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martedì 4 ottobre 2011

Marchionne lascia Confindustria



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 04 ottobre 2011

L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, con una lettera inviata al Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, come già preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, ha comunicato la decisione di Fiat e Fiat Industrial di uscire dall’organizzazione dal 1° gennaio 2012. Facciamo due considerazioni: una più ampia sul fatto in sé e l’altra più breve di tipo generale sul corporativismo italiano.

Il gruppo dirigente della Fiat ha deciso che la permanenza in Confindustria avrebbe bloccato il processo di sviluppo del gruppo torinese. Il motivo è altrettanto chiaro ed esplicito: la mancanza di garanzie su quelle certezze indispensabili per lo sviluppo economico non solo del Paese nel suo complesso ma anche delle singole attività imprenditoriali che agiscono entro i suoi confini. Per capire ancora meglio di quali certezze si stia parlando, è giusto fare riferimento a tre passi in avanti fatti negli ultimi tempi nell’ambito delle relazioni industriali nel nostro Paese.

Il primo: gli accordi sugli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco, Termini Imerese e Grugliasco hanno rappresentato un buon modello di «flessibilità contrattata» in grado di coniugare al meglio le richieste dalla parte datoriale, necessarie per restare competitivi sul mercato globale, con l’indispensabile tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Il secondo: l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso ha introdotto innovazioni positive sul tema delle regole per la rappresentanza sindacale, sulle garanzie di efficacia per gli accordi firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori e sulla definizione degli ambiti di interesse dei contratti nazionali e di quelli aziendali. Tuttavia, nonostante l’apprezzamento per i contenuti di quest’accordo, Marchionne aveva già avvisato con una lettera la Marcegaglia che, in assenza di altri passi che avessero consentito di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la gestione degli accordi raggiunti per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco, Fiat e Fiat Industrial sarebbero state costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dal 1° gennaio 2012. Il terzo: l’art. 8 della manovra, oltre ad introdurre degli innovativi strumenti di flessibilità, ha previsto l’estensione della validità dell’accordo interconfederale ad intese raggiunte prima del 28 giugno. Una questione, quella della retroattività, che tocca direttamente gli accordi siglati dalla Fiat. Marchionne ha contestato che, dopo tre passi in avanti, è arrivato un salto indietro dopo la firma dell’accordo interconfederale del 21 settembre dato che, come scrive lo stesso amministratore delegato della Fiat, «è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi nella prassi quotidiana, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8. Si rischia quindi di snaturare l’impianto previsto dalla nuova legge e di limitare fortemente la flessibilità gestionale». E continua: «da parte nostra, utilizzeremo la libertà di azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con i nostri dipendenti e con le Organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».

Marchionne è uscito da Confindustria per avere le mani libere nel senso che il sistema corporativo che difende gli interesse dei datori di lavoro, a suo avviso, non è più in grado di fare quelli di un grande gruppo come la Fiat che opera sul mercato globale. Non è, insomma, un rifiuto delle regole, poiché lo stesso amministratore delegato del gruppo torinese ha affermato che si atterrà alle disposizioni di legge e alle intese già raggiunte in passato sulle situazioni di singoli stabilimenti, ma un vero e proprio rifiuto delle logiche e delle dinamiche del sistema corporativo di cui faceva parte. E qui, a questo punto, è possibile fare una seconda e breve considerazione di carattere generale. In un’epoca in cui le regole del libero mercato sono in corso di riscrittura, perché oramai obsolete non solo dinanzi alla crisi economica mondiale, ma anche di fronte alle moderne esigenze siano esse singole o collettive, è ancora utile per il bene comune tenere in piedi i sistemi corporativi (Confindustria, ordini professionali, ecc.) così come li conosciamo ora? Cui prodest?

lunedì 25 ottobre 2010

La competività passa attraverso la modernizzazione del lavoro



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
lunedì 25 ottobre 2010

Intervistato da Fabio Fazio nella trasmissione televisiva «Che tempo che fa», l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha affermato che «Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l'Italia», aggiungendo che «nemmeno un euro dei 2 miliardi dell'utile operativo previsto per il 2010 arriva dall'Italia». Secondo Marchionne, poi, «Fiat non può continuare a gestire in perdita le proprie fabbriche per sempre». La Fiat, del resto, ha ripagato «qualsiasi debito verso lo Stato in Italia». «Non voglio ricevere un grazie - ha aggiunto - ma non accetto che mi si dica che chiedo assistenza finanziaria». Il Paese si trova «al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48/mo posto per la competitività del sistema industriale».
Tuttavia è giusto aggiungere che, nonostante le criticità sottolineate da Marchionne, l'Italia è, in valore assoluto, la quinta potenza industriale mondiale con il 3,9% della produzione manifatturiera globale 2009 e ha distanziato ulteriormente la Francia (3,6%) che occupa il sesto posto e il Regno Unito (sceso al decimo posto nel mondo con il 2,3%). Davanti a noi troviamo solo i colossi Cina (21,5%), Stati Uniti (15,1%), Giappone (8,5%) e Germania (6,5%). Secondo il Centro Studi Confindustria, la posizione dell'Italia risulta ancora più solida se si guarda alla produzione industriale pro capite, che è una misura più appropriata della vocazione manifatturiera. Secondo questo indicatore, l'Italia è la seconda nazione più industrializzata del mondo (al suo interno, il Nord-Est è ancor più manifatturiero). In testa, con un notevole vantaggio (oltre il 27% sopra l'Italia), c'è la Germania; il Giappone è terzo e gli Stati Uniti sono distanziati (quasi il 29% sotto l'Italia). Ragionando, quindi, nel complesso possiamo dire che, nonostante alcune pesanti zavorre (efficienza del lavoro e competitività del sistema), il nostro Paese, al netto degli scenari catastrofici, oltre ad aver mantenuto negli anni il distacco dalla locomotiva tedesca, è tra quei paesi che hanno perso meno quote di mercato a discapito delle realtà emergenti come Cina, India, Brasile e Corea del Sud. Negli ultimi 10 anni, infatti, gli Usa hanno perso quasi il 10% (dal 24,8% al 15,1%) mentre il Giappone più del 7% (dal 15,8% all'8,5%).
Tutti questi numeri non ci dicono certamente che tutto va bene, ma sicuramente confermano che, nonostante alcune pesanti criticità di sistema, il nostro paese siede a pieno titolo tra le grandi potenze industriali mondiali. Non è mai un bene, comunque, sedersi sugli allori ed è giusto cogliere la critica di Marchionne per cercare di capire dove possiamo fare di più. Innanzitutto va detto, però, che, nonostante le parole dell'amministratore delegato del gruppo torinese, il tessuto industriale italiano ha sempre mostrato una certa attitudine all'adattamento verso le nuove sfide imposte dal mercato globale. E' vero anche però che le relazioni industriali non si possono certo piegare alle sole logiche di mercato, ma che si evolvono attraverso il dialogo tra le parti verso nuovi punti di equilibrio com'è già successo su larga scala nel mondo nel passaggio dal fordismo al postfordismo. Le difficoltà nascono perché questa nuova realtà spesso e volentieri non ha dei contorni ancora ben definiti e lo scontro sul mercato, tra chi produce abbattendo i costi puntando sui bassi salari e tutti gli altri, pone nuove problematiche nei paesi occidentali.
Tuttavia la risposta alle sfide imposte dal mercato globale, sul piano della competitività e della produttività, non può essere la riduzione delle tutele e dei diritti fondamentali dei lavoratori ma, invece, la modernizzazione del lavoro attraverso la flessibilità, gli incrementi salariali (solo a chi lavora di più e meglio) e alla contrattazione decentrata. Sul piano delle relazioni industriali è giusto che Marchionne, che fa gli interessi del gruppo che rappresenta, invochi un cambio di passo su certi temi ma è altrettanto giusto ricordare che le istituzioni e la maggior parte dei sindacati italiani hanno già dato ampia disponibilità a confrontarsi su questi argomenti e la riprova è nei fatti concreti, come l'accordo di Pomigliano. Fermo restando, inoltre, che la qualità dei lavoratori italiani del settore non è certo seconda a nessuno e che il marchio Fiat macina utili non solo perché risparmia sui costi producendo fuori dai confini nazionali, ma anche perché è un brand italiano. Una Fiat senza uno straccio di fabbrica nel Belpaese difficilmente potrebbe puntare sull'italianità e sul fascino che quest'aspetto trasmette all'estero nel mondo delle quattro ruote.

giovedì 17 giugno 2010

La questione dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco



di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it

mercoledì 16 giugno 2010

Si è chiusa con un accordo separato, senza la Fiom, la trattativa tra la Fiat e i sindacati dei metalmeccanici sullo stabilimento di Pomigliano d'Arco e l'indizione di un referendum tra i lavoratori che si terrà martedì 22 giugno. Fim, Uilm, Fismic e Ugl hanno firmato il nuovo documento, integrato, presentato dai vertici dell'azienda torinese. La Fiom ha confermato il suo «no» a un testo che considera «irricevibile», dai profili di «illegittimità», un «ricatto». Le tute blu della Cgil non si sono mosse dalla propria posizione - «di retroguardia» e «irragionevole», per le altre sigle - nonostante gli inviti e le pressioni ricevute. E hanno ripetuto il «no» anche alla consultazione degli operai. Consultazione alla quale è legato l'effettivo sblocco degli investimenti Fiat per il sito campano, circa 700 milioni di euro per portare la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia. La parola passa, dunque, ai lavoratori: senza il loro sì, non se ne fa niente. La Fiat è stata chiara nel chiedere il consenso di tutti.
I 5.200 dipendenti Fiat di Pomigliano d'Arco dovranno scegliere il loro destino, quello dei circa 10.000 lavoratori tra indotto e fornitori, quello di una buona fetta dell'economia di quell'area e quello delle scelte industriali della stessa Fiat. Dall'esito della votazione, infatti, dipenderà l'avvio concreto del progetto «Fabbrica Italia», che porterà il Lingotto al raddoppio della produzione automobilistica entro il 2014. Al via libera di Pomigliano è legato l'intero progetto di rilancio del gruppo in Italia. Un mosaico che potrebbe venir meno nel caso di una vittoria delle ragioni del no all'accordo da parte dei lavoratori impegnati nello stabilimento campano. La Fiat, infatti, potrebbe tirar fuori dal cilindro il piano B e cioè lo spostamento delle produzioni all'estero per motivi di cassa (in Polonia e in Serbia la produzione costa meno). Ovviamente la delocalizzazione totale non sarebbe così facile, anche per una questione d'immagine. Uno dei punti di maggior forza delle automobili Fiat è l'italianità e, con una produzione interamente fuori dai confini nazionali, diventerebbe difficile vendere il prodotto puntando sulle passioni che suscita all'estero il tricolore italiano nel mondo dei motori. L'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, che è una persone intelligente e lungimirante, ha capito che il marchio «Italia» è centrale nelle strategie dell'azienda automobilistica torinese e, infatti, ha puntato sul rilancio della produzione italiana. In un momento storico in cui la delocalizzazione sembra essere per la maggior parte delle grandi industrie la via maestra per fare subito cassa, lui ha deciso di restare in Italia. Tuttavia, davanti ad una vittoria del no il 22 giugno, il rischio di vedere la produzione Fiat andare all'estero diventa concreto.
Lo scorso mese Marchionne aveva evidenziato come il piano Fabbrica Italia «punta ad attuare soluzioni definitive alla debolezza del complesso industriale di Fiat in Italia» e «riduce il numero dei siti manifatturieri in Italia da sei a cinque», portando la capacità a un livello ottimale»; questo, secondo Marchionne, «è l'unico modo per garantire un futuro solido per Fiat e per la sua base manifatturiera in Italia». «Quello di cui abbiamo bisogno è superare gli interessi personali: ritengo che un dialogo costruttivo sia necessario e possibile. Soluzioni accettabili possono essere trovate. Ma è necessario che tutti quelli coinvolti si sentano parte del processo e nel trovare una soluzione piuttosto che creare ostacoli lungo la strada. Per questo motivo abbiamo chiesto ai sindacati di rinegoziare accordi che non sono più adeguati» con le attuali esigenze.
Nella trattativa di Pomigliano la Fiat è riuscita a giocare bene le proprie carte. La maggior parte dei sindacati ha scelto la via della responsabilità. Fuori dal coro i rappresentanti della Fiom-Cgil che, con il loro no all'accordo e la loro rigidità, rischiano di mettere a rischio 15.000 posti di lavoro in Campania e la scelta strategica dell'azienda automobilistica torinese di migliorare la propria produzione sul territorio italiano. Per quanto riguarda il merito della vicenda, invece, la Fiat ha voluto espressamente porre un freno all'assenteismo e alle derive degenerative nello stabilimento campano in materia di diritto di sciopero e sulle tutele economiche spettanti ai lavoratori in malattia. I sindacati, da parte loro, dovrebbero essere i primi a sapere che i diritti dei lavoratori si difendono anche contrastando gli abusi che si fanno di questi stessi diritti. L'azienda torinese ha messo sul piatto 700 milioni di euro per il rilancio dello stabilimento di Pomigliano d'Arco e ha preteso che lì si lavori e si produca almeno come avviene negli Stati Uniti o in Canada.
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