

di Antonio Maglietta
maglietta@ragionpolitica.it
martedì 04 ottobre 2011
L’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, con una lettera inviata al Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, come già preannunciato nella lettera del 30 giugno scorso, ha comunicato la decisione di Fiat e Fiat Industrial di uscire dall’organizzazione dal 1° gennaio 2012. Facciamo due considerazioni: una più ampia sul fatto in sé e l’altra più breve di tipo generale sul corporativismo italiano.
Il gruppo dirigente della Fiat ha deciso che la permanenza in Confindustria avrebbe bloccato il processo di sviluppo del gruppo torinese. Il motivo è altrettanto chiaro ed esplicito: la mancanza di garanzie su quelle certezze indispensabili per lo sviluppo economico non solo del Paese nel suo complesso ma anche delle singole attività imprenditoriali che agiscono entro i suoi confini. Per capire ancora meglio di quali certezze si stia parlando, è giusto fare riferimento a tre passi in avanti fatti negli ultimi tempi nell’ambito delle relazioni industriali nel nostro Paese.
Il primo: gli accordi sugli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco, Termini Imerese e Grugliasco hanno rappresentato un buon modello di «flessibilità contrattata» in grado di coniugare al meglio le richieste dalla parte datoriale, necessarie per restare competitivi sul mercato globale, con l’indispensabile tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori.
Il secondo: l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso ha introdotto innovazioni positive sul tema delle regole per la rappresentanza sindacale, sulle garanzie di efficacia per gli accordi firmati dalla maggioranza dei rappresentanti dei lavoratori e sulla definizione degli ambiti di interesse dei contratti nazionali e di quelli aziendali. Tuttavia, nonostante l’apprezzamento per i contenuti di quest’accordo, Marchionne aveva già avvisato con una lettera la Marcegaglia che, in assenza di altri passi che avessero consentito di acquisire quelle garanzie di esigibilità necessarie per la gestione degli accordi raggiunti per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco, Fiat e Fiat Industrial sarebbero state costrette a uscire dal sistema confederale con decorrenza dal 1° gennaio 2012. Il terzo: l’art. 8 della manovra, oltre ad introdurre degli innovativi strumenti di flessibilità, ha previsto l’estensione della validità dell’accordo interconfederale ad intese raggiunte prima del 28 giugno. Una questione, quella della retroattività, che tocca direttamente gli accordi siglati dalla Fiat. Marchionne ha contestato che, dopo tre passi in avanti, è arrivato un salto indietro dopo la firma dell’accordo interconfederale del 21 settembre dato che, come scrive lo stesso amministratore delegato della Fiat, «è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi nella prassi quotidiana, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8. Si rischia quindi di snaturare l’impianto previsto dalla nuova legge e di limitare fortemente la flessibilità gestionale». E continua: «da parte nostra, utilizzeremo la libertà di azione applicando in modo rigoroso le nuove disposizioni legislative. I rapporti con i nostri dipendenti e con le Organizzazioni sindacali saranno gestiti senza toccare alcun diritto dei lavoratori, nel pieno rispetto dei reciproci ruoli, come previsto dalle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco».
Marchionne è uscito da Confindustria per avere le mani libere nel senso che il sistema corporativo che difende gli interesse dei datori di lavoro, a suo avviso, non è più in grado di fare quelli di un grande gruppo come la Fiat che opera sul mercato globale. Non è, insomma, un rifiuto delle regole, poiché lo stesso amministratore delegato del gruppo torinese ha affermato che si atterrà alle disposizioni di legge e alle intese già raggiunte in passato sulle situazioni di singoli stabilimenti, ma un vero e proprio rifiuto delle logiche e delle dinamiche del sistema corporativo di cui faceva parte. E qui, a questo punto, è possibile fare una seconda e breve considerazione di carattere generale. In un’epoca in cui le regole del libero mercato sono in corso di riscrittura, perché oramai obsolete non solo dinanzi alla crisi economica mondiale, ma anche di fronte alle moderne esigenze siano esse singole o collettive, è ancora utile per il bene comune tenere in piedi i sistemi corporativi (Confindustria, ordini professionali, ecc.) così come li conosciamo ora? Cui prodest?
Nessun commento:
Posta un commento