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sabato 17 settembre 2011

La crisi e la disoccupazione giovanile



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 16 settembre 2011

Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, elaborati da Elan International, società di executive search, l'occupazione giovanile, tra i 15-34 anni, è per il 77% di contratti a tempo indeterminato, mentre il 23% è a tempo determinato. Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione giovanile tra i 15-24 anni a livello europeo, tra il 2008-2009, è stato registrato un forte aumento (dal 21,2% al 25,3%), mentre in Italia negli ultimi 10 anni c'è stata una graduale diminuzione.
Secondo l'Employment Outlook 2011 dell'Ocse, «l'impatto della crisi recente sul mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi moderato, ma la ripresa è stata lenta». Per l'organizzazione parigina il mercato del lavoro italiano è sempre più duale, con lavoratori in età matura in impieghi stabili e protetti e molti giovani senz'altro sbocco immediato che posti più precari, e la crisi ha colpito duramente i giovani (compresi tra i 15 e i 25 anni): il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 27,6% nel luglio 2011, uno dei più alti tassi nell'area Ocse. Il tasso di disoccupazione italiano (nella definizione dell'Ilo), ricorda l'Ocse, è cresciuto di 2,5 punti percentuali tra l'inizio della crisi (nel secondo trimestre del 2007) e il primo trimestre del 2010 quando ha raggiunto l'8,5%. «Questo incremento rimane tuttavia inferiore all'aumento medio osservato nell'intera area Ocse - si legge nel rapporto - da allora, però, la ripresa occupazionale è stata alquanto moderata. Il tasso di disoccupazione italiano è sceso di solo mezzo punto percentuale, in linea con l'evoluzione media degli altri paesi Ocse e il recente rallentamento della ripresa economica nell'area euro suggerisce che la disoccupazione italiana rimarrà sopra i livelli precedenti alla crisi per un certo tempo».
Secondo l'organizzazione di Parigi, «nella fase di recessione il tasso di disoccupazione giovanile aumentato di 9,7 punti percentuali, raggiungendo il 28,9% (tasso destagionalizzato) nell'aprile 2010. Da allora i segni di ripresa sono timidi». Inoltre, rileva il rapporto, «il declino della disoccupazione appare dovuto interamente alla creazione di posti di lavoro con contratti a termine o atipici (inclusi i cosiddetti collaboratori), mentre il numero di posti con contratto indeterminato tende ancora a contrarsi».
Insomma la situazione italiana, per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, non ha quelle tinte fosche che molti vorrebbe dipingere per soli interessi legati all'opportunità politica del momento. La questione è molto complessa e bisogna valutarla tenendo ben presente alcuni aspetti, in primis il rispetto per tutte le persone, le loro storie e le loro sofferenze legate alla disoccupazione che stanno dietro i numeri e le statistiche. Perché è proprio questo rispetto che deve spingere chi si cimenta nell'analisi di questi temi a cercare di dare un contributo ragionato al dibattito per focalizzare sempre meglio il problema. Sappiamo che il mercato del lavoro italiano ha storicamente e per motivi diversi tre soggetti deboli: giovani, donne e immigrati. Parliamo dei giovani: in questo caso il problema è che nel momento in cui la crisi economica riversa i suoi effetti negativi sul mercato del lavoro, i primi a saltare sono stati i contratti a termine o atipici che, nella stragrande maggioranza dei casi, riguardano i giovani lavoratori. Per quanto riguarda il fatto, invece, che il mercato del lavoro italiano è sempre più duale (da un lato lavoratori anziani superprotetti e dall'altro giovani con poche tutele), sarebbe bene ricordare che la flessibilità è l'unico strumento utile per combattere la disoccupazione. Il passaggio dalla flessibilità al precariato avviene quando non c'è un sistema di ammortizzatori sociali e un mercato del lavoro dinamico.
Il governo, pur zavorrato dal terzo debito pubblico del mondo, si è mosso da un lato tutelando queste persone proprio con gli ammortizzatori sociali con l'istituzione, tra le altre cose, della cassa integrazione in deroga e dall'altro con l'introduzione di misure a sostegno dell'occupazione rientranti nel «Piano di azione per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro». Una strategia che, come certificato anche dai dati ufficiali dell'Ocse e del Ministero del Lavoro, relativamente all'impatto della crisi sulle dinamiche occupazionale, ha dato certamente i suoi frutti positivi.
Coloro che criticano sempre a prescindere tutto quello che di buono è stato fatto in questi anni sono gli stessi esponenti del conservatorismo rosso che hanno sempre contestato con durezza qualsivoglia riforma del mercato del lavoro, delle prestazioni a sostegno del reddito e delle pensioni, andata in porto o meno, che aveva l'obiettivo di dare un minimo di serenità ai giovani lavoratori. Quali sono le loro proposte alternative? Nessuno ne sa nulla. Un motivo ci sarà.

venerdì 15 luglio 2011

Giovani e lavoro: l'analisi del Cnel



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
venerdì 15 luglio 2011

I dati che ci fornisce il Cnel sulla disoccupazione giovanile ci offrono un giudizio sostanzialmente pessimista, che prende in considerazione i numeri nudi e crudi senza tenere in debito conto alcuni aspetti più profondi che riguardano il rapporto tra i giovani italiani ed il mercato del lavoro.

Secondo il Rapporto del Cnel, infatti, sul «Mercato del lavoro 2010-2011» aumentano i giovani che non lavorano e né studiano: sono circa il 28,8% solo nella fascia tra i 25-30 anni. In crescita anche gli «scoraggiati» . «L'economia italiana - riporta lo studio - è troppo debole per imprimere una svolta alla domanda di lavoro: a fronte di una crescita fra lo 0,5 e l'1% del Pil, le unità di lavoro nel 2011 registreranno ancora una flessione e il tasso di disoccupazione potrebbe salire ancora per qualche trimestre». L'uscita dalla crisi «è molto lenta e l'attuale quadro economico dell'Italia non garantisce il recupero dei posti di lavoro persi» e il rischio disoccupazione riguarda soprattutto i giovani.

Si aggrava il fenomeno dei neet (not in education or training nor in employment), cioè chi risulta fuori dal mercato del lavoro e non è impegnato in un processo di formazione. I dati mostrano che «se prima della crisi il tasso di neet si aggirava attorno al 16% tra i più giovani (16-24 anni) e al 24% tra i giovani adulti (25-30 anni), tali percentuali sono rapidamente aumentate, salendo rispettivamente al 18,6 e al 28,8% nel terzo trimestre del 2010». Il Cnel spiega che «la crisi aggrava le probabilità dei giovani di restare nella condizione di neet, così come aumenta in modo preoccupante lo "scoraggiamento" di chi addirittura rinuncia a cercare lavoro».
La recessione ha inoltre inciso sul passaggio dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato: «prima della crisi - secondo lo studio - quasi il 31% dei giovani con contratto temporaneo passava l'anno successivo ad un lavoro permanente, contro poco più del 22% attuale». Riguardo alla formazione si osserva che sebbene i laureati siano più facilitati se il titolo coincide con la domanda di lavoro, resta ampio e crescente il fenomeno dell'overeducation, dato anche che le minori opportunità professionali aumentano la disponibilità dei laureati ad accettare lavori che richiedono livelli d'istruzione più bassi.

In sostanza il Cnel ci dice che la crisi economica mondiale ha inciso negativamente nella partecipazione dei giovani e mercato del lavoro determinando: un alto tasso di disoccupazione, l'aumento dei neet, la diminuzione della percentuale di chi passa dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato.

E' utile, però, procedere con ordine e parlare del problema relativo all'alto tasso di disoccupazione dei giovani. La crisi in Italia ha colpito soprattutto le nuove generazioni che, storicamente, sono tra i soggetti più deboli nel mercato del lavoro insieme alle donne. Come mai? Le turbolenze nel mercato del lavoro dell'ultimo decennio hanno investito prima di tutto chi aveva un contratto a termine. Se un'azienda va male e non riesce più a essere competitiva sul mercato, la prima cosa che fa è non rinnovare quel tipo di contratto che, come si sa, è proprio quello con cui vengono assunti la maggior parte dei giovani. Durante la crisi il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato sensibilmente, passando dal circa 20% del 2007 al poco più del 29% di oggi.

Secondo Luca Ricolfi la situazione sarebbe ben diversa: nel momento peggiore della crisi (ossia nel 2009), su 100 giovani di età compresa tra i 15 e 24 anni i disoccupati erano meno di 8, il 7,4 per cento per la precisione. Come mai questa vistosa discrepanza tra il 29% delle statistiche ufficiali e il 7,4% di Ricolfi? Egli spiega che «il tasso di disoccupazione delle statistiche ufficiali non è quello del senso comune, ma viene commentato come se lo fosse. Se ti dico che il tasso di disoccupazione giovanile è al 30 per cento, tu pensi che su 100 giovani 30 siano disoccupati. Invece significa che su 100 «giovani attivi» 30 non trovano lavoro. Chi sono i giovani attivi secondo le statistiche? Sono quelli che già lavorano più quelli che cercano attivamente un lavoro.
Ma in Italia i giovani che scelgono di lavorare sono pochissimi, appena il 29,1 per cento, contro il 40,4 in Francia, il 45,1 in Spagna, il 52 in Germania, il 59,8 per cento nel Regno Unito, per rimanere ai paesi con cui di solito ci compariamo. Ecco perché il nostro tasso di disoccupazione è così alto: perché viene calcolato sulla minoranza che ha scelto di lavorare. E gli altri che fanno? Secondo le statistiche ufficiali, su 70 giovani che hanno scelto di stare fuori del mercato del lavoro circa 50 studiano e 20 non fanno nulla: non lavorano, non cercano lavoro, non stanno imparando un mestiere, non studiano. Sono i cosiddetti giovani neet, acronimo inglese di «Not in education, employment or training». In questo, effettivamente, siamo primi: in Europa non c'è un solo paese in cui la percentuale di neet sia alta come da noi.

Parliamo del problema dei neet. Questo fenomeno mette in discussione sia il funzionamento dei sistemi scolastici superiori sia le politiche del lavoro rivolte alle nuove generazioni, e non si tratta certamente di una specificità tutta italiana. Anche paesi come ad esempio la Gran Bretagna, in cui c'è sia un alto tasso di scolarità che di occupazione, hanno rilevato l'insorgenza del problema da almeno 20 anni. Bisogna distinguere: nella fascia 16-24 anni questo problema investe più marcatamente il mondo della scuola secondaria e dell'università e si sostanzia con la scelta di abbandonare prima del termine il proprio percorso di studio senza però scegliere al contempo la via del lavoro; nella fascia 25-30 anni, invece, l'attenzione va rivolta sulla difficoltà di accesso nel mercato del lavoro e lo scarso appeal del nostro sistema di formazione.

Come se ne esce? Innanzitutto cercando di migliorare la scuola secondaria superiore e l'università. Non a caso il governo Berlusconi è intervenuto riformando il sistema dell'istruzione. Indipendentemente dai giudizi che si possono avere nel merito, va dato atto che è stato un passo fondamentale e necessario per rispondere in parte proprio al problema dei neet.

Poi c'è la questione riguardante i canali di accesso al mercato del lavoro e il problema della formazione. Come si è mosso il governo? Con il miglioramento dei percorsi di formazione professionale, con la riforma dell'apprendistato e con una serie di altri interventi che riguardano anche il contrasto alla disoccupazione (fenomeno che riguarda chi cerca attivamente lavoro ma non lo trova), come ad esempio la Cabina di Regia per l'attuazione del Piano di azione per l'occupabilità dei giovani, il Fondo Mecenati, e la disposizione presente nella manovra economica che prevede che i giovani che decideranno di costituire una nuova attività imprenditoriale pagheranno un'imposta ridotta al 5% per i primi 5 anni di attività. Poi ci sarebbe da fare un discorso anche sulla liberalizzazione delle professioni, poiché è evidente a tutti che l'attuale sistema non funziona e che non bastano pochi correttivi per aumentare le possibilità dei giovani di crescere nel settore ma servirebbe, invece, un intervento più netto e deciso che porti all'abolizione degli ordini professionali.

Per quanto riguarda, invece, il passaggio dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato è interessante guardare le statistiche redatte da Almalaurea. Secondo gli ultimi dati disponibili (XIII edizione - Condizione occupazionale dei laureati) nell'intervallo 2004 - 2009, la quota di laureati nella popolazione di età 30-34 è cresciuta dal 16 al 19%. Un livello molto lontano da quello, pari al 40%, che la Commissione Europea ha individuato come obiettivo strategico da raggiungere entro il 2020. Sempre secondo la stessa indagine, circa la metà dei laureati (48,7% lavora, 27,5% non lavora e non cerca e 23,7% non lavora ma cerca) lavora ad un anno dal conseguimento del titolo. I ragazzi che hanno un lavoro stabile sono il 36% (26,9% tempo indeterminato e 9,1% autonomo) mentre gli atipici sono il 46% (21,6% tempo determinato, 19,9% collaborazione/consulenza, 6,5% altro contratto atipico) e i senza contratto il 10,2%. A tre anni dalla laurea, invece, le cose cambiano in meglio: il 69, 5% lavora, il 18% non lavora e non cerca e il 12,4% non lavora ma cerca. Ha un lavoro stabile il 60,2% degli intervistati (45,8% ha un contratto a tempo indeterminato, il 14,4 autonomo) mentre gli atipici sono il 30,4% (14% tempo determinato, 14,1% collaborazione/consulenza, 2,3% altro contratto atipico). Ancora meglio a 5 anni dal conseguimento del titolo di studio. L'80,2% lavora: il 68,6% ha un lavoro stabile (46,5% indeterminato e 22,1% autonomo), il 27,4% uno atipico (15,3% a tempo determinato, 10,7% collaborazione/consulenza, 1,5% altro contratto atipico) mentre il 2,1% è senza alcun contratto. I disoccupati sono l'11,4% mentre gli inattivi l'8,4%. In pratica lo studio ci dice che a 5 anni dalla laurea aumenta il tasso di occupazione tra i giovani (all'interno del quale aumentano gli stabili e diminuiscono sensibilmente le quote di atipici e lavoratori in nero) e diminuiscono le percentuali dei disoccupati e degli inattivi.

FONTE

mercoledì 2 febbraio 2011

L'impegno del governo contro la disoccupazione



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 02 febbraio 2011

Ci sono aspetti positivi e negativi negli ultimi dati Istat sulla disoccupazione. Innanzitutto vale la pena di ricordare che il periodo di riferimento è dicembre 2010. Le notizie positive sono il tasso di disoccupazione generale stabile rispetto alla rilevazione del mese precedente e la piccola diminuzione di quello riguardante le donne sia su base mensile sia annuale. Quelle negative, invece, sono il consolidamento della disoccupazione giovanile e il lieve aumento del tasso di disoccupazione totale rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il consolidamento del tasso di disoccupazione della fascia di età che va dai 15 ai 24 anni, così come il lieve aumento della disoccupazione in generale su base annuale (+0,2% da dicembre 2009 a dicembre 2010), ma non su base mensile (tasso invariato da novembre 2010 a dicembre 2010), è dovuto alla scia degli effetti negati della crisi economica mondiale. E' opportuno parlare di «scia» perché il dato negativo, con riferimento alla disoccupazione giovanile, è molto più accentuato su base annuale (+ 2,4% da dicembre 2009 a dicembre 2010) e lieve su base mensile (+0,1% da novembre 2010 a dicembre 2010). Lo stesso discorso può essere fatto, seppur con valutazioni e numeri molto più positivi, sull'andamento del dato generale riguardante la disoccupazione. I dati indicano, quindi, una stabilizzazione degli effetti della crisi economico-finanziaria sull'occupazione. Ovviamente questo non significa minimizzare il problema della disoccupazione. Ogni persona che resta a casa rappresenta una sconfitta per il sistema, oltre a tutto quello che questa condizione già comporta sul piano personale. Quindi, quando si parla di numeri, con riferimento alla disoccupazione, bisogna sempre tener presente che dietro quelle cifre ci sono delle persone.
Per avere un quadro più chiaro e completo della situazione, i numeri sulla disoccupazione italiana devono essere anche confrontati con quelli analoghi degli altri paesi europei. Secondo gli ultimi dati dell'Eurostat, la disoccupazione è rimasta invariata a dicembre, rispetto al mese precedente, nell'eurozona (10%) e nell'Ue a 27 (9,6%). Su base annuale (da dicembre 2009 a dicembre 2010), invece, c'è stato un aumento dello 0,1%. L'andamento del tasso di disoccupazione in Europa, quindi, è in linea con quello che è stato l'andamento italiano nello stesso periodo, con la differenza che nel nostro paese il tasso di disoccupazione è inferiore (8,6%) a quello della media del Vecchio Continente.
Quanto alla disoccupazione giovanile, tra i ragazzi sotto i 25 anni, a dicembre era del 20,4% nell'eurozona ed al 21% nell'Ue a 27, con il minimo in Olanda, all'8,2% ed il massimo in Spagna, al 42,8%. In Italia è al 29%. Su questo dato va fatto un discorso a parte. La disoccupazione dei giovani nel mondo del lavoro italiano è un problema che viene da lontano. I dati ci dicono che da sempre donne e giovani sono i punti deboli del sistema e, in periodo di crisi, sono i primi a essere colpiti.
E' per questo motivo che vanno accolti con grande soddisfazione i dati sulla diminuzione del tasso di disoccupazione femminile sia su base mensile (- 0,3% da novembre 2010 a dicembre 2010) che annuale (- 0,3% da dicembre 2009 a dicembre 2010). Il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi, nel corso del question time alla Camera dei deputati di mercoledì, rispondendo ad una interrogazione del gruppo del Popolo della Libertà sul tema della disoccupazione, con particolare riguardo a quella giovanile, presentata da Simone Baldelli e Annagrazia Calabria, ha affermato che il fenomeno dipende dal fatto che «recentemente c'è stata una forte protezione degli adulti, che si è realizzata con una regolazione del lavoro, come lo stesso articolo 18, che tende a scaricarsi sui più giovani e sulle modalità contrattuali con cui vengono assunti» e dagli ammortizzatori che si sono rivolti ai «capi famiglia». C'è, inoltre, «un forte disallineamento tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e quelle offerte dal sistema educativo». Il governo è già intervenuto sul tema degli ammortizzatori sociali iniqui, quando ad esempio ha introdotto la cassa integrazione in deroga, ma su questo punto si può e si deve fare molto di più per arrivare a creare un sistema finanziariamente equilibrato che dia a tutti quelli che oggi ne sono sprovvisti, e guarda caso si tratta nella maggior parte dei casi di giovani, una copertura sociale in grado di garantire un po' più di tranquillità.
Va comunque dato atto a questo governo di avere messo in campo una serie di azioni sul tema specifico del contrasto alla disoccupazione giovanile, innanzitutto quando ha scelto in modo lungimirante di investire sulle competenze, con il rilancio dell'apprendistato e della formazione professionale, e di implementare gli strumenti per far incontrare domanda e offerta di lavoro. A riguardo va segnalato «Cliclavoro», il nuovo portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali realizzato per favorire e migliorare l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e il raccordo tra i sistemi delle imprese, dell'istruzione, della formazione e delle politiche sociali.
Ma vanno anche menzionati altri interventi importanti come il Piano triennale «Liberare il lavoro per liberare i lavori», approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 luglio dello scorso anno, la bozza del disegno di legge delega sullo Statuto dei lavori, inviata alle parti sociali l'11 novembre scorso, il piano del ministro Meloni e, da ultimo, la cabina di regia interministeriale che vede coinvolti la stessa Meloni, la Gelmini e Sacconi. Ovviamente ci vuole tempo per valutare l'impatto di questi interventi, ma tutto si può dire tranne che il governo è stato a guardare. La disoccupazione è una condizione deprimente, soprattutto per chi è abituato ad essere attivo, ma lo sbaglio più grande che si può fare è mollare e non credere più di riuscire a rientrare nel mercato. Bisogna stringere i denti, investire su se stessi, credere nelle proprie capacità.

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martedì 1 febbraio 2011

«Disoccupazione giovanile, ecco il lavoro del governo»


Il Predellino intervista Antonio Maglietta, studioso delle tematiche relative al mondo del lavoro cresciuto alla "scuola" di don Gianni Baget Bozzo, sul quel 29% di disoccupazione giovanile che sta infiammando il dibattito politico italiano.

di Andrea Camaiora

Di che stiamo parlando? Il peggio sembra passato. I dati ci dicono che i livelli di disoccupazione giovanile e di disoccupazione generale sono in linea con ciò che avviene nel resto dell'Europa. Noi peraltro in questo campo abbiamo specificità storiche negative: da noi la disoccupazione giovanile è sempre stata più alta. Da novembre a dicembre 2010 è aumentata dello 0,1% mentre vista su base annuale – cioè vista nel pieno della crisi – è cresciuta del 2,4%. Nel frattempo però il governo ha agito concretamente attraverso il piano triennale approvato a luglio dell'anno scorso da Sacconi e altri progetti di largo respiro. Occorre però dare tempo a queste iniziative perché possano produrre effetti. Allo stato attuale il governo Berlusconi ha già messo in campo una vasta gamma di interventi per contrastare il fenomeno storico della disoccupazione giovanile, ultimo dei quali il piano interministeriale di Sacconi, Gelmini e Meloni da un miliardo e ottantadue milioni di euro.


Come giudica gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione?
Ci sono luci e ombre. Ricordiamo, innanzitutto, che il periodo di riferimento è dicembre 2010. Le luci: il tasso di disoccupazione generale stabile rispetto alla rilevazione del mese precedente e la piccola diminuzione di quello riguardante le donne sia su base mensile che annuale. Le ombre: il consolidamento della disoccupazione giovanile e il lieve aumento del tasso di disoccupazione totale rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Da cosa dipendono questi due dati negativi?
La disoccupazione giovanile, insieme al basso tasso di occupazione delle donne, è uno dei problemi storici del nostro mercato del lavoro. Il consolidamento del tasso di disoccupazione della fascia di età che va dai 15 ai 24 anni, così come il lieve aumento della disoccupazione in generale su base annuale (+0,2% da dicembre 2009 a dicembre 2010), ma non su base mensile (tasso invariato da novembre 2010 a dicembre 2010), è dovuto alla scia degli effetti negati della crisi economica mondiale.

Parlo di scia perché il dato negativo, con riferimento alla disoccupazione giovanile è molto più evidente su base annuale (+ 2,4% da dicembre 2009 a dicembre 2010) che su base mensile (+0,1% da novembre 2010 a dicembre 2010). Lo stesso discorso, con indicazioni molto più positive, può essere fatto sull'andamento del dato generale riguardante la disoccupazione. I dati indicano, quindi, una stabilizzazione degli effetti della crisi economico-finanziaria sull'occupazione.

Come vanno le cose negli altri Paesi?
Ecco questo è un dato ancora più interessante perché la situazione italiana va analizzata non solo rispetto al proprio andamento interno ma anche confrontata con quello che avviene negli altri paesi. Secondo gli ultimi dati dell'Eurostat la disoccupazione resta invariata a dicembre nell'eurozona e nell'Ue a 27, dove si registra rispettivamente un tasso del 10 e del 9,6%, esattamente lo stesso rilevato il mese precedente.

Su base annuale (da dicembre 2009 a dicembre 2010) è stato registrato, invece, un aumento dello 0,1%. Dati in linea con quello che è stato l'andamento del tasso italiano nello stesso periodo con la differenza che in Italia il tasso di disoccupazione è inferiore (8,6%). Quanto alla disoccupazione giovanile, tra i ragazzi sotto i 25 anni, a dicembre era del 20,4% nell'eurozona ed al 21% nell'Ue a 27, con il minimo in Olanda, all'8,2% ed il massimo in Spagna, al 42,8%. In Italia è al 29%.

Che cosa dovrebbe fare il governo in Italia per contrastare la disoccupazione giovanile?
Innanzitutto proseguire sulla scelta di investire sulle competenze, con il rilancio dell'apprendistato e della formazione professionale, e sull'implementazione e la pubblicità dei mezzi a disposizione per far incontrare domanda e offerta di lavoro. Sull'ultimo punto vorrei segnalare uno strumento che pochi conoscono e che si chiama 'Cliclavoro', il nuovo portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali realizzato per favorire e migliorare l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro e il raccordo tra i sistemi delle imprese, dell'istruzione, della formazione e delle politiche sociali.

Da segnalare anche il Piano triennale "Liberare il lavoro per liberare i lavori" , approvato nel Consiglio dei Ministri del 30 luglio dello scorso anno, la bozza del disegno di legge delega sullo Statuto dei lavori, inviata alle parti sociali l'11 novembre scorso, il piano del ministro Meloni e, da ultimo, quello interministeriale presentato qualche giorno fa.

Di cosa si tratta?
Si tratta di un piano presentato dai ministri Sacconi, Gelmini e Meloni, da un miliardo e 82 milioni di euro per favorire l'inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro attraverso il monitoraggio delle professionalità richieste dal mondo del lavoro, l'orientamento alle scelte educative, l'integrazione di scuola-università-lavoro, i servizi di accompagnamento al lavoro.

1 febbraio 2011

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giovedì 2 settembre 2010

La disoccupazione giovanile in Italia è in diminuzione


La disoccupazione giovanile in Italia è in diminuzione
di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 02 settembre 2010

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, riprendendo un concetto espresso ieri a Venezia, a margine della visita alla biennale di architettura, sulla necessità che l'Europa s’impegni di più sui temi dell'economia, ha affermato che ''è venuto il momento che l'Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, secondo le grandi coordinate dell'integrazione europea. Abbiamo bisogno di questo per l'occupazione e per i giovani che oggi sono per noi il motivo principale di preoccupazione''.
Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il numero delle persone in cerca di occupazione in Italia a luglio è diminuito dello 0,7% rispetto a giugno, risultando in aumento del 6,1% rispetto a luglio 2009. Il tasso di disoccupazione, pari all’8,4%, resta sostanzialmente stabile rispetto a giugno; in confronto a luglio 2009 il tasso di disoccupazione registra un aumento dello 0,5%. Il tasso di disoccupazione giovanile, inoltre, è pari al 26,8%, con una riduzione dello 0,6% rispetto al mese precedente e un aumento dell’1,1% rispetto a luglio 2009. E’ un dato oramai acquisito che il mercato del lavoro italiano, pur tra mille difficoltà, ha retto l’impatto della crisi economica mondiale grazie ad una certa dinamicità del sistema occupazionale nazionale, favorito dalla leva della flessibilità, e all’intervento del governo in materia di ammortizzatori sociali, con una speciale nota di merito per i 9 miliardi di euro stanziati per i lavoratori dipendenti non coperti dalla cassa integrazione e fino a allora senza tutele (un intervento che ha interessato poco più di 5 milioni di lavoratori). Tuttavia è pur vero che, ricordando le parole di Napolitano, storicamente e non certo da ora, i giovani, insieme alle donne, sono i soggetti più deboli del mercato del lavoro. A lanciare l'allarme sulla disoccupazione giovanile, da ultimo, è stato il Cnel nel «Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010» dove si evidenziava che per i giovani attivi nel mercato del lavoro in Italia il rischio di essere disoccupati è triplo rispetto a quello di persone più anziane. Lo stesso Cnel, comunque, aveva anche precisato che la maggiore probabilità di essere disoccupati caratterizza i giovani di tutta Europa, e non solo quelli italiani.
Se, infatti, guardiamo ai dati Eurostat (riferiti a giungo 2010) per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, in Spagna è rimasta stabile al 40,3% rispetto a maggio 2010, mentre è scesa in Italia (dal 28,4% al 27,7% – il dato aggiornato a luglio è 26,8%), in Francia (dal 22,5% al 22,4%) e Germania (dal 9,4% al 9,3%). In Europa i disoccupati sotto i 25 anni sono il 19,6% nell'Eurozona e il 20,3% nell'Ue a 27. Se badiamo agli ultimi 5 anni, è possibile vedere come il tasso di disoccupazione giovanile è rimasto sostanzialmente stabile in Italia e Francia (come in media in tutta l’area Euro) mentre ha subito dei vistosi incrementi in Spagna e nel Regno Unito e un calo in Germania. Questi dati, ovviamente, non ci devono far cullare al motto del ‘mal comune, mezzo gaudio’ ma servono certamente a sgombrare il dibattito dalle leggende metropolitane, in auge nell’agone politico, che dipingono l’Italia come un paese sull’orlo del baratro e, di contro, qualsivoglia paese estero come l’eden. Se prendiamo in considerazione la situazione della Spagna, uno dei paesi presi nel recente passato come un modello da seguire secondo la sinistra italiana, balza subito agli occhi il dato drammatico che registra una popolazione giovanile spaccata quasi a metà tra un 60% che lavora e un 40% che è in cerca di occupazione.
Da maggio a luglio il tasso di disoccupazione giovanile italiano è calato di 2,4 punti percentuali e anche rispetto a giugno, dati Istat alla mano, ha fatto segnare un confortante – 0,6%, registrando peraltro la migliore performance in Europa secondo gli ultimi dati Eurostat (escludendo la minuscola Malta per ovvie ragioni) con riferimento al periodo maggio-giungo. Rispetto a luglio 2009 il tasso è aumentato dell’1,1%, ma c’è anche da aggiungere che il dazio pagato alla crisi economica mondiale è stato abbastanza contenuto.
C’è ancora da lavorare, soprattutto per quanto riguarda la riforma degli ammortizzatori sociali e su alcune dinamiche concernenti il passaggio scuola-lavoro, ma è altrettanto vero che il governo Berlusconi è in carica da 2 anni e ha già messo in atto diverse iniziative per modernizzare la scuola e il mercato del lavoro che hanno portato, numeri alla mano, a risultati positivi che possono far ben sperare per il futuro di questo paese.

mercoledì 21 luglio 2010

Rapporto Cnel sul mercato del lavoro 2009-2010: la disoccupazione giovanile


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 21 luglio 2010

Per i giovani attivi nel mercato del lavoro in Italia il rischio di essere disoccupati è triplo rispetto a quello di persone più anziane. A lanciare l'allarme sulla disoccupazione giovanile è il Cnel nel «Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010». La maggiore probabilità di essere disoccupati, spiega comunque il Cnel, caratterizza i giovani di tutta Europa, e non solo quelli italiani.
Se, infatti, guardiamo ai dati Eurostat, il tasso di disoccupazione giovanile (under 25) in Italia è 29,2%, in Spagna 40,5%, in Francia 22,6%, in Gran Bretagna 19,7% (dati aggiornati a marzo 2010), negli Stati Uniti 18,1%. Nel rapporto si evidenzia come le nuove forme contrattuali, più flessibili, abbiano facilitato l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: in periodi in cui la domanda di lavoro cresceva, le imprese facevano maggior ricorso a forme flessibili d'impiego, dati i costi di licenziamento nettamente inferiori a queste connessi.
Per chi è entrato nel mercato del lavoro nell'ultimo decennio, si sono ridotti i tempi di ricerca prima di poter trovare una prima occupazione. Nel 2009, anno peraltro di crisi, la durata media di ricerca di una prima occupazione per giovani non esperti è stata di un anno e mezzo. Tra i giovani occupati con meno di 25 anni, l'incidenza dei dipendenti temporanei è pari a quattro volte l'incidenza osservata presso gli adulti delle età centrali (25-54 anni). Non si tratta di una tendenza tutta italiana. Per il complesso dell'Unione europea, gli occupati temporanei rappresentano poco meno del 14% dei dipendenti totali, ma tale quota sale al 40% considerando solo i giovani.
Generalmente, osserva il Cnel, i lavoratori temporanei possono fungere da «cuscinetto» per aggiustare la quantità di manodopera secondo le fluttuazioni della produzione. Questo fenomeno è stato particolarmente evidente nel corso dei mesi critici della crisi economica che ha colpito l'Italia sul finire del 2008. Una quantificazione del numero di lavoratori impiegati con contratti non standard tra il 2008 e il 2009 mostra, infatti, una variazione di segno negativo pari a 239 mila unità in meno tra i lavoratori impiegati nel segmento più flessibile del mercato (-8,6%), con flessioni particolarmente consistenti per i collaboratori (che in un anno sono diminuiti del 17%). I temuti effetti negativi legati alla diffusione dei contratti temporanei si sono alla fine effettivamente esplicitati, e i lavoratori con contratti di durata prefissata (data la possibilità di evitare i costi di licenziamento associati al lavoro permanente) sono stati i primi a pagare le conseguenze occupazionali dell'attuale crisi economica.
Secondo il Cnel la crisi economica globale ha avuto nel 2009 effetti rilevanti sul mercato del lavoro, ma l'Italia è tra i Paesi «caratterizzati dagli incrementi del tasso di disoccupazione mediamente più contenuti in rapporto alla severità della recessione». E «in una certa misura la parziale tenuta dei livelli dell'occupazione deriva dalle politiche» messe in campo dal governo «che hanno puntato sugli schemi di lavoro a orario ridotto, come la Cig».
Insomma il rapporto del Cnel conferma che tra i giovani, non solo italiani, c'è un alto tasso di disoccupazione e che, se nell'ultimo decennio i contratti flessibili hanno aumentato le loro possibilità di accedere in tempi relativamente brevi nel mercato, è pur vero che sono loro i primi a perdere il posto di lavoro in caso di crisi.
L'alto tasso di disoccupazione tra gli under 25 è frutto di diversi problemi. Da segnalare, in particolar modo, il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro (ci sono posti vacanti o perché nessuno ha le competenze per riempirli o perché sono addirittura rifiutati. Utilizzando le stime di Confindustria e Confartigianato, i posti vacanti nel 2009 sono stati quasi 100 mila) e il passaggio scuola-lavoro. Su quest'ultimo aspetto va fatto anche un salto di natura culturale. Scuola e lavoro non possono essere viste come realtà separate ma, invece, come esperienze che necessariamente devono fondersi affinché il passaggio dall'una all'altra non sia più un salto nel buio ma un percorso graduale in grado di facilitare l'ingresso di un giovane nel mercato. Stare anni e anni sui banchi di scuola per imparare qualcosa che poi non servirà nel lavoro è un lusso che si possono permettere solo i figli dei ricchi e quelle poche persone che ci guadagnano in questo sistema (qualche docente di qualche assurdo corso universitario).
A riguardo va segnalato il piano di azione «Italia 2020», elaborato dai ministri del lavoro e dell'istruzione, per l'occupabilità dei giovani attraverso l'integrazione tra apprendimento e lavoro. Tra le priorità individuate: facilitare la transizione dalla scuola al lavoro, rilanciare l'istruzione tecnico-professionale ed il contratto di apprendistato, ripensare il ruolo della formazione universitaria, aprire i dottorati di ricerca al sistema produttivo e al mercato del lavoro.

venerdì 2 luglio 2010

Le criticità del mercato del lavoro



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

venerdì 02 luglio 2010

Secondo gli ultimi dati dell'Istat, il numero di occupati a maggio 2010 (dati destagionalizzati) è stato di 22 milioni e 870 mila persone (- 0,2% rispetto ad aprile 2010 e - 1,1% se confrontato con maggio 2009). Il tasso di disoccupazione è all'8,7% (invariato su aprile 2010 e + 1,2% su maggio 2009) mentre quello specifico della componente giovanile della forza lavoro (15-24 anni secondo la fascia di età presa in considerazione dall'Istat) è al 29,2% (+ 0,2% su aprile 2010 e + 4,7% su maggio 2009).
Il tasso di occupazione maschile è al 67,9% (invariato su aprile 2010 e - 0,8% su maggio 2009) mentre quello femminile è al 46% (-0,2% su aprile 2010 e - 0,8% su maggio 2009). Il tasso di disoccupazione degli uomini italiani è al 7,7% (invariato su aprile 2010 e +1,1% su maggio 2009) mentre quello delle donne è al 10,1% (+0,1% su aprile 2010 e +1,2% su maggio 2009).
I dati ci dicono cose positive e negative. Le cose positive: il mercato del lavoro italiano, sia nel breve (un mese) che nel medio periodo (un anno), è riuscito a mantenere un livello occupazionale sostanzialmente stabile nonostante gli effetti negativi della crisi economica. E' vero che ogni posto di lavoro perso è una sconfitta per tutti ma è anche vero che il sistema italiano, smentendo le previsioni negative di numerosi analisti, ha retto bene e meglio di molti altri grandi paesi. Secondo dati Eurostat, il tasso di disoccupazione nell'eurozona è al 10%, stabile rispetto ad aprile (+0,6% su maggio 2009). Se guardiamo ai grandi paesi, solo la Germania ha registrato un tasso di disoccupazione inferiore al nostro (7%) mentre tutti gli altri sono su livelli superiori (la Francia 9,9%, la Spagna 19,9%, gli Stati Uniti 9,7%).
Veniamo alle cose negative: gli effetti della crisi economica sul mercato del lavoro non fanno che acuire quelli che sono già gli aspetti negativi e strutturali del sistema e cioè la difficoltà di accesso e permanenza nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne. Non si tratta certamente di un fenomeno tutto italiano ma un dato negativo che investe, seppur in forma minore, anche altri. Prendiamo in considerazione i grandi paesi europei (Italia, Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna) e gli Stati Uniti. Il tasso di disoccupazione femminile è superiore rispetto a quello maschile in Italia (differenziale +2,4%), Francia (differenziale +0,6%) e Spagna (0,5%), mentre succede l'esatto contrario in Germania (differenziale +1,2%), Gran Bretagna (differenziale +2,3% - dati marzo 2010) e Stati Uniti (+1,7%).
Se, invece, guardiamo ai dati relativi alla disoccupazione giovanile è possibile rinvenire una sorta di allineamento negativo tra tutti i grandi paesi citati in precedenza con la sola eccezione, seppur relativa, della Germania, dove il tasso delle persone sotto i 25 anni in cerca di occupazione è al 9,4%. In Italia è 29,2%, in Spagna 40,5%, in Francia 22,6%, in Gran Bretagna 19,7% (dati aggiornati a marzo 2010), negli Stati Uniti 18,1%.
Uno dei maggiori problemi, spesso poco citato dagli analisti, è il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Se prendiamo come esempio il nostro paese, nel primo trimestre del 2010 è lievemente aumentata l'offerta di posti di lavoro da parte delle imprese in confronto alla fortissima caduta registrata nel biennio 2008-2009. Secondo l'Istat, tra gennaio e marzo di quest'anno il tasso dei posti vacanti sul totale dell'industria e dei servizi è pari allo 0,7%, con un incremento di 0,1 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2009. I posti vacanti, come ha ricordato lo stesso istituto, «sono definiti come quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi, liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato idoneo al di fuori dell'impresa e sia disposto a fare sforzi ulteriori per trovarlo». Insomma ci sono dei posti di lavoro disponibili ma non sono coperti o perché nessuno li vuole fare oppure perché non c'è gente formata che sia in grado di farli.
Come se ne esce da questo problema? Al netto delle inesistenti bacchette magiche, innanzitutto chiedendosi se lo strumento della formazione e i mezzi messi a disposizione dal sistema per accedere al mondo del lavoro funzionano o no. Se la formazione, così com'è ora, è un business che magari serve più ai formatori che ai potenziali formati o se l'appartenenza familiare e la «conoscenza giusta» funzionano meglio di qualsiasi centro per l'impiego, la risposta viene da sola. E vogliamo parlare delle difficoltà dei giovani nell'accesso alle libere professioni? E il passaggio scuola-lavoro, spesso vissuto come un trauma o, nelle migliori delle ipotesi, come un salto nel buio? E poi ha ancora senso tenere distinti i due momenti senza contaminarli solo per una questione ideologica? E che dire del mondo della scuola dove l'università si trasforma spesso in un inutile parcheggio per lo studente e in un ottimo erogatore di stipendi, a spese della collettività, per tutti quelli che guadagnano grazie ai corsi inutili?
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