Visualizzazione post con etichetta legge Biagi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta legge Biagi. Mostra tutti i post

lunedì 21 aprile 2008

Damiano fa il furbo sui call center


di Antonio Maglietta - 19 aprile 2008

Con ricorso depositato il 10 marzo 1998, una società esercente attività di prestazioni di servizi per il settore pubblicitario conveniva l'Inps avanti al Tribunale di Padova per sentire accertata la natura autonoma del rapporto di lavoro intercorso con 27 lavoratori, in maggior parte donne, con mansioni di telefonista o segretaria, di cui al verbale ispettivo n. 7314/97 dell'11 novembre 1997. Il Tribunale, con sentenza n. 19/2001, dava ragione alla società. La Corte di Appello di Venezia, invece, in parziale riforma della decisione del Tribunale, dichiarava che il lavoro svolto da n. 15 dipendenti, tra quelli indicati nel rapporto ispettivo, aveva natura subordinata e di conseguenza condannava la società al pagamento dei contributi. Per la cassazione di tale sentenza la società aveva proposto ricorso alla Suprema Corte (sezione lavoro). La Corte di Cassazione, con sentenza n. 9812/2008, depositata il 14 aprile scorso, ha respinto il ricorso.

Apriti cielo. L'Unità, in una intervista al Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, ha preso la palla al balzo ed ha titolato giovedì a pag. 17: Sui precari aveva ragione il governo. La sentenza della Cassazione va nella direzione indicata dal ministero del lavoro.Quale? E' lo stesso Damiano a precisarlo nell'intervista: quella indicata dalla circolare del Ministero del Lavoro n. 17 del 14 giugno 2006, dall'avviso comune delle parti sociali del 4 ottobre 2006 e dall'inserimento delle normative nella Finanziaria 2007.

In sostanza Damiano, pur riconoscendo la bontà della Legge Biagi in materia, si è arrogato la patente di erogatore di tutele a favore dei giovani che lavorano nei call center. Niente di più falso. Si legge infatti nella citata sentenza: «Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte l'elemento decisivo che contraddistingue il rapporto di lavoro subordinato dal lavoro autonomo è l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro ed il conseguente inserimento del lavoratore in modo stabile ed esclusivo nell'organizzazione aziendale. Costituiscono poi indici sintomatici della subordinazione, valutabili dal giudice del merito sia singolarmente che complessivamente, l'assenza del rischio di impresa, la continuità della prestazione, l'obbligo di osservare un orario di lavoro, la cadenza e la forma della retribuzione, l'utilizzazione di strumenti di lavoro e lo svolgimento della prestazione in ambienti messi a disposizione dal datore di lavoro (vedi tra le tante Cass. n. 21028/2006, n. 4171/2006, n. 20669/2004)».

Altro che direzione indicata dal Ministero del Lavoro! La direzione l'ha indicata la Legge Biagi e la giurisprudenza costante della Corte di Cassazione che, come è possibile prendere atto leggendo la sentenza, è arrivata a certe conclusioni ben prima della famosa circolare a cui fa riferimento Damiano che è datata 14 giugno 2006. Siamo alle solite e, ancora una volta, va registrato che, nonostante la dura sconfitta sancita dalle urne, gli esponenti del governo di centrosinistra ancora si ostinano a rivendicare presunti meriti che in realtà non hanno. Ma se proprio insistono almeno uno va riconosciuto: essere stati al governo due anni anziché i canonici cinque. Per il bene del Paese è un merito che gli riconosciamo.

Antonio Maglietta

giovedì 30 agosto 2007

Precariato: numeri e propaganda


di Antonio Maglietta - 21 agosto 2007


La sinistra, in preda ad un'inarrestabile crisi di consensi e credibilità, è alla disperata ricerca di nuovi totem ideologici in grado di creare il giusto appeal per le nuove classi sociali «proletarie», figlie della globalizzazione e della modernizzazione. In questo contesto, far proprie le tematiche relative al fenomeno del precariato potrebbe diventare la chiave di volta per superare la crisi. Il tema, se ben alimentato nel mito e, soprattutto, se ancor meglio cavalcato attraverso proposte demagogiche che, a detta dei guru della sinistra, porterebbero alla sua eliminazione, potrebbe diventare il nuovo generatore di consensi politici, soprattutto tra i giovani. L'ambiente in cui muoversi è sempre lo stesso: il mondo del lavoro. I temi dello scontro anche: ci sono pochi padroni che per avidità sfruttano le masse (ieri proletari, oggi, invece, giovani e precari) e lo Stato non solo è inerte nel privato, ma addirittura è connivente, vista la presenza del fenomeno anche nel settore pubblico. Inoltre il precariato investe un valore sociale fondante della sinistra: l'uguaglianza. Insomma, ci sono tutti i presupposti affinché il precariato diventi il nuovo tema forte da cavalcare in chiave politica.
Ma quali sono le cifre? Partiamo con il dettaglio del settore pubblico. Secondo il conto annuale 2005 della Ragioneria Generale dello Stato, nel totale del pubblico impiego si contano:
Lavoro a tempo indeterminato: 3.369.493 lavoratori con un contratto a tempo indeterminato;
Lavoro non a tempo indeterminato:
124.283 lavoratori con un contratto a tempo determinato;
9.067 lavoratori interinali;
34.459 lavoratori socialmente utili (lsu);
4.786 lavoratori con contratto di formazione lavoro.
Secondo l'ispettore generale della Ragioneria Generale dello Stato, Giuseppe Lucibello, a questi dati bisogna aggiungere circa 200 mila cosiddetti «precari storici» della scuola (con «storici» si intendono i docenti inseriti nelle graduatorie per concorsi e titoli e quelli delle graduatorie permanenti della legge n. 124 del 1999, che sono comunque soggetti in possesso di abilitazione, o perché hanno conseguito l'idoneità in base a una procedura concorsuale nelle scuole speciali - cosiddette SIS - o in analoghi istituti). Insomma, nel totale del pubblico impiego, stando ai dati ufficiali, si contano circa 350 mila lavoratori flessibili, con un tasso d'incidenza, sull'intero settore pubblico, inferiore al 10%.
In generale (pubblico e privato), secondo gli ultimi dati dell'Istat (19 giugno 2007), i lavoratori dipendenti con contratto a termine sono 2.126.000 su un totale di 22.846.000, con un tasso d'incidenza del 9,3% (rimasto invariato nel trimestre 2007 rispetto a quello dell'anno precedente). Va aggiunto che le cifre menzionate si riferiscono genericamente al lavoro flessibile e che, in tutto il globo terrestre, all'equazione flessibile=precario credono solo i comunisti nostrani (lo stesso ministro del Lavoro, il diessino Cesare Damiano, ha candidamente ammesso che esiste la «buona flessibilità»). Questo significa che quelle citate non sono le cifre del precariato, ma che i numeri del fenomeno vanno ricercati all'interno di quei dati. Per un'analisi dettagliata occorrono altri fattori che potremmo chiamare «elementi d'insicurezza». Secondo il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, tali elementi s'identificano nella mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e alla conseguente mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita nel presente e nel futuro. Insomma, i numeri del precariato, in generale, vanno ricercati all'interno del dato Istat che parla di 2.126.000 contratti a termine su un totale di circa 23 milioni di lavoratori (tasso d'incidenza 9,3%).
E' chiaro, quindi, che l'allarmismo della sinistra non trova riscontro nella realtà dai fatti. Il problema precariato esiste, ma va inquadrato come fenomeno circoscritto e non come allarme sociale. La tanta vituperata (a sinistra) legge Biagi, mettendo regole e garantendo diritti laddove prima non c'erano e sottraendo quindi prezioso terreno al lavoro nero e all'illegalità, ha rappresentato un argine a difesa dei lavoratori più deboli e, in generale, al dilagare del precariato. La sinistra, invece, puntando tutto sulle sanatorie assistenzialiste (nel pubblico impiego con la Finanziaria 2007) e sull'irrigidimento dei contratti (nel privato con il protocollo sul welfare, da tradurre in legge in autunno) sbaglia totalmente l'obiettivo, danneggiando ulteriormente i cittadini, che già si sono visti mettere le mani in tasca dal governo Prodi per finanziare pseudo-iniziative sociali dannose ed improduttive.

martedì 19 giugno 2007

Giù le mani dalla legge Biagi


di Antonio Maglietta - 19 giugno 2007


Un Governo oramai allo sbando e senza un briciolo di consenso nel Paese sta cercando di lasciare uno sgradevole «segno» negativo nel panorama del diritto del lavoro. Tanto per citare qualche numero significativo, un sondaggio della Cgia di Mestre, condotto su un campione di 600 piccoli imprenditori, ha rilevato che il 62,9% degli intervistati voterebbe per il centrodestra. Il principale motivo del malcontento nei confronti del Governo è costituito dagli studi di settore: per il 44,5% degli intervistati sono uno strumento destinato a punire gli autonomi. Ma non è solo la politica economica a preoccupare gli artigiani del Nord Est. Sempre secondo il sondaggio, nessuna delle 11 azioni dell'esecutivo nominate nella rilevazione (liberalizzazioni, politica estera, politica industriale, lavoro, scuola, sanità, federalismo fiscale, fisco, immigrazione, etc.), sarebbe degna della sufficienza. Agli ultimi posti del gradimento la politica dell'immigrazione, con 4,3 di media e la politica fiscale, voto 4,1.
A proposito di fisco, l'85,9% degli intervistati ritiene che con il governo Prodi la pressione sul fronte delle tasse sia notevolmente aumentata e a farne le spese sarebbero proprio i piccoli imprenditori. Il 53% ritiene l'esecutivo di centro sinistra sia inadeguato a fare le riforme e chiede addirittura nuove elezioni, il 28%, invece, sogna un governo tecnico. Secca anche la risposta all'ultima domanda del sondaggio: «Se si votasse domani (martedì 19 ndr), a chi darebbe il suo voto?». Ecco i risultati delle ipotetiche elezioni in Nord Est: 62,9% centrodestra, 11,9% centro sinistra, 26% né l'uno né l'altro.
Insomma i numeri parlano chiaro e quest'ultimo sondaggio non fa altro che confermare i precedenti: i consensi ma anche la credibilità dell'Esecutivo retto da Romano Prodi registrano un record negativo dietro l'altro. Nonostante l'inarrestabile crollo verticale il governo ha però deciso di voler lasciare comunque un segno tangibile (negativo) nell'ordinamento. «Nell'Unione c'è un programma che ho contribuito a scrivere, che prevede modifiche alla legge Biagi. Continueremo su questa strada. Le modifiche riguardano la cancellazione delle forme più estreme di precarizzazione, come lo staff leasing». Così si esprimeva solo qualche giorno fa il ministro Cesare Damiano. Ma le dichiarazioni del ministro del Lavoro non sono che la punta di un iceberg, una delle tante esternazioni ideologiche dettate da una rinnovata spinta «statalista» dovuta al sempre più crescente peso che riveste l'area cosiddetta radicale all'interno delle dinamiche politiche del centrosinistra.
Dalle pagine del Corriere della Sera, il professor Pietro Ichino, lunedì scorso, ha smascherato la cieca furia ideologica con cui certa sinistra si sta scagliando contro la legge Biagi. Ichino nota che nel fenomeno dell'aumento del lavoro precario «non esiste alcuna evidenza di una responsabilità» della disciplina del contratto a termine, che non è contenuta nella legge Biagi, bensì in un decreto legislativo di due anni precedente (n. 368/2001). «La realtà è che l'aumento del lavoro precario ha incominciato a manifestarsi fin dagli anni '70 ed è continuato ininterrottamente fino alla fine degli anni '90, per poi arrestarsi proprio negli anni della penultima legislatura. Questo è riconosciuto anche in un libro scritto prevalentemente da sociologi ed economisti di sinistra, di cui il ministro Damiano e il presidente della Commissione lavoro del Senato Tiziano Treu hanno scritto una laudativa prefazione» (La legge Biagi. Anatomia di una riforma, Editori Riuniti, 2006).
Ichino cita a proposito un saggio dell'economista Gianni Principe in cui si legge: «Se stiamo ai dati Istat sulla diffusione del lavoro a termine, il 2001 non ha segnato nessuna svolta, ma piuttosto un momento di declino; inoltre il divario dalla media europea (...) appare di una certa consistenza (circa cinque punti in meno), da cui si potrebbe dedurre che abbiano ragione quanti oppongono alle teorie sulla precarizzazione la constatazione rassicurante di una buona capacità di tenuta del nostro sistema di norme a protezione dei lavoratori». E ancora Ichino cita il contributo del sociologo Aris Accornero, «molto vicino alla Cgil»: «Un esame più analitico (...) non sembra indicare la riforma come causa diretta del calo di rapporti stabili emerso nelle previsioni 2005».
In difesa della legge Biagi interviene anche l'illustre esperto e studioso del mercato del lavoro e dei sistemi previdenziali Giuliano Cazzola, secondo cui il job on call e lo staff leasing sono «molto utili ai lavoratori perché regolano rapporti che altrimenti sarebbero in nero o in totale precariato. E' una sciocchezza nonché una cattiveria sopprimerle». «La legge Biagi - continua Cazzola - si prende delle colpe che non ha, sulle collaborazioni (già introdotte dalla gestione separata dell'Inps), sui contratti a termine, sul lavoro interinale (previsto nel pacchetto Treu)». «La legge Biagi - precisa l'ex sindacalista della Cgil - può essere accusata di aver cercato di normalizzare forme di confine del mercato, ma non di averle introdotte». Tra le proposte del governo, anche il nuovo aumento dei contributi previdenziali per i parasubordinati, che con l'ultima Finanziaria sono passati dal 18 al 23,5 per cento: «Sono contrario - dice Cazzola - all'aumento dell'aliquota: ha fatto perdere 80 mila posti di lavoro. Nel bilancio dell'Inps, approvato prima della Finanziaria alla voce lavoratori parasubordinati si leggeva 30 mila in più. Ora nell'aggiornamento, che adegua il bilancio alle norme della Finanziaria si legge, alla stessa voce, 80 mila posti in meno».
In conclusione ci si chiede: ma può un governo come quello di Romano Prodi, che passerà alla storia come l'Esecutivo dei record negativi, mettere le mani su una legge, la Biagi, che invece macina una record positivo dietro l'altro?
Google