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martedì 27 maggio 2008

Pubblica Amministrazione: agire in una doppia direzione


di Antonio Maglietta - 27 maggio 2008

Fino a poco tempo fa, noi poveri cittadini eravamo abituati agli annunci roboanti dei ministri che si risolvevano miseramente in un nulla di fatto. Per carità, quasi sempre si trattava comunque di buoni propositi che poi però si scontravano con una serie di difficoltà reali. Lo schema era sempre lo stesso: il Ministro, all'inizio del mandato, elencava una serie di interventi per la modernizzazione del settore di competenza, seguiva un periodo di stasi dove le dichiarazioni sul «cosa fare» restavano sempre all'ordine del giorno mentre venivano a mancare clamorosamente quelle sul «cosa abbiamo fatto». Alla fine, però, ci si ritrovava sempre con un pugno di mosche in mano sul versante del «cosa abbiamo fatto» e, come contraltare, invece, con una clamorosa inflazione nelle dichiarazioni sul «cosa avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto perché». Un vero e proprio fiume di parole che invadeva i media e le case degli italiani ma che alla fine dei conti non portavano ad alcuna azione concreta. Parole al vento.

Con l'avvento del nuovo governo il cambio di passo è stato evidente; poche chiacchiere e largo, invece, ai fatti e agli atti con raziocinio: prima la gestione e la risoluzione delle emergenze come i rifiuti, la sicurezza ed il lavoro e poi il resto. Nel resto, ma non per questo non indicata come una priorità per la modernizzazione del paese, ci sono gli interventi nell'ambito del pubblico impiego.

Finalmente, grazie al Ministro Renato Brunetta (http://www.innovazionepa.gov.it/ministro/ministrobrunetta/biografia.htm), qualcosa incomincia a muoversi. E' stato infatti un segnale importante la pubblicazione, sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione della retribuzione dei dirigenti della PA e dei tassi di assenza registrati nei Dipartimenti e nelle strutture collegate al Ministero. Un'operazione trasparenza che denota la volontà di creare uno spirito nuovo nelle relazioni tra Pa e cittadini partendo proprio sulla ricostruzione di quel rapporto che sembra essersi incrinato a causa di alcune criticità rilevate nell'ambito delle dinamiche relative all'attività della Pubblica Amministrazione.

Secondo il Dossier Cittadinanzattiva sul rapporto tra cittadini e P.A (presentato il 13 maggio scorso a Roma al convegno del Forum PA «Semplificazione e qualità della pubblica amministrazione: fatti, distanze e proposte», l'elemento caratterizzante della P.A. in Italia è la mancata risposta alle richieste di informazioni: che si tratti di ricevere un rimborso dal fisco, contestare una multa o chiedere un permesso di soggiorno poco cambia, il cittadino ha difficoltà a reperire le informazioni necessarie. Per ricevere, magari, cartelle pazze o informazioni che non richiede, come dimostra la vicenda delle dichiarazioni dei redditi online di questi giorni, esempio emblematico dello stato confusionale in cui versa la Pubblica Amministrazione italiana. Il risultato? Peggiorano nettamente i rapporti tra cittadini e P.A., sia a livello di amministrazione centrale che locale: nel 2007, su 100 lamentele in tema di servizi di pubblica utilità, il 21% riguardano la P.A. a fronte del 12% registrato nel 2006 e del 17% registrato nel 2005. A determinare questa inversione del trend, con un incremento di lamentele del 9% rispetto ad un anno fa, le frequenti violazioni del diritto all'informazione (riscontrate nel 31% dei casi) alla tutela (28%) e a servizi di qualità (20%). Seguono, violazioni del diritto alla trasparenza e alla sicurezza (6% ciascuno).

Bisogna, quindi, agire in una doppia direzione, fermo restando che sarà un lavoro duro e che non esistono bacchette magiche: ricostruire in maniera virtuosa gli ingranaggi dell'apparato statale, con un meccanismo meritocratico (anche salariale) in cui siano chiare e ben definite responsabilità e competenze e cercare di creare un clima di fiducia nell'opinione pubblica nei confronti della macchina statale e dei suoi dipendenti, con operazioni di trasparenza (come ad esempio potrebbe essere banalmente rispondere alle richieste informazioni) ed un lavoro efficiente nei confronti delle esigenze di cittadini ed imprese.

Antonio Maglietta

giovedì 6 dicembre 2007

La piaga dell'assenteismo nella Pubblica Amministrazione

di Antonio Maglietta - 6 dicembre 2007

L'assenteismo è l'emblema dell'inefficienza e del cattivo funzionamento della Pubblica Amministrazione, il fenomeno più evidente e clamoroso. E' questo il monito lanciato martedì dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, il quale, nel corso del suo intervento alla cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico alla Luiss di Roma, ha puntato l'indice contro le troppe assenze dei dipendenti della PA. «Compresi i giorni di ferie - ha detto Montezemolo - l'assenteismo nel pubblico impiego è del 30% superiore rispetto alle grandi imprese industriali. Azzerare le assenze diverse dalle ferie porterebbe ad un risparmio di quasi un punto di Pil, 14,2 miliardi: 8,3 negli Enti centrali e 5,9 in quelli locali... Portare la quota di assenze totali, comprese le ferie, a livello di quelle nel settore privato - ha aggiunto - darebbe un risparmio di 11,1 miliardi». Il presidente di Confindustria ha sottolineato come tra ferie e permessi vari «un pubblico dipendente è fuori ufficio mediamente un giorno di lavoro su cinque». Ai costi generati dall'assenteismo si devono sommare quelli derivanti «dalla bassa o nulla produttività di quella parte di dipendenti pubblici che, minoritaria ma non piccola, svolge poco e male la sua attività, pur essendo ufficialmente presente sul luogo di lavoro».
Va al ministero della Difesa il primato negativo per il numero di giornate di assenza lavorativa in un anno. «Tra i ministeri - ha sottolineato Montezemolo - il top si raggiunge al ministero della Difesa, con 65 giornate di assenza in un anno, seguito dal ministero dell'Economia e da quello dell'Ambiente, entrambi con oltre 60 giorni... Altrettanto elevato - ha aggiunto - è l'assenteismo nell'Agenzia delle Entrate». E ancora: «All'Inpdap si sfondano i 67 giorni. Negli Enti locali spicca invece il Comune di Bolzano, con 74 giorni di assenza all'anno, pari al 29% delle giornate lavorative, oltre 70 giorni anche per il Comune di La Spezia e la Provincia di Ascoli Piceno».
Già il professor Ichino aveva segnalato, prima dell'estate, che il tasso di assenteismo tra gli impiegati pubblici era arrivato oramai a livelli inaccettabili, tra il 12 ed il 14%, a fronte di un dato del settore privato che oscilla, invece, tra il 4 ed il 6%. Un allarme preso sottogamba dal governo; il quale, peraltro, nonostante siano passati oltre 5 mesi dalla presentazione, non ha ancora dato alcuna risposta ad una interrogazione parlamentare del deputato azzurro Simone Baldelli sul tema. Baldelli, prendendo spunto dalla vicenda degli arresti nella sanità a Perugia, ha chiesto all'esecutivo quali fossero le iniziative che avesse intenzione di intraprendere per ridurre, in maniera strutturale, il problema dell'assenteismo nella Pubblica Amministrazione.
A novembre l'assessore al personale del Comune di Roma ha dichiarato che, secondo i dati elaborati dal nuovo sistema informatico integrato che rileva le presenze dei comunali, entrato a regime il 1° giugno, risulta che ogni giorno disertano l'ufficio tra 6.000 e 7.000 impiegati full time, su un totale di 27.000 e, quindi, il 25% del totale, che, oltre alle ferie, sommano più di un mese all'anno di assenza (32,5 giorni) per congedi, permessi sindacali, assistenza a familiari, malattie, e chi più ne ha ne metta. Proprio sulle assenze per malattia, sempre il professor Ichino, in un articolo del 10 aprile scorso sul Corriere della Sera, aveva denunciato l'inefficienza del sistema dei controlli: nei moduli sui quali i medici dei servizi ispettivi dell'Inps e delle Asl redigono i referti delle loro visite domiciliari non è neppure contemplato l'accertamento dell'inesistenza dell'impedimento.
Pietro Piovani, su Il Messaggero di mercoledì scorso, ha ricordato che, a differenza del settore privato, in quello statale l'assenza per malattia viene per così dire punita, o quanto meno disincentivata, con una detrazione dalla busta paga: ad esempio, un impiegato ministeriale di medio livello (qualifica B3) ci rimette circa 8 euro lordi per ogni giorno di assenza. Più alta, invece, la trattenuta per un impiegato di un'agenzia fiscale, fino a 20 euro al giorno, e anche di più per i funzionari di qualifica più alta. Se un ministeriale sta a casa per malattia per due settimane si fa decurtare circa un centinaio di euro. Se invece supera i quindici giorni, la detrazione non si applica più. In un recente articolo sul Corriere della Sera, Enrico Marro e Sergio Rizzo hanno scritto della situazione paradossale che vede i dipendenti pubblici dei ministeri ricevere un premio di produzione per il solo fatto di recarsi a lavorare: come se andare regolarmente sul posto di lavoro sia un qualcosa da incentivare con premi e non un qualcosa da esigere obbligatoriamente.
Insomma, i segnali che qualcosa sul versante dell'assenteismo non andava erano tanti e tali da far immaginare una presa di posizione da parte del governo ed una conseguente predisposizione di un qualche piano di intervento riparatore. Invece niente. Così facendo, o meglio, non facendo, l'esecutivo ha avuto una doppia colpa: non solo non ha adottato alcun intervento per cercare di porre rimedio al preoccupante andazzo, ma anche e soprattutto ha fatto in modo, con il suo lassismo, che le tante eccellenze professionali che operano nelle Pubbliche Amministrazioni fossero messe nel calderone delle accuse insieme ai colleghi che non hanno neanche la grazia di recarsi sul posto di lavoro. La verità è che il traballante esecutivo di Romano Prodi, in questi mesi, come ha ricordato il deputato di Forza Italia Simone Baldelli, è stato più attento a prevenire l'assenteismo dei senatori del centrosinistra che quello dei dipendenti pubblici.

Antonio Maglietta

mercoledì 5 settembre 2007

Pubblica Amministrazione: stop alle stabilizzazioni dei precari e nuovo blocco delle assunzioni?


di Antonio Maglietta - 4 settembre 2007


Nei giorni scorsi il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha rilanciato la proposta, da rendere operativa già dalla prossima Finanziaria, di tagliare sensibilmente la spesa della Pubblica Amministrazione nostrana. Tanto per far capire che si sta facendo sul serio, sembra che sia stato predisposto anche una sorta di Libro verde i cui verrebbero messi a fuoco, nel dettaglio, i tagli da effettuare. La Stampa ed Il Messaggero di lunedì scorso hanno avanzato l'ipotesi che sotto la scure di TPS potrebbero cadere l'organico del comparto scuola, la stabilizzazione dei precari (provvedimento prevista meno di un anno fa dalla Finanziaria 2007) e, addirittura, sarebbe stato messo in agenda anche un nuovo blocco delle assunzioni. La sinistra radicale ed il sindacato non sembrano averla presa bene, ma oramai sono diversi mesi che il titolare del Ministero dell'Economia si trova sotto il loro fuoco incrociato. La vera novità è che ora l'uscita del ministro ha turbato gli animi anche dei cosiddetti moderati. Infatti nei giorni scorsi due ministri non propriamente «barricaderi», come Mastella (Udeur) e Nicolais (Ds), hanno risposto picche all'invito rigorista proveniente da Padoa Schioppa. Emblematico il caso del Ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione. In una intervista rilasciata lunedì scorso al Messaggero, Nicolais ha candidamente ammesso di non aver mai visto il citato Libro verde del Ministro dell'Economia sulle spese della Pubblica Amministrazione e, anzi, ha esortato il collega ad inviarlo a Palazzo Vidoni per prenderne nota.
Insomma, se le indiscrezioni dei giornali saranno confermate, il governo Prodi sarebbe pronto a rimangiarsi (o comunque a congelare), ad un solo anno di distanza, l'intero impianto dell'ultima Finanziaria sul pubblico impiego, così pubblicizzato e strombazzato dalla sinistra radicale come la soluzione ai problemi dei giovani precari della Pubblica Amministrazione. Peraltro, la mossa anti-stabilizzazione, se sarà confermata, non sarà comunque un fulmine a ciel sereno. Infatti la direttiva del Ministro Nicolais del 30 aprile scorso, sulle norme della Finanziaria 2007 in materia di stabilizzazioni dei precari, non contemplava l'art. 1, comma 417 e cioè la norma del «tana libera tutti», quella che prevede la trasformazione a tempo indeterminato di tutti i contratti della Pubblica Amministrazione con un dato temporale diverso da questo. Senza contare che, fino ad ora, i precari stabilizzati sono stati poco meno di 10mila a fronte delle 350mila stabilizzazioni promesse. Insomma, dopo la fine della propaganda, i numeri e la realtà dei fatti stanno venendo al pettine. Ma ancora peggio dei precari andrebbe ai circa 70mila vincitori di un concorso pubblico non ancora assunti. Dopo la beffa della Finanziaria 2007 che, per gli anni 2008 e 2009, prevede che per ogni 10 cessazioni ci saranno solo 2 assunzioni da concorso (a fronte di 4 stabilizzazioni di precari), invece della fine del tunnel potrebbe esserci un nuovo ed inaspettato blocco delle assunzioni (quello in vigore scadrà alla data del 31 dicembre prossimo), con la firma dell'agognato contratto a tempo indeterminato nuovamente spostata a data da destinarsi ed il consueto appuntamento, tra maggio ed ottobre (quest'anno ancora non si sa), con la speranza di rientrare nella lista delle cosiddette assunzioni in deroga al blocco.
Insomma, se aggiungiamo anche la grana della traduzione in legge del protocollo sul welfare del luglio scorso, ci sarebbe abbastanza materiale per pronosticare una crisi politica all'interno della maggioranza, nel bel mezzo dell'autunno e dei lavori parlamentari per il varo della prossima Legge finanziaria. Fino ad ora il governo Prodi è rimasto in sella, nonostante le evidenti e laceranti contraddizioni politiche all'interno del centrosinistra, perché, invece del buon senso, è prevalso l'attaccamento alle poltrone del potere. Attendiamo l'autunno per vedere se la farsa continuerà.
Antonio Maglietta

sabato 1 settembre 2007

Sospensione per gli assenteisti: la svolta lassista


di Antonio Maglietta - 1 settembre 2007


Il Consiglio dei ministri del 30 agosto scorso ha autorizzato il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais, ad esprimere il parere favorevole del Governo sull'ipotesi di contratto collettivo nazionale di lavoro del personale del comparto Ministeri (quadriennio normativo 2006-2009, biennio economico 2006-2007). E' bene ricordare che, nel luglio scorso, l'atto in questione è entrato nel mirino di vari parlamentari, di maggioranza e opposizione, capeggiati da Simone Baldelli (Forza Italia) e Lanfranco Turci (Rosa nel Pugno), perché, a loro avviso, era stata prevista una sanzione disciplinare più leggera, rispetto al passato, contro gli assenteisti. Infatti, se con il precedente CCNL, sottoscritto sotto il governo Berlusconi, si poteva irrogare, almeno in teoria, una sanzione dura come il licenziamento, ora, invece, sarebbe possibile solo la sospensione dal servizio dagli 11 giorni ai 6 mesi. I parlamentari avevano anche promosso una lettera aperta al Governo affinché ponesse un veto su quel punto contestato. La reazione non si era fatta attendere, e sia il Ministro Nicolais, che il presidente dell'Aran, Massimo Masella Ducci Teri, avevano risposto, a mezzo stampa, che la nuova sanzione disciplinare, più soft rispetto al passato, si era resa necessaria perché il licenziamento dei dipendenti pubblici assenteisti (nel caso della falsificazione o manomissione dei cartellini marcatempo) era diventato praticamente impossibile a causa di alcune sentenze della Corte di Cassazione.
In generale la materia delle sanzioni disciplinari nel pubblico impiego è demandata dalla legge alla contrattazione collettiva. Infatti, l'art. 55, comma 3, del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165 dispone che: «Salvo quanto previsto dagli articoli 21 e 53, comma 1, e ferma restando la definizione dei doveri del dipendente ad opera dei codici di comportamento di cui all'articolo 54, la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi». E' tutta in queste poche righe la differenza sostanziale tra lavoro pubblico e privato sul tema delle sanzioni disciplinari (l'altra differenza è di tipo procedurale e per il pubblico la materia è regolata dall'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori). Infatti, nel settore privato, a differenza del pubblico, le disposizioni di cui agli artt. 2119 del Codice Civile (Recesso per giusta causa - «Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l'indennità indicata nel secondo comma dell'articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell'imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell'azienda». Approfondimento: cosa è la giusta causa? La giusta causa è un inadempimento del lavoratore talmente grave da non consentire, anche in via provvisoria, la prosecuzione del rapporto di lavoro. Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha specificato che la giusta causa si sostanzia in un inadempimento talmente grave che qualsiasi altra sanzione diversa dal licenziamento risulti insufficiente a tutelare l'interesse del datore di lavoro (Cass. 24/7/03, n. 11516), al quale non può pertanto essere imposto l'utilizzo del lavoratore in un'altra posizione - Cass. 19/1/1989, n. 244 -.) e 3 della legge n. 604/66 (Norme sui licenziamenti individuali - «Il licenziamento per giustificato motivo con preavviso é determinato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del prestatore di lavoro ovvero da ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa») mantengano la loro piena operatività quali dirette fonti del potere datoriale di procedere al licenziamento per motivi disciplinari.
Insomma, è più facile licenziare un dipendente del settore privato (peraltro esposto alla concorrenza nel mercato) che uno del pubblico. Bisogna anche sottolineare, inoltre, che affidare le sanzioni disciplinari alla contrattazione collettiva significa anche gettare la materia nelle braccia della concertazione sindacale; se poi aggiungiamo che il settore pubblico è il luogo più sindacalizzato del mondo del lavoro per eccellenza (e dove quindi il sindacato è più forte, dal punto di vista del potere contrattuale), diventa legittimo pensare che una svolta rigorista potrebbe rimanere ancora a lungo nel cassetto dei sogni.
Non sarebbe meglio abrogare la norma di privilegio del settore pubblico (l'art. 55, comma 3, del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165) ed affidare la materia alla decretazione ministeriale e quindi direttamente al potere esecutivo, così da far terminare le continue litanie governative all'insegna del «vorrei ma non posso»? Ci guadagnerebbero tutti, compresi i tanti impiegati pubblici che lavorano sodo, i cittadini contribuenti e le imprese.

giovedì 30 agosto 2007

Precariato: numeri e propaganda


di Antonio Maglietta - 21 agosto 2007


La sinistra, in preda ad un'inarrestabile crisi di consensi e credibilità, è alla disperata ricerca di nuovi totem ideologici in grado di creare il giusto appeal per le nuove classi sociali «proletarie», figlie della globalizzazione e della modernizzazione. In questo contesto, far proprie le tematiche relative al fenomeno del precariato potrebbe diventare la chiave di volta per superare la crisi. Il tema, se ben alimentato nel mito e, soprattutto, se ancor meglio cavalcato attraverso proposte demagogiche che, a detta dei guru della sinistra, porterebbero alla sua eliminazione, potrebbe diventare il nuovo generatore di consensi politici, soprattutto tra i giovani. L'ambiente in cui muoversi è sempre lo stesso: il mondo del lavoro. I temi dello scontro anche: ci sono pochi padroni che per avidità sfruttano le masse (ieri proletari, oggi, invece, giovani e precari) e lo Stato non solo è inerte nel privato, ma addirittura è connivente, vista la presenza del fenomeno anche nel settore pubblico. Inoltre il precariato investe un valore sociale fondante della sinistra: l'uguaglianza. Insomma, ci sono tutti i presupposti affinché il precariato diventi il nuovo tema forte da cavalcare in chiave politica.
Ma quali sono le cifre? Partiamo con il dettaglio del settore pubblico. Secondo il conto annuale 2005 della Ragioneria Generale dello Stato, nel totale del pubblico impiego si contano:
Lavoro a tempo indeterminato: 3.369.493 lavoratori con un contratto a tempo indeterminato;
Lavoro non a tempo indeterminato:
124.283 lavoratori con un contratto a tempo determinato;
9.067 lavoratori interinali;
34.459 lavoratori socialmente utili (lsu);
4.786 lavoratori con contratto di formazione lavoro.
Secondo l'ispettore generale della Ragioneria Generale dello Stato, Giuseppe Lucibello, a questi dati bisogna aggiungere circa 200 mila cosiddetti «precari storici» della scuola (con «storici» si intendono i docenti inseriti nelle graduatorie per concorsi e titoli e quelli delle graduatorie permanenti della legge n. 124 del 1999, che sono comunque soggetti in possesso di abilitazione, o perché hanno conseguito l'idoneità in base a una procedura concorsuale nelle scuole speciali - cosiddette SIS - o in analoghi istituti). Insomma, nel totale del pubblico impiego, stando ai dati ufficiali, si contano circa 350 mila lavoratori flessibili, con un tasso d'incidenza, sull'intero settore pubblico, inferiore al 10%.
In generale (pubblico e privato), secondo gli ultimi dati dell'Istat (19 giugno 2007), i lavoratori dipendenti con contratto a termine sono 2.126.000 su un totale di 22.846.000, con un tasso d'incidenza del 9,3% (rimasto invariato nel trimestre 2007 rispetto a quello dell'anno precedente). Va aggiunto che le cifre menzionate si riferiscono genericamente al lavoro flessibile e che, in tutto il globo terrestre, all'equazione flessibile=precario credono solo i comunisti nostrani (lo stesso ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha candidamente ammesso che esiste la «buona flessibilità»). Questo significa che quelle citate non sono le cifre del precariato, ma che i numeri del fenomeno vanno ricercati all'interno di quei dati. Per un'analisi dettagliata occorrono altri fattori che potremmo chiamare «elementi d'insicurezza». Secondo il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, tali elementi s'identificano nella mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e alla conseguente mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita nel presente e nel futuro. Insomma, i numeri del precariato, in generale, vanno ricercati all'interno del dato Istat che parla di 2.126.000 contratti a termine su un totale di circa 23 milioni di lavoratori (tasso d'incidenza 9,3%).
E' chiaro, quindi, che l'allarmismo della sinistra non trova riscontro nella realtà dai fatti. Il problema precariato esiste, ma va inquadrato come fenomeno circoscritto e non come allarme sociale. La tanta vituperata (a sinistra) legge Biagi, mettendo regole e garantendo diritti laddove prima non c'erano e sottraendo quindi prezioso terreno al lavoro nero e all'illegalità, ha rappresentato un argine a difesa dei lavoratori più deboli e, in generale, al dilagare del precariato. La sinistra, invece, puntando tutto sulle sanatorie assistenzialiste (nel pubblico impiego con la Finanziaria 2007) e sull'irrigidimento dei contratti (nel privato con il protocollo sul welfare, da tradurre in legge in autunno) sbaglia totalmente l'obiettivo, danneggiando ulteriormente i cittadini, che già si sono visti mettere le mani in tasca dal governo Prodi per finanziare pseudo-iniziative sociali dannose ed improduttive.

Parte da Forza Italia un'iniziativa contro l'assenteismo


di Antonio Maglietta - 9 agosto 2007


Un'interrogazione presentata da Simone Baldelli (Forza Italia) ha fatto puntare i riflettori dei media su una norma, presente nell'ipotesi di contratto collettivo relativa al comparto ministeri, che prevedeva sanzioni più leggere, rispetto al precedente contratto, per gli assenteisti che manomettevano i cartellini marcatempo. La questione, da tema di carattere tecnico-giuridico, si è spostata sul piano politico allorquando lo stesso deputato azzurro, insieme al collega della Rosa nel Pugno Lanfranco Turci, ha promosso, sul punto in questione, una lettera aperta al governo, sottoscritta, in maniera trasversale, da onorevoli di centrodestra e centrosinistra: Enrico La Loggia (Forza Italia), Roberto Maroni (Lega Nord), Pietro Armani (Alleanza Nazionale), Angelo Compagnon (Udc), Nicola Rossi (Ulivo), Marco Boato (Verdi), Franco Grillini (Sinistra Democratica), Benedetto Della Vedova (Forza Italia), Cinzia Dato (Ulivo), Andrea Gibelli (Lega Nord), Felice Belisario (Italia dei Valori), Osvaldo Napoli (Forza Italia), Salvatore Buglio (Rosa nel Pugno), Bruno Mellano (Rosa nel Pugno), Carlo Castellani (Alleanza Nazionale), Angelo Piazza (Rosa nel Pugno), Ettore Peretti (Udc), Renato Galeazzi (Ulivo), Gianpaolo Dozzo (Lega Nord), Luigi Fabbri (Forza Italia), Carmelo Porcu (Alleanza Nazionale), Salvatore Greco (Udc), Mauro Del Bue (Dc per le Autonomie-Nuovo Psi). L'iniziativa, dal punto di vista tecnico, ha registrato anche il sostegno del professor Pietro Ichino, da tempo impegnato in una battaglia culturale contro il fenomeno della nullafacenza nel pubblico impiego.
Nella lettera si legge: «La preintesa sottoscritta dall'ARAN (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, l'organismo tecnico che svolge ogni attività relativa alla negoziazione e definizione dei contratti collettivi del personale dei vari comparti del pubblico impiego, ndr) determina... un grave alleggerimento del vigente regime sanzionatorio, già di difficile applicazione, che, ove la preintesa diventasse definitiva, risulterebbe del tutto inattuabile. Ci riferiamo, in particolare, all'introduzione di una nuova fattispecie nel codice disciplinare, specificamente riferita all'elusione dei sistemi di rilevamento elettronici della presenza e dell'orario, sanzionabile con il licenziamento solo in caso di recidiva plurima. Tale previsione finisce per rendere inapplicabile la sanzione, anche qualora i gravi episodi di assenteismo siano stati accertati in sede penale, ma non siano stati contestati dall'amministrazione». I promotori della lettera, inoltre, hanno espressamente chiesto al governo che «i prossimi contratti nazionali di lavoro del pubblico impiego prevedano comunque che l'eventuale sentenza che abbia accertato casi di assenteismo gravi, a tal punto da essere sanzionati dal giudice penale, determini il licenziamento disciplinare senza preavviso, come previsto dalla disciplina contrattuale vigente».
Lunedì scorso, con un'intervista apparsa sul quotidiano Il Messaggero, Massimo Masella Ducci Teri, presidente dell'ARAN, ha respinto le critiche sollevate dal fronte politico schierato contro gli assenteisti fraudolenti, affermando testualmente che: «Una sentenza della Cassazione ha stabilito che i cartellini marcatempo non sono atti pubblici. Quindi la loro falsificazione non può essere punita come "falso in atto pubblico". La violazione può essere sanzionabile solo se si configurano gli estremi di "truffa" ai danni dello Stato. Ma perché ci sia la truffa è necessario riconoscere una serie di comportamenti dolosi, e bisogna dimostrare che l'amministrazione ha subito un danno economicamente rilevante. C'era il rischio che le violazioni lievi non fossero più sanzionabili. Ecco perché abbiamo previsto nel contratto una punizione per chi ha semplicemente fatto il furbo, magari con un paio di giorni di assenza. E le sanzioni sono abbastanza forti, arrivano fino a sei mesi di sospensione. Il licenziamento resta possibile nei casi che implicano la truffa. In ogni caso, per escludere qualsiasi interpretazione bislacca di quell'articolo, in piena intesa con i sindacati, abbiamo deciso di aggiungere nei contratti una dichiarazione congiunta».
Da notare, comunque, che l'appello ha avuto il suo effetto, se la stessa Agenzia ha deciso di fare una aggiunta (seppur minima) alla pre-intesa per indirizzare la normativa su una linea maggiormente rigorista rispetto all'ipotesi iniziale. Quanto al merito della replica del presidente dell'ARAN, bisogna fare qualche considerazione sulla giurisprudenza della Corte di Cassazione e di conseguenza sulle ipotesi sanzionatorie a carico degli assenteisti. E' vero che la Cassazione ha stabilito che i cartellini marcatempo non sono atti pubblici (essendo essi destinati ad attestare da parte del pubblico dipendente solo una circostanza materiale che afferisce al rapporto di lavoro, oggi soggetto a disciplina privatistica, tra lui e la Pubblica Amministrazione) e che quindi la loro falsificazione non può essere punita come «falso in atto pubblico» (Cass. pen., S.U., 11 aprile-10 maggio 2006, n. 15983), sconfessando, peraltro, un orientamento sostenuto, ex multis, da una sentenza emessa l'anno prima (Cass. pen., sez. V, 17 gennaio 2005, n. 5676). Ergo, il licenziamento, stante la citata giurisprudenza, è ipotizzabile solo nel caso di truffa ai danni dello Stato.
Tuttavia non è propriamente esatto dire che le sanzioni più lievi rischiavano di non essere più sanzionabili. Teoricamente erano sanzionabili anche in precedenza: non dal giudice ordinario, bensì da quello contabile. Infatti il fenomeno rientra nella tipologia del «danno da disservizio» rilevabile dalla Corte dei Conti. Peraltro, se il fenomeno viene alimentato dalla falsificazione dei cartellini marcatempo, il giudice contabile ha tutto il diritto di intervenire anche se la fattispecie rientra nel campo della disciplina privatistica. Infatti la Corte di Cassazione, con l'ordinanza del 22 dicembre 2003, n. 19667, in merito ai limiti della giurisdizione del giudice contabile, ha stabilito che «l'amministrazione svolge attività amministrativa non solo quando esercita funzioni e poteri autoritativi, ma anche quando, nei limiti consentiti dall'ordinamento, persegue le proprie finalità istituzionali mediante un'attività disciplinata in tutto o in parte dal diritto privato». Da ciò deriva che la giurisdizione contabile, secondo la Cassazione, non è più necessariamente ancorata al quadro di riferimento (diritto pubblico o privato) nel quale si colloca la condotta produttiva del danno, ma al dato essenziale costituito dall'avvenuta verificazione di un evento in danno di un'Amministrazione pubblica. Allora, in teoria, la falsificazione del cartellino marcatempo, rientrando nell'ipotesi di «danno da disservizio», poteva essere benissimo sanzionata dal giudice contabile senza che tale fattispecie fosse tipicizzata (ossia espressamente prevista) in un'ipotesi sanzionatoria ben precisa.
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