giovedì 12 gennaio 2012

Rispettiamo la volontà degli immigrati senza forzature



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
giovedì 12 gennaio 2012

Durante una audizione nella commissione affari costituzionali della Camera, il ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, caldeggiando l'adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia, ha sostenuto la necessità di adottare come criterio «non lo ius sanguinis, non lo ius soli, che esporrebbe un paese poroso come il nostro a eventi che non sono nella nostra cultura giuridica e umanistica, ma lo ius culturae», perché «pensarsi italiani ed essere italiani aiuta ad integrarsi» e aspettare il compimento del 18esimo anni può essere tardi perché «mi chiedo se a 18 anni la personalità non è già strutturata». In questo senso Riccardi ha definito come «molto opportuna» la ripresa dei lavori in materia di cittadinanza nella prima commissione di Montecitorio, «per affrontare il tema dei bambini nati in Italia e figli di genitori stranieri». Ma, ha aggiunto, «sono consapevole che il Governo non può che sostenere e appoggiare quello che maturerà all'interno del Parlamento. Una commissione presso il mio ministero sta studiando tutti i buoni progetti presentati in proposito. Faccio presente - ha aggiunto il ministro - cha dall'Unione europea vengono richieste di implementazione sui temi discussi in questa commissione, e che il 2013 sarà l'anno europeo della cittadinanza».
Nell’ambito della stessa occasione ha affermato anche che la cooperazione allo sviluppo «può anche servire a qualificare i migranti» e che il processo di integrazione ha inizio «fin dai Paesi di origine dei migranti».

Prima di parlare delle affermazioni fatte dall’attuale ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione, bisogna fare una piccola ma fondamentale premessa. Andrea Riccardi è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, un movimento laicale dedito da più di 40 anni alla comunicazione del Vangelo e alla carità in Italia, e in altri 73 paesi nel mondo, ed è spesso impegnato a fornire forme di aiuto anche agli immigrati. Quando uno come Riccardi parla di immigrazione, con questa importante storia personale alle spalle e con una esperienza diretta sul campo che in pochi possono vantare, bisogna sicuramente prestare molta attenzione a quanto dice, seppur nel rispetto di una fisiologica differenza di vedute, perché questi pensieri vengono da una persona che ha un bagaglio culturale e di fatti vissuti in materia enorme e, soprattutto, una visione di insieme del tema.

Fatta questa debita premessa, è possibile affermare che, con riferimento a coloro che arrivano in Italia per lavoro, un sano processo di integrazione passa necessariamente per il rafforzamento della cooperazione allo sviluppo (quella reale e proficua e non quella dei soldi sprecati) e che, almeno fino ad ora, per vari motivi, questo strumento è stato utilizzato poco e talvolta male. Quindi ben vengano tutte le iniziative per implementare la cooperazione allo sviluppo, magari anche mirata ai paesi di provenienza della maggior parte degli immigrati in Italia e alle richieste del nostro mercato del lavoro, nell’ambito del miglioramento del processo di integrazione degli stranieri nel nostro Paese. Detto questo, tuttavia, bisogna fissare il punto fermo che la leva dell’immigrazione non debba essere assolutamente usata per reperire manodopera a basso costo, perché questo atto incivile serve solo per arricchire le tasche di pochi e comporta, di contro, una miriade di effetti negativi sugli stessi stranieri (lavoro nero, paghe da fame, ecc.), sugli italiani (concorrenza al ribasso sul salario) e, più in generale, sul nostro sistema di assistenza sociale e sul mercato del lavoro nazionale.

Per quanto riguarda, invece, l’adozione di meccanismi che facilitino la concessione della cittadinanza ai minori figli di immigrati che risiedono in Italia sarebbe opportuno ricordare che se uno straniero si sente italiano, nell’ambito del tema trattato, può acquistare la nostra cittadinanza al compimento dei 18 anni. La ratio della legge in vigore è che il figlio di un immigrato residente in Italia, consapevolmente, di sua sponte e nel momento in cui acquista la capacità di agire, ha la possibilità di diventare un cittadino italiano. Anzi proprio perché a 18 anni una persona ha una personalità abbastanza strutturata è meglio che faccia la scelta a quell’età, senza imposizioni da parte dei genitori o, peggio ancora, dello Stato. Se vogliamo che queste persone aderiscano ai valori che definiscono l'ordine normativo del nostro paese, dobbiamo rispettare innanzitutto la loro volontà di scegliere o no di acquistare la cittadinanza. Se integrarsi vuol dire aderire ai valori, stiamo parlando in primis di un processo tutto personale, che ovviamente investe tutto quello che in sociologia rientra nella definizione dei cosiddetti gruppi primari e secondari, ma che riguarda fondamentalmente la sfera della volontà personale.

La scuola, la famiglia, le istituzioni, magari anche l'ambiente di lavoro sono importanti nel processo di integrazione, ma l'aspetto fondamentale risiede nella volontà dell'individuo di accettare i valori del paese in cui vive. Per questo motivo, proprio perché l’attuale legge rispetta la volontà dell’individuo, le ipotesi di modifica che prevedano l’introduzione di automatismi nella concessione della cittadinanza è meglio che siano accantonate.

lunedì 9 gennaio 2012

No al salario minimo, no alla paghetta dello Stato


di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 09 gennaio 2012

Discutere sulle ipotesi di riforma del mercato del lavoro è sempre un esercizio difficile e quanto mai affascinante sia per la complessità dell’argomento sia perché in Italia, quando si tocca questo tema, si va a sbattere spesso in più di un tabù. Partiamo citando alcuni dati recenti, per capire la situazione attuale e l’andamento di alcuni indicatori, prima ancora di citare e valutare le dichiarazioni degli esponenti di spicco delle nostre istituzioni su questo argomento.

Secondo il rapporto Methods Used for Seeking Work dell’Eurostat, in Italia oltre due persone su tre in cerca di lavoro (76,9% contro una media europea del 68,9%) si affidano a un intermediario che può essere un amico, un parente o anche un sindacato. Solo la Spagna, la Grecia e l’Irlanda rilevano percentuali superiori alle nostre. Sempre secondo l’istituto di statistica europeo, la percentuale dei disoccupati nel nostro paese (dati aggiornati a novembre 2011) è pari all’8,6%. Si tratta di un dato sostanzialmente in linea con quello della Gran Bretagna (8,3% aggiornato a settembre 2011), inferiore alla media dell’Europa a 27 (9,8%), e dell’area euro (10,3%), e a quello di grandi paesi come la Francia (9,8%) e la Spagna (22,9%). Solo la Germania fa molto meglio di noi tra i grandi paesi (5,5%).

Per quanto riguarda, invece, la disoccupazione giovanile (con riferimento agli under 25), il nostro dato (30,1%) è tra i peggiori del vecchio continente sia con riferimento alla media dell’Europa a 27 (22,3%) e dell’area euro (21,7%) sia ai dati dei paesi più grandi come Gran Bretagna (22%, dato aggiornato a settembre 2011), Germania (8,1%) e Francia (23,8%). Peggio di noi fa solo la Spagna (49,6%). Secondo gli ultimi dati dell’Istat, aggiornati a novembre 2011, il tasso di occupazione femminile (pari al 46,2%) è in calo nel confronto con il mese precedente di 0,4 punti percentuali e di 0,3 punti in termini tendenziali.

In merito ad altri indicatori fondamentali nell’ambito della discussione sul mercato del lavoro, secondo l’Inps si registra una diminuzione, sia congiunturale che tendenziale, delle ore autorizzate di cigs (cassa integrazione straordinaria), di cigd (cassa integrazione in deroga) e di cigo (cassa integrazione ordinaria), una contrazione delle domande di mobilità e un lieve aumento di quelle di disoccupazione. Tutti questi dati ci ricordano, come sempre, che i problemi principali del nostro welfare sono l’alta percentuale di disoccupazione dei giovani, la bassa percentuale di occupazione delle donne e l’equità degli ammortizzatori sociali. Il premier Mario Monti ha recentemente affermato che niente debba essere tabù in una discussione tra forze mature e civili come sono i sindacati e le forze produttive. Ben venga, quindi, la volontà del nuovo Esecutivo di dare importanza più alla sostanza che ai pre-concetti su certi argomenti.

Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha recentemente proposto l’introduzione di un salario minimo, specie per i giovani. Con tutta la buona volontà, non sembra essere questa la strada giusta da seguire. Il nostro mercato del lavoro, come dimostrano anche i dati più recenti, ha bisogno di essere sempre più aperto per i giovani e le donne. Occorrono, quindi, più canali di ingresso (non solo parenti, amici o sindacati) e maggiori opportunità formative (retribuite adeguatamente e non solo fittizie per coprire veri e propri lavori). Oggi la maggior parte dei giovani ha voglia di entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro, di confrontarsi, di cumulare esperienze, di lottare e non certo di ricevere forme di reddito assistenziale che, magari, rappresenterebbero un semplice contentino per continuare a galleggiare nella solita zona grigia tra disoccupazione, lavoro nero e basse retribuzioni.

Le nuove generazioni non hanno bisogno della paghetta dello Stato, ma della possibilità di essere soggetti attivi e tutelati nel mercato del lavoro. E’ questo il punto. Se un giovane non riesce ad avere continuità nella propria attività professionale e a percepire un reddito adeguato rispetto alle prestazioni svolte, come potrà avere accesso al credito o pagarsi la pensione con il sistema contributivo dove, giustamente, quanto versi tanto avrai? Il salario minimo risolve questi problemi? Certamento no. Ecco perché questa proposta non va assolutamente bene. Secondo l’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «la regolazione dei contratti di lavoro deve muovere dal riconoscimento dell'apprendistato come modalità tipica per l'ingresso nel mercato del lavoro e deve considerare la modulazione degli orari di lavoro come un modo attraverso il quale lavoratori e datori di lavoro si adattano reciprocamente». E ancora:«la contrattazione aziendale, recentemente amplificata nelle sue capacità dall'articolo 8 della manovra estiva, può concorrere a regolare i rapporti di lavoro in modo da accrescere la produttività, sperimentare deroghe limitate, sviluppare forme di welfare complementare per i lavoratori e le loro famiglie, attrarre investimenti nelle aree più difficili. Più le parti si rendono disponibili ad accordi di prossimità, più il legislatore può contenere la propria iniziativa».

mercoledì 21 dicembre 2011

Art. 18, il falso totem dello Statuto dei lavoratori



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 20 dicembre 2011

Nel dibattito pubblico si è accesa la discussione sulla riforma del mercato del lavoro. Ogni volta che si parla di quest’argomento nel nostro Paese i toni salgono, i nervi diventano tesi e le parole man mano sempre più pesanti.

Tutto è iniziato quando il ministro del lavoro, Elsa Fornero, in un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato che bisogna dire basta ai contratti precari e aprire una discussione senza tabù sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, aggiungendo che nel mercato del lavoro i giovani sono «i più penalizzati, insieme alle donne, perché la via italiana alla flessibilità ha riguardato solo loro».

Il giorno dopo l’uscita della Fornero, sempre dalle colonne del quotidiano di via Solferino, è arrivato l’attacco del segretario della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui il contratto unico per i giovani proposto dall’attuale ministro del lavoro «sarebbe un nuovo apartheid a danno dei giovani». E ancora: «La precarietà c'è soprattutto nelle piccole aziende, dove non si applica l'articolo 18», che è «una norma di civiltà. Vogliamo superare il dualismo? Lancio una sfida: facciamo costare il lavoro precario di più di quello a tempo indeterminato e scommettiamo che nessuno più dirà che il problema è l'articolo 18?». In questa discussione, ampia e articolata, su un tema peraltro molto spinoso come quello delle riforme in materia di lavoro, occorre essere precisi e mettere qualche punto fermo.

Innanzitutto il primo a proporre l’introduzione del contratto unico nel nostro ordinamento è stato il senatore del Partito Democratico, il professor Pietro Ichino, che non si è limitato solo alle parole ma è passato anche ai fatti, depositando nel 2009 un disegno di legge a Palazzo Madama. Partiamo dal presupposto che nessuno ha intenzione di avallare norme sui cosiddetti licenziamenti selvaggi ma solo bilanciare la flessibilità con le garanzie a tutela dei lavoratori. Aggiungiamo che le tutele dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non si applicano alle aziende sotto i 15 dipendenti.

Già allo stato attuale, senza dilungarci in inutili tecnicismi in materia di tutela reale e tutela obbligatoria, esiste un sistema duale in cui ad alcuni lavoratori si applica una tutela più forte (quella dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e ad altri quella più debole (ex art. 2 della Legge n. 108/1990) se paragonata con la prima. Oggi i costi della flessibilità sono tutti a carico dei giovani e delle donne e questa situazione non è più accettabile. Allo stato attuale un giovane che entra nel mercato del lavoro non ha la possibilità di guardare con serenità al proprio futuro perché non ha accesso al credito (nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto in un momento di crisi come questo, le banche chiedono garanti e contratti a tempo indeterminato per erogare prestiti e mutui), non percepisce un reddito in linea con quello dei coetanei europei (il divario tra il reddito di un giovane e quello di una persona più matura in Italia è più ampio di quello esistente in Francia, Germania e Gran Bretagna), nel tempo ha visto eroso il proprio potere di acquisto e se perde il posto di lavoro spesso l’unico ammortizzatore sociale che gli resta è la propria famiglia.

E’ bene capire che chi difende l’attuale sistema contribuisce, consapevolmente o no, a mantenere questa situazione intollerabile. E' bene accetta, quindi, la proposta del ministro Fornero di mettere le mani sulle norme in materia di lavoro per porre fine alle iniquità prendendo come base di partenza della discussione la proposta del senatore Pietro Ichino. Chi alimenta la polemica contro qualsiasi riforma dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e contro quel testo forse non ha letto bene il disegno di legge nella parte in cui si parla dell'estensione a tutti del trattamento speciale di disoccupazione, pari all'80% dell'ultima retribuzione per il primo anno dopo il licenziamento, e dove tutti avrebbero un contratto tempo indeterminato e le protezioni essenziali, ma nessuno sarebbe inamovibile.

Dove è l’apartheid a danno dei giovani evocata con enfasi da Susanna Camusso in questa prospettiva? E’ evidente che le critiche della Cgil sono infondate e che non ci sarebbe alcuna discriminazione a danno dei giovani e spiace vedere gli altri due sindacati confederali accodarsi su questo punto alle posizioni estremiste della confederazione rossa.

FONTE

giovedì 15 dicembre 2011

Perché accanirsi sui proprietari di case?



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
mercoledì 14 dicembre 2011

La manovra varata dal governo Monti è una vera e propria frustata ai cittadini italiani. Al netto delle varie considerazioni di ordine politico, è indubbio che il provvedimento sia molto sbilanciato sul fronte delle tasse e poco su quello dei tagli. Diciamo subito che sostenere questi provvedimenti con il voto parlamentare, anche se si tratta d’interventi spesso iniqui e sempre impopolari, è un atto di responsabilità. Detto questo, però, appare evidente che ci sono delle criticità in questo testo che dovranno essere corrette quanto prima possibile.

Il pezzo più pesante della manovra, e forse anche quello più contestato, è rappresentato dall’introduzione della nuova Imu sulla casa (11 miliardi di euro). Le disposizioni dell'articolo 13 della manovra sono finalizzate ad anticipare, in via sperimentale a decorrere dall'anno 2012 e fino al 2014, l'applicazione dell'imposta municipale propria (Imu) prevista dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, con alcune modifiche rispetto alla formulazione originaria del testo.

L'Imu, che sostituisce per la parte immobiliare l'imposta sul reddito delle persone fisiche e le relative addizionali dovute in relazione ai redditi fondiari attinenti ai beni non locati e l'imposta comunale sugli immobili (Ici), verrà applicata a regime dal 2015. Sono compresi tra gli immobili anche l'abitazione principale e le pertinenze della stessa. E qui casca l’asino, perché non stiamo parlando dell’ennesima casa di proprietà ma dell’abitazione principale e cioè quella che, nella maggior parte dei casi, molti hanno acquistato con i sacrifici di una vita (propri o della propria famiglia).

Quando il governo Berlusconi eliminò la tassa sulla prima casa, la ratio era molto semplice: non è concepibile far pagare altre tasse su un bene primario per ogni famiglia italiana su cui già gravano tantissime spese aggiuntive, oltre che immensi sacrifici, all’atto dell’acquisto «L'abitazione è luogo e supporto della vita familiare e di quella comunitaria; è oggetto culturale, usato per contrassegnare lo spazio, per esprimere sentimenti, per comunicare identità; può essere luogo o strumento di lavoro, merce, bene di consumo; inoltre espressione di status e risorsa da cui dipendono le condizioni di vita della famiglia» (Antonio Tosi, Enciclopedia delle Scienze Sociali, Treccani).

L’abitazione principale è il centro della nostra stessa vita ed è parte della nostra identità. Come si fa a tassare ulteriormente un bene su cui gravano già tante spese al momento dell’acquisto tra agenzie, notaio, mutuo e tasse che ne fanno lievitare enormemente il costo finale? La prima casa non è un oggetto che identifica uno status di ricchezza sopra la media ma un bene spesso frutto del risparmio.

INel corso del iter nelle commissioni parlamentari, le disposizioni sulla nuova Imu sono state modificate rispetto al testo originario.nizialmente era stata prevista solo una detrazione di 200 euro per tutti sulla prima casa (abitazione principale). Ora con le nuove modifiche per gli anni 2012 e 2013 la detrazione è maggiorata di 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a ventisei anni, purché dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale. L’importo complessivo della maggiorazione, al netto della detrazione di base, non può superare l’importo massimo di euro 400. I comuni, peraltro, possono disporre l’elevazione dell’importo della detrazione, fino a concorrenza dell’imposta dovuta, nel rispetto dell’equilibrio di bilancio.

E’ evidente che si tratta comunque di un miglioramento rispetto alla formulazione originaria, frutto del lavoro svolto dal Pdl durante la discussione del provvedimento nelle commissioni parlamentari a Montecitorio. La richiesta iniziale del Pdl era di alleviare il peso dell’introduzione di una tassa sulla prima casa con la previsione di detrazioni per i nuclei familiari numerosi e per le giovani coppie che accendono il primo mutuo. La prima richiesta è stata accolta mentre la seconda no e già questo è un punto a sfavore del governo Monti perché non tutelare i giovani che decidono di formare una famiglia è l’ennesimo atto che danneggia chi in questo Paese ha meno di 35 anni.

Altra nota negativa è la detrazione a tempo, limitata ai soli anni 2012 e 2013. Sarebbe stato opportuno, invece, rendere strutturale la detrazione per dare più certezze a chi ha una famiglia numerosa. Tutti sappiamo che stiamo attraversando un momento difficile e che i sacrifici da affrontare saranno tanti ma è pur vero che introdurre elementi di equità li avrebbe resi quantomeno leggermente più digeribili. Questi elementi di equità avrebbero dovuto tenere conto del reddito del nucleo familiare, del numero dei componenti e dell’età (giovane) di quelle coppie che accendono il primo mutuo. Non aver preso in considerazione questi parametri significa rifiutare di introdurre nella manovra, nella parte concernente la tassazione sulla casa, elementi a favore delle categorie più deboli. E’ vero che siamo in una situazione particolare ma è proprio in questi momenti delicati che bisogna tutelare (a saldi invariati) chi è più in difficoltà e chi ha meno possibilità di difendersi dalla tempesta scatenata dalla crisi economica.
Google