma tale quota sale al 40% considerando solo i giovani. Dove sbaglia chi sbraita a sinistra contro l'instabilità e la precarizzazione del mondo del lavoro in Italia? Sbaglia nel generalizzare la questione e nel non dire alcune cose fondamentali: ci sono fasce di età colpite più duramente di altre dal problema dell'instabilità (molto nella fascia 15-24 anni, meno in quella 25-34 e poco nelle altre); l'ingresso nel mondo del lavoro attraverso i contratti atipici ha creato forme di instabilità ma ha anche permesso di far lavorare chi rischiava di rimanere disoccupato; si tratta di un fenomeno che supera i confini nazionali; instabilità non vuol dire precariato; il precariato, fermo restando che non si ancora arrivati ad una definizione univoca di cosa sia, si forma in genere quando ci si trova nello stesso momento e per un lungo periodo a non avere un contratto di lavoro stabile, a ricevere uno stipendio basso ed essere senza alcuna forma di protezione sociale. Chi generalizza e mette tutto in unico calderone, non ha capito un tubo di quali siano i termini della questione e certamente non sarà in grado di dare contributi realistici al dibattito su cosa si dovrebbe fare per combattere le criticità del mercato del lavoro.
In quest'ottica una delle battaglie fondamentali, che interessa soprattutto chi oggi ha meno di 35/40 anni, non può concentrarsi sull'utopia del posto fisso per tutti, ma sulla richiesta di un sistema di protezione sociale in grado di dare una copertura a chi ne è privo. E oggi le persone che ne sono prive si ritrovano nella stragrande maggioranza dei casi nella fascia degli under 35. L'altra battaglia è quella dell'investimento sulle competenze, dove lo Stato può fare molto (con il rilancio dell'apprendistato e la formazione) ma ovviamente non tutto.
venerdì 2 luglio 2010
Le criticità del mercato del lavoro

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 02 luglio 2010
Secondo gli ultimi dati dell'Istat, il numero di occupati a maggio 2010 (dati destagionalizzati) è stato di 22 milioni e 870 mila persone (- 0,2% rispetto ad aprile 2010 e - 1,1% se confrontato con maggio 2009). Il tasso di disoccupazione è all'8,7% (invariato su aprile 2010 e + 1,2% su maggio 2009) mentre quello specifico della componente giovanile della forza lavoro (15-24 anni secondo la fascia di età presa in considerazione dall'Istat) è al 29,2% (+ 0,2% su aprile 2010 e + 4,7% su maggio 2009).
Il tasso di occupazione maschile è al 67,9% (invariato su aprile 2010 e - 0,8% su maggio 2009) mentre quello femminile è al 46% (-0,2% su aprile 2010 e - 0,8% su maggio 2009). Il tasso di disoccupazione degli uomini italiani è al 7,7% (invariato su aprile 2010 e +1,1% su maggio 2009) mentre quello delle donne è al 10,1% (+0,1% su aprile 2010 e +1,2% su maggio 2009).
I dati ci dicono cose positive e negative. Le cose positive: il mercato del lavoro italiano, sia nel breve (un mese) che nel medio periodo (un anno), è riuscito a mantenere un livello occupazionale sostanzialmente stabile nonostante gli effetti negativi della crisi economica. E' vero che ogni posto di lavoro perso è una sconfitta per tutti ma è anche vero che il sistema italiano, smentendo le previsioni negative di numerosi analisti, ha retto bene e meglio di molti altri grandi paesi. Secondo dati Eurostat, il tasso di disoccupazione nell'eurozona è al 10%, stabile rispetto ad aprile (+0,6% su maggio 2009). Se guardiamo ai grandi paesi, solo la Germania ha registrato un tasso di disoccupazione inferiore al nostro (7%) mentre tutti gli altri sono su livelli superiori (la Francia 9,9%, la Spagna 19,9%, gli Stati Uniti 9,7%).
Veniamo alle cose negative: gli effetti della crisi economica sul mercato del lavoro non fanno che acuire quelli che sono già gli aspetti negativi e strutturali del sistema e cioè la difficoltà di accesso e permanenza nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne. Non si tratta certamente di un fenomeno tutto italiano ma un dato negativo che investe, seppur in forma minore, anche altri. Prendiamo in considerazione i grandi paesi europei (Italia, Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna) e gli Stati Uniti. Il tasso di disoccupazione femminile è superiore rispetto a quello maschile in Italia (differenziale +2,4%), Francia (differenziale +0,6%) e Spagna (0,5%), mentre succede l'esatto contrario in Germania (differenziale +1,2%), Gran Bretagna (differenziale +2,3% - dati marzo 2010) e Stati Uniti (+1,7%).
Se, invece, guardiamo ai dati relativi alla disoccupazione giovanile è possibile rinvenire una sorta di allineamento negativo tra tutti i grandi paesi citati in precedenza con la sola eccezione, seppur relativa, della Germania, dove il tasso delle persone sotto i 25 anni in cerca di occupazione è al 9,4%. In Italia è 29,2%, in Spagna 40,5%, in Francia 22,6%, in Gran Bretagna 19,7% (dati aggiornati a marzo 2010), negli Stati Uniti 18,1%.
Uno dei maggiori problemi, spesso poco citato dagli analisti, è il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Se prendiamo come esempio il nostro paese, nel primo trimestre del 2010 è lievemente aumentata l'offerta di posti di lavoro da parte delle imprese in confronto alla fortissima caduta registrata nel biennio 2008-2009. Secondo l'Istat, tra gennaio e marzo di quest'anno il tasso dei posti vacanti sul totale dell'industria e dei servizi è pari allo 0,7%, con un incremento di 0,1 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2009. I posti vacanti, come ha ricordato lo stesso istituto, «sono definiti come quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi, liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato idoneo al di fuori dell'impresa e sia disposto a fare sforzi ulteriori per trovarlo». Insomma ci sono dei posti di lavoro disponibili ma non sono coperti o perché nessuno li vuole fare oppure perché non c'è gente formata che sia in grado di farli.
Come se ne esce da questo problema? Al netto delle inesistenti bacchette magiche, innanzitutto chiedendosi se lo strumento della formazione e i mezzi messi a disposizione dal sistema per accedere al mondo del lavoro funzionano o no. Se la formazione, così com'è ora, è un business che magari serve più ai formatori che ai potenziali formati o se l'appartenenza familiare e la «conoscenza giusta» funzionano meglio di qualsiasi centro per l'impiego, la risposta viene da sola. E vogliamo parlare delle difficoltà dei giovani nell'accesso alle libere professioni? E il passaggio scuola-lavoro, spesso vissuto come un trauma o, nelle migliori delle ipotesi, come un salto nel buio? E poi ha ancora senso tenere distinti i due momenti senza contaminarli solo per una questione ideologica? E che dire del mondo della scuola dove l'università si trasforma spesso in un inutile parcheggio per lo studente e in un ottimo erogatore di stipendi, a spese della collettività, per tutti quelli che guadagnano grazie ai corsi inutili?
giovedì 4 marzo 2010
Occupazione e ammortizzatori sociali. Il sistema tiene


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 03 marzo 2010
Secondo i dati diffusi nei giorni scorsi dall'Istat, in Italia il numero di occupati a gennaio 2010 è pari a 22 milioni 904 mila unità (dati destagionalizzati), sostanzialmente invariato rispetto a dicembre e inferiore dell'1,3% (-307 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di occupazione è pari al 57% (-0,1% rispetto a dicembre 2009 e -1% se confrontato con gennaio 2009). Il numero delle persone in cerca di occupazione risulta pari a 2 milioni 144 mila unità, in crescita dello 0,2% (+5 mila unità) rispetto al mese precedente e del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009. Il tasso di disoccupazione è pari all'8,6% (con una variazione congiunturale sostanzialmente nulla ma in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto a gennaio 2009). Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 26,8%, con una crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,6 con riferimento a gennaio 2009.
In estrema sintesi, si potrebbe dire che il tasso di disoccupazione continua a crescere, trainato soprattutto dalla componente giovanile della forza lavoro, ma non in maniera drammatica come alcuni vorrebbero far credere. Ovviamente anche la perdita di un solo posto di lavoro è un evento che genera sofferenza, ma è altrettanto vero che il compito di un esecutivo è di garantire la tenuta del sistema occupazionale, per combattere l'emorragia di posti di lavoro, e quella degli ammortizzatori sociali, per non lasciare indietro nessuno. Dati alla mano, il governo ha fatto la sua parte. La conferma ci arriva dai numeri e dalle cose fatte: nel 2009 il tiraggio per la cassa integrazione ordinaria è stato del 61% rispetto al 70% dello stesso periodo del 2008, mentre per la straordinaria il consumo si è fermato al 68% delle ore autorizzate contro l'86% dello stesso periodo dell'anno precedente; la creazione della cassa integrazione in deroga ha dato una copertura sociale ad alcune attività lavorative che prima non avevano alcuna forma di garanzia; l'attivazione della task force da parte del ministero dello Sviluppo Economico, per affrontare gli effetti della crisi, ha gestito nel 2009 più di 150 tavoli che hanno coinvolto oltre 300 mila lavoratori; gli interventi a favore delle piccole e medie imprese, che sono l'ossatura non solo del nostro sistema economico, ma anche quella del lavoro privato in Italia, hanno permesso a queste realtà di poter rispondere in maniera efficace alle sfide dettate dalla crisi economica mondiale attraverso la scelta di puntare sulla qualità, l'innovazione e l'internazionalizzazione.
La crisi si fa sentire ed il nostro paese, nonostante i vari avvoltoi anti-italiani sempre pronti con la sfera di cristallo in mano a prevedere un futuro a tinte fosche, sta reggendo bene e meglio di altri partner europei tanto osannati fino a qualche tempo fa. Nella Spagna del tanto lodato Zapatero, considerata ancora un anno fa l'Eden da molti analisti economici, ad esempio, i disoccupati sono arrivati ad essere più di 4 milioni (il tasso è al 19%) con aumento di quasi 650 mila persone rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+18,6%). E altrove la situazione non è migliore. Nel Vecchio Continente, infatti, la percentuale di persone in cerca di lavoro è rimasta ferma a gennaio sia nell'area euro (al 9,9%) che nell'Ue a 27 (9,5%). Guardando ai singoli paesi, secondo l'Eurostat, la disoccupazione si è attestata al 7,5% in Germania (invariata rispetto a dicembre), al 10,1 in Francia (+0,1% sul mese precedente) e al 9,7% negli Stati Uniti.
domenica 20 settembre 2009
Occupazione stabile in Italia nell'ultimo trimestre

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 18 settembre 2009
La crisi economica ha innescato un'emorragia occupazionale che a livello mondiale provocherà, quest'anno, tra 39 e 61 milioni di disoccupati in più rispetto ai livelli del 2007. Lo rende noto l'Agenzia internazionale per il lavoro in un rapporto pubblicato in vista del G20 dei capi di Stato e di governo del 24-25 settembre a Pittsburgh (Usa). Il totale dei disoccupati nel mondo sarà tra 219 e 241 milioni di persone, il livello più alto mai registrato. Sempre secondo l'agenzia dell'ONU, i piani anticrisi approntati dai paesi del G20 dovrebbero salvare dai 7 agli 11 milioni di posti, creandone nuovi o preservandone altri già esistenti. La disoccupazione nei paesi del G20, senza l'utilizzo di queste misure, sarebbe stata tra il 29% e il 43% più alta. Dallo studio è emerso anche che le sei misure più frequentemente adottate rientrano tra quelle elencate nel «Patto globale sul lavoro», siglato il 19 giugno scorso dai 183 paesi che aderiscono all'ILO: aumento della spesa per le infrastrutture, sgravi fiscali e misure a favore del credito per le piccole imprese, programmi e strutture di formazione, consultazioni con le organizzazione datoriali e di rappresentanza dei lavoratori, protezione sociale tramite erogazione di aiuti economici.
Secondo l'ultimo bollettino della Commissione Europea sulla situazione dell'occupazione, la disoccupazione in Europa è aumentata di nuovo in luglio, anche se in misura più moderata rispetto ai primi quattro mesi dell'anno. Particolarmente colpiti giovani (tasso di disoccupazione al 19,8%) e immigrati. Il rapporto segnala che, rispetto al trimestre precedente, la situazione occupazionale risulta sostanzialmente stabile in Italia e in negativo in quasi tutti gli altri paesi: in Spagna -1,3%, nel Regno Unito -0,9%, in Germania -0,3%. Secondo l'ultimo rilevamento, complessivamente nella UE ci sono 21,8 milioni di disoccupati, con un aumento di 5,1 milioni rispetto a luglio 2008. In Spagna i disoccupati in luglio erano 4,3 milioni (18,5%), in Francia 2,8 milioni (9,8%), nel Regno Unito 2,4 milioni (7,7%), in Italia 1,9 milioni (7,4%), in Germania 3,3 milioni (7,7%), in Polonia 1,4 milioni (8,2%).
Insomma, in Europa e nel mondo l'emorragia di posti di lavoro in un anno è stata enorme, ma sembra che, almeno nel Vecchio Continente, ci siano i primi segnali di rallentamento, fermo restando che le previsioni sull'andamento del mercato del lavoro per i prossimi mesi restano molto sfavorevoli. In questo quadro a tinte fosche, il nostro paese ha mostrato, numeri alla mano, di saper rispondere in maniera egregia sul lato della tenuta occupazionale, nonostante il calo del PIL nel 2009 del 5,2%, così come stimato dall'Interim Economic Assessment dell'OCSE il 3 settembre scorso. Abbiamo reagito meglio agli effetti della crisi economica mondiale rispetto ai nostri partner europei, ma questo non vuol certo dire che bisogna abbassare la guardia, perché lo stato di sofferenza di alcune realtà produttive è una realtà.
Ma l'essere realisti non può non far guardare con ottimismo al futuro quando si leggono i dati comparati con gli altri paesi sull'occupazione o gli ultimi diffusi dell'ISTAT sul fatturato e gli ordinativi nell'industria, dove si registrano i primi, seppur ancora timidi, segnali di ripresa grazie all'export (nel mese di luglio il fatturato dell'industria ha registrato un aumento dello 0,7% rispetto al mese precedente; gli ordinativi, invece, hanno segnato un aumento del 3,2% rispetto a giugno 2009). Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha sottolineato a riguardo che «questo significa che la ripresa si sta rafforzando e potrebbe essere più sostenuta di quanto indicato nei giorni scorsi dalla Commissione Europea, la quale prevede per il terzo trimestre un aumento del PIL dello 0,2% dopo i forti cali dei trimestri scorsi. E' evidente" - ha aggiunto il ministro - che dobbiamo accelerare al massimo la ripresa per sostenere le imprese e l'occupazione ed evitare contraccolpi sul mercato del lavoro».
sabato 8 agosto 2009
I giovani neodiplomati degli istituti professionali trovano facilmente lavoro

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 06 agosto 2009
Nel 2007 l'Istat ha realizzato la quarta Indagine sui percorsi di studio e di lavoro dei diplomati, intervistando i ragazzi che hanno conseguito il titolo nel 2004, ed il 5 agosto scorso ha presentato i risultati di questa ricerca. Secondo l'indagine il diploma che paga di più in termini occupazionali è quello conseguito attraverso percorsi professionalizzanti. Il 75,5% di chi ha studiato in un istituto professionale e il 62,7% di chi proviene da un istituto tecnico è, infatti, occupato: in particolare, l'occupazione è ancor più elevata per quanti hanno intrapreso un indirizzo industriale (81,2% tra gli istituti professionali e 65,1% tra i tecnici). Tra i liceali, al contrario, solo il 26,8% dei diplomati è impegnato in un'attività lavorativa retribuita, con valori ancora più bassi per chi ha fatto il liceo classico (23,1%).
A tre anni dal conseguimento del titolo, il 29,9% dei 415.247 diplomati del 2004 è impegnato esclusivamente negli studi universitari, mentre il 67,4% è attivo nel mercato del lavoro: oltre la metà dei diplomati si è dichiarata occupata (52,6%) e il 14,8% in cerca di un'occupazione.
Le scelte dei giovani diplomati si differenziano in base all'area geografica di provenienza. La percentuale passa dal 62,6% di occupati nell'Italia Nord-occidentale a solo il 45% del Sud e al 44,6% delle isole. E' una questione molto semplice: al Nord la relativa facilità nel trovare un posto di lavoro permette ai neodiplomati di lanciarsi da subito nel mondo del lavoro. Al Sud, invece, le difficoltà di inserimento lavorativo determinano un allungamento «forzato» fino all'università che, quindi, diventa in molti casi più un «parcheggio» che una scelta di vita per migliorare le proprie conoscenze e per poter aspirare a svolgere una attività professionale altamente qualificata.
Nel 2007 il 19,7% dei diplomati del 2004 che hanno iniziato l'attività dopo il conseguimento del titolo svolge un lavoro occasionale o stagionale, mentre poco più dell'80% ha un'occupazione continuativa. Tra i 154.702 occupati con un'attività continuativa intrapresa dopo il diploma, il 79,1% lavora alle dipendenze, il 10,4% ha un lavoro autonomo, mentre il 10,4% è un lavoratore a progetto.
Molto interessante è il dato secondo cui tra tutti i diplomati occupati in modo continuativo come dipendente o parasubordinato, quelli che lavorano con un contratto a tempo indeterminato sono la maggioranza (il 55,9%). L'incidenza di questo tipo di contratto è più elevata tra chi ha seguito studi professionalizzanti (il 59% dei diplomati degli istituti tecnici o professionali), mentre è meno rilevante tra quanti hanno ottenuto la maturità liceale (40,3%). I diplomati del 2004 che nel 2007 svolgono un lavoro continuativo a tempo pieno, iniziato dopo il diploma, guadagnano in media 1.045 euro al mese. I diplomati con i guadagni più alti sono quelli che svolgono un lavoro autonomo, con 1.346 euro mensili, mentre i dipendenti ricevono una retribuzione media di 1.012 euro, ed i lavoratori a progetto 960 euro. Gli istituti tecnici offrono un buon inserimento sia in termini di occupazione che di retribuzione. I diplomati provenienti da queste scuole, infatti, guadagnano 1.084 euro: 170 e 111 euro in più rispetto a quanti hanno conseguito, rispettivamente, un titolo d'istruzione magistrale o artistica.
Insomma, fermo restando la nota dolente del guadagno basso, si tratta di dati abbastanza confortanti che dimostrano come il mercato del lavoro italiano sembra premiare i giovani neodiplomati degli istituti tecnici con una relativa facilità nella ricerca della prima occupazione e con la stabilità contrattuale; segno che le scuole professionali nostrane andrebbero rivalutate dagli studenti e dalle loro famiglie, spesso troppo appiattiti sui licei, nelle scelte di iscrizione alla fine della scuola media.
L'università, infatti, non può essere più considerata come un parcheggio e le famiglie dovrebbe entrare nell'ottica che è meglio avere un figlio «operaio specializzato» o «libero professionista» che studente fuori corso a carico. E questo anche alla lue del fatto che, secondo l'indagine dell'Istat, i diplomati occupati esprimono giudizi sostanzialmente positivi del proprio lavoro. In particolare il grado di autonomia si rivela l'aspetto più appagante, per il quale si dichiara molto o abbastanza soddisfatto circa il 90% dei ragazzi.
L'indagine dell'Istat sembra dare ragione alle scelte del governo in tema di scuola visto che le norme introdotte con i nuovi regolamenti riorganizzano e potenziano gli istituti tecnici a partire dall'anno scolastico 2010-2011 come scuole dell'innovazione. Attualmente in Italia gli istituti tecnici sono 1.800, suddivisi in 10 settori e 39 indirizzi. Con il nuovo regolamento, invece, i nuovi istituti tecnici si divideranno in 2 settori: economico e tecnologico ed avranno un orario settimanale corrispondente a 32 ore di lezione; saranno ore effettive contro le attuali 36 virtuali (della durata media di 50 minuti). Per quanto riguarda, invece, il riordino degli istituti professionali, ci saranno solo 2 macrosettori: istituti professionali per il settore dei servizi e istituti professionali per il settore industria e artigianato. Ai 2 settori corrispondono 6 indirizzi, mentre oggi ci sono 5 settori con 27 indirizzi.
Si va, quindi, verso una maggiore semplificazione e miglioramento dell'offerta formativa degli istituti tecnici e professionali in modo da rafforzare il rapporto con il mondo del lavoro e permettere di migliorare i dati dell'Istat per quanto riguarda l'occupazione dei neodiplomati.
sabato 31 maggio 2008
L’Italia tra i più grandi paesi di immigrazione in Europa
di Antonio Maglietta - 31 maggio 2008
I cittadini stranieri residenti in Italia sono 3,5 milioni (il 5,8 % del totale dei residenti mentre, secondo il XVII Rapporto sull’immigrazione - Dossier Statistico Migrantes-Caritas 2007 – l’incidenza sarebbe del 6,2 %), secondo le stime riferite al primo gennaio 2008. E' quanto emerge dal rapporto annuale (2007) sulla situazione del Paese realizzato dall'Istat e presentato mercoledì scorso a Montecitorio
Nel 2007 si è assistito a un "consistente incremento", sottolinea l'Istat, grazie ad un saldo migratorio con l'estero stimato in oltre 454.000 unità, il valore più alto finora registrato nel nostro Paese. I cittadini rumeni sono aumentati di quasi 300.000 unità nel 2007. Poco meno della metà degli stranieri residenti è assorbita da cinque differenti cittadinanze: Romania (circa 640.000), Albania (oltre 400.000), Marocco (circa 370.000), Cina (circa 160.000) e Ucraina (135.000).
I dati riferiti ai permessi di soggiorno segnalano che, nel periodo 2004-2007, l'incremento della presenza straniera regolare è dovuto prevalentemente ai flussi di ingresso per ricongiungimento familiare (+164.000 per le donne e +54.000 per gli uomini). I permessi di soggiorno concessi per motivi di famiglia sono cresciuti dal 14,2 % del 1992 al 31,6 %del 2007. Sono soprattutto le mogli di immigrati già regolarmente presenti, insieme ai loro figli adolescenti, a fare ingresso nel nostro Paese. I maggiori flussi provengono dall'Europa centro-orientale, in particolare dall'Albania, dai paesi dell'ex Jugoslavia e dalla Romania.
Accanto alle famiglie ricongiunte, aumentano i matrimoni, con almeno uno sposo straniero, celebrati in Italia: oltre 34.000 nel 2006, pari al 14 % del totale dei matrimoni.
Gli stranieri residenti sono prevalentemente giovani: 1/5 è minorenne e la metà di loro ha un’età compresa tra 18 e 39 anni. Risiedono prevalentemente nelle regioni del Nord e del Centro del Paese: il 36,3% nel Nord-ovest, il 27,3% nel Nord-est, il 24,8% nel Centro e l'11,65% nel Sud. Uno straniero su quattro è residente in Lombardia, mentre incidenze superiori al 10% sul totale dei residenti si registrano in Veneto, Emilia-Romagna e Lazio.
Sottolinea, inoltre, l’Istat: “Negli ultimi anni è in aumento il contributo degli stranieri alla criminalità, sia in ragione dell’incremento del numero complessivo di stranieri residenti nel Paese, sia in riferimento alla presenza degli irregolari. Gli stranieri denunciati nel 2006 sono stati oltre 100 mila. La quota degli stranieri sul totale dei denunciati varia però molto in base al tipo di reato commesso. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’interno la quota di stranieri è minima nel caso delle rapine in banca o presso gli uffici postali (rispettivamente 3 e 6 per cento) e molto elevata nel caso dei borseggi (furto con destrezza), praticati in sette casi su dieci da uno straniero. Quanto ai reati violenti, un terzo è compiuto da stranieri: si va dal 39 per cento dei denunciati per violenze sessuali al 36 per cento degli omicidi consumati e al 27 per cento dei denunciati per lesioni dolose. Il tasso di devianza degli stranieri deve però essere messo in relazione al possesso o meno di un permesso di soggiorno valido. Infatti, sul totale dei denunciati nel 2006, la quota di stranieri in regola con il permesso di soggiorno è del 6 per cento, di poco superiore all’incidenza complessiva degli stranieri in regola sul totale della popolazione residente (4,1 per cento al 31 dicembre 2006). Pertanto, la propensione a delinquere degli stranieri regolari è di poco superiore a quella della popolazione italiana; del resto la quota di stranieri regolari denunciati sul totale degli stranieri regolari in Italia si ferma al 2 per cento circa. È soprattutto alla componente irregolare che va attribuita una quota significativa di reati denunciati. Nei reati presi in considerazione, le persone senza permesso di soggiorno sono sempre la maggioranza del totale degli stranieri denunciati, pur in presenza di forti differenze fra i reati”.
Questi ultimi dati, comunque, non fanno che confermare quanto era già emerso con chiarezza in precedenza da tutti gli altri studi condotti in materia.
Occorrono alcune brevi considerazioni. Il tasso di incidenza della popolazione stranera in Italia è tra i più alti in Europa (siamo sopra la media Ue che è del 5,6%) e il nostro Paese si colloca , insieme alla Spagna, subito dopo la Germania, tra i più grandi paesi di immigrazione dell’Unione Europea (dato già segnalato lo scorso anno nel XVII Rapporto sull’immigrazione - Dossier Statistico Migrantes-Caritas 2007). Vista la particolare posizione geografica dei due paesi, non è un caso che entrambi registrino questo primato. Alla luce di questo dato trova fondamento la risposta più lapalissiana al perché alcuni esponenti del governo spagnolo abbiano criticato la nostra politica in materia di immigrazione. Una legislazione italiana severa e razionale in materia cambierebbe le rotte dell’immigrazione in direzione della penisola iberica ed il governo spagnolo si troverebbe dinanzi al problema di dover gestire una situazione francamente difficile indurendo ancor di più leggi, controlli e atteggiamenti.
Altra considerazione da fare è che oramai l’Italia non è più un paese di passaggio per gli immigrati ma un luogo dove mettere radici. Non si spiega altrimenti il dato dell’incidenza degli stranieri sul totale dei residenti, che in Italia registra tassi superiori rispetto a paesi ben più abituati di noi all’immigrazione di massa, come ad esempio la Francia e la Gran Bretagna, e quello sull’aumento dei permessi di soggiorno per motivi di famiglia, divenuti oramai quasi un terzo di quelli rilasciati (la loro incidenza sul totale dei permessi rilasciati è più che raddoppiata nel corso degli ultimi 15 anni). In quest’ottica occorre definire in maniera precisa diritti e doveri dei soggiornanti di lungo periodo, e cioè quei soggetti che una direttiva europea (2003/109/CE del Consiglio del 25 novembre 2003, art. 4, comma 1) qualifica come cittadini di paesi terzi (extraeuropei) che hanno soggiornato legalmente e ininterrottamente per cinque anni sul territorio dello Stato. Senza dimenticare, inoltre, che in genere i soggiornanti di lungo periodo tendono all’acquisizione della cittadinanza anche se in Italia, dati alla mano, non sembra essere così. In base ai dati disponibili di fonte Ministero dell'Interno, sono 215.000 (su una potenziale platea di circa 700.000 aventi diritto alla richiesta) i cittadini stranieri che fino al 2006 hanno ottenuto la cittadinanza italiana. La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio, come confermato anche dall’ultimo dato dell’Istat che segnala che i matrimoni con almeno uno degli sposi straniero sono il 14% del totale di quelli celebrati in Italia. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni. Più di uno straniero su quattro (26,2%) è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e quindi potrebbe essere in possesso del requisito della residenza continuativa. Gli stranieri con regolare permesso di soggiorno che vivono da 5 anni nel nostro Paese rappresentano, invece, il 50,5% del totale degli stranieri residenti in Italia (Istat: La popolazione straniera residente in Italia, 2 ottobre 2007).
Nessun intento polemico ma non può non essere rilevato, infine, che nel 2007, con il governo di centrosinistra, c’è stato il più alto saldo migratorio con l'estero (+ 454.000 unità) che si sia mai registrato nel nostro Paese, più che doppio di quello osservato nel 2006 (oltre 220.000 unità) e nel 2005 (oltre 250.000 unità).
I cittadini stranieri residenti in Italia sono 3,5 milioni (il 5,8 % del totale dei residenti mentre, secondo il XVII Rapporto sull’immigrazione - Dossier Statistico Migrantes-Caritas 2007 – l’incidenza sarebbe del 6,2 %), secondo le stime riferite al primo gennaio 2008. E' quanto emerge dal rapporto annuale (2007) sulla situazione del Paese realizzato dall'Istat e presentato mercoledì scorso a Montecitorio
Nel 2007 si è assistito a un "consistente incremento", sottolinea l'Istat, grazie ad un saldo migratorio con l'estero stimato in oltre 454.000 unità, il valore più alto finora registrato nel nostro Paese. I cittadini rumeni sono aumentati di quasi 300.000 unità nel 2007. Poco meno della metà degli stranieri residenti è assorbita da cinque differenti cittadinanze: Romania (circa 640.000), Albania (oltre 400.000), Marocco (circa 370.000), Cina (circa 160.000) e Ucraina (135.000).
I dati riferiti ai permessi di soggiorno segnalano che, nel periodo 2004-2007, l'incremento della presenza straniera regolare è dovuto prevalentemente ai flussi di ingresso per ricongiungimento familiare (+164.000 per le donne e +54.000 per gli uomini). I permessi di soggiorno concessi per motivi di famiglia sono cresciuti dal 14,2 % del 1992 al 31,6 %del 2007. Sono soprattutto le mogli di immigrati già regolarmente presenti, insieme ai loro figli adolescenti, a fare ingresso nel nostro Paese. I maggiori flussi provengono dall'Europa centro-orientale, in particolare dall'Albania, dai paesi dell'ex Jugoslavia e dalla Romania.
Accanto alle famiglie ricongiunte, aumentano i matrimoni, con almeno uno sposo straniero, celebrati in Italia: oltre 34.000 nel 2006, pari al 14 % del totale dei matrimoni.
Gli stranieri residenti sono prevalentemente giovani: 1/5 è minorenne e la metà di loro ha un’età compresa tra 18 e 39 anni. Risiedono prevalentemente nelle regioni del Nord e del Centro del Paese: il 36,3% nel Nord-ovest, il 27,3% nel Nord-est, il 24,8% nel Centro e l'11,65% nel Sud. Uno straniero su quattro è residente in Lombardia, mentre incidenze superiori al 10% sul totale dei residenti si registrano in Veneto, Emilia-Romagna e Lazio.
Sottolinea, inoltre, l’Istat: “Negli ultimi anni è in aumento il contributo degli stranieri alla criminalità, sia in ragione dell’incremento del numero complessivo di stranieri residenti nel Paese, sia in riferimento alla presenza degli irregolari. Gli stranieri denunciati nel 2006 sono stati oltre 100 mila. La quota degli stranieri sul totale dei denunciati varia però molto in base al tipo di reato commesso. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’interno la quota di stranieri è minima nel caso delle rapine in banca o presso gli uffici postali (rispettivamente 3 e 6 per cento) e molto elevata nel caso dei borseggi (furto con destrezza), praticati in sette casi su dieci da uno straniero. Quanto ai reati violenti, un terzo è compiuto da stranieri: si va dal 39 per cento dei denunciati per violenze sessuali al 36 per cento degli omicidi consumati e al 27 per cento dei denunciati per lesioni dolose. Il tasso di devianza degli stranieri deve però essere messo in relazione al possesso o meno di un permesso di soggiorno valido. Infatti, sul totale dei denunciati nel 2006, la quota di stranieri in regola con il permesso di soggiorno è del 6 per cento, di poco superiore all’incidenza complessiva degli stranieri in regola sul totale della popolazione residente (4,1 per cento al 31 dicembre 2006). Pertanto, la propensione a delinquere degli stranieri regolari è di poco superiore a quella della popolazione italiana; del resto la quota di stranieri regolari denunciati sul totale degli stranieri regolari in Italia si ferma al 2 per cento circa. È soprattutto alla componente irregolare che va attribuita una quota significativa di reati denunciati. Nei reati presi in considerazione, le persone senza permesso di soggiorno sono sempre la maggioranza del totale degli stranieri denunciati, pur in presenza di forti differenze fra i reati”.
Questi ultimi dati, comunque, non fanno che confermare quanto era già emerso con chiarezza in precedenza da tutti gli altri studi condotti in materia.
Occorrono alcune brevi considerazioni. Il tasso di incidenza della popolazione stranera in Italia è tra i più alti in Europa (siamo sopra la media Ue che è del 5,6%) e il nostro Paese si colloca , insieme alla Spagna, subito dopo la Germania, tra i più grandi paesi di immigrazione dell’Unione Europea (dato già segnalato lo scorso anno nel XVII Rapporto sull’immigrazione - Dossier Statistico Migrantes-Caritas 2007). Vista la particolare posizione geografica dei due paesi, non è un caso che entrambi registrino questo primato. Alla luce di questo dato trova fondamento la risposta più lapalissiana al perché alcuni esponenti del governo spagnolo abbiano criticato la nostra politica in materia di immigrazione. Una legislazione italiana severa e razionale in materia cambierebbe le rotte dell’immigrazione in direzione della penisola iberica ed il governo spagnolo si troverebbe dinanzi al problema di dover gestire una situazione francamente difficile indurendo ancor di più leggi, controlli e atteggiamenti.
Altra considerazione da fare è che oramai l’Italia non è più un paese di passaggio per gli immigrati ma un luogo dove mettere radici. Non si spiega altrimenti il dato dell’incidenza degli stranieri sul totale dei residenti, che in Italia registra tassi superiori rispetto a paesi ben più abituati di noi all’immigrazione di massa, come ad esempio la Francia e la Gran Bretagna, e quello sull’aumento dei permessi di soggiorno per motivi di famiglia, divenuti oramai quasi un terzo di quelli rilasciati (la loro incidenza sul totale dei permessi rilasciati è più che raddoppiata nel corso degli ultimi 15 anni). In quest’ottica occorre definire in maniera precisa diritti e doveri dei soggiornanti di lungo periodo, e cioè quei soggetti che una direttiva europea (2003/109/CE del Consiglio del 25 novembre 2003, art. 4, comma 1) qualifica come cittadini di paesi terzi (extraeuropei) che hanno soggiornato legalmente e ininterrottamente per cinque anni sul territorio dello Stato. Senza dimenticare, inoltre, che in genere i soggiornanti di lungo periodo tendono all’acquisizione della cittadinanza anche se in Italia, dati alla mano, non sembra essere così. In base ai dati disponibili di fonte Ministero dell'Interno, sono 215.000 (su una potenziale platea di circa 700.000 aventi diritto alla richiesta) i cittadini stranieri che fino al 2006 hanno ottenuto la cittadinanza italiana. La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza italiana avviene per matrimonio, come confermato anche dall’ultimo dato dell’Istat che segnala che i matrimoni con almeno uno degli sposi straniero sono il 14% del totale di quelli celebrati in Italia. Le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione, invece, sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni. Più di uno straniero su quattro (26,2%) è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio e quindi potrebbe essere in possesso del requisito della residenza continuativa. Gli stranieri con regolare permesso di soggiorno che vivono da 5 anni nel nostro Paese rappresentano, invece, il 50,5% del totale degli stranieri residenti in Italia (Istat: La popolazione straniera residente in Italia, 2 ottobre 2007).
Nessun intento polemico ma non può non essere rilevato, infine, che nel 2007, con il governo di centrosinistra, c’è stato il più alto saldo migratorio con l'estero (+ 454.000 unità) che si sia mai registrato nel nostro Paese, più che doppio di quello osservato nel 2006 (oltre 220.000 unità) e nel 2005 (oltre 250.000 unità).
Iscriviti a:
Post (Atom)


